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domenica 12 gennaio 2025

GIURATO NUMERO 2

(Juror #2 di Clint Eastwood, 2024)

Il 31 maggio prossimo venturo Clint Eastwood compirà ben novantacinque anni. Ora cerchiamo di immaginare la quantità di energia che deve avere un uomo che a quasi novantacinque anni suonati è capace di dirigere un film come Giurato numero 2, un'opera che come ci si aspetta da Eastwood sfoggia un impianto molto classico (con alcuni scarti interessanti dalla tradizione) ma soprattutto pone lo spettatore di fronte a dilemmi etici e morali che dovrebbero essere alla base di ogni società, di ogni convivenza, di ogni sistema volto a garantire non solo (cieca) giustizia ma soprattutto giusti pesi, giuste misure e magari, dove fattibile, di offrire a tutti la possibilità di vivere senza pregiudizio le proprie seconde occasioni. Sono temi importanti, fondanti verrebbe da dire per imbastire, costruire e poi ampliare discorsi su ipotetiche società (e mondi) migliori, discorsi che oggi più di ieri sappiamo essere utopistici; nonostante questo Clint getta il sasso, prova a farci riflettere, dice la sua, ancora una volta ci propone un film profondamente morale e tra l'altro compie l'operazione senza ricorrere a toni moralistici né tantomeno paternalistici in un'apertura di riflessioni che lasciano campo aperto a ben più di un'approfondimento. Per fare tutto questo Eastwood torna a Savannah, in Georgia, luogo dove il regista già ambientò nel 1997 Mezzanotte nel giardino del bene e del male.

Justin Kemp (Nicholas Hoult) è un marito amorevole in attesa di diventare padre per la prima volta, cerca in tutti i modi di alleviare lo stress della gravidanza dalle spalle della moglie Ally (Zoey Deutch), la ragazza è infatti molto preoccupata a causa di vicende passate e dal fatto che suo marito dovrà assentarsi per qualche tempo in quanto selezionato per far parte di una giuria in un processo per probabile omicidio, proprio come prevede il sistema giudiziario americano. La vittima è una giovane donna, Kendall Carter (Francesca Eastwood), ritrovata in fondo a un dirupo ai margini di una strada poco illuminata; la ragazza era stata vista da diversi testimoni litigare in un bar in maniera veemente con il suo ragazzo, tal James Sythe (Gabriel Basso), un tipo dal passato discutibile e incline alla collera che diventa in maniera naturale l'indiziato (il colpevole?) numero uno. Dopo gli interventi del difensore d'ufficio (Chris Messina) e quelli dell'avvocato dell'accusa Faith Killbrew (una fantastica Tony Colette), la giuria, della quale Kemp è il giurato numero due del titolo, dovrà riunirsi per tirare fuori un verdetto che di primo acchito sembra essere già scritto. All'interno di un gruppo di giurati pronto a condannare Sythe le uniche voci discordi sono in parte quella del giurato di nome Harold (J. K. Simmons), non troppo convinto del fatto che la polizia abbia indagato a dovere su un caso all'apparenza semplice, e proprio quella del nostro giurato n. 2 che dopo qualche dubbio si convince dell'innocenza dell'imputato in quanto, all'insaputa di tutti (anche di sé stesso fino a quel momento), protagonista involontario e diretto della morte della giovane Kendall (non è uno spoiler, si scopre nei primissimi minuti del film). Così Kemp inizierà ad adoperarsi affinché gli altri giurati convertano il loro verdetto da colpevole a innocente nella speranza di ottenere una buona soluzione per tutti, cosa che però alcuni dei compagni di giuria non sembrano disposti a fare.

Con Giurato numero 2 siamo all'interno del filone processuale e giudiziario protagonista di tanto cinema americano (e non solo, pensiamo al recente Anatomia di una caduta), più dalle parti de La parola ai giurati (Sidney Lumet, 1957) che non da quelle di opere più votate al dibattimento in aula o al ruolo da protagonisti di avvocati e testimoni, cose alla Perry Mason giusto per intenderci. La fase in aula è ovviamente presente ma ciò che interessa davvero a Eastwood è quel che succede nella sala e nelle teste (e nei cuori e nelle pance) dei giurati, uno dei quali affronta un dilemma di coscienza insostenibile, consapevole di poter essere stato lui stesso l'involontario artefice della morte della ragazza e al contempo impossibilitato alla confessione non solo dalla legittima paura di una punizione oltremodo pesante da parte del sistema giudiziario americano a fronte di quello che a conti fatti sarebbe da considerare come un incidente (da recuperare le parole di Kiefer Sutherland, avvocato amico di Kemp, che non lasciano speranza in caso di confessione) ma anche dalla responsabilità verso una famiglia nascente che verrebbe abbandonata a sé stessa e che perderebbe il perno emotivamente più stabile in un momento di evidente stress della consorte. Su queste basi sono tantissimi gli spunti di riflessione morale che vengono sollevati nel corso dello sviluppo del film, il primo dei quali è la sufficienza con cui a volte si giudicano gli attori di questi fatti delittuosi (il true crime oggi ci ha reso anche tutti criminologhi, almeno una volta ci si limitava ad essere allenatori di calcio) qui esemplificata dalla svogliatezza di alcuni giurati che "hanno da fare", hanno famiglie che li aspettano a casa e non hanno tempo da perdere, e allora colpevole sia! In fondo è facile, sembra tutto chiaro. Purtroppo non lo è e Kemp lo sa. Il giurato numero 2 è mosso da senso di colpa, sentimento che gli altri undici giurati non provano, è lui che spingerà per rivedere con calma tutte le possibilità e non affrettare una decisione che sì gli toglierebbe le castagne dal fuoco ma che pure condannerebbe un innocente. Inoltre, in un passato ormai lontano, c'è qualcosa che potrebbe, in caso di confessione, non deporre in suo favore e aumentare l'eventuale pena, si amplifica quindi un conflitto tremendo tra colpa e paura che inizia a pesare su Kemp in maniera pesante. Dopo alcune riflessioni entra in ballo il concetto di giustizia, in maniera simbolica, anche didascalica se vogliamo, richiamato da Eastwood già nei titoli di testa, in un caso come questo è possibile davvero ottenere un verdetto giusto che non rovini inevitabilmente (e ingiustamente) la vita di qualcuno? Altro nodo focale è quanto conti la propria felicità (e quella dei propri cari) a dispetto di quella di altri, dilemma qui non solo pertinente al giurato numero due ma anche alla stessa Killbrew (l'avvocato d'accusa) in procinto di ottenere un avanzamento di carriera legato proprio alla condanna dell'imputato. E in tutto questo bailamme etico e morale possiamo dire che il sistema funzioni davvero? Che non sia fatto anche di funzionari e poliziotti svogliati, faciloni, menefreghisti, autorità pronte a far condannare un sospettato senza aver nemmeno tentato di dirimere ogni ragionevole dubbio? Clint ci lascia con un'ipotesi di chiusura ma soprattutto con tanti moniti, riflessioni aperte su valori altissimi come giustizia, verità, etica, obbligo morale e piaghe come pregiudizio e opportunismo, fermo restando la presenza di un sistema molto fallibile e molto spesso iniquo.

martedì 19 gennaio 2021

RICHARD JEWELL

(di Clint Eastwood, 2019)

Clint Eastwood porta avanti imperterrito la sua narrazione dell'eroe girando un film sulla narrazione di un eroe. Un eroe ordinario, come già accaduto in Sully con il quale Richard Jewell ha diversi punti di contatto, questa volta non un eroe colto, con un impiego di prestigio, ma l'eroe semplice, quello dei piccoli gesti faticosi, fatti giorno dopo giorno con naturalezza e una buona dose di ingenuità che i moderni potrebbero definire quasi cringe. Il fulcro di Richard Jewell è proprio la narrazione che i media fecero dell'eroe del momento, l'addetto alla sicurezza che in uno degli eventi collaterali alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 - il concerto al Centennial Olympic Park - si adoperò per far rendere inoffensivo un pacco sospetto che porterà poi alla morte di due persone e a un centinaio di feriti; senza l'intervento di Jewell con tutta probabilità il bilancio sarebbe stato decisamente più funesto. Con questo film Eastwood descrive un sistema d'informazione poco obiettivo, in cerca dello scoop facile, del boom di vendite o di ascolti, incapace di compiere scelte morali e pronto a tuffarsi su un'innocente come un branco di avvoltoi in vista dell'allettante carogna, ben accompagnato, braccio sotto braccio (anche se nel film il connubio passa attraverso ben altri particolari anatomici), da istituzioni ottuse, interessate e prive di dignità, perché si sa, a difendere il pollaio ogni tanto c'è il cane con la rabbia.

Richard Jewell (Paul Walter Hauser) è un giovane uomo con il pallino per le forze dell'ordine, il suo sogno sarebbe quello di entrare in un vero corpo di polizia, al momento si dedica ai lavori di sorveglianza che riesce a trovare. Jewell è un ragazzone sovrappeso, molto legato alla figura materna, gentile e puntiglioso, amante dell'ordine e delle istituzioni in maniera che spesso sconfina nell'imbarazzante e nel fastidioso, commette anche qualche errore nello svolgimento delle sue mansioni, tutto sempre in buona fede, con quell'idea fissa in testa di servire e proteggere il prossimo. Nel 1996 in occasione dei Giochi Olimpici organizzati ad Atlanta, Richard trova un impiego come addetto alla sicurezza agli eventi legati ai giochi olimpici, durante il concerto della band Jack Mack and the Heart Attack, Jewell trova un pacco bomba destinato ad esplodere, grazie al suo intervento le forze dell'ordine riusciranno a contenere le conseguenze di quella che poteva diventare una vera strage. Nei giorni successivi le indagini dell'F.B.I. condotte dall'agente Shaw (John Hamm) includono tra i sospetti proprio Jewell a causa della sua fissazione per la divisa e con l'idea del falso eroe in cerca di visibilità, linea d'indagine prontamente cavalcata (e non solo quella) dalla giornalista senza scrupoli Kathy Scruggs (Olivia Wilde), disposta a darla a destra e a manca pur di intascare l'informazione giusta e montare il caso. A pagarne le conseguenze saranno ovviamente Richard ma anche la sua devota madre (Kathy Bates) le cui vite verranno sconvolte dagli sciacalli della stampa e dalle iene dell'F.B.I. Richard, non sapendo a chi rivolgersi, chiede aiuto a Watson Bryant (Sam Rockwell), un avvocato conosciuto anni prima durante un suo precedente impiego.

Il Cinema di Eastwood continua il suo percorso nel solco di una narrazione classica inanellando l'ennesimo gioiello con un film che non riserva grandi sorprese ma che ha la capacità di indignare, quella di commuovere e anche quella di far godere allo spettatore un lavoro di regia impeccabile, con un occhio particolare sull'uso della luce e, non ci sarebbe nemmeno da dirlo, la giusta dose d'amore per la musica, anche questa volta Clint non perde l'occasione di approfittare del contesto, l'attentato al concerto, per farci ascoltare un po' di buona musica. Al centro di tutto il regista riesce a mettere un Paul Walter Hauser pressoché sconosciuto e immenso nella sua interpretazione, con Cathy Bates (candidata all'Oscar per il ruolo) e Sam Rockwell un tris d'assi davvero eccezionale, il protagonista, oltre alla somiglianza con il vero Jewell, porta al film tantissimo con la sua presenza, le movenze, un'espressività candida fino alla goffaggine. La denuncia è chiara, ancora una volta Clint crede nell'uomo e non nel sistema, il mito dell'eroe americano è ancora forte nel vecchio, e a noi piace che sia così, perché nonostante le scelte all'apparenza contraddittorie dell'uomo, quando guardi un suo film sembra di stare sempre dalla parte giusta, in maniera incredibile uno con le sue idee politiche diventa una sorta di guida morale, magia del Cinema, contraddizioni dell'uomo (inteso come specie), ciò che importa è che a novant'anni Clint riesca ancora a regalarci grandi film e grandi momenti di Cinema e a insegnarci come la dignità e l'onestà di un Paese spesso siano in mano a chi viene messo ai margini.

giovedì 8 ottobre 2020

JERSEY BOYS

 (di Clint Eastwood, 2016)

La passione di Clint Eastwood per la musica americana è cosa risaputa, questa è presente in molti suoi film a partire dall'esordio dietro la macchina da presa con Brivido nella notte dove il protagonista, lo stesso Eastwood, era un disc jockey di una piccola emittente radiofonica; seguono Honkytonk man, bellissima parabola country, e ancora il jazz con la storia di Charlie Parker in Bird, il blues con il documentario Piano Blues... in qualche modo Eastwood va a toccare tutti i generi fondativi che ancora oggi sono alla base di quanto produce l'industria musicale americana (e non solo). Con Jersey Boys il regista conferma il suo amore per le sette note con una sortita nel mondo dei gruppi vocali e del doo-wop, genere indubbiamente meno iconico di quelli sopra citati ma che insieme al rock and roll caratterizza in maniera forte il decennio dei 50, un genere la cui esplorazione non ci saremmo aspettati da Eastwood, forse anche per questo guardando il film il tocco del regista, la sua personalità, sembra non emergere mai fino in fondo. La base di partenza è un'altra opera, ma questo per Eastwood non è una novità, nella fattispecie la fonte d'ispirazione è lo spettacolo teatrale omonimo portato in scena a Broadway dal quale Eastwood attinge anche per gli attori principali. La storia è quella dei The Four Seasons, quattro ragazzi provenienti dal New Jersey che si troveranno catapultati nel giro che conta per l'industria discografica...

Frankie Castelluccio (John Lloyd Young), in seguito con il nome d'arte Frankie Valli, e Tommy De Vito (Vincent Piazza) sono grandi amici, crescono nel Jersey tra piccoli crimini e l'amicizia del boss Angelo "Gyp" De Carlo (Christopher Walken), insieme cominciano ad occuparsi di musica, proprio Frankie, introdotto da Tommy che nel giro ha qualche aggancio, sembra avere un futuro roseo grazie alle sue doti canore di cui Gyp diventa un grande fan, doti affinate col tempo anche con l'aiuto e il sostegno del bassista Nick Massi (Michael Lomenda). I tre giovani intraprendono un percorso musicale che inizierà ad ingranare solo quando al gruppo si unirà il tastierista e compositore Bob Gaudio (Erich Bergen), decisamente più posato e raffinato degli altri tre compagni. Nonostante qualche attrito iniziale tra Tommy, il più testa calda dei quattro, e gli altri per la gestione del gruppo, finalmente la band decolla e con il nome di The Four Seasons è pronta per conquistare discografici, radio e soprattutto pubblico. Purtroppo l'indole di Tommy porterà la band a dover affrontare non pochi problemi che per Frankie si uniranno a quelli familiari e ai contrasti con la moglie Mary (Renée Marino), esacerbati dalle continue assenze del marito e dalle preoccupazioni per la figlia Francine (Freya Tingley).

Biopic musicale abbastanza canonico nella costruzione, in fondo ci si diverte con Jersey Boys, l'impianto del racconto risulta vivace con l'alternarsi di narrazione, esibizioni musicali e rottura della quarta parete, come accadeva nello spettacolo teatrale i quattro protagonisti spesso guardano in camera e raccontano direttamente al pubblico avvenimenti e pensieri (molto divertente l'aneddoto di Massi sul perché di alcune sue decisioni riguardanti la sua presenza nel gruppo), movimentando l'andamento del film. La cornice è perfetta, ultrapatinata, costumi inappuntabili, anche troppo, esibizioni musicali riuscite, eppure... eppure manca qualcosa, sembra quasi che Eastwood non sia proprio Eastwood, manca un po' di cuore nel racconto, manca qualcosa a grattare sotto la superficie, tutto scorre, la regia, pur pregevole, si vede poco (per carità, questo non sempre è un male), uno dei guizzi più piacevoli arriva quando Clint omaggia sé stesso e il sorriso scappa fuori da solo, tanto mestiere, ma qualcosa scivola inevitabilmente via tra le dita. La scelta del cast, opinione personale, non fa impazzire, tra i protagonisti quello che più ho apprezzato, a parte il sempre grande Christopher Walken, indiscutibile, è Michael Lomenda che nell'economia del gruppo sembra contare come il due a briscola, nessuno degli altri tre attori, vero cuore del film, risulta realmente convincente.

Un buon film con un buon equilibrio, godibile, divertente, tutto quello che volete... ciò nonostante, sottolineando che personalmente amo Clint, amo Clint e amo Clint, mi sono trovato più volte a desiderare Martin Scorsese...

lunedì 9 marzo 2020

SULLY

(di Clint Eastwood, 2016)

Ennesimo capitolo del grande racconto sull'eroe americano portato avanti dal Cinema di Clint Eastwood. Con Sully ci si concentra ancora una volta sull'uomo comune che tramuta in un atto eroico il semplice svolgimento di quello che è il proprio dovere, assumendosi la responsabilità delle proprie scelte prese nell'ottica di salvaguardare un bene comune, scelte difficili e portate a compimento contro tutti i pronostici avversi, rischiose ma poggiate su onestà d'intenti inattaccabile. La storia credo la ricordino tutti, il 15 gennaio 2009 il volo 1549 della US Airways è costretto a causa di un incidente che ne compromette la stabilità ad ammarare sull'Hudson, uno dei due fiumi che costeggiano Manhattan (l'altro è l'East River), le 155 persone a bordo si salveranno tutte, in 24 minuti le operazioni di soccorso vengono portate a termine da una macchina perfetta che permette di apporre un bel lieto fine a quella che potenzialmente avrebbe potuto diventare una tragedia di proporzioni enormi; ma la gran parte del merito di questa conclusione idilliaca va al comandante e pilota dell'aereo, il veterano Chesley Sullenberger detto Sully, migliaia di ore di volo alle spalle e un sangue freddo che ancor oggi sono in molti a benedire tutte le sere. Sully è la cronaca di questo - a posteriori -fortunato episodio, il corpo del film non è incentrato tanto su quello che succede in volo che ovviamente ci verrà mostrato, ma più che altro su tutto quello che avviene dopo, in fondo l'esperienza del volo 1549 dalla sua partenza dall'aeroporto La Guardia di New York fino all'ammaraggio sull'Hudson non dura che una manciata di minuti.


Clint Eastwood sforna un'altra opera importante, classicissima nella sua messa in scena, a sottolineare lo sguardo al Cinema classico sceglie uno degli attori più amati dal pubblico statunitense, quel Tom Hanks (ancora una volta grande) capace di impersonare in maniera perfetta l'uomo comune, l'uomo agli antipodi di quello che ti aspetteresti da un'eroe, la scelta di Hanks avvalora tutto l'impianto del film che ci restituisce in tutta la sua normalità il Sully che di lì a poco diverrà l'eroe nazionale del momento. Come successo nella realtà, il film ravviva la ferita ancora aperta dell'undici settembre, vedere un aereo volare a bassa quota sui cieli di Manhattan dev'essere stato un bel colpo per gli abitanti di New York, tutto quest'aspetto della vicenda viene mirabilmente rievocato grazie ad alcune drammatiche e spettacolari sequenze che dipingono lo stress post traumatico che il pilota dovrà affrontare a incidente ultimato e che gli procurerà incubi e visioni ad occhi aperti, stress aggravato indubbiamente dalle accuse mossegli dall'ente aeronautico americano che inizia a dubitare dell'operato di Sullenberger mettendolo sotto inchiesta insieme al copilota Jeffrey Skiles (Aaron Eckhart).


Al cuore della vicenda un uomo responsabile, che si carica sulle spalle il peso del suo lavoro, la vita di alcuni suoi amici (i membri dell'equipaggio) e di altre cento persone e che nell'arco di pochi secondi è chiamato a prendere una decisione difficilissima e che per questa, nonostante gli ottimi esiti, verrà messo sotto inchiesta dal suo stesso Paese (ma mai dall'opinione pubblica che lo adora). Gran parte del film guarda proprio alla ricostruzione dei fatti, le inchieste della commissione si basano su alcuni dubbi e su simulazioni al computer che sostengono che l'aereo avrebbe avuto il tempo e la possibilità per far ritorno al La Guardia o in alternativa all'aeroporto del New Jersey evitando così il rischio di morte per i passeggeri, tutte le statistiche indicano infatti che a un ammaraggio solitamente non si sopravvive. Eastwood tiene in perfetto equilibrio le sequenze che descrivono gli attimi concitati del volo e dell'ammaraggio con quelle che descrivono le ore prima della partenza, le vicende personali di Sully (conseguenze da stress comprese) e quelle dei soccorsi post incidente a quelle centrali dell'inchiesta che rimandano al filone del cinema giudiziario e che offrono le sequenze più emozionanti.

Andando al nocciolo il Cinema di Eastwood è ancora una volta una questione morale, la centralità dell'uomo che si assume una responsabilità e vince sul freddo calcolo, sulla macchina, sugli algoritmi, è il cuore di un uomo, di un Paese che si prende la rivincita su un progresso che spesso vorrebbe relegare la figura umana a margine, ma questo, fortunatamente, non sempre è possibile e molto spesso è controproducente, sappiamo che nulla è infallibile, a parte forse il vecchio Clint.

sabato 14 dicembre 2019

IL CORRIERE - THE MULE

(The mule di Clint Eastwood, 2018)

Sono passati dieci anni dall'ultimo film per il quale Eastwood si è adoperato sia dietro che davanti la macchina da presa. Parliamo dei tempi di Gran Torino, uno dei manifesti della poetica del vecchio Clint, film al quale guarda anche questo The mule, pur con le dovute e importanti differenze, proprio grazie alla presenza di un Eastwood molto anziano che interpreta un personaggio che per alcuni versi potrebbe richiamare alla mente l'ormai celebre Walt Kowalski. Il corriere però è un film meno cupo, un'opera che vede un protagonista di dieci anni più vecchio ma che al contrario del burbero Kowalski è ancora in grado di godersi gli aspetti più frivoli, divertenti e goderecci della vita, rapido alla socializzazione, seppur diretto fino all'ingenua maleducazione Earl Stone risulta molto spesso amabile, un tipo con il quale è piacevole scambiare due parole, un uomo all'apparenza sereno pur avendo in passato perso tanto e commesso errori difficili da riparare. È quasi come se il tempo rimasto, presumibilmente non più tantissimo, avesse pacificato anche il personaggio più rude, il quale avendo preso coscienza dell'ineluttabile trascorrere del tempo cerca di affrontare come può la parte che ne rimane traendo da ogni situazione, anche le più rischiose e bislacche, solo il meglio, facendolo poi fruttare per aiutare chi invece di tempo ne ha ancora molto e per riparare alle gravi mancanze che in passato hanno causato così tanto dolore. Pur nella sua indole ironica, The mule appare un film testamento, una chiusura (apparente, perché in realtà sappiamo che Clint ha già pronto il prossimo film) che più del Kowalski con l'accendino in mano ha il sapore della consapevolezza. Con queste premesse Clint abbandona la figura dell'eroe americano per tornare all'uomo comune che in maniera altrettanto eroica tenta di fare qualcosa di giusto, almeno una vola nella vita, pur facendo la cosa sbagliata, ma gestendo anche questa con la leggerezza e i ritmi decelerati di chi vuole godersi ogni momento, che questo sia dato da un bel sedere di donna o dal miglior tacchino d'America poco importa, questo passaggio uomo/eroe è ben sottolineato anche dall'autoironica comparsa di un locale che porta il nome Gunny's, apparizione che ai fan del vecchio regista non può non strappare un sorriso divertito.


Earl Stone (Clint Eastwood) coltiva fiori da una vita, lavoro e passione, partecipa a concorsi e convention floreali trascurando così la moglie Mary (Dianne Wiest) e la figlia Iris (Alison Eastwood) per le quali non è mai stato presente; ora che è ormai un vecchio, l'unica persona ancora a essere affezionata a lui è la nipote Ginny (Taissa Farmiga). A causa dell'avvento di internet e delle nuove frontiere del commercio l'attività di Earl subisce un brutto colpo, l'anziano imprenditore è costretto a liquidare i suoi dipendenti, il suo terreno e la sua casa vengono pignorati, Earl rimane con il suo Pick-Up come unica proprietà. La situazione economicamente sfavorevole lo metterà in condizione di deludere ancora una volta i suoi cari, compresa la nipote così affezionata a quel nonno assente. Per porre rimedio alla situazione Earl accetta l'offerta di lavoro fornitagli da un conoscente della nipote, qualcuno cerca un autista prudente, disciplinato, un corriere che non dia nell'occhio. Earl accetta in principio con ingenuità, si adatterà col tempo a un lavoro rischioso per un cartello sulle cui tracce c'è anche la DEA con gli agenti Bates (Bradley Cooper) e Trevino (Michael Pena), facendolo però senza perdere mai il suo stile e senza aver mai paura di affrontare con ironia e decisione i brutti musi con i quali si troverà ad avere a che fare, riuscendo spesso ad ammansirli con il suo modo di fare che alla fine conquista proprio tutti.


Dopo le sperimentazioni di Attacco al treno, Eastwood torna a quell'impostazione da Cinema classico grazie alla quale il regista ha sfornato i suoi pezzi migliori, all'America degli spazi aperti e degli spostamenti (quella di Un mondo perfetto), da Gran Torino recupera l'amore per l'inclusione e il fallimento dei sogni (e delle persone), mescolando il tutto in un film che risulta deliziosamente ironico e più "leggero" rispetto ad alcuni dei drammoni ai quali Clint ci aveva abituato. Fa tenerezza vedere quello che è stato ed è tutt'ora per molti di noi un vero e proprio mito invecchiare in un misto di fragilità e dignità genuina, una versione che se non raggiunge le vette toccate con i film sopra citati ha almeno tutte le carte in regola per toccare il cuore e per rimanerci ancora a lungo. Che Dio ce lo preservi ancora per lunghi anni.

lunedì 17 dicembre 2018

ORE 15:17 - ATTACCO AL TRENO

(The 15:17 to Paris di Clint Eastwood, 2018)

Con Ore 15:17 - Attacco al treno Eastwood continua la sua esplorazione della figura dell'eroe americano; questa volta, pur annoverando tra i protagonisti del film un paio di militari statunitensi, non troviamo sotto i riflettori una "leggenda" come accadeva per l'idolatrato dai compagni Chris Kyle, il protagonista di American sniper, abbiamo invece tre ragazzi comuni ritratti in un momento delle loro vite che potrebbe essere quello vissuto da chiunque di noi e che per indole naturale e altruismo si trovano a interpretare il ruolo dell'eroe. Attacco al treno narra un episodio realmente accaduto il 21 Agosto 2015 in territorio francese: su un treno diretto a Parigi il giovane Ayoub El Khazzani (Ray Corasani), armato di tutto punto, tenta la strage che verrà impedita solo grazie all'atto di coraggio di Spencer Stone, Alek Skarlatos e Anthony Sadler, tre ragazzi americani in vacanza in Europa.

L'episodio della neutralizzazione del terrorista nell'economia del film riempie pochi minuti, a Eastwood preme farci vedere come i tre protagonisti siano arrivati al momento che di lì a poco cambierà le loro vite e soprattutto chi sono questi tre ragazzi, da dove provengono, quale è stato il loro percorso di vita. Ciò che di più interessante c'è in questo film non è la narrazione dell'episodio in sé, quanto le scelte tecniche e artistiche adottate da un regista ormai ottantottenne e ancora per niente domo. Parliamo di un regista che ha firmato film di altissimo livello, che sa come mettere in scena qualsiasi cosa in qualsiasi situazione e che ha diretto gente come Tom Hanks, Leonardo Di Caprio, Matt Damon, Morgan Freeman, John Malkovich, Hilary Swank, Maryl Streep, Sean Penn, Tim Robbins, Kevin Bacon, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland, Kevin Spacey, Gene Hackman, Ed Harris, Kevin Costner, sé stesso e chissà quanti altri. In controtendenza rispetto alla qualità di alcune sue opere precedenti qui Eastwood sceglie un'adesione alla realtà che sia la più alta possibile, a interpretare i tre ragazzi americani chiama proprio loro, Stone, Skarlatos e Sadler, andando incontro a grossi rischi, rinunciando a nomi di grido e soprattutto affidandosi a una recitazione meno che dilettantistica (i tre giustamente non sono questi grandi attori, vengono surclassati anche dai bambinetti che interpretano i tre protagonisti da piccoli), gira in digitale accentuando quell'idea di reale che il progetto vuole restituire.


Quello che era nelle intenzioni del regista riesce, il film è meno spettacolare, patinato e rifinito di altre sue opere, più diretto, vero, forse però anche meno interessante nei contenuti di altri episodi che si affidavano alla finzione pura. Attacco al treno si apre con i tre ragazzi ancora bambini, Stone e Skarlatos amici da sempre, in fissa con la guerra (saranno i due che diverranno militari), emarginati a scuola, provenienti da famiglie in qualche modo problematiche. Proprio a scuola conosceranno il vivace Anthony Sadler, minuto ma vero ribelle con un posto fisso nell'ufficio del Preside. Quella dell'infanzia è la parte più riuscita e interessante del film (forse perché in video non ci sono i tre protagonisti). Quando i ragazzi diventano adulti Eastwood ce li presenta come tre uomini normalissimi, anche meno dotati della media, vite e lavori poco interessanti fino alla decisione dell'arruolamento che almeno per Stone diverrà una prova con sé stesso per superare i propri limiti, un percorso che non lesinerà delusioni ma che al momento decisivo tornerà utile per uscire da una bruttissima situazione. Sarà lui su quel treno a fare il grosso del lavoro sporco fermando Ayoub El Khazzani. Il punto è che tutti, anche le persone più normali tra di noi, nelle giuste condizioni possono scegliere di fare qualcosa di eroico e di aiutare gli altri, questo è il messaggio che preme a un autore che continua ad esplorare il lato più alto dei suoi personaggi, siano questi delle leggende o semplici turisti (anche se militari). C'è qualche accenno alla predestinazione, c'è molta quotidianità soprattutto nelle sequenze del viaggio in Europa tra Roma, Venezia, Amsterdam e la Germania, c'è della filosofia spiccia, c'è la vita di persone normali che fortuitamente arrivano al punto di svolta delle loro vite.


Un bell'esperimento, Cinema del reale che fa a meno della buona recitazione, che non si avvale di scelte registiche memorabili ma che va dritto al sodo. Ne esce un film sicuramente più interessante che appagante, ma che è un ulteriore passo avanti del vecchio Clint, un uomo che ancora non è intenzionato a fermarsi. Proprio in questi giorni esce in America Il corriere - The mule dove Clint tornerà anche a recitare. Sorprendentemente intramontabile.

mercoledì 21 novembre 2018

AMERICAN SNIPER

(di Clint Eastwood, 2014)

I dubbi sulla bontà di un film come American sniper, se ce ne sono, sono tutti di natura ideologica, etica e morale. È riconosciuto quasi all'unanimità dalla critica professionistica come Eastwood sia uno dei maggiori registi viventi: il vecchio sa come si dirige un film, sa come far girare una storia al meglio, sa piazzare sullo schermo le immagini giuste, sa a quali tecnici affidarsi, sa come portarsi a casa il risultato. American sniper non fa eccezione, è un ottimo film che punta i riflettori più sull'individuo Chris Kyle (Bradley Cooper) che non sulla guerra in Iraq vista come evento storico, economico e politico; ciò non toglie che il contesto sia importantissimo nell'economia di un film che ha suscitato parecchie critiche e qualche polemica. Che Clint da sempre sia un Repubblicano con lo sguardo rivolto a destra lo sanno tutti, che questo automaticamente lo renda un "fascistone" come spesso viene apostrofato rimane tutto da dimostrare, anche perché molti dei suoi film non offrono il fianco a queste accuse, a meno che non si voglia strumentalizzare in maniera facile e superficiale il suo Cinema, in questo caso allora potremmo affermare tutto e il contrario di tutto. Indubbiamente alcune delle critiche mosse a questo film, soprattutto se lo sguardo appartiene a uno spettatore non-americano, potrebbero risultare condivisibili, una su tutte la tesi, questa si un po' superficiale, che il nemico sia in ogni caso il "cattivo" della situazione, il selvaggio crudele al quale i ragazzoni americani imbottiti di torta di mele e buoni sentimenti vanno ad insegnare come si sta al mondo. Fuori dai confini statunitensi più o meno tutti sanno che i ragazzoni americani così pieni di salute sono una manica di rompicoglioni che spesso avrebbero fatto bene a starsene buoni buonini a casa loro; il Cinema Hollywoodiano riguardo a questo non è miope: di quanto i soldati americani possano essere dei bastardi senza scrupoli ce lo racconta De Palma con Redacted, dell'incuranza del Grande Paese nei confronti dei suoi figli, dei danni che la guerra procura loro (al netto delle morti) se ne occupa la Bigelow in The hurt locker e via di questo passo, gli esempi potrebbero essere molti; anche Clint, partigianeria a parte, non manca di sottolineare la crudeltà e le brutture alle quali le situazioni narrate conducono, da ambo le parti. Probabilmente, anzi, in maniera certa, se un paese come l'Iraq avesse un'industria cinematografica come quella di Hollywood avremmo la possibilità di vedere degli eroi iracheni combattere l'americano brutto, sporco e cattivo, ma l'Iraq questa industria non ce l'ha (o comunque non è così influente) e quindi...


Come da tradizione americana, con uno sguardo tutto a stelle e strisce (e non sempre è stato così nei film di Eastwood, vedi Letters from Iwo Jima ad esempio), al centro della storia c'è l'eroe, il singolo, il cavaliere solitario, in questo caso visti gli occhi azzurri di Cooper e la provenienza di Kyle abbiamo anche il nostro texano dagli occhi di ghiaccio, l'eroe della frontiera, l'individuo capace di cambiare le sorti di una storia. È la figura di Kyle che Eastwood ci racconta: tipico prodotto degli stati del sud, Chris Kyle decide di arruolarsi sulla scia emotiva degli attentati dell'11/09. Sottoposto al durissimo addestramento dei Seal, Kyle ne esce trasformato nel miglior cecchino che l'esercito statunitense abbia mai dispiegato in campo; per Kyle la missione in Iraq consiste nel proteggere la sua Patria, almeno a livello astratto e ideologico, nel concreto il suo compito è quello di coprire le spalle ai marines che rastrellano i dintorni e la città di Falluja, salvando a ripetizione le loro vite. Ad aspettarlo a casa la giovane moglie Taya (Sienna Miller) e il loro primo figlio.


Rimarcando ancora una volta come la separazione della dicotomia bene/male non sia così netta come Eastwood ce la propone, c'è da dire che il regista non manca di sottolineare le scelte difficili e crudeli alle quali Kyle si è dovuto sottoporre. Perché anche in guerra, comunque lo si voglia chiamare, l'omicidio di un bambino rimane l'omicidio di un bambino, l'omicidio di una donna resta l'omicidio di una donna. Diventa difficile giustificare con lo sventolio di una bandiera, per quanto bella e affascinante possa essere, atti di questa portata. In questo Eastwood non fa sconti, se le motivazioni possono sembrare quelle giuste le azioni rimangono dubbie, anche le più terribili non vengono sottaciute dal regista che una volta ancora dimostra di applicare un'onestà di fondo che è doveroso attribuirgli. E se alcuni commilitoni fanno di Kyle una sorta di mito moderno, non mancano da parte di altri, compreso il fratello del protagonista, le sacrosante critiche all'insensatezza di una guerra che nulla di buono potrà mai portare. Le conseguenze infatti, e Eastwood ce le mostra tutte, gli uomini le portano sui corpi mutilati e nella testa, lo stesso Kyle non riesce ad abbandonare l'Iraq, nemmeno quando è a casa, con i figli, tra le braccia della moglie, i postumi da stress post-traumatico, diffusissimi tra i reduci, non sono facili da gestire per nessuno, nemmeno per la "Leggenda".

A conti fatti American sniper si rivela un bel film, sicuramente di parte ma che presenta anche tutti gli elementi per poter interpretare in maniera lucida ciò che accade sullo schermo. Formalmente ineccepibile, magari prevedibile, con un Bradley Cooper mastodontico come ottimo protagonista. Ancora una volta Clint non tradisce, esplorando la sua filmografia sicuramente abbiamo modo di trovare diverse opere di maggior valore di questa che comunque si rivela un ulteriore e ottimo tassello in una carriera invidiabile. Con o senza cappello.

lunedì 25 settembre 2017

LETTERE DA IWO JIMA

(Letters from Iwo Jima di Clint Eastwood, 2006)

Seconda parte del dittico realizzato da Clint Eastwood sulla battaglia di Iwo Jima, episodio chiave della guerra del Pacifico e cruenta battaglia disputatasi tra marines americani e soldati dell'esercito imperiale giapponese. Se nel film precedente, Flags of our fathers, il regista ci mostrava il punto di vista statunitense sull'episodio storico, mettendo al centro della narrazione la conquista simbolica dell'isola tramite la posa della bandiera a stelle e strisce, qui abbiamo il suo contraltare grazie al punto di vista giapponese dell'intera vicenda, durante la quale mai si parla dell'episodio al centro di Flags of our fathers, episodio ovviamente ininfluente per i soldati giapponesi di stanza a Iwo Jima e che qui intravediamo di sfuggita giusto in un paio di frame. La scelta intelligente di Eastwood è stata quella di girare due film che trattano la stessa materia ma non speculari, trovata che ha evitato un potenziale calo di interesse nella visione della seconda pellicola, calo che fortunatamente non si avverte mai lungo l'intera durata del film.

Preferendo un tono più umano e intimista, Lettere da Iwo Jima si rivela tra i due l'episodio più riuscito, Eastwood con una sensibilità illuminata riesce a calarsi nei panni dell'avversario e giustamente lo dipinge esattamente come fosse uno dei ragazzi americani mandati dal proprio Paese alla guerra, un nemico con cultura e abitudini diverse ma con le stesse identiche paure, le stesse preoccupazioni, le stesse priorità, gli stessi desideri e i medesimi affetti. Semplicemente uomini, spesso ragazzi, da ambo le parti.

Quello che forse differenzia maggiormente i due film è il senso di morte incombente e di sconfitta inevitabile che pervade i protagonisti di Lettere da Iwo Jima, abbandonati dal loro Paese che chiede ormai loro solamente di resistere e morire per il Giappone, soverchiati dall'apparato bellico americano infinitamente più potente e numeroso. La difesa della patria sarà comunque strenua, nonostante non tutti i protagonisti messi in campo provino il senso d'onore tipico dei giapponesi ne una gran voglia di immolarsi per il proprio paese, idea troppo volatile, finanche stupida per certi versi, se paragonata alla possibilità di tornare dai propri cari o a quella di vedere per la prima volta un figlio non ancora nato.


Anche nei singoli episodi presenti nel film, Eastwood sottolinea come ci sia crudeltà da ambo le parti così come qualsiasi schieramento sia capace di solidarietà e pietà, può sembrare banale ma il messaggio veicolato dal film, "il nemico è come noi", ha valenza assoluta, messaggio che purtroppo perde voce di fronte agli interessi che muovono le guerre e i loro orrori.

Molto riuscito visivamente, con una fotografia quasi monocromatica e sequenze dinamiche davvero impressionanti, ottima quella dedicata al primo attacco americano all'isola. Alcuni passaggi riportano alla mente segmenti di Flags of our fathers, come è giusto che sia, anche se il focus rimane sempre rivolto all'interno dell'uomo più che a ciò che gli accade intorno.

In definitiva i due film, presi nel loro insieme, non sono comunque il lavoro migliore di un regista che ha sfornato diversi capolavori, rimangono però un bello spaccato di ciò che può voler dire dover affrontare drammi più grandi dell'uomo stesso, magari anche inutilmente, è un tipo di Cinema che si spera possa lasciare il segno sulle generazioni a venire, perché alla fine il vecchio detto "non bisogna dimenticare" rimane comunque sempre valido.

giovedì 13 febbraio 2014

FLAGS OF OUR FATHERS

(di Clint Eastwood, 2006)

Flags of our fathers è il primo tassello del dittico che comprende anche Lettere da Iwo Jima, due film che raccontano lo stesso evento analizzato da due punti di vista differenti: la battaglia per la conquista dell'isola vulcanica di Iwo Jima vista in questa pellicola in chiave americana e nella successiva dal punto di vista dei giapponesi.

Dirige Clint Eastwood che compare anche in veste di produttore insieme a Steven Spielberg. Per argomenti trattati e alcune sequenze presenti nel film viene naturale fare un parallelo con Salvate il soldato Ryan dello stesso Spielberg. E' proprio la crudissima sequenza d'apertura del film di Spielberg, che racconta lo sbarco in Normandia, a tornare alla mente guardando questo Flags of our fathers che ci mostra lo sbarco delle truppe dei marines statunitensi sulle coste dell'isola del Pacifico di Iwo Jima. Flags of our fathers manca del furore inaspettato offerto dai primi minuti di Salvate il soldato Ryan pur non lesinando la giusta dose di orrore e assurda crudeltà che ogni guerra è capace di produrre su larga scala. Nonostante il pugno allo stomaco infertoci da Spielberg andasse a segno con maggior vigore in fin dei conti Eastwood ci offre un film complessivamente più onesto, meno retorico e meno buonista di quello del superbuonista e familista Spielberg. Che per carità, non fraintendetemi, va anche bene essere buonista e familista se stai girando E.T. però...

Insomma, per un film di matrice bellica Spielberg sceglie di mostrarci l'isolato gesto nobile di una nazione che ha mandato e continua a mandare a morire migliaia e migliaia dei suoi giovani figli, spesso per motivi egoistici e puramente economici. La guerra è altro.

Eastwood ci mostra, e lo ribadisce per mezzo della voce di uno dei suoi attori, come vanno realmente le cose, quando uno dei marines cade in mare in mezzo a una flotta di navi amiche, dopo le prime risate lo sgomento:
- Non si fermano mica
- Cosa?
- Non si ferma nessuno, non possono
- e dicono "nessuno verrà abbandonato".
(altro che andare a salvare il soldato Ryan)

L'orrore della guerra fa da contrappunto all'ignominia di un governo che si preoccupa più di tirar su dei soldi per lo sforzo bellico, senza preoccuparsi di farlo in modo onorevole, e si occupa molto meno delle vite e della sofferenza dei suoi giovani figli costringendo alcuni di essi, ragazzi che hanno visto il peggio della vita e della morte, a mentire di fronte all'intero paese per questa "nobile" causa.



L'episodio della bandiera U.S.A. issata a Iwo Jima e reso immortale dalla fotografia di Joe Rosenthal costituisce in larga parte un falso storico, al momento dello scatto l'atto era già passato e ricostruito a bella posta per i media che lo utilizzarono per alimentare la propaganda casalinga allo scopo di raccogliere i soldi necessari al proseguio della guerra. Eastwood ci racconta le sorti di tre dei soldati che issarono la seconda bandiera, quella posticcia, e che divennero delle glorie nazionali in gran parte costruite a tavolino. Ragazzi che avevano affrontato il demone della guerra ma assurti al rango di eroi per un episodio falso, con tutti i sensi di colpa che da questo derivano. Sicuramente non il miglior Eastwood che si possa avere, il grande Clint ci ha regalato di meglio. E' indubbio come ancora una volta il regista affronti un tema delicato con grande onestà e con il cuore dalla parte giusta confezionando comunque un buon film affidandosi a un cast privo di prime stelle ma sempre funzionale alla narrazione e sempre in parte.

Come quasi tutti i film del regista anche questo Flags of our fathers è da vedere, se proprio dovete scegliere tra questo e quell'altro... beh, fate voi. Per l'altro tanto di cappello per il primo quarto d'ora però.

domenica 8 agosto 2010

BRONCO BILLY

(di Clint Eastwood, 1980)


Questo è un film datato 1980. Quando penso agli anni '80 non mi sembrano mai così lontani, sicuramente perché li ho vissuti, li ho impressi nella memoria e li conosco. Eppure dal 1980 di anni ne sono passati ben trenta. Sono passati per noi e anche per Clint Eastwood il quale è diventato il regista eccezionale che oggi conosciamo. Allora ancora non lo era e questo Bronco Billy non si avvicina neanche ai suoi capolavori più recenti.

Il film si guarda comunque con piacere anche se motivi d’interesse nella trama o nell'intreccio non se ne trovano poi molti.
Bronco Billy (lo stesso Eastwood) dirige un circo itinerante a tematica western, lui e i suoi soci a prima vista sembrano più che altro una cricca di sfigati. Lavorano in giro per l’America ma di soldi ne vedono veramente pochi. In più Bronco Billy è in cerca di una nuova assistente, una che non finisca col culo in terra quando monta a cavallo o che non faccia l’isterica al momento del lancio del coltello.

Antoinette Lily (Sondra Locke, compagna di Eastwood per quindici anni) è una futura ereditiera che deve sposarsi per mettere le mani su una bella somma di denaro. Segue matrimonio di comodo e fuga del neo-sposo causa l’altezzosità e l’insopportabile carattere della sposa la quale, rimasta in piena notte in braghe di tela, chiede aiuto a Bronco Billy dopo un incontro fortuito. Lo schema è quello della commedia romantica, si incontrano, si detestano, si innamorano, si lasciano, si riprendono. Nulla di originale quindi.

I motivi d’interesse del film sono da cercare nelle motivazioni dei personaggi, nei sentimenti e nella descrizione dell’ambiente “cowboy oriented” di certa provincia americana. Il circo itinerante, gli spazi ampi, le risse nei bar, la musica country con esibizione di Merle Haggard in persona, la vita semplice. La ricerca della libertà e di uno stile di vita. Scopriamo che Bronco Billy ha la fama di grande pistolero solo da pochi anni; Newyorkese di nascita, faceva il commesso viaggiatore ma sognava da sempre la vita da cowboy. Sono scelte: “Si vive una volta sola, abbiamo tutti il diritto di vivere”.
Poi c’è la crescita di Antoinette che da altezzosa e indisponente cittadina imparerà ad amare questa strana famiglia. Un film che si potrebbe definire ingenuo ma molto genuino.

sabato 7 agosto 2010

CHANGELING

(di Clint Eastwood, 2008)

Los Angeles 1928. L’immagine in bianco e nero vira lentamente verso il colore, gli occhi si riempiono della splendida ricostruzione d’epoca di una via dei sobborghi della città degli angeli.

La camera di Eastwood ne cattura l’essenza, le auto d’epoca, le case ben curate, l’attenzione per quel portico che a distanza di anni potrebbe trasformarsi in quello di Walt Kowalski. L’occhio di quello che è uno degli ultimi grandi registi classici, ci accompagna verso il centro della città. Segue la sua attrice, una qui veramente splendida Angelina Jolie, ci consente di meravigliarci per i bellissimi costumi e per le scenografie, ci proietta indietro nel tempo.

Christine Collins (Angelina Jolie) è una donna con un buon lavoro, un bambino che ama moltissimo e un (ex) marito che si è dato alla fuga appena saputo della futura paternità. Christine è anche un’ottima madre. Un giorno, dopo aver promesso al figlio di portarlo al cinema, è costretta da un imprevisto a tornare a lavoro lasciando suo figlio solo in casa. Quando torna a casa non trova più il bambino. Da qui inizierà una discesa all'inferno costellata di dolore e di ingiustizia.

La prima richiesta d’aiuto fatta alla polizia viene liquidata bruscamente, che i ragazzini scappino di casa è cosa nota, il bambino tornerà di certo entro il mattino seguente. Ma il bambino non torna, nessuno l’ha visto. Il giorno seguente il dipartimento di polizia di Los Angeles inizia le ricerche. Caso vuole che proprio il LAPD sia il corpo di polizia più corrotto, brutale e violento dell’intero paese. Ne sa qualcosa il reverendo Briegleb (John Malkovich) che ne denuncia quotidianamente i soprusi e le ingiustizie dalla sua radio. La popolarità del dipartimento presso l’opinione pubblica è in forte calo e, cinque mesi dopo l’inizio delle ricerche, il ritrovamento del giovane Collins può almeno in parte riscattarne la reputazione. La polizia organizza il ricongiungimento davanti ai giornalisti tra questa madre addolorata e il suo bambino. Peccato che il bambino ritrovato non sia il figlio di Christine.


Il dipartimento non vuole riconoscere l’errore e imputa a Christine uno stato mentale confuso a causa del dolore degli ultimi mesi. Convince la donna a portarsi a casa quel bambino, cinque mesi sono lunghi, il bambino sarà cambiato. Ma Christine è una donna forte, rivuole suo figlio e insiste con la polizia perché si effettuino altre ricerche. La polizia perde tempo, il bambino mente e lei non demorde e trova dei testimoni che confermino lo scambio di persona. La polizia ha i suoi esperti. Quando Christine si rivolge ai giornali il dipartimento la fa passare per pazza e la interna in un manicomio dove troverà ingiustizie e la solidarietà di altre donne come lei vittime della polizia. L’unico a continuare a lottare per Christine sarà il reverendo Briegleb.

Eastwood e la Jolie, artefici di una prestazione sublime, riescono a trasmettere tutto il dolore di quella madre, il peso delle ingiustizie, delle umiliazioni, il senso d’impotenza di una donna di fronte ai poteri forti e la loro odiosa prepotenza. Si soffre e tanto, per chi come me è anche genitore la storia raccontata (che è basata purtroppo su una vicenda realmente accaduta) diventa quasi insopportabile. Basta poco, l’inquadratura di una camera vuota, le mani della Jolie che accarezzano un letto ormai sempre in ordine, l’indifferenza dei “servi” della polizia come il primario del manicomio verso il dolore della donna. Una storia altrettanto terribile scorre parallela a quella di Christine e porterà lo spettatore verso l’inevitabile conclusione.

Sono pochi li spiragli di luce in questo Changeling, le soglie di sofferenza superano anche quelle di film come Million dollar baby o Mystic River. La Jolie (nominata all'Oscar) oltre che bella, in questo film più del solito, si rivela anche molto brava. Clint Eastwood, che Dio ce lo conservi ancora a lungo, è il miglior regista vivente. Coinvolti nella produzione del film anche Ron Howard e lo sceneggiatore J. M. Straczynski autore di serie tv di culto (Babylon Five) e scrittore di ottimi fumetti (Rising stars, Supreme Power, Spider-Man e Thor). Se siete genitori troppo sensibili all'argomento non guardate questo film perché vi distruggerà. D’altro canto è sempre bene rendersi conto delle schifezze delle quali la nostra razza è capace.
Eastwood non sbaglia un film e a ottanta anni suonati per nostra fortuna non ha intenzione di smettere.

domenica 13 giugno 2010

80 E NON SENTIRLI

In questo blog mi è già capitato, e ancora mi capiterà, di parlare di cinema.
Non sono un critico e non ho mai studiato a nessun livello alcuna materia legata alla settima arte. Semplicemente amo le storie. Quindi il cinema, come la letteratura o il fumetto, è per me una passione della quale parlo in maniera totalmente soggettiva. Gran parte delle mie conoscenze in materia le ho acquisite leggendo, settimana dopo settimana, quella che per me è la migliore rivista a occuparsi di cinema e televisione. La rivista in questione è Film TV. Probabilmente è l’unica guida ai programmi televisivi (ovviamente si parla di film, serial, qualche fiction e non della “Pupa e il secchione” o altre cazzate simili) dove al posto dei vari gossip, tette e culi e compagnia bella si possono trovare le recensioni dei film in sala, approfondimenti su registi, attori o filmografie ragionate. Oltre a consigliare a tutti gli appassionati di cinema questa rivista volevo segnalarne, e qui mi collego al titolo del post, un’iniziativa dedicata al grandissimo Clint Eastwood che proprio il 30 maggio scorso ha compiuto 80 anni (e cavoli come ci è arrivato, applausi grazie).
Su Film Tv n. 21, oltre a trovare un ottimo articolo dedicato a Eastwood (eletto Guida Morale dalla redazione), vari critici cinematografici hanno scelto un film del Clint regista o attore e hanno redatto una loro breve visione dell’opera selezionata. Queste compaiono sulle pagine dello stesso numero e sono ben 33.
I lettori della rivista sono stati invitati a fare altrettanto. I loro interventi verranno pubblicati una volta al mese per tutto il 2010. In queste speciali occasioni Film TV regalerà la locandina di uno dei film del grande Clint (Gunny nel n. 22) sul retro della quale compariranno proprio alcuni dei contributi dei lettori. Un’iniziativa da non perdere per tutti i fan del signor Kowalski.

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