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domenica 28 aprile 2024

PRIMER

(di Shane Carruth, 2004)

Non è passato molto tempo da quando ci siamo occupati di Upstream color, enigmatica opera seconda del regista originario della Carolina del Sud Shane Carruth, oggi, giusto per rimanere in tema, facciamo un salto indietro nel tempo e diamo un'occhiata al lungo d'esordio del regista, quel Primer che fin da subito si è visto affibbiare l'etichetta di "film cervello" e che ha scatenato diverse discussione sul web da parte di fan e detrattori per cercare di venire a capo di una struttura complessa che, come succederà anche con il film successivo, rende l'opera parecchio criptica se non proprio ostica. In realtà Primer, seppur complesso nella sua struttura narrativa (tanto da richiedere un piccolo schema esplicativo sulla sua pagina di Wikipedia), resta più inquadrabile rispetto al suo successore. Se in Upstream color si naviga a vista qui almeno lo spettatore ha ben chiaro di cosa il film si occupi, cioè i viaggi nel tempo. Magari Carruth affronta l'argomento con un piglio inedito e, per diversi motivi, con una narrazione poco chiara da seguire e complicata per il pubblico italiano dall'impossibilità di vedere il film doppiato (è su Mubi che presenta solo lingue originali con sottotitoli), però il contesto è limpido, sappiamo cosa stanno facendo i personaggi e anche perché, il come ecco... magari questo sì è da capire e decifrare, ma per questo tipo di film proprio questo aspetto potrebbe essere "il loro bello" (poi qualcuno citando Abatantuono potrà pur dire "sarà il suo bello ma a me mi fa cagare").

Quattro amici, tutti ingegneri, nel loro tempo libero lavorano nel garage di uno di loro, Aaron (Shane Carruth), a un esperimento portato avanti utilizzando pezzi di recupero e materiali sottratti dal posto di lavoro o da apparecchiature private dei quattro amici. Il gruppo, di cui fanno parte anche Abe (David Sullivan), Robert (Casey Gooden) e Phil (Anand Upadhyaya) non naviga nell'oro e sta cercando un qualcosa che possa dare una svolta alle rispettive vite; all'apparenza però i rapporti tra i quattro non sono completamente distesi, forse divergenze di opinioni e un po' di frustrazione stanno minando i loro esperimenti volti a studiare una forma di levitazione magnetica (o qualcosa di simile). Poi un fatto casuale porta uno di loro, Abe, ad approfondire alcuni elementi, riflessioni scaturite dal formarsi di una muffa a contatto di uno dei piccoli oggetti utilizzati per l'esperimento. Abe scopre che questa muffa si è sviluppata a una velocità che in natura non sarebbe possibile, ipotizza quindi una sorta di viaggio nel tempo compiuto dall'oggetto all'interno del macchinario usato dal gruppo per l'esperimento, unica possibilità per cui la muffa possa essersi sviluppata in tale fretta. In solitaria Abe porterà l'esperimento su un altro livello per permetterne l'applicazione su scala "umana", solo in seguito Abe coinvolgerà nella sua scoperta anche l'amico Aaron.

Come si diceva, più chiaro il contesto rispetto a Upstream color ma dannatamente complesso capirne lo sviluppo; in rete è possibile trovare dei piccoli studi sul film alcuni dei quali hanno la ragguardevole capacità di riuscire a farvi capire ancora meno di questo Primer rispetto a quel che possiate aver pensato di aver capito a fine prima visione (visioni successive e multiple sono necessarie per iniziare a orientarsi). Carruth, che di formazione è un matematico teorico, non indugia tanto sui paradossi temporali, i protagonisti cercano infatti dei modi per evitare qualsiasi possibilità di intoppo o alterazione alla loro realtà, gioca invece su un multilivello per cui ogni azione dei protagonisti che coinvolga la macchina del tempo andrà a creare una linea temporale alternativa e aggiuntiva all'originale (o così credo d'aver capito, ma non è mica detto...) ma il singolo componente, Abe o Aaron nel nostro caso, continuerà a esistere su una sua linea temporale per lui canonica ma con la possibilità di avvantaggiarsi dei propri brevi viaggi (la macchina ha capacità molto limitata) semplicemente anticipando i movimenti di borsa e investendo di conseguenza. Non è chiaro purtroppo come funzioni l'alternarsi in video di queste linee temporali anche se il flusso dovrebbe essere ben codificato, non è chiaro nemmeno se il flusso narrativo utilizzato da Carruth sia coerente e totale o se la proposta al pubblico sia frammentaria o sfasata rispetto alla totalità degli eventi. Visivamente si percepisce la povertà dei mezzi (si dice 7.000$ di budget), la grana dell'immagine non è pulita, la cromia è straniante e in generale tutta la fotografia (di Carruth che dirige, interpreta, scrive, pensa, monta, produce, musica, forse un po' troppo, "sì ma ti calmi" direbbero i giovani d'oggi) contribuisce a creare un senso di realtà sospesa che ben si sposa con il concetto di "fuori dal tempo", che poi non è proprio quello presente nel film ma tant'è... in fondo qual è proprio questo concetto presente nel film? Forse un po' troppo enigmatico questo Primer ma Carruth ha la capacità di affascinare e intrigare, i fan delle "seghe mentali" troveranno pane per i loro denti.

mercoledì 28 febbraio 2024

UPSTREAM COLOR

(di Shane Carruth, 2013)

Ci è già capitato in passato di affermare come per film particolarmente enigmatici o che semplicemente richiedano allo spettatore uno sforzo interpretativo più consistente del normale, sia tutto sommato semplice sposare una linea di lettura e andare poi a cercare nell'opera elementi che possano corroborarla o quantomeno renderla (per quanto possibile) un minimo credibile. Nulla di male in questo, è fuori di dubbio come molti critici o anche semplici amanti del cinema si dilettino nella maniera più onesta e appassionata a questa pratica che può facilmente rivelarsi stimolante e finanche divertente. Upstream color, secondo lungometraggio del regista statunitense Shane Carruth, si presta in toto all'essere sviscerato dall'intelletto dello spettatore più volenteroso alla ricerca di un recondito significato dell'opera, cosa tra l'altro impossibile da trovare se non nel campo delle ipotesi o delle speculazioni, le certezze non abitano da queste parti (e a sentire chi ha visionato anche l'esordio Primer non abitano nemmeno in casa Carruth). Film ermetico quindi che apre il fianco a dibattiti senza fornire risposta alcuna; genio dell'autore? Volontà di confondere le acque? Approccio "arty"? Supercazzola per immagini (e poche parole)? Ai posteri, o anche a voi amati lettori, l'ardua sentenza!

Kris (Amy Seimetz) è una donna con una vita all'apparenza normale; una sera viene aggredita da uno sconosciuto (Thiago Martins) che la costringe a ingoiare una larva coltivata e trattata dallo stesso e da un team di suoi giovani collaboratori. Questa larva entra nell'organismo di Kris inducendole un forte stato ipnotico che la porta a trovarsi alla completa mercé del suo aggressore che pian piano riesce a portarle via l'intera sua vita: tutti i suoi risparmi, la casa, alla fine anche il lavoro e la possibilità di mantenersi da sola. Quando l'insolito criminale sembra aver sfruttato appieno Kris questa, sempre attraverso il parassita che ora le abita il corpo, viene attratta da un altro uomo misterioso che potremmo chiamare l'uomo dei maiali (Andrew Sensenig), all'apparenza non chiaramente intenzionato a far del male alla donna, infatti questi la libera dalla larva trasferendola in un maialino; Kris è ora libera, senza più nulla al mondo ma, forse, con qualche tipo di legame residuo con quel suino. Poi arriva Jeff (lo stesso regista Shane Carruth), un uomo che sembra aver subito esperienze simili a quelle di Kris, si conoscono in metro, la loro unione potrà diventare un'amplificarsi del trauma o, se i due si dimostreranno forti e fortunati, magari una cura per entrambi.

Carruth, tramite l'utilizzo di immagini e sequenze suggestive e avvolgenti, costruisce una (non) storia dalla difficile interpretazione. Da due situazioni di crisi, una sola ben esplicitata allo spettatore (quella di Kris) si arriva a quella che potrebbe essere vista o come una storia d'amore difficile e screziata di follia o come una cura, un sostegno da trovare (l'uno) nell'altro per affrontare e sconfiggere le difficoltà e le minacce poste dal mondo esterno, possibile metafora della società moderna in cui ci troviamo a vivere. Ma, sempre rimanendo nel campo delle elucubrazioni, anche una ritrovata libertà (Kris si libera dal verme) può essere solo apparente e qualcun altro per noi continua a tirare i fili del gioco (Kris è ancora in qualche modo legata al maiale e all'uomo dei maiali). E pure quando il male evidente può sembrare sconfitto, siamo poi proprio sicuri che i processi che stanno sopra di noi siano effettivamente debellati? (è finita davvero la minaccia del controllo esterno? Tema di grande attualità). Sono parecchie le tesi che possono accostarsi al film di Carruths: controllo, elaborazione del trauma, guarigione tramite relazione, caso e insondabilità degli eventi; ad ogni modo il film è godibile, forse profondo, forse solo paraculo, di certo affascinante, ben diretto e studiato. Vi piace interrogarvi su strutture poco limpide e significati reconditi? Upstream color è il film che fa per voi.

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