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domenica 20 aprile 2025

BLACK MIRROR - STAGIONE 7

Un paio di anni fa, nel 2023 per la precisione, commentando la sesta stagione del Black Mirror di Charlie Brooker ci lasciammo chiedendoci se la serie sarebbe tornata ad assolvere a uno dei suoi compiti primari, ovvero se sarebbe riuscita nuovamente a stupirci e a colpirci nel profondo come fece anni addietro all'epoca della messa online delle primissime stagioni di un show allora geniale, anticipatore, intelligente e ficcante in maniera puntuale e molto pessimistica. Oggi, a visione della settima stagione ultimata, possiamo dirci senza timore che no, Black Mirror non ha più quella capacità di stupire che aveva quando iniziò a muovere i suoi primi passi, non ha forse nemmeno più l'indole per leggere e predire il prossimo futuro e l'uso nefasto che potremmo fare delle tecnologie in via di sviluppo già nel nostro presente; ciò non toglie che la serie ideata da Charlie Brooker sia ancora capace di offrirci ottimi spunti di riflessione per leggere noi stessi e il nostro oggi, ancor più che un nostro possibile domani, nel farlo punta ancora sulle paura e sulle angosce alle quali potremmo andare incontro da qui a poco ma soprattutto preme sulle emozioni, sui sentimenti, su tutta quella sfera affettiva che si spera i device, i social network, le connessioni perenni non riusciranno mai a farci dimenticare e mettere da parte. Come già nelle scorse stagioni la qualità delle puntate è altalenante, si passa da episodi ottimamente riusciti (un paio) a passaggi più deboli che vedono almeno un episodio completamente trascurabile. Diamo un'occhiata proprio ai sei nuovi titoli rilasciati negli scorsi giorni su Netflix.

Il lotto si apre con Gente comune (Common people), probabilmente l'episodio in potenza più angosciante e che più richiama la sintesi d'intenti propria del primissimo Black Mirror. L'episodio è una triste e nerissima disamina del sopravvento del capitale sull'empatia e sul sentimento, l'azzeramento della solidarietà, dell'amore per l'altro, della pietà, tutti sentimenti nobili sconfitti di fronte all'opportunità del profitto. Amanda (Rashida Jones) e Mike (Chris O'Dowd) sono due persone comuni che si amano, due persone belle e semplici, lui operaio, lei insegnante, ancora innamorati dopo tanti anni insieme, con i loro riti, le loro difficoltà quotidiane affrontate sempre con ottimismo. Poi Amanda si ammala, un tumore al cervello che la costringe a uno stato di coma all'apparenza irreversibile. Alla disperazione di Mike sembra poter porre rimedio la RiverMind, un'azienda che si occupa di biotecnologie avanzate e che attraverso la sua rappresentante Gaynor (Tracee Ellis Ross) offre all'uomo una soluzione: un trapianto della parte lesa del cervello di Amanda con una nuova che verrà nutrita tramite una sorta di tecnologia wireless con i dati mutuati dalla vecchia, un servizio a copertura regionale (Amanda non potrà uscire dalla zona di copertura) con un canone mensile nemmeno così oneroso se confrontato alla possibilità di perdere per sempre l'amore della propria vita. Qualche sacrificio, ore di straordinario in più, ore di sonno in meno e Mike potrà riavere la sua Amanda. Ma per tutto c'è un prezzo da pagare e non sarà solo quello dell'iniziale canone mensile. Probabilmente l'episodio migliore del lotto, il più riuscito se pensiamo alla Black Mirror di cui ci siamo innamorati in quel lontano 2011, una riflessione sul cinismo aziendale pronto a calpestare la dignità di ogni essere umano visto solo come unità da spremere in nome del profitto.


Si prosegue con Bestia nera, un racconto che affonda le mani in una fantascienza più estrema, anche se a un primo impatto non si direbbe, inevitabile che si perda un po' per strada quel magone che ci assale quando Black Mirror tratta temi potenzialmente a noi più vicini, più concreti, derive di una realtà oggi in nuce già presente. Qui si lavora su basi meramente teoriche per costruire un buon racconto che perde un poco sul finale, quando le carte in tavola si andranno a scoprire. Maria (Siena Kelly) si sta ritagliando una buona posizione all'interno di un'industria produttrice di cioccolato in qualità di sviluppatrice di nuovi prodotti. Durante un incontro con alcuni volontari contattati come tester per uno dei nuovi cioccolatini ideati da Maria, la ragazza riconosce tra i partecipanti una vecchia compagna di liceo, una di quelle ragazze escluse dal gruppo e da tutti considerata un po' una sfigata. Verity (Rosy McEwen), questo il nome della ragazza, riesce a guadagnarsi la simpatia di molti membri del team di Maria riuscendo a farsi assumere come nuovo membro della squadra. Maria inizia a patire un poco la competizione di Verity che sembra avere un forte ascendente non solo sulle persone che la circondano ma in qualche modo sulla realtà stessa; la rivalità tra le due andrà in crescendo, una situazione che metterà Maria in cattiva luce agli occhi dei colleghi mettendo a repentaglio la sua carriera e la sua intera esistenza. Episodio ben realizzato ma decisamente meno interessante di altri presenti in questa settima stagione.


Il terzo episodio si intitola Hotel Reverie; si torna a riflettere su questioni attuali legate allo sfruttamento digitale delle immagini, tema che già oggi crea confusione e problemi dovuti all'utilizzo improprio della tecnica del deep fake e alla mancanza di una legislazione chiara su cosa sia lecito fare con le immagini di altri, un assillo che legato al mondo dell'arte non è nemmeno più futuro ma presente assodato, pensiamo alle tecniche adoperate (in maniera lecita) nel recente Here di Zemeckis, al De Niro ringiovanito di The Irishman, insomma, da qui all'appropriarsi dell'immagine di star ormai scomparse è un attimo, discorso attualissimo per l'industria del cinema, e proprio di cinema si parla in questo episodio. Brandy Friday (Issa Rae) è un'attrice che sogna un ruolo da protagonista che possa darle qualche nuovo stimolo; quando le viene offerta la parte principale nel remake di Hotel Reverie, una sorta di Casablanca della Hollywood classica, Brandy accetta senza pensarci due volte nonostante il ruolo da protagonista in origine fosse maschile. Il nuovo Hotel Reverie non sarà però il classico remake, sotto la direzione dell'intraprendente Kimmy (Awkwafina) la star verrà immessa all'interno di una realtà virtuale nella quale Brandy avrà la possibilità di recitare sullo sfondo dello scenario originale del film interagendo con l'identità digitale ricreata dei vecchi protagonisti tra i quali spicca la bellissima e ormai defunta coprotagonista femminile Dorothy (Emma Corrin). Durante la sessione di registrazione qualcosa però andrà storto, Brandy rimarrà bloccata all'interno della simulazione innamorandosi col tempo della proiezione digitale di Dorothy. Hotel Reverie, senza raggiungerne i vertici, ricorda nell'aspetto sentimentale lo splendido episodio San Junipero; è proprio il comparto sentimentale qui a interessare nonostante il discorso sulle immagini, sulle potenzialità delle I.A e sull'aspetto tecnico sia molto attuale, l'episodio diventa una questione di cuore, meno riuscito di altri che già in passato puntarono sui sentimenti (e meno di Eulogy, ne parliamo dopo) ma comunque piacevole e toccante, anche grazie alla splendida interpretazione di una Emma Corrin sempre più brava.


Come un giocattolo sembra essere l'esito più debole di questa annata. È questo l'episodio (non l'unico) con più rimandi alle vecchie stagioni di Black Mirror, se non consideriamo ovviamente l'ultimo in programma del quale parleremo più avanti che è un vero e proprio sequel di USS Callister presente nella quarta stagione. Si torna alla Tuckersoft, l'agenzia di software che sviluppò in passato Bandersnatch e a Colin Ritman (Will Poulter) qui programmatore di Thronglets, quello che si rivelerà essere molto più che un videogioco. Cameron Walker (Peter Capaldi) è un recensore di videogiochi che da giovane (Lewis Gribben) aveva intuito, grazie all'uso dell'LSD, le vere potenzialità del nuovo gioco di Ritman, un veicolo per cambiare le sorti del genere umano. Follia, complottismo o l'inizio di una nuova era per l'umanità tutta? Sorta di fantascienza in odore di apocalisse prossima ventura, tutto sommato privo di grandi spunti di interesse e nemmeno troppo avvincente nella sua realizzazione, Come un giocattolo si conclude con un grosso mah! Abbastanza inutile.


L'altro vero pezzo forte di questa annata è Eulogy, grandissima prova d'attore di un sofferente Paul Giamatti. Anche per questo episodio il fulcro sono i sentimenti, le relazioni con le altre persone, con l'altro sesso, le letture spesso sbagliate che diamo alle azioni e alle parole dell'altro e che possono portare al fraintendimento e al deragliare di amori altrimenti potenzialmente fortissimi, magari eterni. Anche qui l'aspetto tecnologico, seppur affascinante e anche inquietante, cede il passo a quella che è una storia d'amore sofferta, spezzata, che un Giamatti fantastico riesce a farci sentire sulla pelle nella sua mancanza e nella sua interruzione forzata. I punti di vista, le convinzioni sbagliate, le gelosie, gli stupidi preconcetti che in ogni momento possono andare a rompere qualcosa che, almeno per un periodo, magari anche molto lungo, sarebbe potuto essere perfetto. Poi si può riflettere su tutto il resto ma il cuore è il cuore, quello che qui ci interessa davvero è la storia d'amore di Philip e di Carol. Per chi si lascia prendere non è esclusa la lacrimuccia finale. Forse è questa la via più interessante da seguire per un Black Mirror che fa ormai difficoltà a stupirci con le previsioni di un futuro che è già presente.


Si chiude con USS Callister: Infinity, vero e proprio sequel di USS Callister, Infinity ne riprende i temi e rilancia, andando a riflettere sulle identità digitali autocoscienti e sviluppate a partire da diverse tecnologie (qui è coinvolto il dna, il tema è presente in maniera diversa anche in Hotel Reverie), un buon intrattenimento per chi ha amato il predecessore, torna una Cristin Milioti in forte ascesa protagonista di un dittico che personalmente a chi scrive ha lasciato poco, si prosegue sulla strada già battuta senza particolari scossoni, Black Mirror è stato in passato (e a volte è ancora) molto di più.

Nel complesso una stagione che conferma il trend delle precedenti, non c'è più quello stupore che la serie provocava ai suoi esordi, rimane comunque un prodotto dalla buona qualità media che è ancora capace di affondare qualche buona zampata, soprattutto quando la serie di Brooker ci porta a riflettere sui nostri sentimenti e sui loro possibili sviluppi, a tratti ancora ci angoscia ma, appunto, questo accade solo a tratti. Nonostante tutto uno show che vale sempre la pena seguire.

giovedì 27 marzo 2025

ADOLESCENCE

(di Philip Barantini, 2025)

Visto che nessuno vi ha ancora parlato della nuova serie di Netflix Adolescence abbiamo pensato di farlo noi. E qui possiamo chiudere con le spiritosaggini perché Adolescence è una miniserie da affrontare prendendola decisamente sul serio. Archiviamo subito l'ingombrante questione della forma, apprezzata da tutti (a ragione), per dare in seguito più spazio ai contenuti che sono il reale motivo di interesse di un prodotto per il quale è innegabile come la confezione contribuisca in maniera considerevole alla sua buona (ottima) riuscita. Adolescence, girata interamente da Philip Barantini e ideata e scritta da Jack Thorne e da Stephen Graham, è composta da quattro puntate ognuna delle quali si focalizza su un diverso aspetto del dramma in questione, ovvero l'omicidio di una giovanissima adolescente da parte di un suo coetaneo. La caratteristica tecnica più evidente in Adolescence sono i pianosequenze realizzati da Barantini, uno solo, ovviamente lunghissimo e segno di grande confidenza con l'arte della regia, per ogni puntata; un girato senza stacchi (anche se l'opera di taglia e cuci non è esclusa) che offre allo spettatore un'esperienza immersiva e connotata da una dose di tensione sempre abbastanza alta nonostante il fulcro della serie non sia quasi mai, se non in parte nel primo episodio, la ricerca di un colpevole, una messa in scena che dona il giusto ritmo sia alle sequenze più concitate come l'irruzione della polizia in casa Miller in apertura di serie, sia lungo i confronti puramente verbali come quello tra il giovane Jamie e la psicologa che tiene banco per tutto il terzo episodio. 

A proposito di episodi... Adolescence si apre con una violenta irruzione da parte della polizia inglese in una casa unifamiliare di un paesino nello Yorkshire. La casa è quella dei Miller, un nucleo familiare composto da papà Eddie (Stephen Graham), mamma Manda (Christine Tremarco), la primogenita Lisa (Amélie Pease) e il tredicenne Jamie (Owen Cooper). È proprio quest'ultimo che la polizia sta cercando, un ragazzino, un bambino all'apparenza smarrito e travolto dagli eventi con contorno di famiglia incredula e impossibilitata a capire cosa stia succedendo, un errore giudiziario probabilmente, capitato loro addosso senza preavviso alcuno. Nel resto dell'episodio la famiglia Miller viene portata nel commissariato di zona dove vengono ufficializzate le accuse da parte dell'ispettore Bascombe (Ashley Walters) e del sergente Frank (Faye Marsay) a carico di Jamie, dove viene assegnato al ragazzo un avvocato (Mark Stanley) e dove si tengono i primi interrogatori in seguito alle accuse mosse a Jamie per l'omicidio della coetanea Katie Leonard. L'episodio successivo vede i due agenti incaricati del caso impegnati in un sopralluogo nella scuola frequentata da Jamie; la speranza è quella di ottenere qualche informazione dai pochi amici del ragazzo tra i quali c'è il poco collaborativo Ryan (Kaine Davis) ma anche da quelli della vittima come Jade (Fatima Bojang), una ragazza che non reagisce troppo bene alle domande degli adulti. I tutori dell'ordine trovano nell'istituto scolastico un ambiente per nulla rassicurante per i ragazzi, un luogo dove il bullismo prospera e dove gli insegnanti non sembrano in grado di poter tenere sotto controllo né lo svolgimento delle lezioni né tantomeno gli alunni. Il terzo episodio è interamente dedicato al confronto tra Jamie e la psicologa (Erin Doherty) incaricata di valutare lo stato mentale del ragazzo, un episodio illuminante per quel che riguarda le posizioni di Jamie. La puntata conclusiva mostra invece le conseguenze che questa situazione straziante provoca a distanza di tempo sui componenti della famiglia Miller.

Tornando in breve sulla forma delle cose, urge sottolineare come i pianosequenze usati per costruire Adolescence siano sì molto accattivanti, preme però anche dire come questi non siano di certo una novità o un'invenzione di Barantini, anni fa, in un'epoca analogica, il miracolo avrebbe forse fatto sgorgare sangue, oggi si limita a una più onesta trasudazione d'umidità; quello che davvero è il punto di forza della tecnica usata dal regista è il fatto che non si trasformi mai in sterile esercizio di stile ma contribuisca invece a creare per lo spettatore un senso d'immersione nella storia molto funzionale alla narrazione. E sul pianosequenza la chiudiamo qui, sappiamo che non ne ha parlato ancora nessuno ma ci sembra non occorra aggiungere altro. Se della forma delle cose abbiamo detto è sullo stato delle cose che Adolescence colpisce durissimo mettendo gli spettatori di fronte a ciò che siamo diventati, a ciò che dovremmo già sapere e a ciò che colpevolmente (anche in maniera involontaria, in buona fede) ignoriamo. Con tutte le differenze del caso la visione di Adolescence, come presa di coscienza in potenza, mi ha ricordato l'effetto delle migliori puntate di Black Mirror (che tra l'altro dovrebbe tornare a breve). Se la serie ideata da Charlie Brooker ci lasciava intravedere in maniera intelligente le storture dell'oggi a cosa avrebbero potuto portare in un futuro abbastanza immediato, tipo il domani di allora, con un piglio altrettanto intelligente e moderatamente brutale Adolescence ci parla di una serie di carenze della società odierna. Se nel primo episodio si imbastisce la trama e in fondo si svelano già tutte le carte, negli episodi successivi si va ad affrontare nodi cruciali sui problemi degli adolescenti di oggi che, di riflesso, diventano i problemi di tutti: famiglie, istituzioni, amici, insegnanti, figure di sostegno e quant'altro. Giustamente agli ideatori della serie non interessa tanto creare l'ennesima narrazione alla ricerca di un colpevole materiale quanto invece indagare i motivi di un gesto terribile come l'assassinio di un proprio coetaneo, un'atto che nasconde una mancanza d'empatia atroce e un disconoscimento del valore della vita impensabile, un'anestesia dei sentimenti all'apparenza sempre più diffusa tra le nuove generazioni. A questo aspetto, di base già raccapricciante di suo, si aggiunge la connotazione di genere che affronta il tema di una contrapposizione tossica del maschile e del femminile. Per un adulto, genitore o meno, può essere spiazzante trovarsi a riflettere su alcuni spunti che offrono proprio i personaggi più maturi come i due padri presenti nella serie, il papà di Jamie e l'ispettore Bascombe, qui solo all'apparenza sui due fronti opposti della barricata, in realtà entrambi genitori incapaci di comprendere i propri figli, di (ri)conoscere alcune delle dinamiche sociali delle loro vite, colpevoli involontari (sicuramente involontari) di modelli educativi non corretti, dettati da una vecchia concezione del machismo, almeno nel caso di papà Miller (devi fare sport, devi eccellere, il calcio, il pugilato, un po' come il babbo di Billy Elliot a inizio film, ve lo ricordate?). Adolescence ci mostra il gap generazionale, forse mai così ampio come quello che vivono i genitori di oggi, con figli che hanno a disposizione strumenti di apertura al mondo e allo sconosciuto sconfinati e padri convinti che i figli siano lì tranquilli nella loro cameretta, che male potranno mai fare? Da lì si apre un mondo sconosciuto ai più fatto di (sotto)culture incel, redpill, di eccessi di misoginia e vittimismo scriteriato, di teorie 80/20 di cui i genitori non sanno nulla, di cui le forze dell'ordine non sanno nulla (Bascombe viene istruito dal figlio adolescente che vede il padre annaspare nell'ignoranza), di cui gli insegnanti non sanno nulla o che comunque non sanno gestire. Qui si apre l'incubo di un'istituzione scolastica che sembra più un parcheggio che non un luogo d'istruzione, un'istituzione nella quale gli insegnanti si sono arresi alla soverchiante prepotenza di ragazzi fuori controllo, dove l'interesse per l'educazione è scarso e i luoghi davvero poco accoglienti. Ottime le interpretazioni con uno Stephen Graham sorprendente, molto commovente nella presa di coscienza finale di un fallimento di proporzioni immani (per quanto involontario) e un Owen Cooper che si rivela un'ottima scoperta, bravissimo nell'interpretare un personaggio difficile, duttile nell'interpretazione, manipolatorio, aggressivo, scollato da quello che dovrebbe essere il comune senso della decenza. La domanda che rimane è "di chi sono le colpe?". È lecito condannare quel padre? Il problema sono le istituzioni? Abbiamo lasciato la corda troppo lunga, soprattutto in tema di tecnologie e social? Non riusciamo più a educare i nostri figli? A mostrare loro la sacralità della vita dell'altro? A far loro capire che da certe scelte e da certe azioni non si torna indietro? Stiamo fallendo davvero tutti?

giovedì 6 febbraio 2025

SQUID GAME - STAGIONE 2

Alcune "seconde stagioni" di serial televisivi molto amati dal pubblico nascono solamente in virtù del successo di una prima annata che in maniera inaspettata si trovi a superare ogni più rosea aspettativa di ascolti (o di ore di visualizzazione, tanto per adeguarsi ai parametri delle piattaforme); è successo con La casa di carta ed è successo anche con la sudcoreana Squid game, serie ideata e scritta da Hwang Dong-hyuk, già regista di diversi lungometraggi. Il progetto di queste seconde annate non nasce quindi da incontenibili urgenze creative ne tanto meno da improvvisi picchi di genio traducibili poi in una necessità narrativa atta a implementare e approfondire il concept iniziale. Come avviene in tanti altri settori dell'intrattenimento tutto diventa una pura e semplice questione di soldi e, in linea generale, quando questo accade, l'input venale in qualche modo va a riflettersi sul risultato finale. Questo non vuol dire che l'operazione nasca per forza di cose in maniera fallimentare, questo Squid game - stagione due ad esempio non lo è affatto, viene però a mancare quell'originalità e quella spinta sincera che magari, come in questo caso, contraddistingueva in maniera decisa una prima stagione meglio riuscita (pur non facendo gridare al miracolo) e più calibrata negli equilibri narrativi e di ritmo. Ci troviamo in ogni caso davanti a un prodotto non perfetto ma capace di regalare ancora spunti di riflessione e momenti di giusta tensione spettacolare, il finale (molto) aperto lascia lo spettatore in attesa del prosieguo che, salvo smentite o ripensamenti, dovrebbe arrivare nell'estate di questo stesso anno.

Seon Gi-hun (Lee Jung-jae) è l'unico sopravvissuto al gioco al massacro che tre anni prima si è svolto su una misteriosa isola dall'ubicazione sconosciuta, sita probabilmente da qualche parte al largo delle coste della Corea del Sud. Seon Gi-hun è tornato a casa con una marea di soldi che avrebbero potuto risollevare la sua vita e quella della sua famiglia (in questa stagione assente), invece la quantità di morte e violenza che l'uomo è stato costretto a vivere in prima persona sull'isola ne ha minato la capacità di ricominciare; ora l'unico scopo di Seon Gi-hun è quello di rintracciare l'isola e porre fine per sempre ai giochi crudeli e assassini che l'organizzazione diretta dal Front man (Lee Byung-hun) mette in atto a favore di uomini ricchi e annoiati a discapito delle vite di tanti disperati emarginati dalle dinamiche economiche della società sudcoreana. Per potersi riconnettere al mondo dei giochi Seon Gi-hun, dotato ora di disponibilità economiche importanti, mette in piedi una rete di aiutanti con il compito di rintracciare nelle stazioni della metro di Seul l'uomo (Gong Yoo) che anni prima lo reclutò con l'inganno per partecipare ai giochi, unico elemento certo che potrebbe indirizzare Seon verso l'isola. Oltre a lui a cercare la sede di questi giochi c'è anche Hwang Jun-ho (Wi Ha-joon), poliziotto e all'insaputa di tutti fratello del Front man, si alleerà con il gruppo di Seon per trovare e raggiungere l'isola. Ovviamente, volente o nolente, Seon Gi-hun si troverà a dover partecipare alla nuova edizione dello Squid Game con il vantaggio della consapevolezza e la ferma intenzione di salvare quante più vite possibili e magari sgominare l'organizzazione che tira le fila del gioco.

Per questa ripresa del suo show l'ideatore Hwang Dong-hyuk sceglie una costruzione più estesa rispetto alla stagione precedente ma divisa in due tronconi, il secondo dei quali sarà disponibile tra qualche mese. Il primo ostacolo da superare era riaprire una narrazione che avrebbe potuto considerarsi conclusa per riportare almeno il protagonista principale sull'isola a confrontarsi nuovamente con i giochi, con nuovi compagni di viaggio e sviluppare dinamiche, di gioco e relazionali, almeno in parte inedite. Per far questo, con un intreccio che per sommi capi abbiamo riassunto poco sopra, Hwang Dong-hyuk impiega le prime due puntate della stagione durante le quali si tenta di creare un nuovo contesto credibile che, almeno a tratti, affossa il ritmo agli occhi di uno spettatore che sa già dove si sta andando a parare; il fatto che si tornerà sull'isola e ai giochi dello Squid Game è cosa scontata, le dinamiche instaurate nei primi due episodi per portarci a quel punto non presentano grandi elementi di interesse, le cose iniziano a farsi realmente serie e accattivanti solo dal terzo episodio in avanti. Allo stesso modo, almeno per ora, funzionano poco le sottotrame legate al poliziotto Hwang Jun-ho e al suo gruppo d'assalto, gli esiti delle stesse li vedremo probabilmente durante la ripresa estiva. Gli elementi d'interesse, quando si entra nel vivo della stagione, però non mancano: se si affievolisce un poco il discorso sulla società sudcoreana e sulle difficoltà economiche di molti suoi cittadini che portano a miseria e disperazione (temi comunque sempre presenti e motore del reclutamento al gioco di tanti disperati), si rafforza invece la riflessione più universale sull'avidità umana, sulla sopraffazione dell'altro (anche violenta) e sulla propensione dell'uomo a mettere i propri bisogni e i propri punti di vista su un piedistallo e reputarli sempre più importanti, ragionevoli e giusti rispetto a quelli degli altri. Entra in gioco quindi la dinamica della votazione grazie alla quale, dopo aver scoperto la mortalità dei giochi, a conclusione di ogni singola gara "il popolo" potrà votare se tornare a casa con la pelle salva (ma magari non troppo ricchi) o rischiarla e tentare il colpo di fortuna che garantisce miliardi di won. Il popolo, come spesso accade nella realtà, vota male. L'ingresso di nuovi personaggi garantisce poi la possibilità di introdurre nuovi temi come il cambio di sesso in un Paese forse non ancora preparato per questo tipo di situazioni come può essere la Corea del Sud, le dinamiche che si instaurano tra genitori e figli di fronte al rischio, le conseguenze del vizio del gioco e altri spunti ancora. Meno centrata e divertente della prima annata, la seconda stagione di Squid Game offre comunque un buon intrattenimento, qualche riflessione interessante e una promessa di chiusura che speriamo venga attesa definitivamente con la prossima tranche, nella speranza che non ci sia in vista il progetto di allungare oltremodo il brodo.

venerdì 8 novembre 2024

LA TEMPESTA DEL SECOLO

(Storm of the century di Stephen King, 1999)

La tempesta del secolo (o la tormenta del secolo come viene spesso definita nella miniserie per la televisione) è un libro di Stephen King pubblicato nel 1999 e pensato dal Re come sceneggiatura per il cinema, una sceneggiatura che poi, vista la mole imponente dello scritto, è diventata un progetto per uno show televisivo per il canale tv statunitense ABC. Nella traduzione italiana di questo Storm of the century edita da Sperling è presente, nelle pagine precedenti il racconto approntato da King, un'interessante introduzione dello stesso autore che spiega in poche parole la genesi di questo progetto che avrebbe potuto benissimo diventare un romanzo e che, a conti fatti, tutto sommato ne mostra già il passo e lascia facilmente intuire come sarebbe stato possibile da questa base di partenza arrivare a uno scritto finale che avrebbe potuto far mostra di tutte le migliori caratteristiche di scrittura alle quali King ci ha da sempre abituati. È vero, La tempesta del secolo sarebbe stato un buon romanzo, non lasciamoci però ingannare dalla forma atipica dell'opera (almeno per chi la affronta su carta) perché questa è comunque in grado di avvincere e appassionare il lettore anche in forma di sceneggiatura; il tocco del Re si sente tutto, alcune situazioni e ambientazioni riportano chiaramente allo stile di King che nel lavorare per la televisione non snatura per niente tutti i pregi della sua scrittura, ne è la dimostrazione il fatto che la sua sceneggiatura si riveli in definitiva migliore dell'opera che poi ne è stata tratta, ovvero la miniserie omonima in tre episodi diretta da Craig R. Baxley, regista al cinema di film non proprio indimenticabili (Action Jackson, Arma non convenzionale e cose così...). Ma di cosa narra La tempesta del secolo?

Little Tall Island è una piccola isola sita di fronte alle coste del Maine sulla quale vive una comunità ristretta e apparentemente affiatata, i fan più addentro all'opera di King la riconosceranno facilmente come lo scenario legato all'ormai anziana Dolores Claiborne protagonista di vicende qui apertamente citate. Siamo in inverno e verso l'isoletta si sta dirigendo quella che promette essere una delle perturbazioni più violente che si possano ricordare in zona a memoria d'uomo; inizialmente la popolazione tenterà di minimizzare l'evento, in fondo di tempeste ne hanno viste tante nel corso degli anni, ma ci vorrà molto poco per capire che questa sarà molto diversa dalle precedenti. Insieme al maltempo sull'isola arriva anche l'ambiguo André Linoge (Colm Feore), un non troppo simpatico straniero che come gesto di presentazione regala alla popolazione locale l'omicidio di un'anziana concittadina. Sarà compito dello sceriffo locale Mike Anderson (Timothy Daly) e del suo "vice" Hatch (Casey Siemaszko) rinchiudere l'assassino e garantire l'incolumità di una comunità ormai tagliata fuori dal mondo e dalla terra ferma. In realtà Mike e Hatch non sono proprio uno sceriffo e un vice, il primo gestisce un minimarket, il secondo nella vita fa altro ancora, Little Tall non ha nemmeno una prigione, non è mai servita, c'è giusto il retro chiuso per benino del market di Mike a far da contenimento a Linoge, almeno per quel che può servire. Si, perché Linoge non è proprio un uomo come gli altri, sembra più essere l'incarnazione di un male antico, capace di compiere gesti atroci anche standosene comodamente seduto rinchiuso all'interno di un facsimile di cella. Tra la tormenta, gli omicidi, gli strani comportamenti che iniziano a serpeggiare tra gli abitanti dell'isola e la sorveglianza di Linoge, Mike, Hatch e gli altri abitanti di Little Tall avranno il loro bel da fare per garantirsi un futuro che possa guardare oltre quei pochi e funesti giorni di maltempo.

Credo di aver già fatto trapelare la mia preferenza per la sceneggiatura rispetto all'opera che poi ne è scaturita in video: la prosa di King, anche se limitata da tutti gli stacchi che necessariamente devono descrivere inquadrature e sequenze, presenta una ricchezza immaginifica e descrittiva che in molti aspetti nella trasposizione viene persa, primo fra tutti proprio l'entità della tempesta incombente che nella sceneggiatura di King ne esce molto più minacciosa di quel che poi accade nella serie, probabilmente anche per una questione di costi e di effetti speciali che nel 1999 non erano ancora allo stato dell'arte come possono essere oggi. L'esperienza di lettura, superato il primissimo e solo eventuale spaesamento iniziale, si rivela piacevole e soprattutto scorrevolissima nonostante l'impostazione per forza di cose più "tecnica" che ci presenta passaggi del tipo: 

Atto 1 

Dissolvenza in apertura: 

1) Esterno: Main Street, Little Tall Island - Tardo pomeriggio 

(qui King inserisce una descrizione della situazione metereologica e delle strade della cittadina che per esigenze di brevità non riporto). 

MIKE ANDERSON - parla con lieve accento del Maine: 

MIKE ANDERSON (voce fuoricampo):

Mi chiamo Michael Anderson e non sono quello che verrebbe definito un erudito. 

E via di questo passo...

La struttura non è ovviamente quella del romanzo ma la differenza con l'incedere della lettura finisce quasi per non essere più percepita, La tempesta del secolo per il lettore diventa presto puro King, né più né meno. Quello che ne esce è uno scritto assolutamente valido che chi scrive consiglia senza indugi agli amanti del Re che ancora non lo avessero letto. Probabilmente se lo scrittore di Bangor non fosse stato tormentato dall'idea che la tormenta sarebbe dovuta diventare un film avremmo semplicemente tra le mani un altro ottimo romanzo a firma Stephen King, invece è andata così e il risultato mi sembra comunque ottimo. I temi poi sono di casa tra i fan di King: la piccola comunità chiusa e isolata da un evento esterno, l'evolversi dei rapporti all'interno della stessa, l'elemento di fastidio, il male e l'orrore, il sovrannaturale, i bambini, i segreti, contrasti tra concittadini ma anche solidarietà, la vita di provincia lontana dai grandi centri. La serie tv, nonostante il buon budget stanziato, perde un po' (parecchio?) la magia della penna di King. Uno dei motivi potrebbe essere imputato a un cast privo di nomi di richiamo e di interpretazioni capaci di donare la giusta enfasi e partecipazione nei momenti salienti; nonostante l'investimento fatto si respira un poco l'aria da prodotto di seconda fascia, soprattutto se la miniserie viene rivista oggi quando siamo abituati a ben altre produzioni anche in televisione. In fondo non è il primo progetto tratto da King che in tv non riesce a convincere appieno. Il consiglio è quindi quello di preferire la lettura della sceneggiatura, poi se si volesse ampliare il discorso la serie è presente su Prime (senza noleggio, basta l'abbonamento), le puntate sono solo tre e alla fine non si ha neanche modo di pentirsi del tempo investito per la visione.

domenica 3 novembre 2024

HANNO UCCISO L'UOMO RAGNO - LA LEGGENDARIA STORIA DEGLI 883

Ancora non si è smorzata l'eco generata dagli ultimi due episodi della serie ideata da Sydney Sibilia (e soci) caricati su Sky qualche giorno fa che già è partita la spasmodica ricerca su news e anticipazioni riguardo la possibilità di una seconda stagione per questo show già di grande successo. Sembra proprio che questa seconda annata si farà, anche perché l'ottimo esito della serie sugli 883 sembra ormai assodato, sia sotto il punto di vista qualitativo sia nei riscontri da parte di un pubblico quasi adorante; Sibilia sembra aver dichiarato che il prosieguo della serie è ancora in fase di scrittura quindi è lecito pensare che quantomeno un lasso di tempo di attesa ci sarà, ad ogni modo i fan della serie (che suppongo oggi siano anche più numerosi di quelli degli 883, o di Max Pezzali per essere più precisi) possono stare tranquilli e iniziare a fremere per l'attesa. Sul progetto in sé c'è poco da dire, Sibilia si conferma come uno degli autori con le idee più vincenti nell'attuale panorama cinematografico (e ora televisivo) italiano, la partecipazione della casa di produzione Groenlandia, gestita insieme al sodale Matteo Rovere, è ormai sinonimo di garanzia e con questa serie il gruppo non solo conferma e consolida la sua reputazione ma riesce addirittura a portarla a un livello superiore entrando a gamba tesa nel mondo della serialità guardando a un pubblico potenzialmente immenso e centrando ancora una volta (e più che in precedenza) l'obiettivo su un qualcosa che avrebbe potuto avere una grande presa su un'audience quantomeno trasversale. Si gioca molto con la nostalgia, non solo per quei primi passi degli 883 e per la loro musica che ebbe la capacità di arrivare a una platea vastissima, anche a quella formatasi su ben altri ascolti musicali (pare che anche Pezzali sia partito dal punk), ma anche, e forse soprattutto, su quella per i 90, per quegli ultimi anni analogici ancora capaci di restituirci un mondo completamente diverso da quello di oggi, un mondo nel quale se succedeva qualcosa e avevi un contrattempo magari non riuscivi ad avvisare tua madre e tuo padre e poi erano cazzi...

La storia degli 883 inizia a Pavia già negli anni 80 quando, folgorato dalla musica punk, un giovane Massimo Pezzali (Elia Nuzzolo) inizia a dedicargli troppo tempo trascurando lo studio e facendosi di conseguenza bocciare all'ultimo anno del liceo scientifico Copernico. Questo infausto evento non mette certo di buonumore mamma Alba (Roberta Rovelli) e papà Sergio (Alberto Astorri) che costringeranno Max a passare l'estate lavorando nel negozio di fiori di famiglia facendosi per giunta tutti i funerali per i quali i Pezzali sono fornitori floreali. In fondo, però, non tutto il male vien per nuocere, perché se la punizione impedirà a Max di andare in vacanza con l'amico di sempre Cisco (Davide Calgaro), favorirà l'incontro tra il giovane e Silvia (Ludovica Barbarito), una delle ragazze più belle di Pavia con la quale Max passerà una bella serata promettendole, esagerando sulle sue competenze musicali, di comporre per lei una canzone (in realtà Max non sa suonare nessuno strumento e non ha nessuna competenza musicale). Un'altra tegola però sta per abbattersi sulla testa di Max; i suoi genitori infatti, preoccupati per il suo avvenire, decidono di fargli cambiare scuola e iscriverlo, separandolo dai suoi amici, al Taravelli, un'istituto che gode di migliore fama del precedente e dove Max, ripetente, farà l'incontro che gli cambierà definitivamente la vita: quello con Mauro Repetto (Matteo Oscar Giuggioli).

Sydney Sibilia e i suoi collaboratori (Filippi, Capaldo, Agostini, Laudani, Nerone) riescono nell'intento di creare un prodotto nazionalpopolare ripulendo il termine da tutte le accezioni negative che gli si possano conferire. Hanno ucciso l'Uomo Ragno - La leggendaria storia degli 883 è un prodotto davvero per tutti, certo, meglio ancora per i fan del duo e soprattutto per chi ha vissuto in diretta quegli anni (più che il fenomeno 883 che in Italia comunque era impossibile schivare), ma in fondo anche per i non amanti resta comunque una bellissima narrazione sull'amicizia tra due ragazzi, un racconto di formazione, un percorso sentimentale, un viaggio verso il successo, un movimento di crescita personale e uno spaccato d'epoca che muove le corde della nostalgia e che evita accuratamente di mostrarci le brutture delle realtà circostante (praticamente viene esclusa qualsiasi cronaca di quegli anni, ne vediamo solo ciò che interessa i protagonisti e tutti quegli aspetti utili appunto a veicolare slanci nostalgici per un tempo vissuto in passato). Nel narrare le vicende di Pezzali e Repetto il team di Sibilia lavora molto bene nel dosare proprio le canzoni degli 883 nell'economia della serie, i pezzi arrivano a poco a poco, una alla volta, nell'esatto momento in cui i due li compongono (con l'unica eccezione di Con un deca che è la sigla della serie), creando così nel pubblico un effetto di maggior interesse nel seguire il dipanarsi della vicenda. Il punto di forza più grande della serie è però la scelta dei due protagonisti, attori giovani ancora in divenire ma già molto bravi e soprattutto molto adatti nei ruoli di Pezzali e Repetto e soprattutto capaci di creare una bellissima alchimia "di coppia" nella costruzione di due caratteri diversi, con un Pezzali sempre molto trattenuto, timido e diffidente nei confronti delle sue stesse capacità e un Repetto più vivace, intraprendente e spudorato nel lanciarsi a testa bassa in un qualcosa che finalmente avrebbe potuto farlo uscire da un'odiata medietà. Nuzzolo e Giuggioli sprigionano una simpatia (s)misurata alla quale non si può resistere, basti guardare alcuni dei loro video su Instagram che confermano la bellezza della loro attitudine nei confronti di questo progetto. Non c'è poi molto altro da dire su questo Hanno ucciso l'Uomo Ragno, la serie non sarà un progetto rivoluzionario ma alla fine funziona tutto e tutto molto bene. Ora non fateci aspettare troppo per la seconda stagione!

lunedì 2 settembre 2024

FRINGE

(di J. J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci, 2018/2013)

Fringe arriva sugli schermi televisivi quando Lost iniziava la sua corsa conclusiva con la messa in onda della penultima stagione; i due serial presentano diversi punti di contatto il più importante dei quali è l'avere in comune uno degli ideatori, quel J. J. Abrams che, insieme ad altri, è diventato uno dei simboli della rinascita della serialità televisiva negli anni duemila, riuscendo a portare sul piccolo schermo proposte qualitative e innovative dando vigore e importanza a una narrazione orizzontale capace, come capitato per Lost, di incollare milioni di persone alle proprie poltrone e divani in un'epoca in cui per guardarti la nuova puntata del tuo serial preferito dovevi aspettare una settimana: niente piattaforme, niente binge watching, solo tanta passione e moltissima pazienza. Che tempi quando dopo un cliffangher pazzesco partivano i titoli di coda e fino alla settima successiva (o all'anno successivo se si era in finale di stagione) te ne dovevi star lì appeso e pazientare, pregustare, fomentare l'hype. In questo Lost è stata un'esperienza illuminante, una vera e propria storia d'amore che nemmeno il finale un po' così è riuscito a intaccare nel ricordo; è probabile che in molti all'epoca riposero in Fringe le speranze di un'esperienza di visione totalizzante come fu quella con il più noto predecessore. Sembra però che non per tutti sia andata proprio così, sia tra gli spettatori della prima ora sia tra chi, come chi scrive, ha effettuato il recupero proprio grazie alle moderne piattaforme solo in tempi recenti, magari con la speranza di ritrovare quella scintilla che J. J. seppe accendere così bene anni addietro.

Anche con Fringe siamo nel campo della narrazione fantastica: se in Lost l'aspetto che scardinava le regole della realtà per come la conosciamo verteva su una base più filosofica o metafisica, l'approccio di Fringe all'inspiegabile si muove in direzione delle pseudoscienze qui declinate nella maniera più fantasiosa possibile ma sviluppate da Abrams e soci in modo che queste mantengano sempre un'aura di credibilità nel rispetto delle basi tracciate per la costruzione di questo nuovo mondo (di questi nuovi mondi) finzionale/i. La serie inizia con gli agenti dell'F.B.I. Olivia Dunham (Anna Torv) e John Scott (Mark Valley) coinvolti nell'indagine di un caso singolare, quello su un volo di linea (non l'815 della Oceanic) atterrato a Boston con tutti i passeggeri in stato di decomposizione. Lo sviluppo di questa situazione inspiegabile porterà la Dunham a richiedere l'aiuto del dottor Walter Bishop (John Noble), esperto in scienze fuori dal comune; l'uomo è però ricoverato in una clinica psichiatrica dato il suo stato mentale non del tutto lucido. Per avere il permesso di far uscire il paziente/dottore Olivia rintraccerà il figlio Peter (Joshua Jackson), altra mente brillante al momento impegnata in affarucci poco puliti in Iraq. Vista l'ottima prestazione investigativa della Dunham e dei due Bishop, padre e figlio, l'agente dell'F.B.I. Phillip Broyles (Lance Reddick) proporrà ai tre l'inserimento nella Sezione Fringe, un ramo occulto del Bureau nato proprio per indagare su casi che non trovano spiegazione nel razionale, una tipologia di eventi in costante aumento negli ultimi anni, almeno nella realtà che nella prima stagione il serial Fringe inizia a illustrarci.

Dopo l'innovazione portata da Lost, la nuova serie di Abrams si prefigge di fare un piccolo passo indietro per abbracciare una narrazione dove gli episodi (troppi se rivisti oggi) volevano essere, almeno in parte, meno concatenati alla trama orizzontale per risultare più fruibili anche per lo spettatore che non riusciva a star dietro a ogni singola messa in onda. Il parallelo che viene più naturale fare, anche se scontato, per temi e impostazione è quello con il seminale X-Files che vide protagonisti gli ormai storici Mulder (David Duchovny) e Scully (Gillian Anderson). Questo per diverse ovvie ragioni. La prima è la propensione al fantastico che si concentra in Fringe, dalle battute finali della prima stagione, verso una teoria degli universi paralleli con la possibilità di alcuni punti di contatto tra loro laddove invece per X-Files imperava la presenza di vita extraterrestre (I want to believe) e il complotto governativo per tenerla nascosta. La seconda è proprio la struttura della narrazione che richiama da vicino quella di X-Files con l'alternarsi di episodi più centrati sulla trama degli universi paralleli ad altri invece più slegati rispetto al tema principale ma sempre ben inseriti nelle coordinate fantastiche pensate per lo show. La terza è la creazione graduale di quel rapporto d'attrazione tra la Dunham e Bishop che in effetti, come accadeva in maniera molto più trattenuta e quindi più efficace tra Mulder e Scully, regala alcuni tra i momenti migliori della serie che rivaleggiano con quelli, ancor più intensi, che sviluppano un rapporto padre/figlio per forza di cose complesso tra i due Bishop (momenti di alta commozione sul finale). Nella parte iniziale della corsa durata cinque stagioni (100 episodi) Fringe si muove molto bene solleticando su più fronti la curiosità dello spettatore: i personaggi sono ben scritti e interpretati molto bene soprattutto dalla Torv e da un John Noble che a dispetto di un volto apparentemente granitico e scolpito nella pietra gode di una gamma espressiva efficacissima e variegata, capace a più riprese di farci commuovere con facilità, il suo personaggio è inoltre dotato di una comicità non cercata che si rivela essere in molte occasioni irresistibile. Gli indizi sui casi inusuali si affastellano uno sull'altro a partire già dalla creazione della sigla conflagrano in un finale di prima stagione notevole. I problemi iniziano a venir fuori con il passare delle stagioni e con quell'abitudine al tempo ancora abusata di inanellare più di venti episodi l'anno, cosa che, soprattutto in relazione alle abitudini di visione e produzione odierne, rischiano di fiaccare la tenuta dello show e la pazienza degli spettatori. Diversi episodi non riescono a mantenere i sufficienti livelli di interesse anche se nella struttura gli scarti di trama e situazioni non mancano. Nelle ultime stagioni il progetto globale sembra perdere un poco la strada e andare fuori fuoco soprattutto nella gestione del personaggio di Peter dal quale ci si aspettavano cose diverse e un ruolo più da deus ex machina o quantomeno da nodo focale, cosa che si è poi rivelata fallace (in maniera non positiva). Alla fine per arrivare a termine della quinta stagione si arranca un poco; spesso si sottovaluta, soprattutto nelle serie, il grande potere della brevità; le lungaggini, quando non utili allo sviluppo di trama e personaggi, raramente ripagano. Un po' un peccato perché l'iconografia legata allo show (la mano con sei dita, il fiore con l'ala d'insetto al posto del petalo, la mela con i feti al posto dei semi, etc...) e la gestione di universi multipli e personaggi doppi è molto intrigante e per diverso tempo ha funzionato molto bene; rimane un poco l'impressione che si sia buttata via l'occasione di creare qualcosa di realmente riuscito. Magari in un altro universo J. J....

lunedì 12 febbraio 2024

LOKI - STAGIONE 2

Dopo lo sperpero di idee sulla carta potenzialmente buone messo in atto con Secret Invasion, a distanza di qualche mese la sezione televisiva del Marvel Cinematic Universe prova a risalire la china con questa seconda stagione dedicata al Loki interpretato dall'attore inglese Tom Hiddleston. Prima di addentrarci nel racconto di ciò che si è potuto ammirare in questa seconda annata tengo a precisare che arrivo da un ricordo non troppo lusinghiero di una prima stagione che non mi aveva entusiasmato pur mostrando qua e là alcuni elementi di interesse (opinione personale, ovvio). Ci eravamo lasciati con l'arrivo di Colui che rimane (Jonathan Majors) e con l'espansione del multiverso, concetto di difficile gestione, frammentatosi in un'infinità di linee temporali alternative in seguito agli eventi messi in moto da Sylvie (Sophia Di Martino) in chiusura di prima stagione. Per porre rimedio ad alcune disastrose conseguenze poste in essere dalle azioni di Sylvie (una delle tante versioni alternative di Loki stesso), tra le quali figura anche il rischio di distruzione completa della stessa TVA (Time Variance Authority), Loki dovrà convincere Mobius (Owen Wilson) e gli altri alleati su cui può contare all'interno dell'agenzia dell'urgenza di fermare Sylvie e ripristinare così la stabilità del telaio temporale che garantisce alle realtà alternative di non collassare una sull'altra. Prima di fare questo Loki dovrà trovare il modo di stabilizzare la sua condizione fisica, a inizio stagione infatti troviamo un protagonista affetto da un'involontaria disgregazione che lo porta a saltare da un tempo all'altro e da un luogo all'altro senza nessun controllo. Per portare a termine le varie missioni necessarie a impedire il caos più totale i protagonisti già noti (Loki, Mobius, B-15, Casey) potranno contare sull'esperto della linea temporale Ouroboros detto O.B. (Ke Huy Quan) e su una versione proveniente dall'epoca vittoriana dello stesso Colui che rimane, l'inventore Victor Timely (sempre Jonathan Majors).

Detta così sembra un gran casino, è questo il rischio più grande dell'andare a impelagarsi con la gestione di un multiverso che forse è in parte il motivo per cui diverse opere recenti del Marvel Cinematic Universe hanno fatto storcere più di un naso. In realtà (sempre parere personale) questa seconda stagione di Loki si dimostra tutto sommato abbastanza semplice da seguire e anche meglio riuscita della precedente, forse meno sperimentale o innovativa ma più concreta e centrata andando a lavorare bene sulla coralità dei personaggi (non in egual misura su tutti) e donando un percorso coerente di redenzione al protagonista che forse potrebbe trovare qui la sua ultima partecipazione all'interno del MCU (pare che Hiddleston voglia dedicarsi ad altro). Il rimpianto maggiore si può ricondurre alla scelta in casa Marvel di abbandonare le caratteristiche di base del personaggio classico, il "dio dell'inganno" è ormai divenuto un bravo ragazzo intento a salvare il futuro di tutti quanti con una propensione all'eroismo propria (forse) di qualche incarnazione cartacea più moderna di Loki. Per il resto, al netto di qualche passaggio a vuoto, questa seconda stagione risulta sempre godibile, per Majors si trova uno spazio più ampio nel quale l'attore può gigioneggiare con la dovuta maestria e affiancare il talento Hiddleston che si conferma un Loki tagliato a misura; viste le recenti vicissitudini legali che hanno coinvolto Majors è però probabile che non rivedremo a breve il personaggio di Kang (o Colui che rimane o Victor Timely) o quantomeno non lo rivedremo con lo stesso volto. Indovinato l'inserimento del personaggio di O.B. interpretato da Ke Huy Quan, l'attore vietnamita può finalmente dedicarsi seriamente alla costruzione di "tracobetti" utili a salvare la giornata come desiderava fare fin dai tempi dei Goonies, inoltre il nome del suo personaggio, Ouroboros, è emblematico di tutta la questione temporale dipanatasi nell'arco delle sei puntate e che si spera vada a chiudersi con la quadratura del cerchio (l'Oroboro è il serpente che si mangia la coda, simbolo di circolarità). Visivamente ben realizzata, la stagione sfoggia un'estetica in bilico tra retrò e fantascienza molto azzeccata con sfoggio di alcune trovate esteticamente davvero funzionali, i fan dei fumetti di Thor non potranno non apprezzare il nuovo status quo pensato per Loki con la simbologia realizzata nelle ultime sequenze della stagione.

Stagione quindi più che godibile fermo restando la necessità di non stare a far le pulci su ogni minimo passaggio: il multiverso è il caos e le soluzioni trovate dalla TVA per non mandare l'esistenza di tutti in vacca sono piuttosto fantasiose, i superpignoli potrebbero anche trovar qualcosa che potrebbe non collimare nello sviluppo di questo caos, siamo pur sempre nei confini del fantastico e se si prende la serie per l'intrattenimento che è questa alla fine riesce a risultare tutto sommato ben costruita e abbastanza divertente. Si è lavorato bene su qualche personaggio (Loki, Mobius), un po' meno su altri poco sfruttati (Renslayer ad esempio), qualche momento di stanca c'è ma ci si risolleva con un bellissimo finale che in effetti potrebbe chiudere in maniera perfetta il ciclo di Loki all'interno del Marvel Cinematic Universe, se rivedremo il personaggio solo il futuro potrà dircelo. O forse il passato. O forse una linea temporale alternativa. O forse...

venerdì 23 giugno 2023

BLACK MIRROR - STAGIONE 6

Sono passati circa quattro anni dall'ultima stagione del serial di Charlie Brooker e questa sesta annata sembra presentarsi in continuità con quanto visto nel precedente lotto di episodi rilasciato da Netflix nel 2019. Già allora infatti Black Mirror aveva un poco perso quella capacità di stupire e colpire a fondo lo spettatore mettendo tutti noi davanti alle nostre cattive abitudini in tema di tecnologie, sviluppi futuri, media e utilizzo di device vari, andando a creare mondi futuribili vicinissimi al nostro presente e quasi sempre venati da una forte dose di pessimismo e scarsa fiducia nelle capacità di giudizio della nostra società. La sensazione, che per molti diventa una perplessità, è quella di trovarci dopo un arco di tempo notevole nella stessa situazione, con una serie che ha spostato un poco il suo sguardo, sempre capace di offrire di base un buon prodotto ma decisamente meno appagante dal punto di vista dell'esperienza emotiva. Insomma, Black Mirror è stato per diverso tempo un vero calcio in bocca, nelle ultime stagioni è diventato "semplicemente" un buono show con diversi spunti interessanti (ma non nuovi). Cinque gli episodi messi a disposizione in questa annata, a sfilare un parterre di star come forse non si era mai visto nelle stagioni precedenti, e non è detto che questo sia necessariamente un bene al netto della bravura dei nomi coinvolti: Salma Hayek, Aaron Paul, Michael Cera, Himesh Patel, Cate Blanchett, John Hannah, Josh Hartnett, Zazie Beetz e altri ancora. Ma diamo un'occhiata a questi cinque episodi.

Joan è terribile:
Unico episodio a ricordare gli antichi fasti di Black Mirror anche se nemmeno qui c'è nulla di realmente nuovo. Joan (Annie Murphy) lavora per un'azienda informatica, la vediamo intenta a licenziare una collaboratrice, poi a tradire almeno idealmente il suo noioso fidanzato con il suo ex Mac (Rob Delaney), cose che potrebbero metterla un poco in cattiva luce. La sera Joan, insieme al suo ragazzo Krish, si siede davanti alla tv per guardare qualcosa su Streamberry (chiara parodia della stessa Netflix) e lì nota la serie Joan è terribile nella quale Salma Hayek interpreta una ragazza identica a Joan e che vive la sua stessa vita, esasperando i tratti negativi della protagonista e dipingendola come una specie di mostro. Ogni cosa che Joan fa nella vita reale viene riportata nella serie tv. L'episodio che apre questa nuova stagione è quello che più di tutti profuma di Black Mirror, la costruzione della vicenda è giocata su più livelli e ben costruita, spiazza un po' l'alta concentrazione di star ma gli spunti su cui riflettere ci sono tutti: la pratica al consenso al trattamento dei dati che ormai avalliamo con una nonchalance mostruosa e il fatto conclamato e da tutti accettato che i nostri device siano vere e proprie spie in casa nostra sono alcuni dei temi al centro di un episodio d'apertura di tutto rispetto, ben calibrato tra divertimento e critica intelligente.


Loch Henry
:
Con Loch Henry il focus si sposta dalla tecnologia futuribile al rapporto che abbiamo con i media e con i temi ai quali da spettatori mostriamo un attaccamento morboso e voyeristico. Anche questo è un argomento già esplorato dalla serie fin dalla seminale prima puntata The national anthem del 2011 e in altre forme ripresa anche nell'episodio successivo Mazey Day. Davis (Samuel Blenckin) e Pia (Myha'la Herrold) tornano nel paesino scozzese di Loch Henry per girare un documentario su un uomo che si occupa di custodire uova di uccelli per proteggerne così le specie. Una volta sul luogo la coppia, ospite a casa della madre di lui, rievoca una vecchia vicenda tragica e sanguinosa che spinse i turisti a disertare il paese; Pia intravede la possibilità di catturare il pubblico con un macabro true crime dedicato alla vicenda dell'assassino Iain Adair, una vicenda nella quale fu coinvolto anche il padre di Dave che in conseguenza della stessa, anche se indirettamente, perse la vita. Così il progetto nobile di Dave si trasformerà in una storia morbosa che porterà al ragazzo solo sofferenza e scontento. Loch Henry non è proprio l'episodio che ci si aspetterebbe da Black Mirror, i temi della ricerca del macabro e del sordido sono stati già esplorati, ma resta comunque un buon prodotto degno di uno show di classe, è un racconto più intimo sul dolore che possono provocare gli uomini e di come l'esposizione mediatica possa fare altrettanto, il pubblico della serie però forse cerca altro. PS: il video di Davis verrà prodotto da Streamberry ovviamente.



Beyond the sea
:
Il terzo episodio è un racconto di fantascienza intimista ambientato in una realtà simile al nostro passato ma tecnologicamente più avanzata nella quale per due astronauti coinvolti in una lunga spedizione spaziale è possibile scaricare ciclicamente la loro coscienza in una replica artificiale dei loro corpi sulla Terra. Cliff (Aaron Paul) e David (Josh Hartnett) possono così continuare a vivere le proprie vite grazie alle loro repliche per poi tornare ai corpi originali in orbita ogni qual volta un'operazione programmata lo richieda. Nel momento in cui per David, in seguito ad un incidente, non sarà più possibile tornare al suo doppio, inizierà per l'uomo un lungo periodo di solitaria depressione e disperazione; sarà il suo compagno Cliff a offrirgli una soluzione temporanea prestandogli di tanto in tanto il suo doppio, scelta non troppo saggia perché a David la vita di Cliff sulla Terra potrebbe cominciare a piacere. Pura fantascienza che scava nell'animo dei protagonisti e non si basa sull'azione o sulla missione dei due astronauti; il futuro, la tecnologia, sono mero contesto per un racconto che avrebbe potuto star benissimo altrove, l'episodio si lascia guardare comunque con piacere.


Mazey Day
:
Con Mazey Day si torna a riflettere sull'esposizione mediatica e la divulgazione del privato mettendo al centro del racconto una figura sempre attuale: quella dei paparazzi. Bo (Zazie Beetz) si ritira dalla professione dopo che alcune sue foto hanno provocato il suicidio di uno dei suoi soggetti. L'evento viene accolto con cinismo esasperato dai suoi colleghi che per soldi sono disposti a giustificare ogni azione e passare sopra a tutto, ma a Bo è rimasto ancora qualche scampolo di coscienza e quindi decide di dire il fatidico "basta" e appendere la macchina fotografica al chiodo. Quando l'attrice di grido Mazey Day (Clara Rugaard) scompare, per avere una sua foto alcuni editori mettono a disposizione una cifra spropositata, anche Bo non saprà resistere alla tentazione e andrà così a staccare la macchina dal simbolico chiodo. La vicenda prenderà pian piano risvolti inquietanti e fantasiosi ma quel che rimarrà vivo fino alla fine è quella base di cinismo di cui la nostra specie non riesce a liberarsi. Probabilmente l'episodio meno originale e meno interessante del lotto, esempio lampante di quanto Black Mirror possa ancora intrattenere ma anche di quanto poco ormai riesca a stupirci, qui rimane davvero poco di memorabile.


Demone 79:
L'episodio più difficile da collocare all'interno di Black Mirror e che poco ha a che spartire con gli intenti iniziali della serie di Charlie Brooker. Siamo a fine anni 70, Nida (Anjana Vasan), commessa maltrattata in un negozio di scarpe, inavvertitamente attiva un talismano che la mette in contatto con il demone Gaap (Paapa Essiedu) il quale le anticipa come l'apocalisse sia in arrivo (mostrandogliela) e dicendole che solo lei potrà fermarla al semplice prezzo di tre omicidi. Ovviamente non disposta a questo atto, Nida verrà pian piano convinta della bontà dell'opera, Gaap la convincerà a uccidere delle persone che in fondo meritano di morire, cosa sono poi tre vite in confronto ai morti provocati da un'apocalisse? Però per una giovane ragazza come Nida quanto potrà essere facile fermare davvero l'apocalisse?


Black Mirror non ci mostra più il nostro futuro ma piuttosto riflette sul presente, vira addirittura su passati fantastici e nel farlo perde mordente. La serie resta su livelli più che dignitosi ma oggi le serie realizzate con una buona qualità sono molte, Black Mirror aveva qualcosa che la poneva parecchio al di sopra della media, qualcosa che oggi non c'è più. Una cosa però la serie di Charlie Brooker continua a fare, e cioè continuare a dirci quanto facciamo schifo (generalizzando ovvio). Gli episodi sono tutti più o meno godibili, a parere di chi scrive i primi due meglio degli altri tre, diventa però difficile capire se la serie in un prossimo futuro possa tornare a stupirci, senza questa caratteristica di base ha ancora senso perdersi in un Black Mirror?

lunedì 26 dicembre 2022

FIRMA AWARDS 2022 - LIBRI E SERIE TV

Eccoci qui, ancora una volta a tirare le somme su tutto ciò che ci ha allietato durante gli appena trascorsi dodici mesi che, devo ammettere, sono per parecchi versi stati migliori (vivaddio) dei precedenti. Certo, grazie al cazzo direte voi, non è che dopo gli anni della pandemia ci volesse poi molto, però, come si dice, la fortuna è cieca ma la sfiga eccetera, eccetera, eccetera. Fatto il piccolo preambolo spero che ormai molti di Voi, amici cari, sappiano come funzionano i Firma Awards. Chi mi conosce sa che poco mi importa di cosa ha prodotto l'anno ancora in corso, quel che interessa davvero è ciò con cui da queste parti ci si è sollazzati in questo 2022, che fossero poi cose dell'altro ieri o provenienti dallo scorso millennio poco ci cambia, di classifiche del meglio di ciò che è uscito in quest'anno è pieno il web (e il mondo) e quindi perché tediarvi aggiungendone ancora una? Quindi con pochi e selezionati vincoli andremo ad affrontare le stesse categorie messe in campo l'anno scorso, ovvero: libri, film (quelli usciti negli ultimi venti anni, così, giusto per convenzione), serie tv, film classici (con più di venti anni sul groppone) e basta così. Ero tentato di tornare a redigere una categoria per l'animazione ma poi ho deciso di inserire tutto nelle sezioni dedicate ai film, in fondo anche gli amati "cartoni animati" hanno tutto il diritto di vantare pari dignità di tutti gli altri lungometraggi. Andiamo quindi a incominciare con la categoria SERIE TV.


Non è andata male con i recuperi di quest'anno, anzi, a dirla tutta sono forse riuscito a guardare anche cose di maggior valore nel complesso rispetto alla già buona annata precedente. C'è anche da dire che di norma in un anno non riesco a guardare così tante serie, quindi è già presente un po' di selezione a monte. In questi dodici mesi le SERIE TV visionate sono state una dozzina (sitcom a parte) per un totale di una quindicina di stagioni in totale. Nessun recupero mastodontico come l'anno scorso (quello della mitologia di X-Files), non sono mancate però le soddisfazioni provenienti da un passato ancor più remoto; diverse le serie Marvel seguite durante l'anno ma nessuna capace di rientrare nei primi cinque posti del podio, la più convincente rimane quella dedicata alla giovane Ms. Marvel di origini pakistane, ma andiamo a vedere a conti fatti cosa mi è sembrato giusto segnalare in questa sede.

Quinto classificato:
Stranger Things dei Duffer Brothers (2022)
Quarta stagione non semplice da realizzare dopo lo stop pandemico e la conseguente crescita dei protagonisti adolescenti, si perde qualche dinamica interessante ma dalle parti di Hawkins si torna sempre più che volentieri. Poi c'è la bromance tra Steve e Dustin e tanto dovrebbe bastare a tutti quanti.



Quarto classificato:
Bang Bang Baby di Andrea Di Stefano (2022)
Pur con qualche ingenuità questa produzione nostrana dimostra di avere in canna delle buone cartucce da esplodere. Siamo nei territori italici del malaffare, già visti e rivisti in produzioni più blasonate, ma qui affrontate con un piglio grottesco, caricato anche nell'estetica, che riesce a ritagliarsi un suo perché del tutto personale. Si aspetta con ansia il ritorno dell'"amabile" Nereo Ferraù.



Terzo classificato:
Ai confini della realtà di Rod Serling (1959)
Un pezzo di storia non solo della fantascienza ma della televisione tutta, un antologico ancor oggi godibilissimo che porta in passerella una pletora di attori, registi e sceneggiatori di grandissimo mestiere, uno stile nel narrare che ha fatto scuola, magari oggi un po' ingenuo ma al quale tutti dobbiamo ancora molto. Recupero obbligato del mitico, in originale, The Twilight Zone.



Secondo classificato:
After life di Ricky Gervais (2019/2022)
Gioiello prezioso che passa dal dolore all'umorismo, dalla volgarità all'empatia creando un amalgama capace di farti ridere di gusto e straziarti il cuore l'attimo dopo, Ricky Gervais a livelli altissimi soprattutto in fase di ideazione, cast di contorno adorabile per una serie che senza dubbio avrebbe meritato la prima posizione non fosse stato per la presenza di...



Primo classificato:
True detective di Nic Pizzolatto (2014/2019)
Tre stagioni una più bella dell'altra, per ambientazioni, scrittura dei personaggi (ancor più che per le sceneggiature) e per profondità, una prima annata sugli scudi che entra di diritto nella storia della serialità grazie alla magnifica coppia di detective interpretata da due grandissimi: Matthew McConaughey e Woody Harrelson, ma anche i cast delle seguenti stagioni (la serie è antologica) sono di tutto rispetto. Goduria pura.






Per quel che riguarda le serie tv possiamo dire che l'annata non è andata affatto male, anzi, passiamo quindi ora ai cari vecchi e sempre amati LIBRI; per compilare questa classifica ho a disposizione una ventina di romanzi letti durante l'anno (accompagnati da una mole innumerevole di fumetti che però non rientreranno in questa lista). In questo 2022 mi sono dedicato parecchio alla fantascienza grazie all'iniziativa Urania 70 che ha ristampato molte opere significative tra classici e moderni appartenenti al genere, una decina dei libri letti quest'anno arrivano proprio da lì e non è mancata qualche sorpresa legata a questa meritevole iniziativa. A differenza dell'anno scorso la scelta delle posizioni è stata più combattuta in quanto è mancato quest'anno quel capolavoro capace di eclissare ogni altra lettura, quel romanzo in grado di farmi innamorare senza riserve. Ma andiamo a dare un'occhiata alle varie posizioni; in realtà non so bene che fare, si aumenta il numero delle segnalazioni? Ma si, facciamolo, tenendo ben presente che la demarcazione tra una posizione e un'altra non sempre è così netta e le decisioni non sempre sono state così facili da prendere.

Decimo classificato:
Neuromante di William Gibson (1984)
Nonostante il cyberpunk non sarà mai il mio genere preferito, i mondi creati da Gibson, quello reale e quello virtuale della matrice, colpiscono l'immaginario in maniera forte e restano impresse, purtroppo non è così agevole seguire le gesta del protagonista Case e degli altri protagonisti di Neuromante, il romanzo però ha fatto epoca...



Nono classificato:
La lingua del fuoco di Don Winslow (1999)
Un thriller ben costruito da parte di Winslow (che ha comunque scritto di meglio), una bella panoramica sul mondo degli incendi dolosi e delle compagnie assicurative, personaggi indovinati e intrattenimento di gran mestiere per un libro che scivola via come fosse un bicchier d'acqua.



Ottavo classificato:
Galveston di Nic Pizzolatto (2010)
Anche ideatore di True detective Pizzolatto da queste parti è, almeno per quest'anno, un pluripremiato, si porta a casa una menzione anche nella categoria libri con un noir emblematico che coglie in pieno i risvolti più duri del genere che ci sbatte in faccia le nostre debolezze e le nostre peggiori meschinità.



Settimo classificato:
I Wanderers di Richard Price (1974)
Vita nel Bronx durante gli anni 70 per i Wanderers, una gang di quartiere formata da ragazzi adolescenti, una narrazione per episodi che solo poco alla volta diventa corpo unico e ci porta a conoscere i problemi di questi ragazzi, le loro insicurezze, le loro paure e anche le loro famiglie. Alla fine ci si commuove.



Sesto classificato:
Questa tempesta di James Ellroy (2019)
Ellroy è un grande autore, grandissimo, un passo avanti a tutti nel suo genere (tanto da far quasi genere a sé) anche quando esce con un'opera nel complesso meno riuscita di altre come Questa tempesta. Duro da seguire, un po' autocompiaciuto, forse anche pretenzioso, ma con Ellroy sai che stai andando proprio su un altro campo da gioco e, spiace per gli altri, facendo qualche confronto non si tratta nemmeno più dello stesso sport. Maestro.



Quinto classificato:
Christine - La macchina infernale di Stephen King (1983)
Anche se questo romanzo non è annoverato tra i migliori del Re dalle sue pagine trasuda King allo stato puro: la costruzione d'ambiente, il passaggio dei protagonisti all'età adulta, i rapporti familiari, la provincia americana e, ovviamente, l'inquietudine del sovrannaturale. L'affetto per questo scrittore non tramonterà mai.



Quarto classificato:
Il popolo dell'autunno di Ray Bradbury (1962)
Romanzo molto kinghiano anche se, date alla mano, dovremmo dire che molti romanzi di King si possono definire molto bradburyani, Il popolo dell'autunno è citato proprio da King come una delle sue maggiori ispirazioni, atmosfere incredibili per un libro che di fantascientifico ha poco e niente, con buona pace dell'inserimento nella collana Urania 70. Noi comunque ringraziamo.



Terzo classificato:
Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout (2016)
Un rapporto difficile tra una madre da troppo tempo lontana e sua figlia, ora costretta in un letto d'ospedale. La lungodegenza sarà occasione di riavvicinamento e momento per tornare sul viale dei ricordi, a un passato difficile, a squarci di vita di tanti conoscenti. Una sorpresa piacevolissima.



Secondo classificato:
I 49 racconti di Ernest Hemingway (1938)
Uno dei libri indicati tra i capisaldi del racconto breve, dentro ci sono tutti i temi cari a Hemingway, c'è la sua prosa, il suo approccio alla vita, il suo stile secco e potente e quel destino avverso con il quale è sempre necessario fare i conti. Chi ama Hemingway ama I 49 racconti.



Primo classificato:
Hyperion di Dan Simmons (1989)
Qualcuno potrebbe storcere il naso vedendo Hyperion sul primo gradino del podio a scapito anche del capolavoro di Hemingway. Eppure senza ombra di dubbio questa è stata la lettura che quest'anno mi ha più appassionato, la vera sorpresa della collana Urania 70, un romanzo epico che ha poco da invidiare agli scritti (di genere e non) presenti in questa classifica. Modellato nella struttura sul modello de I racconti di Canterbury di Chaucer (datato 1387) Hyperion unisce più narrazioni, una diversa dall'altra e una più appassionante dell'altra, costruisce un mondo e accompagna il lettore verso un confronto finale che richiederà nuovi viaggi. Capolavoro di genere.

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