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venerdì 2 settembre 2022

DIABOLIK

(dei Manetti Bros, 2021)

Piccola premessa: pur essendo un amante del medium fumetto ammetto di non essere un grande conoscitore del personaggio e della serie di Diabolik la quale, letta sporadicamente, non è mai riuscita a suscitare il mio interesse. Di contro invece è abbastanza chiara la mia radicata propensione a guardare con affetto tutti gli sforzi produttivi dei fratelli Manetti, fautori di un'idea di cinema verso la quale in me nasce una simpatia quasi naturale. Detto ciò parliamo quindi di questo Diabolik senza troppo andare a confrontare il lavoro dei registi romani con l'opera delle sorelle Giussani, anche se il fatto che i Manetti siano da sempre grandi fan del personaggio e i commenti degli amanti della serie lasciano trasparire come la trasposizione sfoggi una certa fedeltà all'opera originale creata dalle due signore del nero italiano. È proprio la "strana italianità" che i Manetti hanno cercato di ricreare a divenire caratteristica di base del loro film; nonostante i nomi delle ambientazioni siano quelle della città di Clerville o della marittima Ghenf e i personaggi di contorno, gli agenti di polizia ad esempio, portino nomi come Florian, Palmer, etc., è palese come le location siano città nostrane (Milano, Bologna, Trieste) e come gli attori reclutati dai Manetti spingano chiaramente su cadenze del Nord Italia, il tutto crea un effetto straniante acuito da un décor tipicamente anni 60 che, per chi non conosce il personaggio e la sua serie, può lasciare in principio un poco spiazzati. Ma a rimettere in ordine qualsiasi tipo di perplessità possa avere lo spettatore arriva Eva Kant.

Clerville anni 60. Diabolik (Luca Marinelli) è già un nome noto capace di far nascere preoccupazione in chiunque e l'ispettore Ginko (Valerio Mastandrea) è da tempo sulle sue tracce. Quando a Clerville arriva la bella e apparentemente molto ricca Lady Eva Kant (Miriam Leone) con tanto di gioiello di inestimabile valore al seguito, per Diabolik l'occasione di mettersi alla prova non potrà che dirsi troppo ghiotta per farsela sfuggire. Mentre le misure di sicurezza si stringono sempre più nell'hotel dove alloggia la Kant e dove il gioiello è custodito, il ladro assassino farà la sua mossa ben pianificata, cosa che non gli impedirà però di essere scoperto proprio dalla donna che sta rapinando la quale, invece di dimostrarsi intimorita dalla fama del terribile criminale, riesce a tenergli testa e ne subisce il fascino da uomo del mistero. Di contro anche Diabolik non può rimanere indifferente a una donna di un coraggio e di una bellezza strabilianti. Fatta comunella non resta che preoccuparsi dell'ispettore Ginko, poliziotto in gamba e che non molla mai, soprattutto se viene messo sulla giusta pista dall'inconsapevole moglie di Diabolik che, nella sua identità di Walter Dorian, è sposato alla sottomessa Elisabeth Gay (Serena Rossi).


Diabolik soffre un po' di quello che è un difetto ricorrente di diverse produzioni dei Manetti, ovvero attori coprotagonisti con un livello di recitazione non degno di un film per le sale; a parte le dovute eccezioni (ovviamente Mastandrea, Citran, la Scalera nota per dare il volto al sostituto procuratore Imma Tataranni) il resto del cast non brilla certo per doti attoriali, almeno non in questo film. Se la Leone (la vera protagonista del film, altro che Diabolik) è ancora autrice di una prova accettabile (ma con diversi passaggi non del tutto convincenti), è aiutata anche dall'importanza per il suo ruolo della presenza fisica, la Leone è una perfetta Eva Kant e la sua bellezza è davvero tale e tanta da far brillare di luce propria l'intero film. Spiace vedere un Alessandro Roja non così convincente (molto bene era andata in Song 'e Napule invece) e un Marinelli oltremodo imbambolato; vero è che il personaggio è glaciale e freddo e necessitava di sottrazione, ma qui si rasenta l'effetto stoccafisso. In diversi passaggi, soprattutto per chi non conosce il contesto del fumetto, c'è da dire che il contrasto tra ambientazione vaga, nomi stranieri, accenti e recitazione degli attori e décor tipico dell'Italia di fine Sessanta crea un insieme di elementi che a tratti sembra portare a un effetto di comico involontario. Di contro c'è da dire che il film cresce minuto dopo minuto, i Manetti offrono una bella prova di regia con soluzioni interessanti, vedi la scena dell'inseguimento iniziale (con un trucchetto del Diabolik davvero inverosimile però) o la rapina alla banca di Ghenf con uno split screen molto in linea con l'atmosfera dei tempi e del fumetto, quando si entra nel gioco alla fine ci si diverte anche. Buona la produzione che non sembra votata al risparmio come in altre opere dei Nostri. Il film non sarà un capolavoro ma alla fine una sufficienza se la porta a casa senza sforzi, il tocco dei Manetti c'è, se loro piacciono alla fine non si resta delusi nemmeno questa volta e ci si può pure scordare degli attori cani.


giovedì 25 novembre 2021

IL MOSTRO DELLA CRIPTA

(di Daniele Misischia, 2021)

Opera seconda per Daniele Misischia, sodale dei Manetti Bros e loro collaboratore in diversi progetti per la televisione (L'ispettore Coliandro, Il commissario Rex); Il mostro della cripta è più commedia che horror, un film che gioca sul sapore amatoriale e la nostalgia per i tempi spensierati della gioventù, per quell'età perduta più che propriamente per l'epoca degli anni 80 nella quale il film è ambientato con cura di dettagli e citazioni pop. Quello che emerge dal progetto dei Manetti - loro l'idea e la sceneggiatura - è un'amore incondizionato al quale da tempo ci hanno abituati per il cinema e per i generi, per l'arte di portare a casa la pagnotta in modo sempre dignitoso e divertito anche quando la capacità di spesa e i mezzi non sono quelli dei grandi blockbuster (e non lo sono praticamente mai), un amore che con tutta probabilità li accomuna all'amico Misischia che sembra in perfetta sintonia con il modo di intendere il cinema, e più in generale la narrazione per immagini, di Marco e Antonio Manetti, una coppia che almeno chi scrive non finirà mai di ringraziare per il loro approccio vero, sincero e genuino alla materia. E anche perché sono due cazzari capaci di far ridere sempre.

Sul finire degli anni 80 a Bobbio, paese dove con buona pace del maestro Bellocchio non c'è proprio niente da fare, un gruppo di ragazzi si diletta nelle riprese di un film horror amatoriale a budget sottozero; Giò (Tobia De Angelis), aspirante regista, sceglie come protagonista e scream queen del suo film la compagna di scuola Vanessa (Amanda Campana), perché "come lei non grida nessuno" e poi perché è davvero figa, Giovanni ne è cotto perso, ma Vanessa ovviamente questo sfigato nemmeno se lo fila e preferisce frequentare il viscido patentato proprietario di pick up di turno (mentre Giò va in giro su una bicicletta che per taglia andrebbe bene per un bambino di sei anni). Appassionato di fumetti horror Giò è fan dei lavori di Diego Busivirici (Pasquale Petrolo a.k.a. Lillo), fumettista di Bologna, è proprio leggendo il suo Squadra 666 - Il mostro della cripta che il ragazzo nota delle affinità tra le location del fumetto e la sua Bobbio: la chiesa del paese, il caratteristico pilone di Bobbio, una costruzione alta 20 metri di cui non si conosce l'origine e la cripta nascosta nella chiesa, unico elemento all'apparenza stonato in quanto Giò e il suo amico Alberino (Nicola Branchini), alle spalle una lunga esperienza come chierichetti, non ne conoscono l'esistenza. Incuriositi i due amici iniziano a indagare, nel frattempo la famiglia Valmont, composta dai matti del paese, inizia una segreta mattanza in nome di solo Dio sa cosa...

C'è aria di nostalgia e agli effetti speciali, in gran parte artigianali, viene chiamato il nome più rinomato della scuola italiana, Sergio Stivaletti, a donare una patina professionale anche sotto il punto di vista visivo, quando si passa al digitale qualche effetto più al risparmio invece lo si nota, attori in parte ma indubbiamente non proprio d'alta scuola di recitazione fatta esclusione per i nomi più noti, confezione come già abbiamo detto low budget ma tutto sommato ben realizzata per un film che, diciamocelo, non punta sull'horror in quanto non suscita mai brividi ma più che altro risate, assolutamente volontarie, è dal punto di vista della commedia che il film va visto e che si lascia apprezzare, d'altronde la scena di apertura con De Notaris, già in Song 'e Napule dei Manetti, per i conoscitori è tutta un programma. Bella ricostruzione d'epoca, con l'edicola e la cameretta di Giò a ricordare le riviste a fumetti di quegli anni, le videocassette dei film, i poster, tutto richiama gli 80, in quest'ottica anche l'abbigliamento e la caratterizzazione dei personaggi colgono bene l'atmosfera che si respirava in quegli anni lì. Indovinata la colonna sonora che passa dai Blue Oyster Cult a Guccini con l'entrata in scena del personaggio di Lillo, vero motore comico dell'operazione che per un maialino alle erbe affronterebbe di tutto. Da prendere così, film divertente che gronda passione, cinema di serie b, spunti, ammicchi, ideale per chiudere con quattro risate una giornata magari pesante.

domenica 18 agosto 2019

AMMORE E MALAVITA

(dei Manetti Bros, 2017)

I fratelli Manetti (Marco e Antonio) fanno un'ulteriore passo avanti nella loro poetica cinematografica creando qualcosa di unico e bizzarro per il panorama della commedia italiana all'interno del quale, ibridando generi e visioni, avevano già lasciato segni forti di un'originalità personale e sinceramente spassosa che ha allietato le ore di tantissimi spettatori, creandosi anno dopo anno, tra film e serie televisive, un pubblico affezionato pronto a seguirli in ogni loro nuova mossa. Dopo il successo di Song'e Napule i due registi ridanno fiducia e per la seconda volta consecutiva riversano il loro amore sulla città di Napoli, scenario di una vera e propria storia di amore e malavita. Il cast è consolidato e si è probabilmente assemblato quasi da solo, i volti sono per lo più noti a chi ama il Cinema dei Manetti: viene giustamente dato più spazio rispetto a quello che aveva nel film precedente a quel mostro (in senso buono) di Carlo Buccirosso, alta scuola della recitazione, Morelli è immancabile e insieme a Serena Rossi forma la coppia protagonista di questa vicenda d'amore imbevuto di sangue, torna anche il Raiz (Gennaro Della Volpe, cantante degli Almamegretta) già visto in Coliandro, ottima la presenza di Franco Ricciardi (già Mazzadiferro in Song'e Napule) e sorprende un'ottima Gerini che pur lasciando intuire di non essere realmente d'origini napoletane offre un'ottima prova che ha raccolto diversi riconoscimenti grazie alla sua interpretazione di Donna Maria.


L'oggetto Ammore e malavita si può considerare quasi unico, una mistura che travalica anche i generi, andando a toccare la sceneggiata napoletana così come il musical di stampo più moderno, le derive criminali tanto care ai Manetti consolidate nella tradizione (cinematografica) nostrana mischiate a momenti di danza e ballo; Ammore e malavita è commedia e allo stesso tempo si concede la più classica delle "zeppate" napoletane con una esilarante e non troppo nascosta critica a chi di Napoli vuole esaltare solo il peggio, meravigliosa tutta la sequenza girata a Scampia con il gruppo di stranieri in visita turistica alle Vele, un passaggio che esalta il connubio tra situazione, canzone e momento danzante. Chapeau! I Manetti si concedono ancora all'effettaccio dal basso (il proiettile al ralenty) ma per il resto impiegano il budget tirandone fuori ottimo Cinema, di quello capace in qualche modo ancora di stupire, di lasciare lo spettatore soddisfatto per non aver visto la solita commediola da quattro soldi.

Don Vincenzo Strozzalone (Carlo Buccirosso) è il re del pesce sulla piazza di Napoli e sul porto di Pozzuoli, gestisce un'impero criminale minacciato da diverse famiglie avversarie. Scampato a un'agguato volto a toglierlo di mezzo, grazie all'intervento delle sue due "Tigri", Ciro (Giampaolo Morelli) e Rosario (Raiz), due inarrestabili killer in motocicletta, Don Vincenzo decide di sparire e, istigato nell'idea da sua moglie Donna Maria (Claudia Gerini), cinefila incallita, inscena un finto funerale con tanto di sosia a riempire la bara (James Bond docet). Ma una giovane infermiera, Fatima (Serena Rossi) primo amore di Ciro, vede il boss ancora vivo, diventando così uno scomodo testimone che proprio le Tigri dovranno togliere di mezzo. Ma Ciro non ce la può fare.


I Manetti stravolgono un poco l'utilizzo a cui siamo abituati di Giampaolo Morelli, qui un vero tenebroso, ancora capace d'amare ma che raramente si concede al suo lato più cazzaro così congeniale all'attore napoletano, lo fanno cantare e qui forse qualche limite dell'attore emerge, schiacciato in mezzo a tanta altra gente che col canto è molto più a suo agio o addirittura ne ha fatto un mestiere (Raiz o Franco Ricciardi ad esempio), per quel che riguarda il versante canoro la Gerini già aveva dimostrato di non essere estranea a questo mondo, la Rossi la conosciamo molto bene e anche Buccirosso di mestiere se la cava.  Le musiche amalgamano la tradizione napoletana a suoni più moderni conferendo al film un'identità difficile da catalogare tra musical, commedia e gangster story con l'aggiunta dei siparietti danzanti, identità di grande valore nell'ottica di portare il nostro Cinema da qualche altra parte, fuori dalla palude dove spesso si trova a ristagnare quando ci si avventura lontano dai grandi e noti autori riconosciuti da tutti.

venerdì 31 agosto 2018

SONG 'E NAPULE

(dei Manetti Bros, 2013)

Ma che ce ne fotte di vedere film italiani come Perfetti sconosciuti quando possiamo avere roba come Song'e Napule? Il mio amore per L'Ispettore Coliandro, per Giampaolo Morelli e per l'approccio dal basso al Cinema da parte dei Manetti è ormai risaputo; potevo non adorare un film come Song'e Napule che riunisce tante delle caratteristiche già presenti nella serie di Coliandro trasportandole da Bologna a Napoli, città che per motivi di sangue mi sta a cuore in maniera particolare? Ovviamente non potevo e infatti il film l'ho adorato, una delle commedie italiane che più mi ha divertito negli ultimi anni (e sì, ho visto pure un paio di quelle di Zalone che in verità mi hanno detto davvero poco o niente).

Il lato più comico, scanzonato e cazzaro dei Manetti, che non sempre adoperano questo registro, viene qui esaltato da una miscela di elementi che evidentemente sta molto a cuore ai due fratelli romani. Tanto per iniziare è presente anche qui l'intreccio criminale che passa però in secondo piano rispetto alla forza dirompente della commedia, vitalizzata in maniera impeccabile dal già noto Morelli e dall'altrettanto bravo Alessandro Roja, vero protagonista del film. La vicenda è ben calata nell'atmosfera partenopea grazie a un cast molto indovinato anche se non completamente proveniente da Napoli (Roja è infatti romano, Sassanelli pugliese) e si rifà in maniera evidente al poliziottesco italiano degli anni 70 come dimostra anche la bella sequenza con tanto di inseguimento con una vecchia Giulia, auto simbolo della Polizia di quel decennio. Poi la musica... il connubio tra il neomelodico napoletano qui rappresentato dal personaggio di Lollo Love (Giampaolo Morelli) e la passione dei Manetti per la musica da blaxploitation dei Seventies, influenze stridenti capaci di creare una mistura irresistibilmente accattivante e comica.


A Napoli è difficile trovare lavoro, lo sanno tutti, anche un ragazzo irreprensibile, onesto e ligio al dovere si vede prima o poi costretto ad accettare il grande male della raccomandazione. Paco Stillo (Alessandro Roja), talentuoso musicista laureato al Conservatorio, dopo un colloquio col questore Vitali (un grande Carlo Buccirosso) accetta di entrare in Polizia, lavoro di routine lontano dall'azione, Paco nemmeno sa tenere in mano una pistola. Quando al Commissario Cammarota (un bastardissimo Sassanelli) arriva la soffiata della presenza di un noto latitante della Camorra al matrimonio della figlia di un altro camorrista, scatta la trappola. L'idea è quella di infiltrare qualcuno al matrimonio, magari inserendo un elemento nella band di Lollo Love (Giampaolo Morelli), cantante neomelodico sulla cresta dell'onda adorato dalla futura sposa e già ingaggiato per il matrimonio. Si ma chi infiltrare? Servirebbe qualcuno in grado di suonare con la band, un giovane capace di entrare nelle grazie del cantante... Paco, chi altri? Solo un paio sono gli intoppi, il più evidente è che Paco non sia proprio sto gran poliziotto, di minor importanza il fatto che Paco sia un musicista vero e consideri tutto il fenomeno dei neomelodici roba da decerebrati mentali. Una vera tortura per il giovane se non fosse che Lollo Love ha una sorella (Serena Rossi) che non è niente male...


La regia dei Manetti è allo stesso tempo rodata ed esperta ma anche povera, i due fratelli non mancano di ricorrere all'effetto speciale artigianale, a quel ralenty artefatto che ci riporta alla serie b, a quel Cinema lontano dalle grandi produzioni che è ormai una loro cifra stilistica e che probabilmente avrebbero le capacità economiche per abbandonare. Ma questo è il loro campo da gioco nel quale si trovano a loro agio e all'interno del quale sono capaci di realizzare prodotti dagli ottimi esiti, perché abbandonarlo? È un Cinema popolare che mischia la commedia all'azione ma che non dimentica i sentimenti nobili: l'amore, l'amicizia, l'onestà, riabilitando l'uomo integro, coraggioso e anche un fenomeno locale di portata enorme, quello della musica neomelodica, affrancandolo dal binomio con la camorra al quale spesso viene associato.

Su Morelli non aggiungo nulla, ormai penso veramente che l'attore napoletano abbia dentro di sé un po' di quello che vediamo dei suoi personaggi sullo schermo, e non ci sarebbe niente di male, anzi, voi non paghereste per avere un amico così? Simpaticissimo, un po' coglione ma col cuore sempre al posto giusto? Anche Serena Rossi ormai la conosciamo, uno di quei volti che mette buonumore solo a vederlo, un sorriso irresistibile e poi un ottimo Roja che non conoscevo e diverse comparsate di attori scafati come Buccirosso, Peppe Servillo o Antonio Pennarella purtroppo da pochissimo scomparso.

Il mix di elementi ha portato il film a un buon successo e i Manetti a guadagnare una popolarità un po' più ampia, un successo che sicuramente meritano e che ha portato alla produzione del successivo Ammore e malavita, altro film apprezzato da pubblico e critica. È un Cinema fatto più col cuore, con la pancia quello dei Manetti e io spero vivamente che continuino sempre così, nel frattempo tanti saluti cuoricini...

mercoledì 21 febbraio 2018

L'ARRIVO DI WANG

(dei Manetti Bros, 2011)

I Manetti sguazzano da anni in una dimensione che non è quella delle grandi produzioni, probabilmente le cose negli ultimi anni sono migliorate grazie al ritorno di Coliandro nei palinsesti Rai, ritorno fortemente voluto e chiesto a gran voce dai fan, e soprattutto grazie ai buoni successi, almeno di critica, dei più recenti Song 'è Napule e Ammore e malavita. Nel 2011 però, anno di uscita di questo L'arrivo di Wang, i confini materiali (non quelli mentali) e le possibilità economiche del Cinema dei Manetti sono ancora limitate. Questo però non ferma i due fratelli Marco e Antonio Manetti che, anzi, fanno di necessità virtù puntando sulle idee e sui generi per travalicare, come fanno già da tempo con L'ispettore Coliandro, i confini un poco asfittici della fiction e delle piccole produzioni italiane. Il film è realizzato con quattro soldi, quattro volti (tre veri e uno finto), una location e alcune buone idee. Poverissimo ma allo stesso tempo interessante, anche visivamente per alcuni versi, con una buona tensione in diversi passaggi della vicenda sottolineata dalle buone prestazioni del veterano Ennio Fantastichini e della meno nota Francesca Cuttica, già con i Manetti nelle stagioni sette e otto de Il Commissario Rex (eh si, i Manetti hanno fatto anche quello, parecchio trash se ci è concesso). Guardando operazioni come questa si capisce che i Manetti nel piccolo sanno benissimo come muoversi e che quel tipo di dimensione ai due fratelli piace pure, e alla fine riescono a farla piacere anche a noi.

Gaia Aloisi (Francesca Cuttica) è un'interprete impegnata a tradurre un film dal cinese, mentre lavora riceve una chiamata da una persona con cui ha collaborato in precedenza che le offre un lavoro di un paio d'ore urgentissimo ma molto ben retribuito. La persona ha evidentemente a che fare con lo Stato, Gaia, visto il preavviso praticamente nullo, è un po' titubante ma finisce per accettare. Andrà a prenderla a casa il signor Curti (Ennio Fantastichini), uomo in odore di Servizi Segreti, che spiega a Gaia che dovrà tradurre dal cinese una sorta di interrogatorio a un certo signor Wang (Li Yong). Da qui iniziano i misteri, Gaia non potrà sapere dove si terrà l'interrogatorio, ci arriverà bendata, dovrà tradurre al buio senza mai vedere in faccia Wang, tutto ciò ovviamente inizia a spaventarla e a crearle inquietudine, inizia a pensare al peggio finché non le si palesa una verità molto diversa da quella che lei stessa si stava figurando.


Penso che ormai tutti abbiano sentito parlare di questo film e il rischio di spoiler è ormai molto ridotto (comunque con la trama ci fermiamo qui), quello che i Manetti riescono a fare benissimo è creare la giusta tensione e una buona dose d'attesa utilizzando pochissimi elementi: il mistero iniziale, la dinamica tra personaggi chiusi nella stessa stanza, effetti speciali a dir poco artigianali, le sfuriate di Fantastichini, la paura di Wang, l'angoscia della Cuttica e le derive nel genere che è quello, sbilanciamoci un poco, fantascientifico.

Oltre al sano divertimento che il film offre durante i suoi 80 minuti, ne L'arrivo di Wang ci si può vedere anche altro. Intanto la difficoltà di andare a competere per un prodotto simile, che pure ha vinto i suoi premi, con produzioni internazionali ad alto budget che si inseriscono nello stesso filone, ma anche la possibilità molto concreta di ovviare a tali disparità con la gestione ottimale delle idee supportate da scelte visive che se pure non sono all'altezza della concorrenza appaiono nell'economia del film comunque dignitose. Poi c'è la conferma che i Manetti se ne fottono, e io li amo per questo. Se ne fottono del pensare comune, non cedono alla metafora facile dell'altro maltrattato ma che in fondo è un bravo Cristo, se ne fottono, un po' come fanno gioiosamente con Coliandro, e vanno per la loro strada che non è affatto estrema, anzi, ma nemmeno addormentata e addomesticata. Questi sono come il famoso falegname, che con 30.000 lire lo fanno meglio.

martedì 29 giugno 2010

L'ISPETTORE COLIANDRO

Se penso a tutte le serie Tv e alle sit-com che arrivano dall’America o dalla Gran Bretagna e subito dopo alle fiction o alle serie nostrane mi viene tristezza. Una tristezza metaforica ovviamente, in fondo sono ancora libero di scegliere cosa guardare e di evitare le nostrane cagate. Poi mi viene in mente L’Ispettore Coliandro e mi torna il sorriso. Cazzo, loro L’Ispettore Coliandro non ce l’hanno. Per carità, hanno CSI, Lost e prodotti simili, hanno avuto Kojak, Colombo, La signora in giallo, i due tamarri di Miami Vice, quello pseudo investigatore in mutande di Magnum P.I., Starsky & Hutch e chi più ne ha più ne metta ma un cazzone come Coliandro non l’hanno mai avuto. E dico cazzone in senso buono, anzi buonissimo. Giampaolo Morelli, l’attore che interpreta il nostro, è entrato talmente bene nella parte che mi viene da pensare che anche lui sia un cazzone come il personaggio che interpreta e non me ne voglia Morelli (che tanto non leggerà mai queste righe) perché anche questa affermazione vuole essere un complimento e non un’offesa.

Coliandro è un poliziotto casinista e all’apparenza maschilista, razzista e con una propensione al politicamente scorretto. In realtà è un ingenuo dal cuore tenero. Grande fan di Clint Eastwood (come dargli torto) e del suo ispettore Callaghan si trova sempre in situazioni più grandi di lui dalle quali esce quasi sempre grazie a colpi di culo e cocciutaggine. Poi, guardandosi allo specchio è capace di esclamare: “Minchia! Meglio dell’ispettore Callaghan” oppure in situazioni critiche guarda il fetente di turno e l’apostrofa con un bel: “Coraggio, fatti ammazzare!”.

Moderna e veloce la regia dei Manetti Bros e numerose le citazioni cinematografiche. Alcune puntate guardano ai generi, il western ad esempio, creando delle commistioni volutamente esagerate e soluzioni altamente archetipiche (spero si capisca qualcosa di quello che sto scrivendo).
Anche le figure di contorno sono azzeccate e ben interpretate. Le sceneggiature sono di Carlo Lucarelli, ideatore del personaggio protagonista anche di alcuni suoi romanzi. Insomma il divertimento e le risate sono assicurate.

Purtroppo la Rai ha deciso di tagliare i fondi alla produzione della serie che già quest’anno ha presentato solo due puntate invece delle solite quattro. Bene! Così potremo (dico potremo, visto che i soldi del canone sono anche i nostri) pagare qualche cazzone in più (cazzone inteso non come complimento questa volta) per andare sull’isola dei famosi o aumentare il compenso del prossimo presentatore del sempre ottimo Festival di Sanremo.

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