lunedì 25 maggio 2026

AMICI MIEI

(di Mario Monicelli, 1975)

Mi sarebbe piaciuto pensare e poi costruire una divertente supercazzola, magari con scappellamento a destra, per parlare di Amici miei di Mario Monicelli, così, come se fosse antani. Il problema è che dopo la visione del film, una delle più celebri commedie italiane, non mi è rimasta molta voglia di ridere e scherzare. Per niente, perché Amici miei a conti fatti è un film amarissimo. Certo, è un film che fa anche ridere, le sequenze divertenti sono molte e alcune sinceramente memorabili. Anche tra chi non avesse mai visto il film, in quanti possono affermare di non aver mai sentito parlare della supercazzola o di non conoscere la celebre sequenza degli schiaffoni in stazione? Alcuni passaggi e alcuni elementi del film sono entrati di diritto nella cultura del nostro Paese: la supercazzola è un po’ come i paparazzi de La dolce vita di Federico Fellini, termini entrati nel linguaggio comune, in fondo quante volte capita di sentire qualcuno usare l’espressione “come se fosse antani”? Anche il termine “zingarata”, forse più generico e meno connotato in relazione al film, se non è proprio stato coniato per Amici miei, di certo dal film di Monicelli si è visto oggetto di un innegabile aumento di popolarità e utilizzo. E se un film lascia tracce permanenti finanche nella lingua di un Paese è fuor di dubbio che questo si possa inscrivere tranquillamente tra le pietre miliari del nostro cinema. Abbiamo accennato a Monicelli, ma durante la visione del film si sente forte la mano di Pietro Germi, sceneggiatore e ideatore del soggetto che a causa di una prematura dipartita non è riuscito a dirigere il film che pare avrebbe voluto girare a Bologna, spostato poi a Firenze da Monicelli che gli diede quel tocco di spinta goliardia toscana che è il perno su cui personaggi e situazioni sono così abilmente costruiti. In fondo, Monicelli, una “zingarata” ce l’ha presentata anche nel momento della sua morte, decisa da lui e non da chi per lui.


Firenze, metà anni Settanta. Un gruppo di amici tenta di alleviare le amarezze delle loro esistenze ritrovandosi periodicamente per delle zingarate, evasioni dalla quotidianità che possono durare anche diversi giorni durante le quali goliardia e scherzi, a volte anche molto pesanti, la fanno da padroni. Perozzi (Philippe Noiret) è un giornalista disprezzato a causa della sua indole immatura dal figlio impettito e dalla moglie; il Melandri (Gastone Moschin) è un architetto comunale incline al facile innamoramento; Mascetti (Ugo Tognazzi) è un nobile caduto in disgrazia che lascia vivere moglie e figlia in stato di povertà assoluta, maestro però nell’arte della supercazzola. Necchi (Duilio Del Prete), forse il più inquadrato dei quattro, gestisce insieme alla moglie il bar dove spesso il gruppo si ritrova. A loro si unirà in un secondo momento il dottor Sassaroli (Adolfo Celi), medico stimato e direttore di clinica, probabilmente più cinico e crudele di tutti gli altri suoi nuovi compari. Il gruppo di amici ricorre a più riprese a una sorta di regressione infantile che fa dello scherzo e della presa in giro un antidoto a una condizione esistenziale in fondo infelice e irrisolta per ognuno di loro. La cattiveria e la superficialità anestetizzano il dolore di una vita che non ha dato ai protagonisti, o alla maggior parte di loro, quella felicità e quei risultati che forse i decenni del boom economico italiano avevano loro promesso.


La struttura di Amici miei è pensata quasi come una successione episodica di vicende che mette al centro la serie di “zingarate” messe in atto dal quintetto di amici; Monicelli e il compianto Germi non mancano però di porre l’accento sulle vicende private dei protagonisti, vicende che sono causa e conseguenza allo stesso tempo del loro incedere nella vita con passo immaturo e irrisolto. Non c’è più il pudore per gli strappi a quella che era la morale imperante dei costumi dell’epoca: Mascetti porta avanti una relazione extraconiugale con Titti (Silvia Dionisio), giovanissima studentessa, mentre lascia moglie e figlia a crepare di freddo in un’abborracciata “vacanza” in montagna; dal canto suo la ragazza non disdegna relazioni saffiche con un’altra giovane. Il dottor Sassaroli non si fa problemi a cedere la moglie Donatella (Olga Karlatos) al Melandri, che ovviamente se ne innamora come se fosse una Madonna, il quale per questo sarà vittima di uno dei famosi scherzi del gruppo. Non c’è contegno né rispetto nemmeno per la morte, sul finale sbertucciata sia dal morituro che dai suoi compari, che lo seppelliscono con soffocate risate. È una disamina, amarissima come già detto, sul costume e sulla fragilità, spesso abietta, della figura maschile che inizia a perdere il centro. Non c’è cronaca nel film di Monicelli, c’è una cupezza di fondo anche nelle scelte di fotografia di Luigi Kuveiller che ritrae una Firenze lontanissima dalla meta turistica che conosciamo oggi (nei Settanta il turismo non era forse ancora esploso come farà poi in seguito). I protagonisti sembrano camminare verso la morte privi di emozioni profonde, lontani da quell’amore vero, unico elemento capace di donare senso profondo alle esistenze di ognuno, coprendo tutto con la trovata goliardica. Caposaldo della nostra commedia, indubbiamente, però, come direbbe il recentemente scomparso Antonello Fassari: “che amarezza!”.

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