(Soom di Kim Ki-duk, 2007)
Silenzi, disagi, incomunicabilità, violenza: sono solo alcuni dei temi ricorrenti nel Cinema del regista sudcoreano Kim Ki-duk, caratteristiche che tornano opera dopo opera, così come torna in questo film, anche se in maniera artificiosa, l'alternarsi di stagioni che avevamo già visto (legata alla reale progressione della natura) in Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, primo film del regista ad arrivare in Italia. È un mondo a noi distante quello del regista coreano, non solo geograficamente ma anche per attitudine ed estetica, un Cinema che potrebbe risultare ostico a molti, una distanza di contenuti spesso attenuata dal minutaggio delle opere, abbordabile e contenuto e che permette di godere dei film del regista senza incorrere in particolari traumi, caratteristica che permette anche all'audience più distante da questi stilemi di approcciare il lavoro di Kim Ki-duk.
Yeon (Park Ji-a) non parla quasi più, la vita domestica, nonostante la sua bambina sia ancora in tenera età, sembra non girare più per il verso giusto, non c'è comunicazione, le giornate passano nel silenzio interrotto soltanto dalle news alla tv tra le quali spicca il tentativo di suicidio da parte di Jin Jang (Chang Chen), un condannato a morte in attesa dell'esecuzione. Forse un tradimento da parte del marito (Ha Jung-woo) ha spezzato ogni equilibrio. In questa situazione di disagio Yeon si rifugia nella vicenda di Jin Jang arrivando a riversare l'amore che ancora porta dentro di sé su uno sconosciuto, un uomo che si è macchiato di crimini gravi ma che con tutta evidenza ha ancora bisogno di un contatto umano, fisico ma soprattutto sentimentale per cercare di non spezzare quei pochi scampoli di umanità rimasti intatti. Yeon riuscirà in qualche modo ad avere ripetuti incontri con il condannato andandolo a trovare regolarmente in carcere con sgomento crescente da parte del marito.
Non tutto trova spiegazione nel Cinema di Kim Ki-duk, non sappiamo cosa spinga la protagonista a dedicarsi anima e corpo alla vicenda di Ji Jang, all'apparenza un vuoto da colmare, così come non sappiamo chi sia ad autorizzare le visite al condannato da parte di quella che in fin dei conti è una perfetta sconosciuta, non ne conosciamo il perché e potremmo ipotizzare solo un desiderio voyeuristico da parte di questo fantomatico direttore delle carceri che non si vede mai se non riflesso di sfuggita sui monitor di sorveglianza tramite i quali spia questa coppia improvvisata durante i suoi incontri, un controllore delle immagini quasi invisibile che trova un suo senso solo sapendo che lo stesso è interpretato proprio da Kim Ki-duk, regista occulto e di fatto dell'intera vicenda.
Non manca in Soffio l'aspetto straniante e surreale spesso caro al Cinema orientale, gli incontri tra Yeon e Ji Jang avvengono in uno squallido stanzino che la donna ogni volta rende confortevole tappezzandolo con i colori di una stagione diversa, vestendosi in linea con la stagione stessa nonostante nel mondo esterno il suo abbigliamento risulti inadeguato al clima e alle temperature del momento, Yeon improvvisa numeri musicali, confida momenti importanti della sua vita a questo sconosciuto, ne cerca il contatto fisico. Pian piano questo rapporto cresce di importanza e in qualche modo diverrà catartico non solo per la vita di Yeon. Dal punto di vista stilistico si crea un forte contrasto tra lo squallore delle carceri, della cella in cui è rinchiuso Ji Jang, dello stanzino degli incontri, con lo stesso stanzino che esplode di colori accesissimi dopo il trattamento riservatogli da Yeon, una metamorfosi enorme che segna l'evoluzione del rapporto tra i due protagonisti.
Nonostante la poca plausibilità (o forse proprio per questo) e la stranezza di questo racconto, Soffio riesce in qualche modo a toccare lo spettatore, forse l'amore, anche quello più insensato e impossibile, può ridare speranza, riportare ciò che ha deragliato sui giusti binari che non necessariamente sono quelli imposti o i più canonici. Forse è un Cinema da prendere a piccole dosi quello di Kim Ki-duk ma sicuramente interessante e capace di offrire sempre qualche spunto su cui riflettere.
Visualizzazione post con etichetta Kim Ki-duk. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kim Ki-duk. Mostra tutti i post
sabato 16 febbraio 2019
domenica 9 settembre 2018
PIETÀ
(Pieta di Kim Ki-Duk, 2012)
Il Cinema di Kim Ki-Duk con Pietà diventa maggiorenne; come sottolinea in apertura di film lo stesso regista, questo è il diciottesimo lungo dell'artista proveniente dalla Corea del Sud. Vincitore al Festival di Venezia nel 2012, per Pietà si sono spesi molti accostamenti al simbolismo di matrice cristiana: indubbiamente la locandina del film che vede i due protagonisti ritratti in una posa che richiama molto la Pietà di Michelangelo e il fatto che amore e sofferenza siano i due elementi chiave all'interno di una vicenda che vede sotto i riflettori una madre e un figlio, che poco hanno però del Cristo e della Vergine, possono aver dato origine ad argomentazioni ovvie da sostenere. A mio avviso poco c'è di tutto questo nel film di Kim Ki-Duk se non a un livello superficiale o addirittura promozionale (ritornando alla locandina del film). Più centrate invece le discussioni portate avanti sul tema del capitalismo spinto e della disumanizzazione alla quale questo fenomeno porta, così come in maniera molto più ovvia è facile accogliere per Pietà la definizione di revenge movie, cosa che il film di Kim Ki-Duk è a tutti gli effetti. Il regista ci trascina in quello che sembra essere un vero inferno di povertà all'interno dei quartieri popolari di Seul, un'ambientazione che se non arriva agli estremi dell'ibridazione tra uomo (carne) e progresso (macchina) già esplorata in maniera estrema da altri, Shynia Tsukamoto con Tetsuo ad esempio, tratteggia un'umanità quantomeno prigioniera di quella che sembra essere una piccola industrializzazione ormai sorpassata e incapace di produrre sostentamento, perché di fisico non è rimasto nulla, è rimasto invece l'astratto, il concetto, la finanza, i soldi... "ma che cosa sono i soldi?". Così l'uomo, schiacciato e anche grottesco nella rappresentazione di Ki-Duk, ricorre al prestito, all'usura, andando incontro a condizioni troppo stringenti e a una rovina fatalmente certa.
Kang-Do (Lee Jung-jin) è un trentenne violento che lavora come riscossore di crediti per conto di un usuraio che applica tassi del 1000%, durante le sue giornate nei poverissimi quartieri di Seul Kang-Do fa visita ai vari debitori dell'usuraio storpiando quelli incapaci di pagare quanto dovuto in modo da poter recuperare i soldi direttamente dall'assicurazione che interverrà a coprire i vari "infortuni". Un giorno Kang-Do incontra una donna che inizia a seguirlo, dopo un primo brusco confronto questa confessa al giovane di essere sua madre (Cho-Min Su); la donna si prostra al ragazzo confessando di averlo abbandonato da piccolo e prendendo su di sé tutte le responsabilità per quel che Kang-Do è divenuto in età adulta: un uomo solo e violento, formatosi in malo modo a causa dell'assenza delle figure genitoriali. Dapprima riluttante, Kang-Do si convince pian piano di come quella donna da poco incontrata sia davvero sua madre, questo incontro cambierà la visione della propria vita al ragazzo che inizierà a interrogarsi sulle conseguenze dei propri gesti, colpito anche dall'incontro con un giovane padre (Gwon Se-in), pronto a farsi tagliare entrambe le mani pur di avere più soldi dall'assicurazione in modo da ripagare il suo debito e avere ancora denaro per mantenere il suo primogenito in arrivo. L'amore di questo futuro padre per il figlio sarà un ulteriore colpo che farà vacillare tutte le convinzioni di Kang-Do che metterà in discussione l'intera sua esistenza.
Pietà mescola uno scenario e alcune situazioni durissime al comportamento grottesco di uomini ormai privi di dignità, una delle scene più riuscite ci mostra come la Seul del capitale, fatta di grattacieli ed edifici moderni, stia schiacciando anche fisicamente i vecchi quartieri operai nei quali ormai la vita non ha più nessun valore e spesso neanche significato. Oltre al tema sullo sfruttamento e quello dell'abiezione delle derive del sistema del capitale, esce in maniera forte all'interno di Pietà anche il filo narrativo del revenge movie che qui non voglio approfondire troppo per evitare anticipazioni a chi ancora non avesse visto il film. Se la messa in scena da parte di Kim Ki-Duk non sempre è equilibrata, Pietà si rivela un film dai contenuti molto interessanti su più di un livello, da non sottovalutare l'evoluzione studiata per il personaggio di Kang-Do che subisce una crescita forzata nel giro di pochissimo tempo, il film assesta diversi colpi bassi, alcuni sviluppi si possono intuire, soprattutto se si è prestata la giusta attenzione alle sequenze iniziali del film, ma quando il cerchio si chiude tutto sembra aver funzionato al meglio. Da sottolineare l'interpretazione intensa, sempre ottima, di Cho-Min Su protagonista di alcune sequenze psicologicamente molto forti e disturbanti. I contenuti sono di quelli che colpiscono, il Cinema di Kim Ki-Duk è molto lontano da quello occidentale al quale siamo più abituati ma come spesso accade, andando a pescare in filmografie a noi lontane, abbiamo la possibilità di recuperare ottimo materiale e di fermarci a pensare, o almeno valutare, realtà diverse dalla nostra ma in fondo afflitte da problematiche comuni.
Il Cinema di Kim Ki-Duk con Pietà diventa maggiorenne; come sottolinea in apertura di film lo stesso regista, questo è il diciottesimo lungo dell'artista proveniente dalla Corea del Sud. Vincitore al Festival di Venezia nel 2012, per Pietà si sono spesi molti accostamenti al simbolismo di matrice cristiana: indubbiamente la locandina del film che vede i due protagonisti ritratti in una posa che richiama molto la Pietà di Michelangelo e il fatto che amore e sofferenza siano i due elementi chiave all'interno di una vicenda che vede sotto i riflettori una madre e un figlio, che poco hanno però del Cristo e della Vergine, possono aver dato origine ad argomentazioni ovvie da sostenere. A mio avviso poco c'è di tutto questo nel film di Kim Ki-Duk se non a un livello superficiale o addirittura promozionale (ritornando alla locandina del film). Più centrate invece le discussioni portate avanti sul tema del capitalismo spinto e della disumanizzazione alla quale questo fenomeno porta, così come in maniera molto più ovvia è facile accogliere per Pietà la definizione di revenge movie, cosa che il film di Kim Ki-Duk è a tutti gli effetti. Il regista ci trascina in quello che sembra essere un vero inferno di povertà all'interno dei quartieri popolari di Seul, un'ambientazione che se non arriva agli estremi dell'ibridazione tra uomo (carne) e progresso (macchina) già esplorata in maniera estrema da altri, Shynia Tsukamoto con Tetsuo ad esempio, tratteggia un'umanità quantomeno prigioniera di quella che sembra essere una piccola industrializzazione ormai sorpassata e incapace di produrre sostentamento, perché di fisico non è rimasto nulla, è rimasto invece l'astratto, il concetto, la finanza, i soldi... "ma che cosa sono i soldi?". Così l'uomo, schiacciato e anche grottesco nella rappresentazione di Ki-Duk, ricorre al prestito, all'usura, andando incontro a condizioni troppo stringenti e a una rovina fatalmente certa.
Kang-Do (Lee Jung-jin) è un trentenne violento che lavora come riscossore di crediti per conto di un usuraio che applica tassi del 1000%, durante le sue giornate nei poverissimi quartieri di Seul Kang-Do fa visita ai vari debitori dell'usuraio storpiando quelli incapaci di pagare quanto dovuto in modo da poter recuperare i soldi direttamente dall'assicurazione che interverrà a coprire i vari "infortuni". Un giorno Kang-Do incontra una donna che inizia a seguirlo, dopo un primo brusco confronto questa confessa al giovane di essere sua madre (Cho-Min Su); la donna si prostra al ragazzo confessando di averlo abbandonato da piccolo e prendendo su di sé tutte le responsabilità per quel che Kang-Do è divenuto in età adulta: un uomo solo e violento, formatosi in malo modo a causa dell'assenza delle figure genitoriali. Dapprima riluttante, Kang-Do si convince pian piano di come quella donna da poco incontrata sia davvero sua madre, questo incontro cambierà la visione della propria vita al ragazzo che inizierà a interrogarsi sulle conseguenze dei propri gesti, colpito anche dall'incontro con un giovane padre (Gwon Se-in), pronto a farsi tagliare entrambe le mani pur di avere più soldi dall'assicurazione in modo da ripagare il suo debito e avere ancora denaro per mantenere il suo primogenito in arrivo. L'amore di questo futuro padre per il figlio sarà un ulteriore colpo che farà vacillare tutte le convinzioni di Kang-Do che metterà in discussione l'intera sua esistenza.
Pietà mescola uno scenario e alcune situazioni durissime al comportamento grottesco di uomini ormai privi di dignità, una delle scene più riuscite ci mostra come la Seul del capitale, fatta di grattacieli ed edifici moderni, stia schiacciando anche fisicamente i vecchi quartieri operai nei quali ormai la vita non ha più nessun valore e spesso neanche significato. Oltre al tema sullo sfruttamento e quello dell'abiezione delle derive del sistema del capitale, esce in maniera forte all'interno di Pietà anche il filo narrativo del revenge movie che qui non voglio approfondire troppo per evitare anticipazioni a chi ancora non avesse visto il film. Se la messa in scena da parte di Kim Ki-Duk non sempre è equilibrata, Pietà si rivela un film dai contenuti molto interessanti su più di un livello, da non sottovalutare l'evoluzione studiata per il personaggio di Kang-Do che subisce una crescita forzata nel giro di pochissimo tempo, il film assesta diversi colpi bassi, alcuni sviluppi si possono intuire, soprattutto se si è prestata la giusta attenzione alle sequenze iniziali del film, ma quando il cerchio si chiude tutto sembra aver funzionato al meglio. Da sottolineare l'interpretazione intensa, sempre ottima, di Cho-Min Su protagonista di alcune sequenze psicologicamente molto forti e disturbanti. I contenuti sono di quelli che colpiscono, il Cinema di Kim Ki-Duk è molto lontano da quello occidentale al quale siamo più abituati ma come spesso accade, andando a pescare in filmografie a noi lontane, abbiamo la possibilità di recuperare ottimo materiale e di fermarci a pensare, o almeno valutare, realtà diverse dalla nostra ma in fondo afflitte da problematiche comuni.
Iscriviti a:
Post (Atom)







