mercoledì 15 luglio 2026

NEL BLU DIPINTI DI ROSSO

(di Stefano di Polito, 2025)

L’esperienza del collettivo che andrà sotto il nome di Cantacronache nasce già sul finire degli anni Cinquanta, dalla collaborazione di alcuni intellettuali di stanza a Torino intenzionati a dare nuova vita alla canzone, fino a quel momento in Italia, a loro dire (e a ragione), troppo disimpegnata, legata a banali temi d’amor svenevole, intrisa di nostalgia o di stucchevole spirito patriottico. All’interno del collettivo militano più che altro poeti, scrittori, pensatori, più che veri e propri musicisti. Con loro collaborano nel tempo anche personalità note come Italo Calvino, che per Cantacronache scriverà Canzone triste, Oltre il ponte e Dove vola l’avvoltoio?, e Umberto Eco, mentre nell’organico del “gruppo” spiccano i nomi di Sergio Liberovici, compositore che nella DDR scopre il teatro politico e le canzoni di Brecht e che in qualche modo guarda anche allo chansonnier francese Georges Brassens, e ancora Michele Straniero, Margot, Fausto Amodei ed Emilio Jona. Proprio questi ultimi due sono la testimonianza diretta di quell’epoca, intervistati e portati indietro nel tempo dal regista Stefano di Polito, cresciuto nel quartiere proletario torinese di Mirafiori Sud. L’obiettivo del Cantacronache era quello di comporre canzoni che parlassero alla gente della propria quotidianità, di fatti di cronaca attraverso i quali esplorare problemi sociali, questioni vive. Era a tutti gli effetti un approccio politico, di sinistra, nuovo per la nostra canzone, tanto che il motto del collettivo divenne ben presto “evadere dall’evasione”, una dichiarazione d’intenti alla ricerca di un impegno nuovo e rigorosamente fuori dalle logiche del capitalismo e del mercato discografico. L’approccio era quello della composizione semplice, arrangiamenti ridotti all’osso, fin troppo in tutta sincerità; l’intransigenza verso il mercato che l’esperienza Cantacronache ha sempre portato avanti, unita al fatto che le loro canzoni, inutile negarlo, musicalmente avevano ben poco di accattivante, preclusero al collettivo ogni tipo di successo, facendo rimanere il loro percorso apprezzato solo da una nicchia di ascoltatori. Le pubblicazioni erano affidate all’etichetta Italia Canta legata al Partito Comunista Italiano.

Lo scopo principale del regista Stefano di Polito è quello di portare testimonianza e di rinverdire la memoria su un’esperienza poco nota e poco ricordata della storia della nostra musica; un lembo di conoscenza lontano dal mainstream e che, almeno in questo documentario, apre anche al presente e all’immediato futuro coinvolgendo in questa operazione di recupero uno degli artisti apprezzati dalle nuove generazioni, Guglielmo Bruno, anche lui torinese e noto ai più con lo pseudonimo di Willie Peyote e facendo riferimenti ben precisi alla situazione politica odierna. Lo scheletro del lavoro del regista è basato sulle interviste a Jona e Amodei (purtroppo scomparso prima dell’uscita del film) che ricostruiscono con profusione di particolari la loro esperienza legata al Cantacronache, la loro idea di costruire qualcosa di alternativo alla “canzone di Sanremo”. Si affronta in questo Nel blu dipinti di rosso anche la ricerca dei componenti del collettivo nel campo dell’etnomusicologia, con l’escursione nel vercellese alla ricerca del canto popolare delle mondine nelle risaie, canti di protesta, in opposizione aperta al trattamento ricevuto dai padroni. Il discorso si amplia poi sul tema della conservazione delle testimonianze, dei canti, dell’esperienza grazie al lavoro dell’etnomusicologo Flavio Giacchero e della musicista Marzia Rey, che ci accompagnano in questo viaggio di (ri)scoperta. Alla fine rimane impressa la tenerezza che esprimono questi due anziani signori in relazione a ciò che hanno saputo costruire nel loro passato, tenendo a far presente che, nonostante la serietà dei loro intenti e delle loro motivazioni, durante la costruzione dell’esperienza Cantacronache, a legare insieme il tutto c’era sempre una buona dose di sano divertimento.

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