domenica 2 agosto 2026

SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY

(di Destin Daniel Cretton, 2026)

In casa Marvel Studios il brand dedicato allo Spider-Man interpretato da Tom Holland, almeno negli ultimi anni, sembra essere uno di quelli che funzionano meglio, sia dal punto di vista degli incassi, sia, tutto sommato, dal punto di vista qualitativo (il riferimento è a un cinema di puro intrattenimento). Sono stati parecchi i passi falsi e le operazioni di dubbia riuscita che si sono messe in cantiere all’interno del Marvel Cinematic Universe da diverso tempo a questa parte e, spesso, il problema è sembrato essere proprio l’appartenenza di questi progetti a un universo condiviso diventato via via troppo grande, troppo allargato, troppo collegato, un universo che tra film, serie televisive e prodotti d’animazione prevede una visione globale troppo impegnativa (in termini di tempo, non di intelletto), una problematica acuita anche dai troppi ingarbugliati pasticci messi in pista dalla gestione cervellotica del multiverso. A questi problemi sembra, almeno in parte, voler porre rimedio il nuovo Spider-Man: Brand New Day. Ci eravamo lasciati alla fine dell’episodio precedente (Spider-Man: No Way Home) con un mondo che ha completamente dimenticato l’esistenza di Peter Parker, compresi i suoi più cari amici come M.J. e Ned Leeds. Il regista Destin Daniel Cretton, già autore in Marvel del discreto Shang Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, cerca di riportare la storia di Peter alle origini, con i dovuti distinguo derivanti dalle evoluzioni legate ai film precedenti, un lavoro che in parte riesce e dona freschezza al film, accantonando per un momento anche le variabili legate al multiverso; rimane il fatto che, come in molti tasselli del MCU, è d’obbligo lavorare anche per la costruzione dei prossimi passi di questo universo condiviso, sviando così l’attenzione dal fulcro dei personaggi, percorrendo strade anche interessanti (parecchio per i Marvel fan) ma che per forza di cose fanno anche perdere un poco il centro a un film che, se si fosse potuto concentrare solo su Spider-Man e comprimari, avrebbe sicuramente acquisito maggiore profondità e interesse.

New York (e il mondo) ha dimenticato chi sia Peter Parker (Tom Holland); al contrario il supereroe Spider-Man è diventato il beniamino della folla. Peter, ormai senza più legami, può dedicare molto tempo alla sua attività di eroe, facilitato in questo dal rapporto diretto con l’ispettrice di polizia Jean DeWolff (Liza Colón-Zayas). Purtroppo Peter deve convivere con la dolorosa realtà di non poter più interagire con i suoi affetti più cari: con la sua amata M.J. (Zendaya) e con il suo migliore amico Ned “l’uomo sulla sedia” Leeds (Jacob Batalon). Durante una delle sue azioni per proteggere la città, Spider-Man si imbatte in un nuovo e misterioso avversario con la capacità di saltare da un corpo all’altro impossessandosene. Questi sta tentando in ogni modo di penetrare le misure di sicurezza della Damage Control, un’azienda in possesso di tecnologie e studi avanzati, alla ricerca di un altrettanto misterioso elemento chiamato V-Max. Nelle operazioni del nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere, viene coinvolto anche Frank Castle, alias il Punitore (Jon Bernthal), con il quale il nostro sembra avere dei trascorsi. Oltre a questa gatta da pelare, Spider-Man dovrà affrontare una sorta di mutazione del DNA scatenata dal trauma di aver visto i suoi amici iniziare una nuova vita senza di lui. Le cose si complicheranno sempre più fino al disvelamento dell’identità del nuovo avversario, una figura di primo piano di cui, ne siamo certi, sentiremo nuovamente parlare nei prossimi film del Marvel Cinematic Universe.

Nel complesso Spider-Man: Brand New Day è un buon film, divertente e ben riuscito, dalle qualità tecniche e coreografiche davvero notevoli, il regista Destin Daniel Cretton, da questo punto di vista, aveva dimostrato di saperci fare già con il precedente Shang Chi e la leggenda dei Dieci Anelli. Come già accennato, sembra che con questo film si sia voluto portare Spider-Man a una dimensione un poco più semplice, urbana, a un Uomo Ragno dotato di una tecnologia meno invadente, che usa l’I.A. ma che non può più contare su tutto l’armamentario fornitogli da Tony Stark. È un eroe giovane, ma capace di camminare sulle sue gambe. Se Peter è ormai, in maniera forzata, un solitario, Spider-Man può avvalersi dell’aiuto della DeWolff, una donna che si preoccupa, pur non conoscendolo, anche del ragazzo sotto la maschera; è spalleggiato anche da un Punitore decisamente più “morbido” di quello visto nella serie Netflix, versione forse troppo problematica da inserire senza ritocchi in un film su Spider-Man, personaggio amato anche dai più piccoli. Inoltre compaiono in ruoli sfiziosi da co-protagonisti anche Bruce Banner/Hulk (Mark Ruffalo) e Yelena “Vedova Nera” Belova (Florence Pugh). Ciò che però è veramente riuscito in Brand New Day, e che avrebbe potuto marchiare ancor di più il film se non ci si fosse persi in sequenze action e nell’introduzione di nuovi personaggi, è il dolore di Peter nel vedere M. J. condurre la sua vita insieme ad altre persone, vicino a un ragazzo che non è più lui, senza nessun ricordo del loro amore; Peter è stato cancellato dalla vita di M. J.; semplicemente non c’è più. È una tematica che viene fuori bene almeno in due o tre sequenze, una delle quali realmente crudele e nella quale è coinvolto il nuovo personaggio affidato alla più recente star del MCU: Sadie Sink (della quale non diciamo troppo a vantaggio di chi non avesse ancora visto il film). Pensate se la persona che amate, per un intervento magico (Doctor Strange) o demoniaco (Mefisto, nei fumetti), si dimenticasse di voi e per qualche motivo voi non poteste più rientrare nella sua vita. O, per farla più semplice e realistica, se una persona che amaste portasse avanti la sua vita, a fianco di altre persone, e per mille motivi voi non poteste farne parte. Vengono in mente i bellissimi versi scritti da Eddie Vedder per la magnifica Black dei Pearl Jam (I know someday you’ll have a beautiful life / I know you’ll be a star / in somebody else’s sky / but why? Why? / Why can’t it be, can’t it be mine?). Immaginate il dolore? Sì, lo immaginate. Ecco, forse tutto Brand New Day avrebbe dovuto ruotare intorno a questo perno, ma forse sono io che con l’età sto diventando troppo romantico e il film, in fondo, va bene anche così com’è. E poi c’è lei, c’è Maxine, c’è Sadie, c’è…

sabato 1 agosto 2026

ODISSEA

(The Odyssey di Christopher Nolan, 2026)

Andando a vedere l’Odissea di Christopher Nolan non si va a vedere solo una trasposizione moderna del poema omerico, con le sue interpretazioni pacifiste e femministe: si va a vederne una versione che poggia sull’idea di cinema del regista britannico, ovvero un’idea che ne rinverdisce la tradizione spettacolare, sicuramente al passo coi tempi e anche più (pare in Italia non ci sia nessuna sala davvero attrezzata per gustare al meglio la versione in pellicola IMAX a 70 mm), ma è anche una visione attenta a non concedere troppo a quelle tecnologie che potrebbero in futuro comprometterne l’essenza (del cinema) che fino a qui abbiamo imparato tutti ad amare. Di conseguenza effetti digitali mantenuti al minimo, niente intelligenza artificiale, addirittura un enorme pupazzo realizzato in animatronica (poi rifinito con effetti visivi) per realizzare il gigante Polifemo. Sembra quasi di ritornare all’antichità quando si legge delle strutture realizzate per insonorizzare le cineprese IMAX, proprio come si faceva quando nacque il cinema sonoro per insonorizzare le cineprese allora troppo rumorose. Insomma, un bel blockbuster di oggi ma con un occhio di riguardo per il caro vecchio analogico. Sì, un blockbuster: certo, Nolan può rientrare a pieno diritto nella categoria degli Autori (ci metto anche la maiuscola, per esagerare), ma è indubbio che l’Odissea lo sia. Volete una prova? Ve ne do almeno dieci: Anne Hathaway, Matt Damon, Zendaya, Robert Pattinson, Charlize Theron, Tom Holland, Jon Bernthal, Eliot Page, Mia Goth, Himesh Patel (e potremmo aggiungere anche John Leguizamo, Lupita Nyong’o, Samantha Morton, Travis Scott, Benny Safdie), una parata di divi come raramente ormai si vede sul grande schermo.


La struttura narrativa che sceglie di seguire Nolan è episodica, e tutto sommato le (dis)avventure di Ulisse (Matt Damon) ben si prestano a questo format. Il viaggio di ritorno di Odisseo verso Itaca, allo spettatore viene narrato dallo stesso Ulisse, che tenta di rammentare le fasi del suo viaggio raccontandolo alla ninfa Calipso (Charlize Theron), da Menelao (Jon Bernthal) che parla a Telemaco, e dal bardo Travis Scott (rapper di mestiere), riprendendo la tradizione orale dei poemi dell’antichità. Così, dopo la distruzione di Troia dovuta all’arguta idea del noto cavallo ligneo, Ulisse e i suoi, nel tentativo di tornare a casa, si imbattono nel gigante Polifemo; in seguito, sbarcati su Eea, nei cybermen del Doctor Who (o forse sono i Lestrigoni, non ho ancora ben capito e Nolan non è che ce lo spieghi più di tanto) che decimano l’equipaggio, provocando un po’ di sfiducia nei sodali di Ulisse come Euriloco (Himesh Patel). Così, accompagnato dalle visioni della dea Atena (Zendaya), Ulisse persegue l’obiettivo del ritorno a casa (con più convinzione dell’Ulisse cartaceo, più propenso al comodo sollazzo) mentre a casa Penelope (Anne Hathaway) tenta di tenere insieme il regno rimandando, giorno dopo giorno, la scelta di un nuovo marito chiesta a gran voce dai pretendenti (i proci) tra i quali spicca il vile Antinoo (Robert Pattinson). Nel frattempo, Telemaco (Tom Holland), figlio di Ulisse, parte alla ricerca di notizie sul padre. Tutti questi episodi convergeranno verso un finale al quale Nolan concede un tocco di novità di suo pugno (bisognerà pur in qualche modo alimentare la speranza di un futuro migliore, no?).


Pur potendo contare su recensioni perlopiù positive, Nolan, come spesso accade per le opere appartenenti alla sua più recente parte di carriera, si dimostra un regista divisivo, in un’accezione artistica e lontana dalla connotazione politica che lo sterile dibattito partitico italiano ha conferito al termine. Non sono mancate le critiche, anche aspre, portate da personalità autorevoli, come quelle della traduttrice in lingua inglese del poema, Emily Wilson (articolo de ilPost.it): “superficiale, arido, poco rispettoso del testo originale”, sono alcune delle osservazioni mosse al film dalla traduttrice. Di contro, lo stimato Giona A. Nazzaro (massimo dei voti al film), dipinge Nolan come uno degli alfieri votati alla conservazione di un cinema che (forse) a breve non sarà più. Potrebbe sembrare facile dire come la verità stia nel mezzo, quel che c’è da capire è da che punto di vista si voglia giudicare un’opera affatto semplice da giudicare. È davvero lecito pensare che in meno di tre ore si possa condensare l’Odissea mantenendone la profondità di tutti i personaggi coinvolti, le loro motivazioni, l’adesione al testo, la completezza e finanche la limpida chiarezza degli eventi? Sembra un’impresa improba, anche per Nolan, regista al quale il coraggio di certo non manca. D’altro canto, si può valutarne solo l’importanza del gesto, la filosofia alla base e a monte del film, trascurando i vari difettucci che spuntano qua e là nella struttura frammentaria del racconto? Oppure ci si vuole concentrare sugli importanti, seppur magari didascalici, messaggi veicolati dal regista con questa Odissea e tramite i suoi protagonisti? Ovviamente, scegliendo una di queste prospettive, potremmo di volta in volta ottenere giudizi finali molto diversi tra loro.


 L’Odissea di Nolan appare, in effetti, in più di un passaggio un poco affrettata (l’episodio dei Lestrigoni non ha contesto, le sirene passano e vanno in un attimo), in altri può sembrare superficiale o decurtata di profondità e di episodi chiave (il famoso dialogo con Polifemo, la storia della sorella di Circe, tutto il contorno del rapporto con Calipso); è innegabile: qualche difetto c’è. Il tutto è compensato da una messa in scena di grandissimo impatto visivo, da un lavoro sul suono di tutto rispetto, da un cast affiatato e in gran spolvero (anche se un poco straniante, vista la mole esagerata di volti arcinoti), ma soprattutto da alcune delle intuizioni/interpretazioni offerte dal regista al suo pubblico. Ulisse non è l’eroe astuto che garantisce ai suoi la vittoria su Troia dopo dieci lunghi e faticosissimi anni di assedio. O meglio, lo è, ma è anche altro. Ulisse è l’origine del male; è colui che, dando il via a quello che a Troia sarà un efferato massacro che non risparmierà innocenti, donne, vecchi e bambini, per primo tradisce la legge di Zeus, quella sacralità che tanto viene chiamata in causa all’interno della dimora di Penelope e Telemaco per tenere a bada i proci. Il senso di colpa sovrasta l’arguzia del personaggio, un mentitore, come ci dimostra Sinone (Eliot Page). Un senso di colpa che prende corpo nelle sembianze della dea Atena che, con un piccolo e doloroso colpo di scena, si dimostrerà ben altro da quel che fino ad allora abbiamo pensato, rivelando un mondo in fin dei conti abbandonato da Dio e dagli dei, un mondo che riecheggia tutti i peggiori errori che ancora oggi come razza umana riusciamo a compiere. Non lo avremmo pensato, ma, dopo quella di Oppenheimer, Nolan ci mostra l’opera di un altro distruttore. È quindi una narrazione modernissima quella di Nolan, tra traumi autoinflitti (la storia di Atena appunto), istanze femministe, con Circe vendicatrice di tutti i torti perpetrati dagli uomini (veri e propri porci) a danno delle donne, e con una Penelope che rivendica la sua maggiore capacità, anche politica, nei confronti di un figlio convinto di essere più adatto al ruolo di regnante in virtù di “quattro peli sul mento”. Alla fine, per aprire alla speranza, Nolan cambia il finale dell'opera, ma forse, in verità, speranza davvero più non c’è.

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