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sabato 3 agosto 2024

BABYLON

(di Damien Chazelle, 2022)

Ai comportamenti di un uomo innamorato si possono perdonare di buon grado l'eccesso, la scarsa misura, i momenti di poca lucidità, il trasporto, la foga, l'accumulo anche scriteriato e quella voglia di voler fare, mostrare, che può facilmente portare l'uomo di cui sopra a uscire dai bordi, a fare il passo più lungo della gamba, a pisciare un pochino fuori dal vaso. Ora, fermo restando come ognuno di noi possa decidere quanta sincerità ci sia in questo Babylon (io credo parecchia), l'opera di Damien Chazelle sembra proprio questo, un atto d'amore totale nei confronti del cinema, della sua storia, della sua magia, un atto d'amore strabordante, a tratti eccessivo, riempito a forza di un sacco di cose, suggestioni, volti, citazioni, episodi, un'opera che non manca in diversi passaggi di andare un poco fuori fuoco, o ancor meglio "su di giri", come un motore che consuma un sacco di benzina ma dentro il quale alla fine è presente il carburante per alimentare una giusta causa, una passione sconfinata, un sogno lungo ormai ben più di un secolo, un amore individuale (nella fattispecie) e soprattutto collettivo, nonostante (e forse proprio per questo) la mutata e crescente difformità di fruizione alla quale il cinema è sottoposto ormai da diversi anni. E allora, se così è, accettiamo di buon grado anche l'imperfezione narrativa di questo Babylon, un'omaggio a un'arte, a una delle sue epoche (la fine del muto), realizzata in un connubio esagitato tra antico e moderno, un piccolo viaggio per innamorarsi una volta ancora della macchina cinema.

Los Angeles, seconda metà degli anni 20. Ad una festa dai toni orgiastici e licenziosi, condita di donne, droghe, alcol, nani e ballerine, gravitano i tre protagonisti (non i soli e non solo loro) di quella che sembra essere una vera e propria Babilonia: Manuel Torres (Diego Calva) è un umile immigrato messicano che ha il compito di introdurre alla festa della Kinoscope, casa cinematografica in ascesa, un vero elefante; Jack Conrad (Brad Pitt) è un divo del cinema muto sulla cresta dell'onda alla ricerca di qualcosa di nuovo che possa apportare qualcosa di più profondo e innovativo all'arte di cui lui è uno dei protagonisti; Nellie LaRoy (Margot Robbie) è un'imbucata, una rozza sognatrice che arriva dal New Jersey più povero e depresso, una ragazza piena di vita, disinibita, dotata di un certo talento e che come l'altrettanto povero Manuel sogna di poter lavorare nel cinema, magari diventando proprio una grande star. Manuel si invaghisce subito della bellissima Nellie e ha l'occasione di iniziare a lavorare proprio per Conrad, si concretizza il sogno di un'apertura verso il mondo del cinema così ambito per l'uomo. Nellie invece viene notata alla festa da un aiutante (Flea dei Red Hot) del proprietario della Kinoscope che ha necessità di sostituire al volo una starlette indisposta causa eccesso di droghe e sesso estremo; per Nellie la festa sarà l'occasione per mettere piede davanti a una telecamera. Le vicissitudini di questi personaggi e di altri ancora (il trombettista nero Sidney Palmer, la cantante Lady Fay Zhu, etc...) si svilupperanno nel corso degli anni mentre il cinema vede tramontare l'epoca del muto in favore dell'avvento del sonoro...

Damien Chazelle mette in scena il suo omaggio al cinema in maniera tonitruante ma anche nostalgica, tornando alla storia del cinema, all'epoca della Grande Depressione e del muto, agli anni delle grandi feste e delle star viziose fino a uno dei grandi momenti di cambiamento della settima arte: l'avvento del sonoro. Nel far questo Chazelle non manca di citare episodi reali e personaggi esistiti qui in qualche modo mascherati e inseriti in quel baillamme esagerato e fracassone che è a più riprese questo Babylon. Questo passaggio fondamentale è legato in maniera chiara ed evidente alla memoria di opere classiche come, in particolare, il Singing in the rain di Stanley Donen e Gene Kelly dove il personaggio di Jean Hagen presenta alcuni punti in comune con Nellie LaRoy, almeno per quel che riguarda le difficoltà riscontrate dalle due attrici nel passaggio dalle didascalie all'uso della voce. Al netto di un totale non sempre perfetto e riuscito, quello che si apprezza di Babylon è la sincera passione per quest'arte, una passione che vediamo (e non è la prima volta, Tarantino docet) negli occhi di una splendida (lo è sempre ma qui più che altrove) Margot Robbie nel buio di una sala cinematografica e in un montaggio finale che ripercorre momenti di storia del cinema che ben sottolineano l'ecletticità di questa meravigliosa macchina della narrazione (per storie, per immagini), e ancora nella passione dei protagonisti per quella che, almeno in parte, diverrà l'arte della loro vita. Gran dispiego di mezzi, attoriali, scenografici, di costumi, di girato (siamo sulle tre ore, anche fin troppo espanse) per raccontare una storia d'amore che non manca di inanellare risvolti di grande cupezza in uno sfoggio di tecnica e accumulo che sembra più volte scappare dal controllo di un regista a tratti smodato ma sinceramente (almeno così sembra) appassionato. 

martedì 11 agosto 2020

FIRST MAN - IL PRIMO UOMO

(First man di Damien Chazelle, 2018)

C'era molta attesa per il nuovo film di Damien Chazelle dopo il buon esito del brillante La la land, purtroppo con First Man il giovane regista allestisce un classico biopic di buona fattura ma che emoziona poco, non dona particolari sussulti e che può coinvolgere appieno giusto lo spettatore appassionato della figura di Neil Armstrong e della corsa alla Luna, evento da leggere più come ricerca di una supremazia d'immagine nella Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica che non come un'impresa con una reale utilità se non quella di alimentare sogni, ossessioni e desideri degli uomini coinvolti nel progetto. Certo, l'impatto culturale dell'allunaggio è stato molto importante, in fondo siamo ancora qui a parlarne, il versante più interessante del film è però proprio quello che si sofferma sui costi della corsa allo spazio, espressi in milioni di dollari (viene ripresa anche un'intervista allo scrittore Kurt Vonnegut a riguardo, e come possiamo contraddire Kurt Vonnegut?) ma soprattutto in vite umane perse. Ne è valsa davvero la pena?


Si sceglie un taglio intimista e poco spettacolare per narrare il percorso di Armstrong (Ryan Gosling) verso la Luna, un percorso che inizia ben prima delle missioni Apollo e prima che Neil Armstrong entrasse a far parte dello staff della NASA nel 1962. Si passa dai collaudi dell'aerorazzo X-15 e gli impatti con l'atmosfera alle missioni Gemini, tappe utili per creare l'esperienza necessaria per la missione spaziale più importante, e ancora le esercitazioni di aggancio, a terra come in aria, le simulazioni di atterraggio sulla Luna tenute nel deserto americano, fino ad arrivare finalmente a quel 20 Luglio 1969. Alle spalle una serie di funerali, amici morti in servizio e il lutto perpetuo per la perdita della piccola figlia malata di tumore, un'assenza che accompagnerà il pilota per sempre, fino al momento di lasciare quell'impronta sul terreno friabile del nostro satellite. Chazelle evita di usare troppe sequenze spettacolari per raccontarci le imprese in assenza di gravità, non mancano le immagini ad effetto, soprattutto quelle del suolo lunare, ma anche queste sequenze, grazie a un sapiente uso delle musiche di fondo, rientrano in un linguaggio riflessivo e intimo, lontano dallo spettacolo hollywoodiano; l'unica concessione è quella alla tensione, quella dei momenti difficili che si creano negli abitacoli delle navicelle, resi da movimenti di macchina che ricreano in maniera molto efficace le condizioni con le quali si trovavano ad avere a che fare i piloti durante le missioni.


Armstrong viene dipinto come un personaggio schivo, introspettivo, la sua dedizione alla causa è naturale, mai esagerata, non sembra essere nemmeno troppo cercata e perseguita, è difficile intuire le motivazioni dell'uomo verso l'impresa, la dedizione a un mestiere che sta mettendo in crisi il suo matrimonio con la moglie Janet (Claire Foy) che, proprio come lo spettatore, non riesce a capire fino in fondo cosa c'è dentro l'uomo che ha sposato, e alla fine l'unica risposta sembra essere il lutto per quella piccola bambina, ma come si ricollega questo al rischio di non vedere più la moglie e i suoi due figli maschi ancora in vita? Ryan Gosling recita di conseguenza, introspettivo, pochi sussulti, mette in scena un uomo compassato, estraneo agli entusiasmi, funzionale e quindi perfetto per la NASA. Nell'economia della vicenda Collins (Lukas Haas) quasi non esiste, di Aldrin (Corey Stall) non ne esce un ritratto proprio entusiasmante, per il resto tante sequenze domestiche, quotidiane, di addestramento, a tratteggiare un uomo molto lontano dalla figura dell'eroe.

Formalmente un bel film, Chazelle ha i numeri, ha il budget, ha gli attori, un libro da cui partire, un'impresa storica. Purtroppo il tutto si traduce in un film discreto incapace di lasciare veramente il segno, soprattutto in questi anni in cui lo spazio al Cinema l'abbiamo visto davvero in tutte le salse.

martedì 12 novembre 2019

LA LA LAND

(di Damien Chazelle, 2016)

Ci sono film che sembrano avere come scopo principale la celebrazione della Hollywood che fu, un'industria cinematografica inevitabilmente cambiata nel corso degli anni e che per diverse ragioni può dar vita a moti nostalgici e professioni d'amore genuine e più che giustificate. C'è un tipo di Cinema che ormai non si fa (quasi) più, pensiamo alla commedia brillante o di genere slapstick, al musical o a tutte quelle produzioni enormi che ora sono appannaggio del digitale (le migliaia di comparse per il peplum ad esempio). A quella Hollywood guardano con amore e affetto alcune pellicole recenti, dall'ultimo Tarantino di C'era una volta a... Hollywood all'Ave Cesare! dei fratelli Coen a Tutto può accadere a Broadway di Bogdanovich ma anche in maniera più laterale il Café Society di Allen, il remake di A star is born di Cooper e anche (e più di altri) questo La La Land di Damien Chazelle. Quest'ultimo percorrendo la via del musical lo fa a maggior ragione, perché nonostante la nuova ondata dei 70 che partorì ottimi esiti (The Rocky horror picture show, Hair, Grease, Jesus Christ Superstar, Tommy, etc...) e i più recenti tentativi di revival del genere, in fin dei conti Gene Kelly, Fred Astaire, Stanley Donen, Vincente Minnelli sono morti, e la loro arte con loro.


È nell'ottica dell'omaggio che si muove La la land, inserendo in un contesto cantereccio e danzereccio la più classica delle storie d'amore, Chazelle sceglie due ottimi attori per interpretare i suoi personaggi, Ryan Gosling ed Emma Stone, che cantano, ballano, suonano (?) ma che lasciano trasparire in fondo di non essere cantanti, ballerini, musicisti ma solo appunto ottimi attori. Qualche passaggio un poco più impacciato e scolastico c'è, eppure il tono lieve e le indubbie capacità del regista e di chi ha curato scenografie e soprattutto coreografie rendono La la land un film molto piacevole dove più che i numeri musicali e danzanti, non tutti eccelsi e nemmeno troppo invasivi, a catturare l'attenzione è la storia romantica tra due personaggi molto indovinati in fase di scrittura, una stesura leggiadra che dona la giusta grazia e leggerezza necessaria per un film di questo genere.


Si apre con un ingorgo autostradale, uno di quelli quotidiani di una Los Angeles sempre indaffarata, Chazelle dirige una coreografia corale complessa e spettacolare sul primo brano di facile presa del film, spara colori accesi, gioca con le inquadrature e inscena un primo incontro come da copione problematico tra Mia Dolan (Emma Stone), aspirante attrice, e Sebastian Wilder (Ryan Gosling), musicista jazz col sogno di acquistare e rilanciare uno storico locale jazz ormai decaduto. Da lì in avanti è un attimo appassionarsi alla storia d'amore tra i due protagonisti, divisi tra questo rapporto e i loro rispettivi sogni, per realizzare i quali conteranno l'uno sull'altro, si daranno manforte, si scontreranno fino a un finale che riserva più d'una sorpresa.


La la land (ri)propone un genere quasi estinto e lo fa con una dose di leggerezza e brio davvero preziosa, forse manca il talento vero nel realizzare un certo tipo di coreografie e di passaggi (purtroppo ho sempre in mente Gene Kelly che amo profondamente) ma si compensa tutto con la recitazione, con un'ottima regia e proprio con quel pizzico di nostalgia che operazioni come questa sanno scatenare. La la land porta a casa ben cinque Oscar (regia, miglior attrice, canzone, colonna sonora, fotografia e scenografia, e contandoli bene sono sei) tutto sommato tutti giustificati e ancora una volta, caso isolato in mezzo al deserto, apre la porta su un genere che in fondo è possibile rivitalizzare, in attesa che qualcun'altro colga la palla al balzo.

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