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giovedì 4 gennaio 2024

IL RAGAZZO E L'AIRONE

(Kimi-tachi wa dō ikiru ka di Hayao Miyazaki, 2023)

Esce già il primo di gennaio quello che è senza dubbio uno dei film più attesi dell'anno e che, ne siamo certi, a dodici mesi da oggi sarà uno di quelli che verranno inseriti nelle classifiche dei migliori film del 2024. Ancora non v'è certezza sul fatto che questo sarà a tutti gli effetti l'ultimo lascito del conclamato maestro dell'animazione giapponese (e tradizionale) Hayao Miyazaki, cosa probabile vista l'età del Nostro, Il ragazzo e l'airone potrebbe quindi venir considerato il testamento di Miyazaki (lo fu già Si alza il vento) e forse per la tipologia di opera alla quale ci troviamo di fronte questo potrebbe risultare molto appropriato. Se con Si alza il vento Miyazaki faceva i conti con l'ambiguità dell'eredità paterna e con l'ambivalenza della passione dello stesso Miyazaki, noto pacifista, per gli aerei militari, grandi esempi di ingegneria e dell'acume tecnico umano ma anche macchine latrici di morte, Il ragazzo e l'airone sembra una summa degli elementi che nel corso degli anni hanno caratterizzato il cinema del regista giapponese, un film difficile da leggere quanto semplice da amare, carico di simbolismi, bizzarrie, creature fantastiche e ruoli dall'interpretazione non scontata e per niente immediata. Un testamento si diceva che ha il sapore però della rinascita, per il protagonista Mahito Maki ma che in generale coinvolge tutte le riflessioni che l'alternarsi e il sovrapporsi dei mondi immaginifici qui creati da Miyazaki sono capaci di far (ri)nascere e suscitare, riflessioni affascinanti e avvolgenti (sui significati, sul cinema del maestro) quanto difficili (o impossibili) da dirimere con certezza.

Seconda Guerra Mondiale, durante un bombardamento viene distrutto l'ospedale dove lavora la madre di Mahito, nulla possono il tentativo di intervento dei pompieri o del marito per salvare la donna, Mahito diviene così un giovane orfano afflitto dal dolore. Qualche tempo più tardi il padre del ragazzo sposa la bella sorella della moglie, Natsuko, la famiglia si trasferisce così in una grande residenza in campagna vicina alla fabbrica di componenti militari dove l'uomo lavorerà. Qui Natsuko cerca di farsi accettare come "nuova mamma" da Mahito che, ancora sofferente per la perdita della madre, si dimostra educatamente ostile alla nuova situazione familiare. Un giorno, girovagando nei pressi della sua nuova casa immersa nel verde, Mahito incappa in una vecchia torre nascosta tra i boschi e ne è subito attratto. Purtroppo l'entrata è interdetta e le vecchie donne di servizio della casa tentano di dissuadere il ragazzo dall'idea di entrare nella torre. In più uno strano airone cinerino dal piumaggio bianco e azzurro inizia a tormentare il ragazzo facendogli intuire la possibilità di poter incontrare di nuovo la sua madre defunta. L'incontro tra questi elementi condurrà Mahito (e non solo lui) in un'avventura dove i confini del reale si slabbreranno in favore di una molteplicità di universi, di tempi, di realtà che condurranno il ragazzo (e non solo lui) verso una nuova fase della sua vita.

La storia che principia con la tragedia della guerra, il padre del protagonista che dirige una fabbrica dove si producono le calottine degli aeroplani militari, sono elementi che danno a Il ragazzo e l'airone un senso di continuità con il precedente film di Miyazaki, Si alza il vento, così come lo fanno alcune frasi che sembrano parlare tra loro; questo lungometraggio è in parte ispirato al romanzo di Genzaburo Yoshino E voi come vivrete?, titolo che mostra una certa assonanza con il verso di Paul Valery presente nel precedente lungometraggio: Le vent se leve, il faut tenter de vivre! In generale è tutta la struttura del film che sembra avere legami con il cinema passato di Miyazaki, i riferimenti sono molteplici, l'eroe è però qui un  ragazzo (fatto singolare, Miyazaki predilige le figure femminili), forse per questo sembra esserci una componente più distruttiva nella sua figura rispetto ad altre passate (le ferite autoinflitte, lo sprezzo del pericolo senza tentennamenti), come già accennato è difficile capire se nella testa di Miyazaki ci fosse l'idea di un addio (artistico?) o quella di una costruzione articolata e complessa, finanche onirica (Internazionale accosta addirittura Lynch a quest'opera) di una possibile rinascita tutta da elaborare, quel che è certo è che da questo lavoro emerge una cifra immaginifica con pochi rivali che per fascino può ricordare a ragione opere come La città incantata o Laputa - Il castello nel cielo. Tra spunti autobiografici, segni di stile ricorrenti (il cibo, i panorami mozzafiato, le creaturine fantastiche e simpatiche, qui i Warawara, le intriganti vecchine) e momenti di forte commozione (già dall'incipit) qui l'unica certezza è che tutto è mutevole, complesso, come lo sono i ruoli dei vari personaggi, in realtà diverse, in tempi diversi, in situazioni diverse. Per quel che riguarda la forma sembra che Miyazaki abbia lavorato su due livelli, uno sui fondali che sembrano dipinti, fermi, realistici, una sorta di rappresentazione della Storia, del reale, un altro invece dove si muovono con un'animazione più vivace i protagonisti che appunto hanno necessità di mutare, di evolvere in qualcos'altro e che quindi non possono appartenere a quell'animazione più statica e definita ma devono avere la possibilità di essere inglobati in mondi nuovi (come Mahito nelle viscere del pesce) e cangianti. Ennesimo capolavoro? Forse ce lo dirà il tempo, Il ragazzo e l'airone necessita di essere elaborato, la percezione dello stesso può darsi sia anch'essa una cosa mutevole, è molto facile che sia così, quindi perché pronunciarsi ora con un giudizio che non lascerebbe possibilità al cambiamento?

venerdì 21 luglio 2023

LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE

(Kaguya-hime no monogatari di Isao Takahata, 2013)

Quando pensiamo all'animazione dello Studio Ghibli il nome che alla maggior parte del pubblico balza subito alla mente è senza dubbio alcuno quello dell'inarrivabile maestro Hayao Miyazaki, autore del maggior numero di opere dello Studio, tra queste sicuramente ci sono alcune tra le più amate e riconoscibili di Ghibli, il suo Totoro ha raggiunto una popolarità tale da essere diventato un essere fantastico riconoscibile in tutto il mondo e il simbolo grafico che contraddistingue le opere dello Studio Ghibli ancora oggi. Non dobbiamo però dimenticare che i fondatori dello Studio furono quattro, due produttori e due animatori, insieme a Miyazaki c'è sempre stato l'imprescindibile Isao Takahata che ci ha purtroppo lasciati ormai da qualche anno (2018). Se i lungometraggi diretti da Miyazaki non hanno davvero bisogno di nessuna presentazione, anche i lavori di Takahata hanno regalato ai fan parecchie gioie e alcuni titoli memorabili: suoi lo struggente Una tomba per le lucciole, uno dei racconti più dolorosi e commoventi messi in piedi dalla produzione Ghibli, un vero capolavoro, il racconto intimo e delicato di Pioggia di ricordi, altro esito riuscitissimo, il particolare Pom Poko, forse meno accattivante ma di certo originale con le sue figure dei tanuki, strani animaletti che popolano le colline sopra Tokyo, e ancora la commedia familiare de I miei vicini Yamada fino ad arrivare infine a quest'ultima meraviglia, La storia della principessa splendente, lungometraggio dalla realizzazione travagliata e ultimo lavoro lasciatoci da Takahata. Ovviamente il lavoro di Takahata non si limita alle opere realizzate per lo Studio Ghibli, si può trovare il suo zampino in diverse serie che ci hanno allietati fin da bambini, cosine come Heidi, Marco (che per molti era Dagli Appennini alle Ande), Le avventure di Lupin III e il bellissimo Anna dai capelli rossi. Per questo La storia della principessa splendente Takahata adatta un fiaba giapponese del X secolo ispirandosi anche ad alcuni elementi della vecchia Heidi, riportandoli alla realtà e alla sensibilità giapponese (per i lettori nati su un altro mondo ricordiamo che Heidi era ambientato tra Svizzera e Germania).

Un anziano tagliatore di bambù assiste nella foresta a un evento miracoloso: dall'interno di un fusto di bambù nasce una bambina splendente, avvolta in un'aura di luce bianca, una piccola gemma; sarà proprio "gemma di bambù" il nome che le daranno i ragazzini della zona. Così questa tenera bimba crescerà grazie alle cure amorevoli del tagliatore di bambù e di sua moglie; la sua crescita è prodigiosa, un fenomeno ultraterreno, in poco tempo quella che è una neonata diventa una giovane ragazzina che legherà con i coetanei del villaggio montano in cui vive, soprattutto con il giovane Sutemaru. Principessa, così la chiama amorevolmente il suo papà, diventa sempre più la ragione di vita dei suoi genitori; un giorno, dentro un'altra canna di bambù, il papà di Principessa trova dell'oro e delle stoffe pregiate. L'anziano interpreta questo come un altro segno del cielo, una volontà superiore che sembra volere per Principessa un destino da nobile dama e non da semplice, ma felice, contadina. Così il papà decide di portare la famiglia a vivere in un grande palazzo della capitale, qui Principessa diventa una sorta di leggenda per la sua grazia e bellezza, ma in città la principessa splendente è sola, conduce una vita ritirata e triste, sacrificata nell'intento di non dare una delusione al suo papà che, seppur un poco accecato dal prestigio ottenuto, continua a voler bene in modo sincero alla sua figlia miracolosa. Saranno molti i nobili uomini a voler sposare "gemma di bambù", ma lei non vuole un legame che poggi su basi così inconsistenti...

La storia della principessa splendente esce nel 2013, sono passati quattordici anni dalla precedente regia di Isao Takahata, I miei vicini Yamada che con questo film ha un legame di continuità almeno per quel che riguarda la sperimentazione grafica. Se i toni generali dei due lungometraggi sono parecchio differenti (I miei vicini Yamada virava su sentieri più divertiti) La storia della principessa splendente sviluppa quel segno scarno, su fondo in prevalenza bianco, che si discosta molto dagli esiti più noti e riusciti dello Studio Ghibli ma che riesce a dimostrare tutta la padronanza del tratto che diventa poesia pura, senza intenzione di usare frasi fatte o roboanti, questo è ciò che hanno realizzato Takahata e i suoi collaboratori con questo testamento virtuoso di magistrale delicatezza e amore per la tradizione. Quello che lo spettatore si trova di fronte agli occhi richiama infatti moltissimo la tradizione del disegno giapponese, come ha potuto constatare chi ha potuto vedere la recente e bellissima mostra Utamaro, Hokusai, Hiroshige presso la Promotrice delle Belle Arti di Torino, ennesima dimostrazione che la via del digitale non è l'unica percorribile, anzi. Sul piano dei contenuti siamo di fronte a una fiaba, spesso triste, dove i temi e gli spunti si contano innumerevoli: c'è lo sradicamento, l'abbandono della propria terra con tutte le conseguenze di malinconico dolore che ne conseguono, compresa la perdita degli affetti cari, c'è l'ambizione dei genitori e la loro volontà, perseguita magari anche con buone intenzioni, di pilotare la vita dei propri figli impedendone di fatto la felicità, c'è la riflessione sulla vacuità della ricchezza materiale e un sacco di altre cose. Nei ritmi il film di Takahata si discosta un poco dalla struttura dell'animazione moderna alla quale siamo più abituati, si superano abbondantemente le due ore di durata per un film che richiede di essere abbracciato con amore, di dedicargli un'attenzione e una sensibilità estranee alla media, si verrà ripagati. Un'ottima visione in attesa che esca l'ultimo di Miyazaki; Takahata già ci manca, preghiamo per il futuro dello Studio.

sabato 31 luglio 2021

SI ALZA IL VENTO

(Kaze tachinu di Hayao Miyazaki, 2013)

Le vent se leve, il faut tenter de vivre!

Queste parole tratte da Le cimitière marin di Paul Valery sono il giusto accompagnamento alla vicenda di Jiro Horikoshi, giovane appassionato di aeroplani che ne progetterà diversi per l'aviazione giapponese tra i quali il più noto è lo Zero, velivolo che deve la sua fama all'utilizzo durante il secondo conflitto mondiale. Si è detto già all'epoca dell'uscita nelle sale italiane di Si alza il vento (tenitura di quattro giorni) come quello che era stato annunciato come l'ultimo film di Hayao Miyazaki prima del suo ritiro dalle scene fosse anche il suo film più contraddittorio, mettendo in scena l'età giovanile di un personaggio innamorato del volo e della progettazione e che suo malgrado, dato il periodo storico, contribuì allo sforzo bellico mettendo a disposizione del suo Paese aerei che si rivelarono armi mortali, la scelta di Miyazaki, da sempre ecologista e pacifista (innamorato anche lui degli aerei), di raccontare la figura di Horikoshi è stata vista come ambigua, ambiguità che guardando il film però non traspare affatto. Non c'è nessuna passione per la guerra nei protagonisti del film, né in Horikoshi, né nel collega e amico Honjo, né nei vertici della Mitsubishi, azienda per cui Horikoshi realizzerà i suoi aeroplani. E così per i protagonisti di questa storia il vento si alza, è il vento del cambiamento, il vento della Storia del secolo breve che costringerà il frutto delle loro passioni a prendere la via della guerra, e nonostante tutto bisogna pur tentare di vivere, far fruttare quel decennio di creatività ed energie che pare venga messo a disposizione di ogni uomo, come ricorda in sogno a Jiro il suo idolo, il progettista italiano (in realtà nato in Tirolo quando ancora era dominio austriaco) Giovanni Battista Caproni. Bisogna tentare di vivere il sogno, nonostante il terremoto devastante, la guerra, la malattia delle persone care, seguire il vento per quel che si può.

Jiro Horikoshi è un ragazzino appassionato di aerei, il suo idolo è il costruttore italiano Giovanni Battista Caproni, purtroppo la sua miopia accentuata gli impedisce di diventare un pilota, così Jiro si dedicherà allo studio degli aerei e poi alla loro progettazione. La storia segue la vita di Jiro dagli anni 20 ai 40 del secolo scorso, sono anni pieni di difficoltà per il Giappone: la crisi economica di fine anni 20, il terremoto del '23, le due guerre, in particolare la Seconda Guerra Mondiale. Con questi eventi sullo sfondo Jiro studia, sogna, progetta, si innamora della giovane Nahoko e con lei vivrà anche il dramma della sua malattia, la ragazza è infatti affetta da tubercolosi. Dopo gli studi l'assunzione alla Mitsubishi dove Jiro si distingue in fretta come progettista di talento, ci saranno poi i confronti con l'industria europea decisamente più avanti con le innovazioni, fino alla creazione del modello perfetto, lo Zero che renderà orgoglioso il Giappone ma che purtroppo sarà anche un'arma bellica latrice di morte.

Per la prima volta il maestro Miyazaki affronta la Storia, cosa che in seno allo Studio Ghibli finora aveva fatto Takahata (Una tomba per le lucciole), donando al pubblico proprio quei suoi sentimenti contraddittori, da una parte la vergogna per la scelte operate dal suo Paese durante il secondo conflitto mondiale, l'avversione per la guerra e per ogni forma di violenza, dall'altra l'amore e la passione per quelle opere di ingegneria utilizzate purtroppo per arrecare dolore. C'è una sorta di fatalismo di fronte agli eventi, nella figura di Jiro, ma anche in quelle di Nahoko e di Honjo, legate all'impotenza di fronte ai tempi che ci è dato vivere, anni magari difficili, crudeli e che pure è necessario vivere e percorrere, ha una grande profondità questo Si alza il vento, illuminato da un'animazione d'eccezione che in realtà per le opere di Miyazaki eccezione non è, il verde e il blu dei suoi film sono sempre rasserenanti, resi qui più delicati dalle splendide partiture di Joe Hisaishi. E alla fine Jiro è un po' Miyazaki ma è anche un po' il Giappone, è in parte anche Tatsuo Hori, il romanziere che scrisse il libro omonimo e al quale si deve la parte sentimentale del racconto non ispirata alla vera vita di HorikoshiSi alza il vento è forse tra i film più ambiziosi e completi del maestro, non l'ultimo fortunatamente a sentire le voci del suo ritorno a lavoro, al momento con il progetto dal titolo (forse) provvisorio How do you live? che tutti noi aspettiamo con grande curiosità.

sabato 12 settembre 2020

I MIEI VICINI YAMADA

 (Hōhokekyo tonari no Yamada-kun di Isao Takahata, 1999)

Uscito in Italia direttamente in dvd senza passare nelle sale, I miei vicini Yamada è in realtà datato 1999, il lungometraggio di Takahata è un punto di rottura grafico con quello che lo Studio Ghibli aveva prodotto fino ad allora, per questa piccola deviazione dagli stilemi consolidati del Ghibli si riprende da noi il titolo del film che è diventato il simbolo stesso dello studio: Il mio vicino Totoro. Il disegno classico visto in tanti film della premiata ditta creata da Takahata e Miyazaki è qui sostituito da un segno all'apparenza molto semplice, essenziale, che con pochi tratti delinea ambienti e personaggi riprendendo lo stile di alcuni manga, in particolare Nono-chan del quale il film è una libera trasposizione. Mutano anche i colori che abbandonano i toni naturalistici immersi in bellissimi blu e vividi verdi di cieli e prati per andare verso una tavolozza di colori, creata sapientemente in digitale, che riporta alla mente i tocchi ad acquerello, toni lievi, meno intensi e carichi rispetto alla colorazione più classica. Altra piccola rivoluzione sta nella struttura che riporta su schermo la caratteristica del manga da cui il film è tratto, Nono-chan è infatti una striscia, le classiche quattro vignette che nel film si traducono in brevi episodi che ci raccontano la famiglia Yamada, è assente una trama complessiva, tutti i micro tasselli ci mostrano gioie e dolori di una famiglia che poggia su un matrimonio ormai di lungo corso.

Gli Yamada non sono una famiglia di eroi, non sono nemmeno una famiglia modello, sono una famiglia normalissima, universale, all'interno della quale emergono più facilmente i difetti di ognuno che non le grandi virtù, I miei vicini Yamada affronta il tema del quotidiano, mostra gli episodi di cui sono fatti per davvero i matrimoni, le abitudini, le pigrizie e le insofferenze di tutti i giorni, le disattenzioni (alcune anche belle grosse come quella nella sequenza in cui papà Takashi, mamma Matsuko l'adolescente Noboru e nonna Shige dimenticano la piccola Nonoko al centro commerciale), di contro sottolinea anche i gesti improvvisi, la pazienza e l'unione salda che tiene in piedi la famiglia, concetto forse dai più etichettabile come sorpassato ma a conti fatti sempre attuale, l'idea di famiglia si sta evolvendo ma ciò che conta sono i legami, questo è il concetto che Takahata pone maggiormente sotto i riflettori.

A braccetto guai e poesia, ogni piccolo segmento è introdotto da un titolo che all'interno delle dinamiche familiari potrebbe essere visto come un micro tema, spesso viene recitato anche un breve haiku, pochi versi che sottolineano il tema affrontato. Anche la leggerezza dei disegni nasconde uno studio ben preciso e un'ottima capacità di tratto, basti guardare le poche sequenze dove il disegno diventa più realistico per afferrarne la dinamicità e la maestria, la partita di baseball in tv ad esempio o la corsa sui motorini, cambi di registro che aumentano la vivacità dell'opera che rimane sempre parecchio divertente. Non mancano nemmeno le sequenze più sognanti, la prima di presentazione con la "tirata" sul matrimonio o le sequenze sul finale. Come nella vita momenti leggiadri si alternano a passaggi più seri e potenzialmente drammatici, quello che maggiormente resta è la veridicità sulle nostre abitudini, le piccole pigrizie, le contese quotidiane che assillano uomini e donne a ogni latitudine, all'ombra dei ciliegi come sotto il cielo del bel Paese.

venerdì 31 luglio 2020

LA COLLINA DEI PAPAVERI

(Kokuriko-zaka kara di Goro Miyazaki, 2011)

Goro Miyazaki, figlio del ben più celebre Hayao, torna alla regia dopo cinque anni dal suo esordio - I racconti di Terramare - e sigla il diciottesimo lungo dello Studio Ghibli (diciannovesimo se contiamo Nausicaa, prodotto poco prima della fondazione dello Studio stesso). Guardando La collina dei papaveri si evince come il figlio d'arte sia maturato nei cinque anni trascorsi dall'opera precedente: se I racconti di Terramare, pur non meritando alcune delle critiche ricevute all'epoca della sua uscita, aveva un incedere pesante, a volte macchinoso, e faceva percepire allo spettatore tutte le sue due ore di durata, La collina dei papaveri gode invece di un passo lieve, avvolgente, dotato anche nella narrazione di quella leggiadria che emanano i disegni ancora una volta superbi che accompagnano quasi tutte le uscite dello Studio Ghibli. Proprio mentre Goro è in procinto di uscire nella sale con il primo lavoro dello studio realizzato in CGI, fa piacere volgere ancora una volta lo sguardo al passato e bearsi del lavoro di una delle poche realtà rimaste a fare grandi film in animazione tradizionale. Per questo film Goro Miyazaki abbandona qualsiasi deriva fantastica e confeziona una storia intima con protagonisti due adolescenti, Umi e Shun, e il mondo che ruota intorno alle loro vite.


Umi è una sedicenne che oltre ad andare a scuola aiuta la nonna nella gestione di un ostello ricavato nella loro grande abitazione, la madre di Umi è negli Stati Uniti, il padre è morto in una battaglia navale durante la guerra di Corea. Siamo infatti negli anni 60, il Giappone è un paese con un'economia emergente che si sta lanciando a grandi passi nel futuro per lasciarsi alle spalle i traumi della guerra. Umi porta avanti una sua tradizione personale, ogni mattina issa su un pennone nel giardino di casa delle bandiere navali che dovrebbero servire come segnalazione per riportare la nave del padre a casa, un sogno che Umi sa che non potrà mai veder realizzato. A sua insaputa, tutti i giorni, un rimorchiatore che passa davanti all'ostello risponde al suo segnale. Shun invece è uno dei leader dell'assemblea dei rappresentanti scolastici, lavora per il giornalino indipendente della scuola e insieme a molti suoi compagni ha occupato un vecchio edificio per portare avanti tutta una serie di attività culturali collaterali al programma scolastico. Dopo un primo incontro che non mette Shun in ottima luce agli occhi di Umi, il rapporto tra i due ragazzi si chiarirà e diventerà sempre più profondo portando cambiamenti importanti per loro e per tutto l'ambiente scolastico.


C'è un'attenzione ai gesti molto marcata nel film di Miyazaki, rituali che donano forza all'ennesima eroina Ghibli: l'abitudine nell'alzare le bandiere tutte le mattine, l'impegno maniacale nella preparazione del cibo, anche nel ruolo centrale che avrà Umi nel salvare e rilanciare il Quartier Latin, l'edificio storico occupato dagli studenti; la ragazza è il vero cuore di un film dolcemente sentimentale che ci mostra come con la dedizione si possano ottenere risultati insperati e che imbastisce una serie di legami tra i protagonisti tutti da scoprire. Per certi versi sembra quasi che Goro abbia assimilato più la lezione di Takahata o di altri collaboratori dello Studio Ghibli che non quella del padre, e in fondo è giusto così, i cloni non servono a nessuno e per cause di forza maggiore (Takahata ci ha lasciato un paio di anni fa e Miyazaki Sr. ormai tocca gli 80) bisogna iniziare a guardare verso un orizzonte più lontano. L'avvento del primo film in CGI può essere un primo passo (che personalmente non mi entusiasma), vedremo se le nuove leve riusciranno in maniera seppur personale a non snaturare l'anima di quello che è un vero patrimonio dell'animazione.

domenica 10 dicembre 2017

SERATE D'ANIMAZIONE

Avendo una bambina in età ancora pre-adolescenziale (ma ci siamo quasi ahimè), continuano ad essere frequenti le serate passate tutti insieme sul lettone a guardare film o cartoni animati dedicati ai ragazzi, purtroppo meno di un tempo dato che Laura cresce e sempre più spesso ha piacere di dedicarsi ai "suoi" telefilm le cui puntate vanno in replica a ciclo continuo, ovviamente lei le guarderebbe anche cento volte l'una. Quindi Alex & Co., Maggie e Bianca, Soy Luna, I Thundermen, School of Rock, etc... tutta roba che mamma e papà anche no, please. Però ancora qualcosina insieme si riesce a vedere, alcune di queste cose riescono ancora ad accontentare più o meno tutti. In questi giorni abbiamo dato un'occhiata a...


SI SENTE IL MARE
(Umi ga kikoeru di Tomomi Mochizuki, 1993)

È partita la ricerca dei film minori dello Studio Ghibli, factory d'eccezione fondata dai maestri Miyazaki e Takahata che già in passato, oltre ai comprovati capolavori noti a tutti, ci aveva riservato delle bellissime sorprese. Si sente il mare è forse una delle produzioni meno conosciute dello studio, prodotto per la televisione giapponese, il lungometraggio (poco più di un'ora) vede quella che al momento è l'unica regia di Mochizuki per lo Studio Ghibli. Più vicino per temi e sensibilità ai primi lavori di Takahata (pur con i dovuti distinguo) che non alle tematiche ecologiste e spirituali di Miyazaki, il lavoro di Mochizuki non riesce però a raggiungerne le vette pur rimanendo un'opera tutto sommato godibile anche se ascrivibile tra le cose meno impressionanti dello Studio. Triangolo sentimentale tra Taku, giovane studente impiegato part-time in un ristorante in qualità di lavapiatti, il suo amico e coetaneo Yutaka, legato a Taku fin dai tempi di alcune proteste studentesche portate avanti insieme, e la giovane Rikako, studentessa appena trasferitasi a Kōchi dalla capitale Tokyo. Una storia d'amore molto trattenuto, interiorizzato, adatta a un pubblico più o meno coetaneo dei protagonisti o più giovane, delicato nella narrazione, lineare e priva di particolari sussulti, se ne apprezza il versante grafico, l'animazione giapponese quando ben realizzata riserva un piacere per l'occhio che in qualche modo arriva al cuore, un piacere diverso e spesso precluso allo spettatore di tanta animazione statunitense anche ben più blasonata. Non il meglio di Ghibli ma un film al quale una visione la si può concedere. Ad ogni modo Laura non ha apprezzato molto.



LA RICOMPENSA DEL GATTO
(Neko no ongaeshi di Hiroyuki Morita, 2002)

Film più recente dello Studio Ghibli e nato come spin-off de I sospiri del mio cuore, bel film d'animazione che avevamo visto già qualche anno fa con Laura dove comparivano brevemente alcuni personaggi qui invece protagonisti. In questo lungometraggio di Morita la componente fantastica è predominante. La giovane Haru salva un gatto che sta per essere investito da un camion, il gatto in questione però non è un gatto qualunque bensì il principe dei gatti, figlio del re dei gatti il quale, per mostrare tutta la sua gratitudine ad Haru inizia a farla inseguire da un branco di gatti fino a riuscire a trasportarla ne loro regno allo scopo di farla maritare con il principe. Solo i funzionari dell'Ufficio Affari dei Gatti, l'aristocratico Baron e l'ex delinquente Muta, potranno dare una mano a Haru per tornare nel mondo degli umani, ovviamente la bambina non vuole saperne di sposare un gatto. Film divertente e spensierato, graziato come al solito dai bellissimi disegni dello studio e da diversi personaggi davvero ben riusciti e adorabili. Mancano i grandi temi, i percorsi di crescita qui lambiti superficialmente, ciò nonostante il film si rivela un divertissement che non delude, non di certo all'altezza dell'opera nella quale i personaggi sono stati creati ma comunque una bella visione, da Laura sicuramente più apprezzata della precedente.



CICOGNE IN MISSIONE
(Storks di Nicholas Stoller e Doug Sweetland, 2016)

Saltiamo in America per il secondo lungo della rinata Warner Bros Animation, Cicogne in missione. Una volta le cicogne portavano i bambini, poi accadde che una di queste si affezionò troppo alla bimba a lei affidata mancando la consegna e facendo saltare il sistema. Così la bimba, Tulip, rimase tra le cicogne e il gran capo Hunter decise di riconvertire il sistema creando la Cornerstore.com, azienda chiaramente ispirata ad Amazon per la quale le cicogne consegnano rapidamente ogni tipo di merce, un po' come a breve faranno i droni per Amazon. I bimbi quindi ora tocca farseli da soli. Tempo di promozioni, Junior potrebbe diventare il nuovo capo ma deve far fuori Tulip che non riesce a combinarne una giusta, poi mettici un po' di buon cuore, un po' di rimorsi di coscienza, dalla situazione, complice anche il desiderio del piccolo Nate di avere un fratellino, viene fuori un gran casino e le cicogne dovranno ricominciare in fretta e furia a consegnare bambini con conseguente inizio dell'avventura per Tulip e Junior. Divertente film per i più piccoli, senza troppi sottotesti per gli adulti ma comunque godibile. Createvi la famiglia che più vi piace, dove possa esserci più amore, che possa far star meglio tutti quanti. Ma soprattutto dedicate più tempo ai vostri figli, divertitevi con loro, fate le cazzate, mettete un po' da parte i soldi, il lavoro, fate i minchioni. Non male come messaggio, io mi ci ritrovo alla grande. Soprattutto per la parte del minchione. Alla prossima.

lunedì 1 maggio 2017

QUANDO C'ERA MARNIE

(Omoide no Mani di Hiromasa Yonebayashi, 2014)

Anche quelli che sembrano film minori all'interno della produzione del celebre Studio Ghibli, opere come questa dagli incassi meno sfavillanti di altre, si rivelano a tutti gli effetti dei piccoli gioiellini, lungometraggi d'animazione unici e imperdibili in anni in cui purtroppo l'animazione tradizionale, anche quando ben fatta, cede completamente il passo all'avanzata del digitale. Quando c'era Marnie è al momento l'ultimo prodotto dello studio, non è firmato dal maestro Miyazaki (che sta meditando di tornare al lavoro dopo diverse dichiarazioni d'abbandono), bensì dal ben più giovane Hiromasa Yonebayashi, classe 1973, già autore del riuscito Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento. Come il precedente, anche questo film è tratto da un libro rivolto ai ragazzi e presenta una storia di grande malinconia, triste ma anche piena di speranza come ogni percorso dovrebbe essere, solare nelle prospettive future e incisiva nei risultati di un itinerario di crescita che inevitabilmente tutti gli adolescenti sono portati a percorrere.

Quello di Anna non è semplice. Anna è una ragazzina schiva, solitaria e con parecchie difficoltà nel relazionarsi con i suoi coetanei. Figlia adottiva, cresciuta senza conoscere i suoi veri genitori e senza amiche, Anna si rifugia spesso nel disegno. Ai suoi problemi caratteriali si uniscono gli attacchi d'asma per combattere i quali la madre adottiva di Anna, Yoriko, manda la bambina a trascorrere un breve periodo al mare da una coppia di parenti. Nonostante i due siano tutt'altro che persone fredde, Anna continua a isolarsi iniziando a vagare nei dintorni della casa; si imbatterà in una bella villa all'apparenza abbandonata che inizierà a riprodurre su carta. Al calar del sole però la villa sembra animarsi, è nei pressi di questo luogo che Anna incontrerà la giovane Marnie, una ragazza che presto diverrà la sua prima vera amica. Ma, come spesso accade, quello che ci viene presentato dall'animazione giapponese, è un mondo magico, profondo e spirituale che riserva sempre delle sorprese.


In assenza del maestro Miyazaki e qui anche del contributo del cofondatore dello studio Isao Takahata, ancora una volta viene palesato quanto indispensabile sia per l'animazione di oggi l'esistenza dello Studio Ghibli. Difficilmente si troveranno altrove lunghi d'animazione d'una tecnica inappuntabile, con tematiche profonde, anche difficili sotto alcuni punti di vista, una vena malinconica così marcata in prodotti rivolti anche ai più giovani e quella sensazione di magia diffusa che aleggia all'interno di un'idea d'animazione affrancatasi dalla ricerca della risata a tutti i costi. Quando c'era Marnie è un film bello e triste (mia figlia ha terminato la visione in un'oceano di lacrime pur avendo apprezzato molto la storia), nelle vita non c'è solo la grassa risata e non sempre tutto fila liscio, è bello che anche l'animazione ogni tanto ne tenga conto. Le immagini di molti dei film dello Studio Ghibli si trasformano spesso in momenti di pace, in un incontro con i giusti ritmi che rifuggono la fretta e in una tavolozza di colori portatrice di serenità, anche quando la storia non si rivela sempre così serena.

In questo caso c'è molto del gotico inglese nel film, come inglese è il romanzo da cui la storia è tratta, ci sono i tempi e la magia dell'animazione nipponica in un connubio perfettamente riuscito. Resta solo da sperare che Miyazaki e Takahata tornino sui loro passi, che si rimettano al lavoro o che quantomeno lascino in mano a nuovi talenti come Yonebayashi il futuro dello Studio Ghibli che per nessuna ragione deve porre fine alla sua tradizione.

venerdì 21 novembre 2014

OMOHIDE PORO PORO

(di Isao Takahata, 1991)

Viene naturale, parlando dello Studio Ghibli, pensare immediatamente al lavoro del maestro Miyazaki, cofondatore ed esponente di punta dello studio nonché artefice di capolavori assoluti riconosciutigli recentemente anche con un Oscar alla carriera. Per nostra fortuna, e con nostra intendo quella degli spettatori appassionati, lo Studio Ghibli non è solo Miyazaki come ho potuto piacevolmente constatare assaporando i lavori di Isao Takahata (Una tomba per le lucciole e questo Omohide poro poro), Yoshifumi Kondo (I sospiri del mio cuore) e in misura minore quello del figlio d'arte Goro Miyazaki (I racconti di Terramare).

Per quello che ho potuto vedere i lavori degli altri registi affiliati allo studio sono molto diversi per stile e contenuti da quelli di Miyazaki, a parte il lavoro di Goro gli altri sono racconti molto più adesi alla realtà, giusto con qualche breve puntata verso il regno della fantasia, incentrati più sui sentimenti e sulle cose della vita come queste si presentano che non su tematiche ecologiste e pacifiste o sul mondo degli spiriti del folklore giapponese. Opere meno spettacolari, più dimesse, sicuramente diverse ma in ogni caso degne di appartenere a un marchio prestigioso come quello dello Studio Ghibli, sensibilità differenti ma non meno convincenti.

Omohide poro poro è il secondo lavoro che Takahata firma per lo Studio Ghibli, il titolo letteralmente significa qualcosa come ricordi goccia a goccia. Sono proprio i ricordi di Taeko il motore di questo racconto intimo, la giovane ragazza ormai quasi trentenne, in occasione di una breve vacanza in campagna, rivive attraverso i ricordi l'epoca della sua quinta elementare con continui passaggi tra il presente e il passato che la riportano a quel lontano 1966.

Proprio quelli legati alle vacanze sono tra i primi ricordi ad affiorare nella mente di Taeko, il suo desiderio di vedere la campagna, la delusione della vacanza alle terme di Atami e il rientro repentino in una deserta città estiva. Ma la Taeko adulta, quella del presente, è decisa a porre rimedio a quel mancato incontro con la campagna lasciando per quindici giorni il suo lavoro d'ufficio a Tokio per andare ad aiutare la famiglia di un parente per la raccolta del cartamo. Il viaggio sarà l'occasione per tornare alla se stessa bambina, la campagna quella per assecondare nuovi incontri e nuove riflessioni.


Sono molti gli spunti interessanti inseriti nei ricordi della protagonista bambina, alcuni parecchio insoliti per un anime solo all'apparenza rivolto ai piccoli. Si parla molto di mestruazioni ad esempio, argomento poco trattato nei cartoni animati occidentali, della reazione di ragazze e ragazzi a questo evento di passaggio, si esplora il rapporto di Taeko con il resto della famiglia, quello con i genitori e le sorelle, ci sono diversi riferimenti alla cultura popolare giapponese dell'epoca, riferimenti pressoché inafferrabili per noi occidentali, ci sono le difficoltà con la scuola e i vari aspetti della vita da ritenersi importanti per una ragazzina di quinta elementare.

In senso lato un po' un come eravamo, cosa volevamo e cosa siamo diventati. L'animazione è meno esplosiva se paragonata ad alcune opere di Miyazaki ma sempre di ottimo livello, sembra che, come diceva una vecchia canzone su Dustin Hoffman, lo Studio Ghibli non sbagli un film.


giovedì 27 febbraio 2014

UNA TOMBA PER LE LUCCIOLE

(Hotaru no haka di Isao Takahata, 1988)

Diretto dal co-fondatore dello Studio Ghibli, Una tomba per le lucciole esce lo stesso anno in cui l'altro e più celebre fondatore dello studio, Hayao Miyazaki, dirige uno dei suoi capolavori: Il mio vicino Totoro. E' una grande annata per lo Studio Ghibli, pur se inserita in un contesto e in un ambito completamente diverso, la pellicola di Isao Takahata non ha nulla da invidiare a quella del maestro Miyazaki.

Se ne Il mio vicino Totoro l'elemento fantastico, magico e sognante è predominante e determina in maniera decisa la cifra stilistica dell'intero lungometraggio, Una tomba per le lucciole vive di un crudo realismo, di dolore, morte e assenza di speranza. E' l'immane tragedia della guerra il fulcro della vicenda narrata nel film di Takahata, una tragedia radicata nella cultura del popolo giapponese come in pochi altri.

Sicuramente due film diversi con un pubblico di riferimento differente. La visione di Una tomba per le lucciole mi sembra inadatta a un pubblico di bambini, per temi trattati e per immagini proposte.

Seita e la piccola Setsuko sono fratello e sorella, vivono con la madre a Kobe, città giapponese presa d'assalto da un massiccio bombardamento da parte dell'aviazione statunitense. I drammi che i due ragazzini dovranno affrontare sono innumerevoli, dalla lontananza del padre in servizio con la marina giapponese alla terribile morte della madre a causa dei bombardamenti, dalla distruzione della loro casa allo scarso affetto di parenti privi di amore e non intenzionati ad accollarsi il loro mantenimento.

Oltre alla sofferenza della piccola e tenera Setsuko, Seita dovrà farsi carico della gestione di tutti i bisogni primari, suoi e della sorellina. Cibo, acqua, un tetto dove dormire diventano sfide quasi impossibili da vincere. E poi la morte che accompagna lo spettatore fin dalla sequenza d'apertura del film.



Un film d'animazione duro ma vero e sincero tratto dal libro in parte autobiografico dello scrittore Akiyuki Nosaka. Anche l'animazione si differenzia molto per colori e atmosfere da molta della produzione di Miyazaki, le aperture di luci, i cieli e le distese d'acqua qui lasciano il posto ai toni cupi delle macerie e della distruzione, delle bombe e del fuoco. Nonostante la continua sofferenza che pervade la pellicola è innegabile che questa sia l'ennesimo riuscitissimo e toccante lavoro di uno studio capace di sfornare meraviglie a ciclo continuo. Da vedere assolutamente.

Rimangono accese le luci delle lucciole e quella grande e immensa che riescono a far scaturire in maniera così naturale i bambini troppo spesso vittime degli orrori creati da noi adulti.

sabato 19 ottobre 2013

I SOSPIRI DEL MIO CUORE

(Mimi o sumaseba di Yoshifumi Kondo, 1995)

Esauriti i lungometraggi di animazione di Hayao Miyazaki ci siamo rivolti alla restante produzione dello Studio Ghibli che fortunatamente ha in serbo altre cartucce da spendere all'ombra del maestro. Dopo aver visto I racconti di Terramare di Goro Miyazaki, film non eccelso ma neanche da buttare via completamente, la scelta è caduta su questo I sospiri del mio cuore di Yoshifumi Kondo, per il quale il maestro si è occupato di storyboard e sceneggiatura.

Il film è molto diverso per tematiche e ambientazioni da quelli diretti dal fondatore dello Studio (insieme a Isao Takahata). I sospiri del mio cuore presenta una storia attuale, ambientata ai giorni nostri a Tokyo, fondata sui sentimenti, sulla crescita e sulla ricerca di sè stessi, una ricerca che arriva giorno dopo giorno grazie all'impegno e agli sforzi che la quotidianità richiede ai protagonisti della vicenda. La causa ambientalista, fatto salvo qualche accenno nei dialoghi, è assente, non c'è guerra se non in pochi ricordi di un anziano, la visione spiritistica di Miyazaki non si palesa e anche l'aspetto magico caro a tente produzioni dello Studio Ghibli è relegato a brevi sequenze facenti parti di un racconto di finzione.

Un prodotto molto diverso da quelli ai quali eravamo abituati ma comunque di ottimo livello. L'animazione è la solita gioia per gli occhi, esaltata dal livello di dettaglio degli interni e dalla resa magnifica di ambienti e location. Pur non presentando fantasiosi e strampalati scenari, il realismo di un tramonto, la resa del traffico cittadino, quella del trascorrere del tempo e cose di questo genere garantiscono un ottimo livello di animazione. Il fatto di discostarsi dal resto della produzione Ghibli potrebbe essere proprio la marcia in più che ci ha fatto apprezzare I sospiri del mio cuore.

Shizuku è una studentessa delle scuole medie grandissima divoratrice di libri, durante le vacanze estive si ripromette di leggerne almeno una ventina. Un giorno le capita di notare che nelle schede di prestito di tutti i libri che ha preso in biblioteca compare sempre lo stesso nome: Amasawa. Questo fantomatico Amasawa legge un sacco di libri, gli stessi che legge Shizuku.


Tempo dopo, sulla strada della biblioteca, Shizuku si lascia distrarre da un bel gattone e lo segue in un tranquillo quartiere sulla collina di Tokyo. Qui Shizuko incontrerà  un anziano esperto in riparazioni, proprietario di un'affascinante statua di un uomo gatto di nome Baron e nonno del giovane Seji, coetaneo di Shizuku e già incontrato in precedenza dalla stessa.

Dopo i primi dissapori, i rapporti tra Seji e Shizuku si faranno più stretti e i due giovani saranno stimolo uno per l'altra nel conseguimento dei propri desideri. Seji si vede come un futuro ed esperto liutaio, Shizuko metterà a frutto la sua passione per i libri.

Tratto da un manga di Aoi Hiiragi, I sospiri del mio cuore è intriso di quel romanticismo puro degli adolescenti, fatto di imbarazzi, negazioni e slanci di pura spontaneità. Uno scarto dalla narrazione di Miyazaki che permette di assaporare un prodotto diverso ma davvero molto ben riuscito.

Curioso vedere come i distributori italiani abbiano creato una locandina con tutti quegli elementi tipici del cinema di Miyazaki in questo caso però per lo più fuorvianti. Decisamente più appropriata la scelta operata dai giapponesi.

lunedì 9 settembre 2013

LAPUTA - IL CASTELLO NEL CIELO

(Tenku no shiro Rapyuta di Hayao Miyazaki, 1986)

Con Laputa - Castello nel cielo abbiamo infine completato la visione dei lungometraggi firmati dal maestro Hayao Miyazaki, eccezion fatta per il Kaze tachinu di prossima uscita. Ancora una volta il regista giapponese riesce a meravigliare, in questa occasione particolare spingendo deciso sui pedali dell'inventiva e dell'azione. Nonostante i ritmi dei film di Miyazaki siano spesso lenti e riflessivi qui le sequenze frenetiche non mancano di certo, nonostante i 124 minuti di durata rendano la visione del cartone animato impegnativa piuttosto che no.

Laputa è un isola volante con annesso castello e meraviglie assortite narrata per la prima volta da Jonathan Swift ne I viaggi di Gulliver. Miyazaki la colloca nella sua opera alla fine di un percorso di ricerca e peripezie affrontate da una serie di personaggi mossi da motivazioni diverse. Sheeta, una giovane ragazza in possesso della misteriosa pietrà della gravità, è la diretta discendente della casata reale di Laputa, tratta in salvo da una situazione spinosa si metterà in cerca dell'isola misteriosa insieme al suo salvatore, il giovane Pazu, interessato a trovare l'isola per riscattare la memoria di suo padre. Alle loro calcagna l'esercito in cerca della tecnologia di Laputa, il leader dei servizi segreti Muska mosso da motivazioni avvolte nel mistero e una banda di pirati del cielo alla ricerca di ricchezze e tesori.

Ognuno dei personaggi avrà la sua parte in questa fantastica ricerca costellata di agguati, inseguimenti, scoperte e magici avvenimenti che andranno a creare rocambolesche avventure in vista dell'epico finale in bilico tra dramma e meraviglia infinita.

Visivamente Il castello nel cielo offre una quantità enorme di trovate scenografiche dalla fantasia sfrenata collocate in un mondo dove tecnologie e ambientazioni del passato si mescolano alla perfezione con il fantastico e l'avveniristico. Disegni di splendida fattura all'altezza di ciò a cui ci ha abituati lo Studio Ghibli. Sempre in primo piano la poetica di Miyazaki pregna della sua avversione per la guerra e per le armi di distruzione e con un'attenzione particolare al legame dell'uomo con la terra e la natura.

Se Laputa - Il castello nel cielo non si colloca sul podio delle migliori opere di Miyazaki si rivela comunque un cartone animato pieno di fascino e personaggi ottimamente realizzati, non mancano strizzate d'occhio ad altre opere del maestro e rimandi grafici a personaggi già utilizzati in passato dallo stesso Miyazaki, la giovane Sheeta ad esempio non può non ricordare la Lana di Conan - Il ragazzo del futuro. Un altro tassello imperdibile nell'opera di questo cartoonist impagabile.

lunedì 22 luglio 2013

NAUSICAA DELLA VALLE DEL VENTO

(Kaze no tani no Naushika di Hayao Miyazaki, 1984)

Nausicaa della valle del vento è un'opera precedente a quasi tutti i lungometraggi di Hayao Miyazaki che abbiamo visto finora in casa nostra. Probabilmente mancava ancora un po' della maestria che il regista padroneggerà in seguito alla perfezione ma questa volta le due ore di lungometraggio le abbiamo sentite tutte.

Nonostante alcune delle tematiche ricorrenti del regista giapponese siano già presenti forse mi è mancato quel tocco magico che rendeva impagabile la visione di film come Il mio vicino Totoro, Kiki consegne a domicilio o La città incantata. I temi forti qui sono quello ecologico, visto in Miyazaki un poco ovunque, e quello dell'insensatezza della guerra e della violenza perpetrata dall'uomo (come in Mononoke ad esempio).

L'ambientazione è futuristica e post-apocalittica. Dopo una guerra a base di armi nucleari e automi atomici la Terra è infestata dalla giungla tossica e da mostruosi insetti giganti. Solo alcune zone sono ancora vivibili e permettono agli umani di respirare senza ausili tecnologici. La valle del vento è una di queste e proprio qui vive la popolazione che vede in Nausicaa la sua piccola ma tenace principessa. Ancora una volta protagonista del cinema di Miyazaki è un'eroina determinata e coraggiosa con il cuore al posto giusto, capace di vedere possibilità di armonia dove molti altri sono incapaci di farlo.

Come può essere un ecosistema nocivo per l'uomo se non in virtù dello scellerato intervento dell'uomo stesso? Nausicaa tenterà di capire come la giungla può tornare a essere quella di una volta dovendo affrontare però anche una guerra tra le popolazioni di Pejite e Tolmekia che renderà le cose ancora più difficili.

Sempre encomiabili le intenzioni e i messaggi diffusi dalle opere dello Studio Ghibli, di alto livello come sempre l'animazione anche se qui l'uso dei colori e la fluidità dei movimenti non raggiungono ancora la perfezione di alcune pellicole successive. Pur rimanendo un prodotto molto apprezzabile ho trovato Nausicaa della valle del vento un po' più ostico rispetto alle altre pellicole viste finora, gusto personale per carità, probabilmente una riduzione sul minutaggio avrebbe giovato alla resa finale.

sabato 6 luglio 2013

PRINCESS MONONOKE

(Mononoke-hime di Hayao Miyazaki, 1997)

Ancora Miyazaki e ancora un piccolo gioiello dell'animazione. Nella storia della Principessa Mononoke si fondono in maniera forte le due tematiche cardine del lavoro del maestro giapponese: il mondo degli spiriti e l'amore per natura ed ecologia.

Il titolo del lungometraggio potrebbe essere fuorviante, la ragazza co-protagonista del film non è la classica principessa che potremmo aspettarci da un cartone animato rivolto a piccole fanciulle, infatti non è questo il target di riferimento più adatto all'opera. Alcune scene sono effettivamente forti per delle piccole bambine, la mia Laura ha avuto grosse difficoltà con alcune sequenze dove comparivano sangue, scontri feroci e finanche teste e arti mozzati. Non è ovviamente un film inadatto ai ragazzi, ai genitori consiglio però di valutare l'età e la sensibilità dei loro bambini. Laura per esempio non ha portato a termine la visione preferendo andare a dormire nonostante il film non fosse per nulla noioso, anzi.

L'arte dello Studio Ghibli si conferma di altissimo livello, i disegni impressionanti per bellezza, fluidità e sensibilità fanno sperare vivamente che l'uso della computer graphics non convinca mai i produttori a mettere da parte completamente un lavoro artigianale in grado di regalare agli spettatori ancora così tanto. Non c'è freddezza in questi cartoni animati, i personaggi sono vivi, a un passo da noi e noi tifiamo per loro. Almeno io, personalmente, lo faccio.

Il film si apre in maniera dinamica con una bellissima sequenza dove il principe Ashitaka, in sella al suo fido stambecco, combatte contro lo spirito del cinghiale Nago, trasformato in demone dall'atroce sofferenza causata da una palla di metallo di origine ignota. Nello scontro Ashitaka viene infettato dal demone ritrovandosi con un braccio piagato che gli procurerà atroci sofferenze e con tutta probabilità anche una morte prematura.

Per porre rimedio a questa condizione di sofferenza il principe intraprende un viaggio alla ricerca della fonte del metallo che tanti danni ha causato a lui e allo spirito cinghiale. E' così che si imbattera nella città del ferro retta da Lady Eboshi, interessata a disboscare la foresta per estrarre il prezioso metallo incurante degli spiriti della natura. Durante lo stesso viaggio Ashitaka incontrerà San, una ragazza umana cresciuta dallo Spirito dei Lupi che si batte per scacciare gli uomini dalla foresta e garantire la supremazia della natura, una forza elementale che però ha dalla sua la potenza del Dio Cervo, lo spirito che rappresenta la natura stessa.



E Mononoke? In realtà Mononoke è una parola di difficile traduzione equiparabile a spirito, la Mononoke del titolo è semplicemente Sun, la ragazza combattiva della quale il principe Ashitaka non potrà fare a meno di innamorarsi.

Le ambientazioni nella foresta sono incredibili, immersioni pure nella natura che Miyazaki così tanto ama e rispetta, bellissime e sognanti le apparizioni dei Kodame, gli spiritelli della foresta, così come perfette sono tutte le immagini che portano avanti la storia. Il messaggio è chiaro e di parte, non potrebbe essere altrimenti. Da un parte la fiorente e selvaggia natura, dall'altra lo sfruttamento da parte dell'uomo delle risorse della Terra che porta spesso a scontri, guerre e alla creazione di strumenti di morte. Il film è molto dinamico e anche cruento in alcuni passaggi, magico e sognante per tutto quello che riguarda la parte degli spiriti ai quali la tradizione giapponese sembra così legata. Insomma un'altra opera grandissima, ora non ci rimane che aspettare la nuova fatica da regista del maestro prevista per questo mese in giappone con il titolo Kaze Tachinu. Chissà quando si potrà vederla anche in Italia.

domenica 3 marzo 2013

KIKI CONSEGNE A DOMICILIO

(Majo no takkyubin di Hayao Miyazaki, 1989)

Eccoci di nuovo con quello che è ormai quasi un appuntamento fisso: il cinema di Miyazaki. Questa volta la scelta è caduta su Kiki consegne a domicilio.

Una delle grandi meraviglie dell'animazione del maestro giapponese è il modo in cui il fantastico convive nella maniera più naturale con il quotidiano. Non ci sono spiegazioni all'inspiegabile, non c'è mistero, la stravaganza è accettata come pura quotidianità. Si vive nella magia.

Kiki è una bambina di 13 anni e a 13 anni dalle sue parti le piccole streghette devono spiccare il volo, fare le prime esperienze e rendersi autonome e autosufficienti. In una notte di luna piena con previsioni del tempo favorevoli, la piccola Kiki saluta mamma e papà e parte alla volta di questa avventura in sella a una scopa volante e in compagnia del gatto parlante Jiji.

L'idea è quella di trovare una bella città sul mare dove passare questo periodo di formazione durante il quale la piccola Kiki dovrà dimostrare di sapersela cavare da sola. Dopo un primo impatto non semplicissimo Kiki incontrerà quello che sarà il suo futuro amico Tombo e la signora Osono, gentile fornaia che offrirà alla piccola un posto in cui stare.

Nel giro di poco tempo Kiki inizierà un'attività di consegne a domicilio in groppa alla sua scopa volante che la porterà a fare nuovi incontri, ad affrontare nuove avventure e a capire meglio il suo rapporto con gli altri e con la magia.



Forse meno legato alle tradizioni giapponesi e ai suoi spiriti rispetto ad altri film dello Studio Ghibli, Kiki consegne a domicilio si gioca con grande maestria la carta della tenerezza. Il distacco della tredicenne dalla famiglia, la voglia di sperimentare nuove avventure, le prime difficoltà, gli incontri faranno di questo personaggio, ancora una volta una giovane ragazzina, un protagonista al quale ci si affeziona da subito. La storia è una fiaba con cui sognare, i luoghi delle animazioni sono incantevoli, la ricostruzione della città impagabile e allo stesso tempo straniante. Si pensa che la storia inizi in giappone ma subito ci si trova in una citta mitteleuropea se non proprio del nord europa, con scorci che richiamano la San Francisco degli anni trenta.

Forse Kiki consegne a domicilio non sarà tra i film più importanti dello Studio Ghibli ma è un altra pellicola da vedere e da far vedere ai bambini per passare un'oretta e mezza sognante.

lunedì 28 gennaio 2013

PORCO ROSSO

(Kurenai no buta di Hayao Miyazaki, 1992)

Ancora un bel prodotto firmato da Miyazaki e dallo studio Ghibli. Fose non siamo ai livelli de Il mio vicino Totoro o de La città incantata ma motivi per apprezzare Porco Rosso non ne mancano. Intanto la storia è ambientata completamente in territori italiani, cosa davvero poco usuale per un film d'animazione giapponese, inoltre il protagonista è condannato misteriosamente a un'esistenza in forma suina, unico in tutto il film, senza che Miyazaki ce ne dia spiegazione alcuna (o quasi).

Porco Rosso è Marco Pagot, ex aviatore e ora indipendente del cielo, trasformato misteriosamente in suino e autorelegatosi a una vita per lo più in solitaria. Abbandonata l'aviazione regolare, Porco si dedica alla riscossione di taglie, cacciatore dei vari pirati dell'aria nel periodo fascista. Pilota quasi imbattibile si troverà a confrontarsi con l'americano Donald Curtis, a collaborare con la giovane Fio per la ricostruzione del suo idrovolante e a fare i conti con i suoi sentimenti per la bella Gina. Sullo sfondo gli aerei dei fascisti, vecchi compagni, i navigli milanesi e il mare Adriatico.

I temi cari alla tradizione dello studio sono presenti anche se in maniera meno marcata rispetto ad altre pellicole firmate da Miyazaki. La mutazione del protagonista è centrale anche se trova poche spiegazioni, grande importanza hanno anche le figure femminili e ancora una volta una giovincella avrà un ruolo predominante, forse più importante di quel che si veda a una prima occhiata. I disegni degli spazi aperti sono come sempre favolosi e la storia è immersa nell'azzurro del cielo e del mare.

Curioso sentire chiamare i protagonisti: Marco Pagot, Arturo Ferrarini, Fio Piccolo, la signora Gina, etc..., il film, accurato e documentato nei riferimenti aeronautici, è un bell'omaggio per il nostro paese. Nonostante il lato magico sia messo un po' da parte la narrazione rimane comunque sognante, come si addice all'animazione del maestro giapponese.



L'unica pecca risulta essere il finale che oltre ad offrire poche spiegazioni (che potrebbe anche non essere un male) risulta decisamente affrettato e si conclude improvvisamente, proprio quando si avrebbe voglia di guardarne ancora un po'.

Certo è che se questo Porco Rosso si può considerare quasi un film minore dell'opera di Miyazaki ci si chiede come si possano considerare alcuni di quei cartoni animati in digitale prodotti un tanto al chilo e magari gonfiati anche per il 3D. Via su, ricominciamo a far disegnare la gente brava che ne vale la pena.

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