venerdì 11 settembre 2026

GODZILLA

(Gojira di Ishirō Honda, 1954)

Si potrebbe facilmente pensare che i film con protagonista il gigantesco Godzilla siano semplicemente film “di mostri” votati all’action e al divertimento del pubblico. Magari oggi potrebbe essere anche così (in realtà non saprei, non sono un’esegeta dell’interminabile saga), di sicuro così non era nel 1954, quando Ishirō Honda girò il capostipite di quella che è ormai una serie quasi interminabile di titoli dedicati al lucertolone giapponese (Godzilla, Gojira, è una crasi tra i termini giapponesi per gorilla e balena). Godzilla arriva nei cinema a distanza di nove anni dalle immani tragedie di Hiroshima e Nagasaki, eventi impossibili da dimenticare e metabolizzare in un tempo così breve per il popolo del Giappone che all’epoca, come è naturale che sia, sentiva ancora la tragedia collettiva come qualcosa di indicibile e terribile che continuava a mostrare le conseguenze di un disastro senza precedenti né eguali. È quindi naturale leggere nel film di Honda una metafora scoperta sul trauma causato dal nucleare e dalla bomba atomica, qui palesato non solo dall’esistenza del mostro ma anche dagli esperimenti su un’energia altrettanto devastante portati avanti da uno dei protagonisti del film, il professor Daisuke Serizawa-hakase. Se in questo caso il mostro non viene “creato” dal nucleare, semmai risvegliato e alterato dallo stesso, la bomba Oxygen Destroyer ideata da Serizawa ne contiene la stessa forza distruttiva; sarà solo il sacrificio del suo ideatore a impedire che una forza di tale portata cada nelle mani di un’umanità evidentemente, come ci ha dimostrato la realtà, incapace di gestirla con scopi diversi dalla distruzione.

Al largo delle coste del Giappone affondano alcuni pescherecci in maniera del tutto inspiegabile. Dopo la formulazione di alcune ipotesi e in seguito ad un incredibile avvistamento, viene inviata sul luogo una spedizione diretta dal paleontologo Kyohei Yamane (Takashi Shimura), accompagnato da sua figlia Emiko (Momoko Kōchi) e dal rappresentante della marina Hideto Ogata (Akira Takarada). Qui il gruppo scopre l’esistenza di un mostro gigantesco che si scoprirà essere una sorta di sauro preistorico alterato dalle esplosioni nucleari e da queste risvegliato dal suo letargo. Il mostro, battezzato Godzilla, è un essere alto cinquanta metri e capace di sprigionare energia nucleare dalle fauci, portando nuovo terrore e distruzione tra le città del Giappone. Mentre il professor Yamane professa l’importanza di preservare la bestia per poterla studiare e capire, lo scienziato Serizawa (Akihiko Hirata) crea un’arma distruttiva, unica possibilità a suo modo di vedere per fermare la bestia scatenata.

Nel film di Honda, Godzilla è una sorta di punizione per la nostra scelleratezza. L’uso improprio della scienza crea il mostro e cinematograficamente alimenta quello che in Giappone diverrà noto come il filone dei kaijū eiga, genere ispirato in origine dallo statunitense King Kong (1933), film che ebbe poi versioni nipponiche in anni più tardi. Quello che oggi ancora sorprende guardando Godzilla, è come l’impianto visivo abbia retto benissimo al trascorrere del tempo. Il mostro, interpretato da uno stuntman nascosto dentro un pupazzone di gomma e messo in prospettiva dall’uso di modellini a creare una Tokyo in miniatura, riflette ancora oggi non solo una credibilità metaforica ma anche una materialità tutto sommato moderna e affatto posticcia, grazie al lavoro per l’epoca superbo di Eiji Tsuburaya e collaboratori sugli effetti speciali. Honda dosa con astuzia l’ingresso nel film del mostro gigante che si fa attendere come ogni star che si rispetti, la sceneggiatura inoltre alterna azione e distruzione a momenti di riflessione, affiancati anche da un triangolo amoroso (e tragico) tra Emiko, Ogata e Serizawa. Se il discorso metaforico è ormai noto, per quanto sempre attuale e di altissimo valore, vale la pena sottolineare la maestria di una realizzazione che non teme confronti con il discorso teorico. Quindi, anche per il pubblico più cinefilo, possiamo affermare che non di solo Ozu vive il cinema classico giapponese e che si può guardare anche verso altri lidi solo all’apparenza più frivoli e disimpegnati.

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