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venerdì 1 marzo 2024

BYZANTIUM

(di Neil Jordan, 2013)

È probabile che, andando contro al celebre detto, anche cinque o sei indizi possano non fare una prova, certo è che messi insieme questi diventino perlomeno una discreta indicazione. Questa volta ci ripetiamo, lo si era già detto in occasione del commento a Triplo gioco dello stesso Neil Jordan, commento al quale la visione di questo Byzantium diventa una (abbastanza) solida conferma: al cinema di Neil Jordan sembra mancare sempre un qualcosa per esplodere, convincere appieno e farsi ricordare. Ancora lontani dall'aver esaminato l'intera opera del regista, si può però considerare parecchio significativo, in merito alla formulazione di un giudizio seppur parziale, il peso di opere quali Non siamo angeli, Intervista col vampiro, Michael Collins, Triplo gioco, Breakfast on Pluto e buon ultimo anche questo Byzantium, film spalmati lungo i decenni, tutti onesti e ben fruibili (anche se di Michael Collins ne ho un ricordo intorpidito) ma mai entusiasmanti. Con Byzantium, a distanza di quasi vent'anni da Intervista col vampiro, Jordan torna ai succhiasangue narrandone ancora una volta un'esistenza che si dipana, tra eventi attuali e ricordi dei protagonisti, lungo il corso dei secoli. Meno romantica del predecessore anche questa sortita nel mondo degli abitanti della notte (che in realtà qui si muovono tranquillamente anche di giorno) nasce dalla penna di una donna, per Intervista col vampiro la fonte era il romanzo omonimo di Ann Rice, per Byzantium alla base abbiamo invece una pièce teatrale firmata da Moira Buffini (A vampyre story), qui anche sceneggiatrice.

Clara (Gemma Arterton) ed Eleanor (Saoirse Ronan) vivono in un fatiscente caseggiato inglese, sono due vampire; Clara lavora come ballerina in un night e non è nuova al mestiere più antico del mondo, la donna si preoccupa di procurarsi da vivere per lei e per la sorella Eleanor. Questa, più giovane anche nell'aspetto (in realtà entrambe sono pluricentenarie), limita le sue sortite alla ricerca di plasma e globuli rossi ai danni di uomini già morenti, Clara è invece più spregiudicata e diretta. Appartenenti come spiegato in diversi flashback alla congrega dei vampiri, da questa Clara e Eleanor non sono ben viste in quanto donne; nel momento in cui qualche regola della confraternita viene elusa le due "ragazze" diventano prede di una caccia feroce che porterà le nostre a nascondersi ad Hastings, all'interno di un hotel in rovina, il Byzantium, di proprietà del timido Kevin (Tom Hollander), uomo mite e debole presto soggiogato dall'avvenente e disinibita Clara. Il Byzantium diventa così il nuovo rifugio delle due sorelle; ad Hastings Eleanor incontra un ragazzo di nome Frank (Caleb Landry Jones) che finirà per piacerle e nel quale troverà un confidente; da tempo Eleanor sente la necessità di raccontare a qualcuno del suo retaggio, più volte la vampira ha scritto la sua storia, la frequentazione insieme a Frank di un corso di scrittura creativa sarà l'occasione per far emergere il suo inconfessabile segreto. Seguiranno tragedie.

L'elemento di maggior interesse nel film di Jordan è dato dalle due figure femminili, donne già ostracizzate secoli addietro in quanto accettate di controvoglia in un mondo (la fratellanza) prettamente maschile e che le vede come oggetti di consumo (lo sfruttamento sessuale, i ripetuti tentativi di violenza). La Arterton e la Ronan riescono a delineare due vampiri dal carattere molto diverso, il desiderio di libertà e di verità della più giovane porta la coppia di ragazze ad avere più di un problema e nel percorso di svelamento della loro vera natura regalerà alla Ronan i passaggi drammatici più efficaci del film, capaci di farne uscire il limpido talento che si staglia anche sulla prova della coprotagonista Arterton. Eleganti e d'impatto alcune scene costruite da Jordan come i bagni nella cascata di sangue e l'ingresso con l'insegna gialla dell'hotel Byzantium ben scenografato in tutti i suoi interni, ottima ricostruzione d'ambiente. Jordan lavora bene con i rossi, ritornanti anche in alcuni costumi, delinea una visualità elegante che ammanta un film ancora una volta piacevole ma non memorabile, mette da parte alcune convenzioni trite sulla figura del vampiro (un punto a favore) e cesella due donne nelle quali, nonostante i secoli d'età, si leggono ancora i traumi della crescita per una e la responsabilità della tutela per l'altra. Non male quindi, aspetto però ancora la folgorazione.

venerdì 6 maggio 2022

TRIPLO GIOCO

(The good thief di Neil Jordan, 2002)

Pur non essendo un esegeta del cinema di Neil Jordan, aperto quindi al cambiamento d'opinione e conscio che una buona manciata di titoli non facciano una filmografia intera, resta l'impressione che ai film del regista irlandese manchi sempre quel qualcosa per risultare memorabili. Prendiamo ad esempio proprio Triplo gioco: in questo film in fondo non c'è nulla che non vada, lo si guarda volentieri, non ha particolari momenti di stanca, presenta una regia anche ricercata (forse fin troppo) affatto tirata via, tutto scorre bene però... dovremmo essere nel campo del noir, Triplo gioco è in realtà una sorta di leggero heist movie scopertissimo fin dal titolo; il côté criminale del sud della Francia (siamo tra Nizza e Montecarlo), il rapporto ladro/poliziotto, i vizi della malavita, la fanciulla da salvare, sono tutti elementi che rimandano come già detto al genere noir, genere che da manuale si vorrebbe passionale, maledetto e sanguigno, non che non si possano offrire varianti al tema, anche eleganti come in questo caso, però rimane sempre quel dubbio lì, ti chiedi cosa manchi a questo film, poi magari ti viene in mente pure Olivier Marchal e allora addio, non c'è più niente da fare, buonanotte e arrivederci. Tra l'altro Triplo gioco è anche remake di Bob il giocatore, film del 1956 diretto da Jean-Pierre Melville, non proprio l'ultimo arrivato nel campo del noir...

Bob Montagnet (Nick Nolte) è un americano trapiantato a Nizza, ladro, giocatore d'azzardo, tossicodipendente, buono di cuore (il titolo originale è Il buon ladrone con tanto di riferimento biblico). In preda ai fumi di alcool e droga, durante una serata di gioco, Bob si spende per "salvare" la giovane Anne (Nutsa Kukhianidze) da un destino di prostituzione al servizio di Remi (Marc Lavoine). Poco dopo, durante un'irruzione dei flics il buon Bob toglie dai guai anche il detective Roger (Tchéky Karyo) con il quale ha un rapporto di reciproco rispetto, lo stesso detective preferirebbe non vedere Montagnet dall'altra parte delle sbarre. È un periodo dove per Bob sembra che la fortuna guardi costantemente dall'altra parte e, per un giocatore pieno di vizi come lui, questo è un bel problema. Così quando l'amico Raoul (Gèrard Damon) gli propone un grosso colpo al casinò Riviera di Montecarlo a Bob non resterà che accettare e mettere su una squadra che lavorerà su un duplice obiettivo, tra i componenti il giovane maghrebino Paulo (Saïd Taghmaoui) che perderà un po' la testa per la bella Anne, e il contatto Vladimir (Emir Kusturica), l'uomo che ha installato il sistema di sorveglianza del casinò.

Nulla da dire sotto il profilo della realizzazione tecnica, come già accennato la regia di Jordan non è per nulla noiosa, si appoggia alla fotografia originale di Chris Menges che riesce a creare diversi momenti stranianti, gioca con gli stacchi repentini garantiti dalla tecnica del freeze frame (forse se ne abusa anche un po'), valorizza la musica di Goldenthal e questa le immagini, al centro della scena un'ottimo Nick Nolte. Eppure il film non ci tocca, non lascia il segno, personaggi di contorno poco o nulla approfonditi a eccezione di un lieve tratteggio per la giovane Anne, sotto i riflettori c'è Bob con una storia che, a parte per i primi minuti di film, perde presto la sua aura maudit per entrare nel gioco intuibile dell'heist, né troppo glamour né particolarmente ficcante. Non siamo di fronte a un Ocean's eleven (e questo può essere anche un bene per un noir) ma nemmeno al cospetto di uno di quei grandi esiti di genere che il cinema francese ha saputo regalarci nel corso degli anni (il film è una coproduzione tra più paesi). Come si diceva in principio l'impressione è che manchi qualcosa, la giusta profondità, la veridicità d'ambiente nonostante il milieu multiculturale assemblato per il film, comparsata di Ralph Fiennes, abbastanza innocua anche questa, e più o meno è tutto. Visione consigliata per chi ama il genere, in fondo è giusto giudicare sempre con i propri occhi, a parere di chi scrive Triplo gioco è un film che non trova motivi per imprimersi nella memoria dello spettatore.

martedì 21 agosto 2018

BREAKFAST ON PLUTO

(di Neil Jordan, 2005)

Con un po' di leggerezza tutto è possibile, anche ritrovarsi a fare colazione su Plutone, proprio come recita la canzone di Don Partridge dal titolo omonimo a quello del film. Ed è con incredibile leggerezza e qualche secchiata d'irriverenza che Neil Jordan fa attraversare a Patrick "Paddy" "Kitten" Braden (Cillian Murphy) il corso della sua non semplice esistenza: nato irlandese, cresciuto negli anni dei troubles, i tumulti dovuti al contrasto tra indipendentisti irlandesi ed esercito inglese, portatore orgoglioso della condizione di omosessuale in un paese cattolico, in anni dove ancora molte cose erano fonte di scandalo; ciò nonostante "Gattina" affronta la vita con una positività che per altri non sarebbe nemmeno possibile immaginare, continuando a chiedersi giorno dopo giorno perché tutto debba sempre essere così serio.

Fin dagli inizi nulla è facile per Patrick Braden, figlio del peccato tra un prete cattolico (Liam Neeson) e la sua giovane e bella governante (Eily Bergin), il bambino viene abbandonato dalla stessa madre davanti alla chiesa del padre poco prima di fuggire verso Londra. Il piccolo verrà affidato dal prete a una famiglia adottiva che però mostrerà segni di intolleranza e sconcerto ai primi segnali di confusione sessuale da parte del bambino. In realtà confuso Paddy non lo è mai stato, e nemmeno tenta di nascondere la sua natura arrivando a tenere comportamenti provocatori e irriverenti, difficili da accettare per la famiglia e la scuola cattolica che il ragazzo frequenta. Nonostante le avversità Patrick attraversa la vita con il sorriso sulle labbra, anche i colpi più duri (e ce ne saranno) non riusciranno a scalfire l'indole positiva di un essere sincero alla ricerca del suo posto nel mondo.


Fin dalle prime sequenze la camera di Neil Jordan vola, si muove senza peso, quasi a sottolineare la leggerezza con cui il regista decide di narrare le vicende tratte dal libro di Patrick McCabe, una scelta stilistica e di contenuto che lascerà quindi sullo sfondo le violenze di quegli anni e le conseguenze più dure delle azioni dell'IRA, concentrandosi sulla storia di Patrick, sui suoi amori (uno in particolare), sui suoi amici, e sul viaggio che la nostra Gattina intraprenderà alla ricerca di una madre persa ormai da troppo tempo. Anche la scansione della vicenda è frammentata in tanti brevi capitoli, ognuno con un suo titolo e una sua musica d'apertura, che rendono più lieve la visione di un film che supera abbondantemente le due ore di durata. I toni sono alleggeriti da due pettirossi che sottolineano in maniera surreale alcuni passaggi della vicenda, da citazioni pop (è sempre un piacere vedere i Dalek di Doctor Who) e da una serie di incontri un po' fuori dagli schemi: quello con il cantante Billy Hatchett (interpretato da Gavin Friday, cantante dei Virgin Prunes) con il quale Patrick allaccerà una relazione d'amore e anche professionale (se vogliamo definirla così), quello con l'iracondo John Joe Kenny (Brendan Gleeson) che per campare intrattiene bambini dentro un costume da strano esserino peloso e quello con l'illusionista Bertie Vaughan (Stephen Rea) del quale Patrick diverrà l'assistente. Infine la famiglia, quella vera.

Al centro della storia un Cillian Murphy strepitoso, attore dal volto lievemente androgino e dai lineamenti di una delicatezza estrema, probabilmente la miglior scelta possibile per interpretare questo irlandese innocente e abbandonato, perfetto nelle movenze, nel look, negli atteggiamenti. Insieme a lui un bel cast composto da nomi noti e meno noti che donano davvero tanto colore al film di Jordan. Breakfast on Pluto non si rivela a conti fatti un film imperdibile, forse proprio in virtù di questa leggerezza diffusa e dello sviluppo di temi e ambienti che sicuramente sono venuti fuori meglio in altri film, rimane però un gradevole esempio di come argomenti seri possano venire trattati in maniera sempre rispettosa ma differente, e pone sotto i riflettori la figura di un bel protagonista al quale ci si affeziona e di cui si seguono con curiosità peripezie e destino. Tutto sommato può anche bastare.

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