martedì 22 settembre 2026

22.11.63

(11/22/63 di Stephen King, 2011)

A detta di molti, 22.11.63 è uno dei migliori romanzi della “fase moderna” dello scrittore del Maine: parliamo ovviamente di Stephen King. Ora, per non dare adito a lagnanze e dubbi di sorta, vorrei precisare che una “fase moderna” all’interno della bibliografia del “re del brivido” non è stata proprio canonizzata, è una definizione che si è buttata lì su due piedi. Definizione nata in base a quel pensare comune, da chi scrive pienamente avallato, secondo cui la parte migliore del corpo d’opera di King sarebbe nata (con poche possibilità di contestazione) a partire dal suo esordio (Carrie, 1974) fino alla fine degli anni Ottanta/inizio Novanta (diciamo La metà oscura, 1989 o Cose preziose, 1991). Questo non vuol dire che nei decenni successivi siano mancati i buoni o ottimi titoli, quello di cui parliamo oggi ne è una conferma, potremmo citare anche La storia di Lisey del 2006 ad esempio, ma è innegabile che i pezzi da novanta King li abbia scritti nella fase iniziale della sua carriera, e credo sia superfluo tracciare qui la solita carrellata di titoli, per chi fosse a digiuno dell’opera del Re si consiglia un salto su Wikipedia e il pressoché totale recupero delle opere “giovanili” dello scrittore. È con un romanzo imponente che King sigla una delle sue prove migliori degli anni Duemila; colpisce il fatto che questo non sia ascrivibile al filone dell’horror, genere in cui il Nostro è indiscusso maestro, ma piuttosto è uno scritto riconducibile al fantastico, forzando un poco la mano al limite al fantascientifico. Eppure, anche così King funziona a meraviglia.

Jake Epping è un professore di lettere che insegna a Lisbon Falls nel Maine. Quando ha un po’ di tempo Jake va a mangiare qualcosa da Al, gestore di una tavola calda nota per il suo economico Fatburger. Un giorno Al chiede a Jake di passare dal suo locale, una richiesta un po’ strana per Jake, i due in fondo non sono proprio amici, si potrebbero definire piuttosto buoni conoscenti, ma nulla di più. Arrivato sul posto, Jake trova il ristoratore dimagrito, emaciato, con l’aspetto di un malato in fase terminale. Eppure fino al giorno prima Al stava benissimo. Al si è beccato un tumore, non proprio dal giorno alla notte, anche se a Jake sembra che le cose stiano effettivamente così. Il fatto è che nel retro del negozio di Al c’è una sorta di “rabbit hole”, un disallineamento che permette a chi lo attraversa di atterrare esattamente nello stesso posto, però il 9 settembre del 1958, ben cinquantatre anni prima dell’epoca in cui si svolgono i fatti, in un’America del tutto diversa da quella in cui Jake ha vissuto finora. Le regole sembrano, solo all’apparenza, semplici: vai nel passato, ci stai il tempo che serve, quando torni indietro dallo stesso “buco”, per te, nella tua linea temporale, saranno passati solo due minuti. Certo, se nel passato ci sei rimasto dieci anni, tornerai nel tuo tempo solo due minuti dopo ma invecchiato di dieci anni. E magari con un bel tumore se te ne sei beccato uno nel 1958 o giù di lì. È questo che Al vuole mostrare a Jake, una delle poche persone di cui sembra fidarsi, perché a lui rimane poco tempo da vivere e quella possibilità non va sprecata: la possibilità di tornare indietro e cambiare il passato, rendendo il presente un posto migliore, magari, che so, impedendo l’assassinio di JFK.

22.11.63 è l’ennesima conferma di come Stephen King sia un grande scrittore e non solo un abilissimo narratore (e tra le due cose c’è una bella differenza). Appoggiandosi all’escamotage del viaggio nel tempo, King costruisce un racconto dove l’elemento fantastico è solo la leva che permette di muovere una serie numerosa di altri e più interessanti elementi. Su tutto, almeno assecondando il mio gusto personale di lettore, 22.11.63 è una bellissima ed entusiasmante storia d’amore, e Dio solo sa quanto ancora ci sia bisogno, soprattutto oggi, di belle storie d’amore, di quelle capaci di far sognare chiunque (o almeno lo spero). Inoltre, fatto non nuovo per il Re, c’è il racconto di anni passati che, seppur imbevuti di tragedie, razzismo e storture varie, sono ammantati da un’aura nostalgica dovuta all’amore per una vita all’apparenza più semplice e meno segnata dal progresso tecnologico, un’epoca in cui il contatto umano aveva ancora valore e anche un gesto semplice come scambiare quattro parole con un estraneo (o passarci un pomeriggio a praticare un gioco poco conosciuto) poteva essere un’esperienza piacevole ma soprattutto abituale. Lo scrittore di Bangor inoltre approfitta dell’occasione per riportarci a Derry, e chi conosce King sa bene questo cosa voglia dire, farci provare per un poco quella sensazione di universo condiviso che si respira tra le pagine di alcuni suoi romanzi. Con semplici e misurate parole riesce a farci sentire il sapore di una root beer o a farci provare l’ebbrezza leggiadra di un lindy-hop. Come detto sopra le regole del racconto sono semplici, alla portata di tutti, in questo il romanzo sembra sposare elementi di altre opere memorabili come Ritorno al futuro di Zemeckis. Anche lì ci sono gli anni Cinquanta, il ritorno a un’epoca più semplice, c’è la possibilità di migliorare e correggere il presente tornando nel passato, c’è la dimensione scolastica (Jake, ricordiamolo, è un insegnante), c’è la storia d’amore, qui quella del protagonista con una collega degli anni 50, nel film quella dei genitori del protagonista, ci sono addirittura le scommesse sportive, tutti elementi semplici e noti ma dosati da King con la maestria del grande scrittore. E poi c’è la Storia. JFK, Lee Harvey Oswald, sappiamo tutti come è andata a finire. Jake riuscirà davvero a cambiare le cose e a migliorare il suo/nostro mondo? E per far questo sarà disposto a sacrificare il suo nuovo, grandissimo amore? In più ci sarà da tener ben presente una cosa, e non di poco conto: il passato non vuole essere cambiato.

venerdì 11 settembre 2026

GODZILLA

(Gojira di Ishirō Honda, 1954)

Si potrebbe facilmente pensare che i film con protagonista il gigantesco Godzilla siano semplicemente film “di mostri” votati all’action e al divertimento del pubblico. Magari oggi potrebbe essere anche così (in realtà non saprei, non sono un’esegeta dell’interminabile saga), di sicuro così non era nel 1954, quando Ishirō Honda girò il capostipite di quella che è ormai una serie quasi interminabile di titoli dedicati al lucertolone giapponese (Godzilla, Gojira, è una crasi tra i termini giapponesi per gorilla e balena). Godzilla arriva nei cinema a distanza di nove anni dalle immani tragedie di Hiroshima e Nagasaki, eventi impossibili da dimenticare e metabolizzare in un tempo così breve per il popolo del Giappone che all’epoca, come è naturale che sia, sentiva ancora la tragedia collettiva come qualcosa di indicibile e terribile che continuava a mostrare le conseguenze di un disastro senza precedenti né eguali. È quindi naturale leggere nel film di Honda una metafora scoperta sul trauma causato dal nucleare e dalla bomba atomica, qui palesato non solo dall’esistenza del mostro ma anche dagli esperimenti su un’energia altrettanto devastante portati avanti da uno dei protagonisti del film, il professor Daisuke Serizawa-hakase. Se in questo caso il mostro non viene “creato” dal nucleare, semmai risvegliato e alterato dallo stesso, la bomba Oxygen Destroyer ideata da Serizawa ne contiene la stessa forza distruttiva; sarà solo il sacrificio del suo ideatore a impedire che una forza di tale portata cada nelle mani di un’umanità evidentemente, come ci ha dimostrato la realtà, incapace di gestirla con scopi diversi dalla distruzione.

Al largo delle coste del Giappone affondano alcuni pescherecci in maniera del tutto inspiegabile. Dopo la formulazione di alcune ipotesi e in seguito ad un incredibile avvistamento, viene inviata sul luogo una spedizione diretta dal paleontologo Kyohei Yamane (Takashi Shimura), accompagnato da sua figlia Emiko (Momoko Kōchi) e dal rappresentante della marina Hideto Ogata (Akira Takarada). Qui il gruppo scopre l’esistenza di un mostro gigantesco che si scoprirà essere una sorta di sauro preistorico alterato dalle esplosioni nucleari e da queste risvegliato dal suo letargo. Il mostro, battezzato Godzilla, è un essere alto cinquanta metri e capace di sprigionare energia nucleare dalle fauci, portando nuovo terrore e distruzione tra le città del Giappone. Mentre il professor Yamane professa l’importanza di preservare la bestia per poterla studiare e capire, lo scienziato Serizawa (Akihiko Hirata) crea un’arma distruttiva, unica possibilità a suo modo di vedere per fermare la bestia scatenata.

Nel film di Honda, Godzilla è una sorta di punizione per la nostra scelleratezza. L’uso improprio della scienza crea il mostro e cinematograficamente alimenta quello che in Giappone diverrà noto come il filone dei kaijū eiga, genere ispirato in origine dallo statunitense King Kong (1933), film che ebbe poi versioni nipponiche in anni più tardi. Quello che oggi ancora sorprende guardando Godzilla, è come l’impianto visivo abbia retto benissimo al trascorrere del tempo. Il mostro, interpretato da uno stuntman nascosto dentro un pupazzone di gomma e messo in prospettiva dall’uso di modellini a creare una Tokyo in miniatura, riflette ancora oggi non solo una credibilità metaforica ma anche una materialità tutto sommato moderna e affatto posticcia, grazie al lavoro per l’epoca superbo di Eiji Tsuburaya e collaboratori sugli effetti speciali. Honda dosa con astuzia l’ingresso nel film del mostro gigante che si fa attendere come ogni star che si rispetti, la sceneggiatura inoltre alterna azione e distruzione a momenti di riflessione, affiancati anche da un triangolo amoroso (e tragico) tra Emiko, Ogata e Serizawa. Se il discorso metaforico è ormai noto, per quanto sempre attuale e di altissimo valore, vale la pena sottolineare la maestria di una realizzazione che non teme confronti con il discorso teorico. Quindi, anche per il pubblico più cinefilo, possiamo affermare che non di solo Ozu vive il cinema classico giapponese e che si può guardare anche verso altri lidi solo all’apparenza più frivoli e disimpegnati.

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