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martedì 13 settembre 2022

IL SALE DELLA TERRA

(The salt of the Earth di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, 2014)

Wim Wenders incontrò per la prima volta l'arte del fotografo Sebastião Salgado una ventina d'anni prima della realizzazione di questo documentario, un film girato nel 2014 con l'aiuto del figlio dello stesso Salgado, il giovane regista Juliano Ribeiro. A folgorare il regista tedesco, durante una mostra in cui vi erano esposti alcuni scatti di Salgado, furono due immagini: la prima era uno scatto di una miniera d'oro in Brasile, immortalata nella fatica dei suoi cercatori, la seconda una toccante fotografia di un'anziana Tuareg priva della vista. Quando arrivò per Wenders l'occasione di incontrare di persona Salgado il progetto di realizzare un film sull'opera e sulla vita del fotografo prese vita grazie al contributo e alla disponibilità di Salgado stesso e di suo figlio Juliano. Ne esce un'opera molto convincente che trova una simbiosi perfetta tra cinema e fotografia, tra immagine ferma, cristallizzata, e immagine in movimento; per la realizzazione de Il sale della terra (sono le persone qui il vero sale della terra) Wenders ha l'umiltà e l'intelligenza di fare un passo indietro e di lasciar parlare molto le fotografie di Salgado, con estremo rispetto e ammirazione innamorata di un lavoro immenso; questo non vuol dire che lungo il racconto non si veda la mano del regista, c'è ad esempio una sequenza con un bianco e nero magnifico, lucente, che si apre come una delle foto di Salgado ma in realtà è la camera di Wenders a inquadrare il paesaggio dove tutto è fermo, il movimento arriva pian piano, un po' di vento, gli arbusti che si muovono, l'immagine si trasforma in un attimo da fotografia (qui curata da Salgado figlio e Hugo Barbier) in film e spesso da film in poesia, sempre grazie al lavoro profondo di un fotografo che ha girato il mondo, prendendosi anche dei bei rischi, per portare avanti la sua opera sociale colma di amore per l'umanità.

Il racconto procede per tappe seguendo la vita di Salgado, quella professionale che è inestricabilmente legata al suo privato, i viaggi lungo i quali troveranno corpo le sue opere, e i temi all'interno dei quali nasceranno mostre e libri, esperienze e riflessioni. Sempre sostenuto dalla moglie Lélia e dopo aver abbandonato il natio Brasile e percorsi dai quali non traeva più interesse, Salgado inizia il suo viaggio professionale mettendo a rischio la solidità familiare: un bimbo in arrivo, conti da pagare. Tutto viene ripagato dal contatto con un'umanità ferita, catturata nella sofferenza e nella difficoltà, ma capace di aprire il cuore e dare prospettiva ai valori, esperienze spesso dolorose, affrontare e dare luce e risalto alla fame, all'ingiustizia di bambini senza la speranza di un futuro, in Africa dove la terra è spaccata dalla siccità, indurita, dove alla fame, allo sfruttamento si aggiungono tragedie indicibili come quelle perpetrate in Rwanda, mette Salgado in posizione di dover fare i conti con la propria umanità, con la propria razza, tanto capace di bellezza quanto delle bassezze più atroci, di una violenza che non si riesce a spiegare. I segmenti sono vari e interessanti, lo stupro alla natura con l'incendio su vasta scala dei pozzi petroliferi in Kuwait, lo sfruttamento del lavoro e la schiavitù del sistema del capitale (uomini che si spaccano la schiena nelle miniere d'oro, non perché resi schiavi da altri ma autocondannatisi con l'idea improbabile di arricchirsi, schiavi del miraggio di un sistema che rende schiavi in maniera subliminale, riflessione affascinante e spaventosa), infine, piegato dalle sofferenze del mondo, il ritorno alla bellezza della natura e del paesaggio. Il film viene portato avanti dal racconto di Wenders che si alterna alle interviste e alle confessioni dello stesso protagonista per virare poi sui ricordi di bambino di un giovane Juliano, si alternano anche bianco e nero (da applausi) e colore, vecchi lavori e opere più recenti per finire con un ritorno in Brasile, alle origini, dove con una mossa tanto azzardata quanto felice Lélia e Sebastião riescono a riportare alla vita una terra ormai arida, quella del papà di Sebastião in quel di Aimorés dando nuova speranza, esempio e spinta per un futuro che forse ancora si può realizzare.

Un bellissimo viaggio attraverso il tempo, lo spazio e una vita vissuta da avventuriero prima ancora che da fotografo, da amante delle genti, da curioso e da artista di talento; Wenders contribuisce con bellissime immagini su paesaggi mozzafiato che non sfigurano nel confronto con il maestro della macchina fotografica; un connubio perfettamente riuscito, Wenders non è nuovo a operazioni di questo tipo, qui conferma la sua vena felice per quel che riguarda la messa in scena del lavoro di artisti da lui apprezzati.

venerdì 20 novembre 2020

SUBMERGENCE

(di Wim Wenders, 2017)

Per un'opera di Wim Wenders si può usare il termine pretenzioso? È così che appare Submergence, a oggi ultima fatica del regista tedesco nel campo della finzione. Sembra inutile in questo caso spolverare il discorso sull'immagine e sullo sguardo che spesso viene tirato in ballo in merito alle opere del regista, la profondità che si è voluta attribuire al film, almeno da parte di qualcuno, e forse inseguita metaforicamente anche dal regista con le riprese sui fondali marini, semplicemente non c'è, a meno che non ci si voglia arrampicare sugli specchi cercando significati nascosti che, fossero anche presenti, mancano di colpire il bersaglio in maniera evidente. Qualcosa di più si può concedere al film a riguardo di un discorso esistenziale portato avanti dai due protagonisti ed espresso in termini di fede, non convenzionale, in particolare dal personaggio di James McAvoy. Ma il fulcro di Submergence non è altro che un risaputo melò, moderno, circoscritto in un arco di tempo molto breve, anche sentito e che avrebbe funzionato di certo meglio se non fosse stato letteralmente affogato in un filosofeggiare appunto pretenzioso e, cosa ancor più grave, per lo più noioso.

Danielle Flinders (Alicia Vikander) è una studiosa che applica la matematica ai sistemi biologici, in particolare quelli legati alla vita marina nella profondità degli oceani. Durante un breve soggiorno a Dieppe in Francia, in attesa di immergersi per una missione di studio che presenta qualche fattore di rischio, Danielle incontra l'affascinante James More (James McAvoy), un tecnico che si occupa di progettare pozzi e impianti idrici in Africa, entrambi apparentemente legati all'acqua e al preservare la vita, in realtà James è un agente inglese sotto copertura che sta per partire per il Continente Nero al fine di scovare dei terroristi che stanno pianificando attentati in Europa. Dopo alcuni giorni di reciproca conoscenza tra i due scoppia un'attrazione che entrambi si porteranno dentro al momento del distacco. Se l'avventura in procinto di cominciare, quella della spedizione sottomarina, sembra portare Danielle verso qualche tipo di pericolo, sarà invece James a trovarsi nei guai senza poter più comunicare con il suo recente amore. Mentre James dal ricordo di Danielle trarrà la forza per cercare di resistere in una situazione estrema, Danielle perderà concentrazione a causa del pensiero fisso al giovane amante che sembra essere sparito nel nulla senza apparente motivo.

Seppur lineare nello sviluppo Submergence riesce a risultare paradossalmente pasticciato, tra la storia d'amore, i discorsi filosofici dei due protagonisti, gli accenni alla fede e quelli all'impegno personale verso fini più grandi, la jihad e il terrorismo islamico e la serie di moti interiori che accompagnano i due protagonisti, il film si sfilaccia perdendo coesione e riservando diversi momenti di stanca. Peccato, perché la coppia McAvoy/Vikander si rivela interessante e ben assortita, dal punto di vista della direzione degli attori Wenders fa un buon lavoro, si avvale inoltre di una buona fotografia in alcune location molto affascinanti. Purtroppo il segmento più virato al thriller (chiamiamolo così per convenzione) con McAvoy in Africa, a parte un paio di scene, è di scarso interesse, nonostante qualche bello spunto Submergence si inabissa nel tedio. Ciò che gli si può concedere è l'approccio sulla mancanza, sull'assenza logorante dell'altro, indubbiamente il tema più interessante del film che avrebbe dato miglior risultato in una narrazione forse più banale, focalizzata sull'intensa e breve storia d'amore, ma che probabilmente sarebbe risultata maggiormente centrata.

martedì 6 settembre 2011

PALERMO SHOOTING

(di Wim Wenders, 2008)

Il film può piacere o può non piacere. Assunto questo valido un po' per tutti i film, per taluni però lo è in misura maggiore. Certo non si tratta di un capolavoro, qualche passaggio a vuoto c'è, qualche leggerezza, qualche dialogo didascalico o retorico o scontato se vogliamo.
La pellicola però a mio avviso gode di una grande dose di fascino. I ritmi non sono frenetici e pure non annoia, parti oniriche non sempre comprensibili ma comunque attraenti, concetti metafisici e filosofici, ricerca di qualcosa di intoccabile con mano che però sembra quasi diventare concreto. La giusta dose visionaria a condire il tutto.

Finn (interpretato da Campino, cantante dei Toten Hosen) è un fotografo professionista tedesco, ricercato da vari musei per le sue foto artistiche, e dalle più famose modelle per i suoi scatti pubblicitari. Finn cerca qualcosa nelle sue foto o forse cerca qualcosa tramite le sue foto. Tra un lavoro e l'altro dorme poco e male, fa strani sogni, conduce una vita mondana, passa le giornate a telefono e non si muove mai senza gli auricolari infilati per bene nelle orecchie a garantire isolamento e sottofondo musicale.
Inoltre ha la strana abitudine di addormentarsi di giorno nei luoghi più insoliti e nei momenti più disparati. Si muove in simbiosi con la sua bellissima macchina fotografica.
Una vita piena d'impegni che al protagonista comincia a sembrare sempre più vuota.
In seguito ad un incidente automobilistico potenzialmente mortale dal quale scampa per un soffio, Finn prende coscienza della necessità di un cambiamento. Guardare dritto in faccia la morte può farti aprire gli occhi.
In seguito ad un incontro forse un pochino posticcio (uno dei momenti meno azzeccati del film a mio parere) e al desiderio della sua ultima cliente, Milla Jovovich, di avere alcuni scatti in una location poco glamour, Finn decide di recarsi a Palermo.

Dopo aver scattato le foto alla celebre modella Finn rimane in città, alla ricerca di qualcosa, sempre in compagnia della sua macchina fotografica. In questa città i suoi sogni si fanno più vividi e forse più pericolosi, una strana figura lo tormenta, una figura con lo sfuggevole volto di Dennis Hopper.

La vita del fotografo a Palermo sarà fatta di incontri (uno molto importante), di prospettive, di immagine, di riflessioni e di visioni.
Nonostante le parti oniriche il bandolo della matassa è facile da seguire, la scena finale non sorprende più di tanto e non si può ascrivere tra le cose migliori della pellicola. Restano comunque delle sequenze di grande fascino, bellissime immagini per un film non perfetto ma da vedere.

Bella anche la colonna sonora che possiamo gustarci insieme al protagonista ogni qual volta Finn infila gli auricolari, con un effetto davvero piacevole quando il film viene visionato usando le cuffie.

A Cannes la pellicola ebbe una cattiva accoglienza, conoscendo poco il regista Wim Wenders non riesco neanche a paragonarla ad altre sue opere (ne ho viste solo altre due) però mi sento di consigliarla.

P.S.: la consiglio in modo particolare a Cyberluke, sia per i temi legati alla fotografia sia perché il protagonista mi ha ricordato in qualche modo le foto di Luca presenti sul suo blog (parlo degli autoscatti). Forse è solo colpa dell'onnipresente macchina fotografica :).
Magari il film ti farà pure schifo.

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