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mercoledì 13 dicembre 2023

JIMMY'S HALL - UNA STORIA D'AMORE E LIBERTÁ

(Jimmy's hall di Ken Loach, 2014)

A otto anni di distanza dall'uscita de Il vento che accarezza l'erba Kenneth Charles Loach ritorna nelle terre d'Irlanda accompagnato dall'ormai inseparabile Paul Laverty alla sceneggiatura, lo fa per raccontarci il periodo immediatamente successivo a quello della guerra civile che mise fratello contro fratello nei primi anni Venti del secolo scorso; proprio in quegli anni prende il via la vicenda qui messa in scena da Loach e che si ispira alla vita (o almeno a un pezzo di essa) di un uomo realmente vissuto, Jimmy Gralton, per poi spostarsi nel corpo del suo svolgimento ai primi anni Trenta, un decennio più tardi. Per Jimmy's hall, che a Cannes raccolse dieci minuti di standing ovation (un'esagerazione se vogliamo), Loach sceglie di lasciare fuori dalla narrazione gli scontri cruenti, le vicende dell'I.R.A. per esempio non sono mai protagoniste né tanto meno richiamate, nemmeno in relazione al decennio precedente quando era in atto la guerriglia contro l'esercito inglese, c'è però sempre ben evidente e condannata l'inclinazione dei soliti prepotenti a troncare sul nascere ogni sorta di moto indipendente, fosse anche questo del tutto naturale, spontaneo e legato a fatti estranei alla politica; anche con questo film Loach si erge a difensore delle libertà, che siano queste individuali o (soprattutto) collettive, mentre si scaglia contro il sopruso di chi abusa dei propri poteri, legali o (presunti) morali che essi siano.

Dopo un decennio di lontananza nella contea di Leitrim torna Jimmy Gralton (Barry Ward), un irlandese costretto a fuggire dal suo Paese anni prima perché accusato di simpatie comuniste e inviso al potere costituito a causa di una serie di attività a favore della collettività che Jimmy portava avanti in un salone da lui inaugurato, la Pearse-Connolly Hall. Al suo ritorno, motivato dalla necessità di aiutare la madre ormai anziana, un gruppo di ragazzi della contea chiede a Jimmy di riaprire la sala; in paese non c'è nulla da fare per i giovani, le giornate scorrono noiose e la Hall sarebbe un ottimo punto di ritrovo e di socializzazione che potrebbe anche insegnare qualcosa di utile a questi ragazzi e ragazze. In principio riluttante Jimmy si lascia poi convincere a dare nuova vita alla sala, un luogo dove si potrà leggere, ascoltare musica jazz, seguire corsi di boxe, studiare, portare avanti altre attività e soprattutto danzare, ma quello che sembra un ritrovo dedito alla cultura e al divertimento, alla convivialità e alla socializzazione, non è visto di buon occhio dai notabili del paese tra i quali c'è anche lo scontroso Padre Sheridan (Jim Norton), prete molto vicino agli esponenti politici locali. La classe dirigente cercherà così in ogni modo di ostacolare l'indole libertaria di Jimmy e dei ragazzi e di far chiudere la Hall, nonostante la sala sia frequentata da moltissimi stimati cittadini della contea.

L'ostracismo che colpisce le iniziative culturali non è cosa nuova, la vicenda che vide protagonista la Pearse-Connoly Hall di Jimmy Gralton ne è un chiaro esempio e Loach la prende a pretesto per schierarsi ancora una volta dalla parte degli oppressi. Il regista inglese sembra questa volta meno incisivo che in altre occasioni, la storia sembra rimanere sulla punta della penna di Laverty senza mai staccarsene davvero per costruirsi (e costruire) nel film un qualcosa dalla personalità forte, i personaggi mancano di quello spessore necessario a creare empatia (giusto Padre Sheridan sul finale ammette la possibilità di qualche piccola sfaccettatura) o almeno la giusta dose di interesse nella vicenda la quale, se vista dopo cose come Io, Daniel Blake, Terra e libertà, Il mio amico Eric o altre pellicole di Loach perde inevitabilmente il confronto. Intenti ancora una volta lodevoli, su questo Loach non si discute mai, qui l'esito purtroppo non è così felice, il difetto non è nemmeno il didascalismo del messaggio veicolato quanto la poca sapidità e consistenza dei protagonisti, dei confronti e degli sviluppi, tutti elementi che fanno di Gralton uno dei protagonisti meno memorabili del cinema di Loach e di Jimmy's Hall una visione passabile ma non certo entusiasmante. Con questo film chiudiamo la piccola rassegna dedicata al lavoro di Loach, mancano all'appello cose meritorie come Sorry we missed you o Io, Daniel Blake, film di cui ho già parlato in passato, in home però trovate l'utilissima funzione "cerca" e quindi...

venerdì 8 dicembre 2023

LA PARTE DEGLI ANGELI

(The angel's share di Ken Loach, 2012)

Dopo l'esito non del tutto riuscito di L'altra verità Ken Loach torna a siglare un film convincente, in qualche modo sposta ancora una volta gli equilibri del suo cinema per comporre un racconto, insieme all'ormai rodato Paul Laverty, dove il lato leggero della commedia prevale su tutto il resto pur non allontanandosi da un contesto sociale molto duro, un contesto dove le possibilità per i protagonisti de La parte degli angeli sono davvero poche e il futuro all'apparenza sembra presentarsi privo di sbocchi. Sono diversi i temi del film, tipici di Loach peraltro: ambiente avverso, povertà, violenza, (non) working class, rapporti tra cittadino e Stato, seconde possibilità, solidarietà e qui, a differenza di altre volte, una speranza ammantata di leggerezza che, al netto di qualche momento duro e toccante, trasforma il film in una sorta di feel good movie proletario nel quale per una volta l'istituzione non contrasta i più svantaggiati ma cammina al loro fianco, offrendo sostegno, nuove occasioni e anche comprensione e amicizia. È una struttura risaputa quella de La parte degli angeli eppure porta impresso a fuoco il marchio di Loach, inconfondibile, coerente, dalla commedia si sconfina nell'heist movie godereccio con sprazzi di denuncia sociale ben calibrati. A fare da sfondo a tutto questo il whisky, "la parte degli angeli" è infatti quella parte di alcool che evapora dalle botti (e quindi si innalza al cielo) durante l'invecchiamento del distillato.

Glasgow. Robbie (Paul Brannigan) è un ragazzo violento cresciuto in un quartiere degradato e già condannato più volte per aggressione. Arrivato davanti al giudice per un pestaggio ai danni di un altro ragazzo Robbie viene "graziato" solamente perché in procinto di diventare padre, di lì a poco la sua ragazza Leonie (Siobhan Reilly) darà alla luce il piccolo Luke, il giudice gli impone però trecento ore di servizi sociali da "scontare" a favore della collettività. La paternità sembra far scattare qualcosa nella testa di Robbie che pare seriamente intenzionato a cambiar vita per offrire un futuro a Leonie e Luke, però la sua faccia sfregiata e un ambiente nel quale si è creato diversi nemici nel corso degli ultimi anni non lo aiutano a mantenere i suoi propositi e a trovare un lavoro, inoltre al padre di Leonie il ragazzo non va proprio giù e non manca di dimostrarglielo a più riprese. Per fortuna il gruppo dei lavori socialmente utili con cui Robbie deve prestare servizio è gestito da Harry (John Henshaw), un uomo che si prende a cuore il destino del ragazzo che si inserirà bene nel gruppo di "condannati" facendo amicizia con lo svalvolato Albert (Gary Maitland), con Rhino (William Ruane) e con Mo (Jasmin Riggins), fanatica dei piccoli furtarelli. Inoltre, instradato da Harry, grande appassionato, Robbie imparerà ad apprezzare il mondo che gira intorno alla produzione del whisky; per una volta l'alcool per questi ragazzi sbandati potrà trasformarsi da problema in un'occasione di riscatto.

Ken Loach torna in quella Glasgow che deve amare in maniera particolare per raccontarci una favola del sottoproletariato a lieto fine (anche se non ne vediamo proprio tutti gli sviluppi, chissà...); si apprezza qui l'amalgama molto ben combinato tra la descrizione della vita dura di un ragazzo sbandato e le conseguenze di questa sulla sua e sulle altrui esistenze (molto riuscite  a questo proposito la sequenza del pestaggio in ospedale e il confronto tra Robbie e il ragazzo vittima della sua ira e la di lui famiglia, momento vibrante e che lo spettatore riesce a sentire in tutta la sua profondità) e l'aspetto più leggero e positivo del film centrato sull'unione progressiva di un gruppo scombinato di perdenti e il loro successivo, per quanto poco pulito, riscatto. Pur non rinunciando a sottolineare ciò che gli sta a cuore da sempre, Loach confeziona un film lieve e molto gradevole con il quale sembra riesca a tenere sotto controllo meglio che in altre occasioni anche la forma, belle le aperture di sguardo sulle Highlands scozzesi, buoni i cambi di registro e quell'incipit con la "voce di Dio" che salva la vita di Albert attraverso un megafono. Se prendiamo in considerazione il lato della commedia sembra che La parte degli angeli trovi un equilibrio paragonabile ,se non addirittura migliore, di quello del più celebrato Il mio amico Eric (la giuria di Cannes infatti lo premia). Ancora una volta Loach dimostra fiuto per gli interpreti, torna l'ottimo Henshaw ed esordisce un Brannigan dal volto perfetto che pare abbia condotto un'esistenza non così dissimile da quella del suo personaggio. La vita spesso è dura, la paternità una grande responsabilità, ma anche nelle situazioni all'apparenza più disperate Ken il rosso viene a confortarci, in fondo c'è sempre speranza alla fine del tunnel.

venerdì 1 dicembre 2023

L'ALTRA VERITÀ

(Route Irish di Ken Loach, 2010)

È ancora disponibile su Raiplay la retrospettiva dedicata al cinema di Ken Loach, anche noto come "Ken il rosso". Dei quattordici titoli in principio messi a disposizione dal canale web di "Mamma Rai" ne rimangono tredici, purtroppo è stato rimosso Io, Daniel Blake e questo è un vero peccato, il film è tra i più coinvolgenti e toccanti tra quelli girati negli ultimi anni da Loach. Comunque sia di cose da guardare ce ne sono ancora molte e oggi ci dedichiamo a Un'altra verità, un film un po' diverso se pensiamo ai temi e agli sguardi ai quali Loach ci ha abituati nel corso degli anni. Non tutti i film del regista inglese possono essere considerati grandi film, non di meno tutti sono film giusti, ragionati e sentiti. Con L'altra verità si avverte un avvicinamento a una forma ondivaga che vira (in parte) verso il genere e che potrebbe non convincere appieno i fan del regista più legati alle sue prime opere. Intendiamoci, l'intento primario di Loach è sempre denunciare, far riflettere, aprire gli occhi; magari non sempre il regista riesce a farlo in maniera pienamente riuscita o formalmente impeccabile (quasi mai in quest'ultimo caso e non di certo con L'altra verità) eppure è impossibile, almeno per chi scrive, non vedere il buono nell'opera di un uomo che segue un ideale di giustizia per il quale si batte da sempre. E quindi...

Fergus (Mark Womack) e Frankie (John Bishop) sono amici fin da ragazzini, fin da quando sulle acque del Mersey, il fiume di Liverpool, sognavano di fuggire verso altri paesi, magari la Francia o, perché no? l'Australia. Invece da adulti i due ex ragazzi si troveranno a operare insieme in medio oriente come contractors, mercenari prezzolati al soldo di interessi privati in zone di guerra. Durante un'operazione a Baghdad in cui è coinvolto il solo Frankie, questi viene inviato dai suoi superiori lungo la Route Irish, una delle strade più pericolose al mondo e qui, in seguito a un attentato, il giovane perde la vita lasciando vedova Rachel (Andrea Lowe), la ragazza che lo aspetta in Inghilterra. Haynes (Jack Fortune), direttore dell'agenzia per la quale Frankie e Fergus lavoravano, porta a Rachel notizie e averi del defunto Frankie, la sua versione dei fatti però non convince e non lascia tranquillo Fergus che nella morte dell'amico legge da subito del marcio. Quasi in contemporanea Fergus riceve un pacchetto che gli è stato inviato dallo stesso Frankie poco prima della sua morte, all'interno vi è contenuto un cellulare sul quale sono registrati alcuni messaggi e due video, uno dei quali molto compromettente nei confronti dell'operato dell'Agenzia e che mette in discussione le dinamiche, ma soprattutto i motivi, che stanno dietro morte di Frankie.

Come si può evincere dalla trama L'altra verità sembra avere le caratteristiche di un thriller calato in uno scenario di guerra già esplorato (e meglio) al cinema. In effetti in qualche passaggio, e solo in qualche passaggio, può anche sembrare che sia così; in realtà negli intenti di Loach, possiamo desumere con una certa sicurezza, non c'è la reale intenzione di creare un thriller o, come qualcuno ha detto, una sorta di revenge movie; in realtà ciò che al regista sembra premere, a conferma di un'indubbia coerenza, sono ancora una volta le pieghe nere create dal sistema in cui ci troviamo a vivere. Per una volta Loach abbandona le sue istanze sociali, scelta che nell'economia del film purtroppo non paga, lontano da queste il regista inglese sembra un po' smarrito nonostante la sua volontà di toccare temi importanti. Loach ci mostra quanto l'uomo sia disposto a piegarsi ai dettami del soldo, come per prostrarsi al dio denaro sia disposto a infilarsi in zone di guerra ad alto rischio, a togliere la vita ad altri, a compiere azioni ignominiose; per far questo Loach si avvale anche di stralci di immagini di repertorio provenienti dall'Iraq, dure, terribili. I suoi personaggi non sono candidi, cercare candore, purezza e onestà in taluni scenari sarebbe ipocrisia, qui c'è una verità che fa schifo e l'altra verità che fa ancor più schifo. Si uccide per soldi, questo è. Loach non giustifica nemmeno la scelta dei suoi personaggi attribuendo loro la provenienza da un tessuto sociale disagiato o difficile, magari lo si può intuire, ma il regista non imbastisce per i suoi protagonisti nessuna giustificazione di sorta. È una nuova guerra questa, ne avevamo già viste altre, in Terra e libertà, ne Il vento che accarezza l'erba, ma in questa per Loach non ci sono più ideali giusti, non c'è la ricerca di libertà o di giustizia, non c'è più speranza.

lunedì 27 novembre 2023

IL VENTO CHE ACCAREZZA L'ERBA

(The wind that shakes the barley di Ken Loach, 2006)

A più di dieci anni di distanza Loach torna a temi e messaggi simili a quelli già affrontati in uno dei suoi film più celebrati: Terra e libertà; con Il vento che accarezza l'erba (l'orzo in inglese) il regista di Nuneaton torna a raccontare la Storia, lo fa ancora una volta con una cronaca sentita e schierata, con il racconto di un popolo alla ricerca di libertà e condizioni di vita migliori. Se con Terra e libertà si assisteva alla lotta di giovani spagnoli (e non solo) contro il fascismo del regime di Francisco Franco qui si narra la vicenda di un gruppo di ragazzi arruolatisi nell'I.R.A. (Irish Republican Army) decisi a contrastare i soprusi e le angherie messe in atto dall'esercito occupante inglese nelle loro terre e a discapito dei loro conterranei, delle loro famiglie, dei loro amici. Questa volta Loach mette sotto l'obiettivo delle sue critiche il suo stesso Paese, quell'Inghilterra dalla mentalità coloniale e imperialista incapace di limitare la propria politica al suo solo territorio, alimentando ingerenze violente e crudeli da parte dei soldati del suo stesso esercito. In uno dei rari casi nel cinema del Nostro assistiamo a un film dove sono presenti attori di livello e non esordienti presi dalla strada o da scuole di recitazione. Cillian Murphy ha già alle spalle un Batman (Nolan) e titoli come Breakfast on Pluto, Ritorno a Cold Mountain, 28 giorni dopo, Mary Murphy esordì al cinema addirittura nel lontano 1951 mentre Liam Cunningham, che forse abbiamo imparato a conoscere meglio ne Il trono di spade e in Hunger di McQueen, aveva già lavorato con Mike Newell, Dario Argento, Alfonso Cuarón e Neil Marshall. È probabile che anche questo aspetto de Il vento che accarezza l'erba abbia permesso a Loach di vincere la Palma d'Oro al Festival di Cannes e portarsi a casa, oltre a quelli alla carriera, il premio più prestigioso della sua intera filmografia.

Siamo negli anni dopo la fine della prima guerra mondiale in Irlanda, Damien O'Donovan (Cillian Murphy) è un giovane medico in procinto di trasferirsi a Londra per esercitare la sua professione. Durante un'informale partita di cricket con gli amici uno di questi, in seguito a un controllo dell'esercito inglese, viene pestato a morte senza nessun valido motivo. Gli altri ragazzi della compagnia tentano di convincere Damien a restare in Irlanda e a unirsi all'I.R.A. come ha fatto già suo fratello Teddy (Pádraic Delaney) ma il giovane è risoluto nel voler lasciare il Paese. Una volta in stazione, pronto a partire, Damien assiste all'ennesimo sopruso perpetrato dagli inglesi nei confronti del macchinista del treno Dan (Liam Cunningham), decide così di rimanere a combattere per la libertà suo Paese. Assemblato un manipolo di combattenti i giovani irlandesi iniziano a mettere in atto operazioni volte a fermare gli occupanti inglesi; ovviamente queste operazioni comportano rischi, si uccide da ambo le parti, anche qualcuno del gruppo di Damien verrà ucciso, altri ancora saranno torturati. Dopo mesi di ostilità sembra arrivare il momento di una tregua e un accordo con gli inglesi, l'accordo è però poco più di una presa in giro per il popolo irlandese, i ragazzi dell'I.R.A. si divideranno tra pro e contro, inizierà così una guerra civile che farà gioco agli inglesi.

Guardando Il vento che accarezza l'erba, film sicuramente militante, sembra che a Ken Loach non interessi tanto mettere in luce i soprusi perpetrati dal suo stesso Paese nei confronti degli irlandesi, storia assodata e che conosciamo da tempo, l'impressione è invece, ancora una volta, come già avveniva in Terra e libertà, che il regista inglese punti il dito contro la tendenza delle resistenze, oggi affidate a istituzioni come i partiti della sinistra o ai sindacati, a fare il gioco degli oppressori, dividendo le proprie forze, annacquando gli ideali che dovrebbero invece tenere saldi e immutabili, quelli di libertà, giustizia e difesa degli ultimi, a favore di compromessi che da sempre fanno gioco ai ricchi e ai potenti e a chi deve conservare il potere di manipolare le genti per il proprio tornaconto. Ci sono nel film due battute che sanciscono per bene questi aspetti, una è una riflessione rivolta agli stessi resistenti che viene pronunciata dal macchinista Dan "È facile sapere contro cosa si combatte. Più difficile è sapere in cosa davvero si crede", l'altra esce dalla bocca dello stesso Damien critico nei confronti dell'istituzione ecclesiastica (che gli oppressi dovrebbe tenere in giusto conto) "Ancora una volta la Chiesa si schiera dalla parte dei ricchi". Il cinema di Loach è così, manicheo ma altrettanto giusto (perché quando ci si schiera dalla parte dei più deboli non si sbaglia mai), sottolinea ancora una volta come il divide et impera messo in pratica dai potenti con abile maestria funzioni sempre, mentre le "vittime" quasi mai trovano un'unità definitiva capace di dare una vera svolta alle loro esistenze. Formalmente Loach fa meglio che in Terra e libertà, forse c'è qui un budget maggiore in gioco, alcuni protagonisti sono veri professionisti del cinema, il sodale Laverty è ormai scafato e aduso alla collaborazione con l'amico Ken, eppure sembra che la forma continui a essere una delle ultime cose che interessano a Loach e in fondo, qui come altrove, va bene anche così.

martedì 14 novembre 2023

IL MIO AMICO ERIC

(Looking for Eric di Ken Loach, 2009)

Con Il mio amico Eric il regista inglese Ken Loach trova un equilibrio invidiabile tra dramma, commedia, temi sociali e un tocco "sportivo" che a tanti appassionati di calcio non può aver fatto che un gran piacere. Quest'ultimo elemento è garantito dalla presenza nel film di Éric Cantona, calciatore marsigliese che trova il momento più alto della sua carriera proprio durante la sua militanza nel team inglese del Manchester United con il quale negli anni 90 Cantona vinse quattro campionati di Premier League (uno lo aveva già vinto con il Leeds) e due Coppe d'Inghilterra. Nonostante l'importante presenza calcistica di uno dei miti della storia recente del Manchester United Loach non segue gli schemi del film sportivo, Il mio amico Eric in effetti non lo è, qui Cantona diventa una sorta di coscienza e di consigliere del vero protagonista del film, un altro Eric, Eric Bishop per la precisione, un uomo con una vita piena di problemi che a un tratto cede, si spezza, e che per risalire la china ha bisogno di una spalla che si concretizzerà proprio con la presenza eterea di Cantona (un po' quello che era l'Humprey Bogart di Provaci ancora Sam per Woody Allen), il suo idolo, un punto di riferimento per Eric e per tutta la sua cricca di amici, tutti sostenitori dei colori del Manchester United.

Eric Bishop (Steve Evets) subisce un crollo nervoso mentre è alla guida della sua automobile fortunatamente senza che questo provochi danni seri per nessuno. L'uomo lavora per le poste inglesi, nutre una passione per il Manchester United che condivide con un numeroso gruppo di amici e conduce una vita parecchio difficile. Eric è separato dalla prima moglie Lily (Stephanie Bishop) con la quale ha avuto sua figlia Sam (Lucy-Jo Hudson) che ora ha regalato ai suoi genitori una splendida nipotina. Eric e Lily non si frequentano più da tempo ormai ma l'uomo ha continuato a pensare nel corso degli anni alla donna che a causa di paure giovanili aveva abbandonato con una figlia da crescere. Inoltre Eric è patrigno di due ragazzi di una seconda moglie eclissatasi, uno di questi, Ryan (Gerard Kearns), tiene un comportamento irrispettoso nei suoi confronti ed è invischiato con dei loschi figuri che mettono a repentaglio non solo il futuro del ragazzo ma anche la tranquillità dell'esistenza di Eric. In seguito alla crisi dell'amico e vista la duratura depressione di Eric, Meatball (John Henshaw), uno del gruppo dei sostenitori dello United, organizza una sorta di terapia di gruppo durante la quale Eric individua in Éric Cantona la persona che più ammira e che da quel momento comincerà ad apparirgli come una visione, un elemento incorporeo con la funzione di viatico o di traghettatore verso un'esistenza migliore e più serena.

Ne Il mio amico Eric è presente una delle pochissime occasioni di ammirare una star di primo piano in un film del "rosso" Ken Loach; l'intuizione felice è quella di non chiamare un attore di fama mondiale a recitare nel suo film ma una delle più grandi star del calcio, Éric Cantona, un campione che il regista inglese adopera al meglio tra recitazione schietta e sincera e immagini di repertorio con le migliori prodezze del giocatore all'epoca dello United. È proprio la presenza di Cantona il valore aggiunto di una commedia sociale ben calibrata dalla sceneggiatura del sodale abituale Paul Laverty che con Loach ha lavorato più e più volte, il francese è il giusto contraltare al mite Eric Bishop che dal campione sarà spronato a osare, rischiare e così a tornare a vivere, bella coppia di omonimi in una favola urbana e moderna a lieto fine. Il mio amico Eric racconta il riscatto di un uomo onesto nei confronti delle avversità presentategli dalla vita, dalle altre persone (anche quelle a lui più vicine) e soprattutto dai suoi errori di gioventù, è la convinzione, magari ingenua e fuori moda, di Loach sull'efficacia della forza del gruppo, dell'amicizia e della solidarietà qui ben rappresentata dal simpatico gruppo di bonari tifosi dello United che con Eric sostiene la squadra e che non avrà paura di sporcarsi le mani per aiutare un amico, uno di loro, uno del gruppo. È la trasposizione nella società, nella vita di tutti i giorni, di quell'"uniti si vince" sul quale anche le associazioni sindacali hanno ormai sputato su ma nel quale il nostro Ken ha ancora voglia di credere fortemente. Se Il mio amico Eric potrebbe non rientrare tra gli esiti più alti del cinema di Loach si piazza di certo tra i titoli più piacevoli della filmografia del regista inglese.

lunedì 30 ottobre 2023

UN BACIO APPASSIONATO

(Ae fond kiss di Ken Loach, 2004)

Con Un bacio appassionato Ken Loach ci mostra un altro lato della sua poetica cinematografica dedicandosi per una volta a quella che a conti fatti può essere considerata una classica commedia romantica, un genere del quale il film di Loach mantiene la struttura, le dinamiche e anche i cliché più abusati, senza che per questo il regista inglese rinunci alla sua sensibilità per le asperità della nostra contemporaneità, andando a riflettere su temi di importanza fondamentale quali tolleranza, razzismo, religione e integralismo, tutti argomenti molto sentiti nella multietnica Terra d'Albione. Se il film non è ascrivibile nell'olimpo della commedia rimane comunque un buon esempio di come sia possibile unire generi popolari e temi importanti, connubio non nuovo e che non scopre di certo Loach ma che comunque il regista "rosso" riesce a maneggiare con cura e sincerità senza tradire il suo percorso d'autore, andando ancora una volta a raccontare le difficoltà di una classe media proletaria di fronte alla società e nel rapporto con gli altri, nella fattispecie Loach ci narra le peripezie di due giovani amanti provenienti da situazioni culturali e familiari molto diverse tra loro e che dovranno affrontare un processo d'integrazione e conoscenza dell'altro non troppo semplice e lineare.

La famiglia Khan, di origini pakistane, vive a Glasgow ormai da circa quarant'anni, i tre figli dei coniugi Khan sono nati e cresciuti in Scozia e qui hanno frequentato le scuole; ciò nonostante la famiglia è molto legata alle tradizioni del Paese d'origine, anche quelle che cozzano con l'impostazione più libertaria propria delle culture europee che consentono ai loro figli una maggiore libertà decisionale, cosa che per molti versi è negata ai tre ragazzi Khan: Casim (Atta Yaqub), Tahara (Shabana Akhtar Bakhsh) e Rukhsana (Ghizala Avan). Pur integrata nel tessuto sociale di Glasgow alla giovane Tahara capita ancora di avere qualche problema a scuola causato da qualche compagno stupido; in seguito a uno di questi episodi il fratello maggiore di Tahara, Cassim, fa la conoscenza della giovane insegnante di musica di sua sorella. Roisin (Eva Birthistle) è un'ottima insegnante, una ragazza di origini irlandesi con un matrimonio alle spalle e la speranza di un passaggio di ruolo nella scuola cattolica in cui insegna. Tra Cassim Roisin nasce qualcosa, lui però è promesso in sposo a una sua cugina, sua sorella Rukhsana ha il matrimonio combinato anche lei, i genitori di Cassim non possono infatti tollerare un matrimonio con un'occidentale pena l'imperitura vergogna per tutta la famiglia, Cassim però non accetterà di buon grado le imposizioni dei genitori anche se questa scelta provocherà in lui il dolore per aver tradito la fiducia della madre e parecchi problemi al suo rapporto con Roisin che è una donna decisa e che mal tollera le altrui ingerenze. Altri guai arriveranno dall'istituzione religiosa che proprio a causa del rapporto di Roisin con Cassim fuori dal matrimonio potrebbe negarle il posto di insegnante di ruolo nella scuola cattolica.

Un bacio appassionato inizia come una commedia briosa: gli screzi tra ragazzi di etnie diverse con una Tahara sempre capace di farsi rispettare (come si evince già dal suo monologo iniziale), le disavventure di papà Shy con i cani che continuano a pisciare davanti al suo negozio, i progetti di Cassim, promettente dj e contornato da un gruppo di amici scozzesi cazzari e divertenti. Poco a poco Loach sposta il tono verso la commedia sentimentale per poi confluire, in maniera lieve e aprendo diversi varchi alla speranza, verso le riflessioni sulle difficoltà sociali e culturali che più gli appartengono, donando la giusta profondità al rapporto tra due protagonisti che trovano nei rispettivi background familiari e culturali diversi ostacoli invece di una sacrosanta solidarietà. Loach, come fa sempre, esprime giudizi ma questa volta non prende le parti di nessuno, almeno sul piano culturale, ovviamente Ken sta dalla parte dei due giovani ragazzi: se la critica alle culture troppo integraliste è chiara nelle dinamiche interne alla famiglia Khan (i matrimoni combinati ma anche la volontà di decidere il percorso professionale e di studio dei figli), Loach non lesina nemmeno nel mettere in cattiva luce il bigottismo cattolico, poco incline a ben giudicare una giovane donna con un divorzio alle spalle e una nuova relazione non consacrata di fronte alla Chiesa; è proprio la figura del prete ad uscirne come la più odiosa dell'intero lotto. Nel tratteggiare le difficoltà di contatto tra culture diverse Loach accenna solamente alla questione pakistana (divisione tra Pakistan e India, esodo) concentrandosi sul rapporto tra i due ragazzi e sul presente difficile di una società ancora piena di contraddizioni, solo all'apparenza moderna e ed emancipata.

venerdì 20 ottobre 2023

SWEET SIXTEEN

(di Ken Loach, 2002)

Nonostante il cinema di Ken Loach viva sempre in funzione di un obiettivo ben preciso, di una comunicazione da veicolare, di un'urgenza da supportare, di un tema da esporre e sostenere, non di meno quello stesso cinema vive anche di numerose sfumature e variazioni, questo pur rimanendo sempre nei confini del sociale e sempre e comunque dalla parte dei deboli, dei vessati, degli svantaggiati e vicino ad alti ideali considerati dalla società odierna poco più che barzellette. Con Sweet sixteen Loach non mette al centro del discorso le contraddizioni e le storture del mondo del lavoro (inevitabile che siano comunque lì ad aleggiare) ma si occupa questa volta di adolescenza, di ragazzi cresciuti in famiglie ai margini, figli di drammi e criticità, nati in quartieri periferici difficili con poco da offrire, dove delinquenza e degrado minano le possibilità di erigere fondamenta per il futuro. È lo stesso Loach a dichiarare come, dopo l'esperienza della realizzazione di My name is Joe di qualche anno prima, sentisse la necessità di tornare su una storia più personale, che affrontasse drammi privati e familiari di un ragazzo che avrebbe potuto essere uno dei tanti che il Joe del film precedente allenava nella sua squadretta di calcio per tenerli lontani dai pericoli della strada (in effetti in entrambi i film siamo a Glasgow e vi compare un Liam che potrebbe essere lo stesso ragazzo).

Liam (Martin Compston) vive nella periferia di Glasgow con il nonno delinquente e con il compagno di sua madre Jean (Michelle Coulter); la donna è in prigione per vecchie storie di droga e dipendenza. Questa sorta di patrigno, Stan (Gary McCormack), vorrebbe usare Liam come una sorta di corriere per introdurre droga nel penitenziario dove è custodita Jean al fine di farle avviare un giro di spaccio dietro le sbarre. Liam, nonostante sia già cresciuto e anch'egli avviato sulla via delle delinquenza insieme al suo amico Flipper (William Ruane), nutre ancora un amore viscerale per la madre e si rifiuta di passarle la droga nel timore che questa possa ricadere nel vizio e prendersi altri mesi da scontare in galera. Liam viene così pestato da Stan e si rifugerà a casa della sorella Chantelle (Annmarie Fulton), una giovanissima ragazza madre che non ha un buon rapporto con Jean. Liam ha un sogno, comprare per sua madre un piccolo prefabbricato dove andare a vivere insieme quando Jean finalmente uscirà di galera; per realizzare questo sogno e anche per vendicarsi di Stan, Liam decide insieme a Flipper di rubare una partita di droga da casa di Stan per spacciarla poi per conto proprio, così facendo i due ragazzi si troveranno però a confrontarsi con i delinquenti del giro che conta, la posta in gioco si alzerà, i soldi aumenteranno ma con essi aumenteranno anche i rischi di un gioco più grande di loro.

Non ha nulla di dolce la vita di questo sedicenne di periferia, l'esistenza tragica e dolente di Liam è ben sottolineata da una Glasgow tetra e triste. Come molto spesso accade per i film di Loach anche per questo Sweet sixteen ciò che conta è il cosa il regista inglese vuole farci vedere, ciò che vuole raccontarci (miglior sceneggiatura a Cannes) e non tanto il come. Quello di Loach è un cinema spontaneo, che non si affida alla trovata di regia, all'inquadratura perfetta, alla scena spiazzante bensì a una narrazione coerente e carica di significato, sottolineata e resa credibile come sempre da attori indovinati e sconosciuti. Qui siamo di fronte alla società dello sconforto, quella fetta di mondo che sembra essere stata abbandonata non solo dallo Stato ma anche dall'istituzione familiare (con l'eccezione qui della sorella Chantelle per Liam). È una società che costringe un ragazzo di sedici anni alla prematura rinuncia ad ogni suo sogno, il film di Loach è un racconto di formazione della disillusione, dell'amarezza e della caduta, della sconfitta dell'individuo e soprattutto della società tutta di fronte a un'illegalità capace di creare più opportunità (ovviamente illusorie e alla fine tragiche) dello stesso Stato. Magari non tutti i personaggi sono a fuoco, non tutto è perfetto ma ancora una volta Loach in qualche modo riesce ad arrivare a coscienze e cuori, nel tentativo di smuovere qualcosa, di non far calare l'attenzione di fronte a problemi che affliggono migliaia di persone. Però, purtroppo, come spesso accade di fronte a opere come queste, e forse lo abbiamo già detto, il rischio è quello per un regista come Loach di parlare solo ai già convertiti. E ovviamente la colpa non è sua.

martedì 10 ottobre 2023

PAUL, MICK E GLI ALTRI

(The navigators di Ken Loach, 2001)

Dopo aver parlato dell'escursione nel film storico ai tempi della Spagna franchista da parte di Ken Loach con il suo Terra e libertà e della successiva trasferta in quel di Los Angeles per raccontare le rivendicazioni sindacali di un gruppo di lavoratori messicani immigrati in Bread and roses, torniamo ora ai luoghi e ai temi che al regista di Nuneaton sono più congeniali, ovvero le difficoltà lavorative e sociali della classe proletaria inglese. Paul, Mick e gli altri inquadra il periodo in cui nelle ferrovie inglesi arriva massiccia la pratica della privatizzazione con un numero sempre crescente di forza lavoro che viene "invitata" ad abbandonare il posto in ferrovia per passare sotto agenzie private che, in maniera del tutto teorica e ottimistica, promettono più lavoro e paghe orarie più alte. Lo spunto per la realizzazione di Paul, Mick e gli altri (The navigators in originale) nasce da un libro di Rob Dawber, oggi scrittore ma in passato alle dipendenze delle ferrovie britanniche, la sua testimonianza di prima mano illumina la dissoluzione del tessuto lavorativo garantito in favore di una libera concorrenza per la quale ormai le persone non contano più nulla, declassate a meri oggetti di consumo, utili da sfruttare per portare a termine i contratti con costi minimi e flessibilità massima, il tutto in nome di un capitalismo sempre più deregolamentato, senza freni e senza scrupoli dove efficienza vuol dire taglio dei costi (di solito quelli umani) e maggiori rischi a carico dei lavoratori.

Al centro del film un gruppo di operai in forza a un deposito delle ferrovie inglesi nella regione dello Yorkshire. Un giorno, recandosi a lavoro, Paul (Joe Duttine), Mick (Thomas Craig) e gli altri del gruppo trovano sul deposito un'insegna che riporta il nome di una nuova società, questa ha assorbito il magazzino in seguito alla privatizzazione dei servizi legati alle ferrovie, compresi quelli di manutenzione sui binari di cui il gruppo di operai dello Yorkshire è responsabile. Le decisioni calano dall'alto, il gruppo tenta di confrontarsi sul tema e sul da farsi, prima scherzandoci sopra, poi sempre più seriamente ma ormai nemmeno le rappresentanze sindacali hanno più peso, nessuno ha più voce in capitolo, alle persone che trattano tra azienda e lavoratori viene espressamente chiesto (con le brutte) di essere spietati e non fare concessioni. Qualcuno decide di accettare la buonuscita e andare subito via, altri resistono un poco ma la carenza di lavoro, le giornate vuote e la paga misera li spinge a provare la via dell'indipendenza e della flessibilità. Da principio sembra che la cosa funzioni, le paghe sono in effetti più alte, sembra facile allora rinunciare a ferie, mutua, diritti. Paul e Mick insieme a Jim (Steve Huison) e ad altri resistono, sono ancora in ferrovia, i problemi però si fanno sentire: Paul è separato, deve passare soldi alla moglie, ha due figli da vedere e mantenere, ha il desiderio di viziarli anche un poco di tanto in tanto, Paul è un bravo papà ma i soldi non bastano, così Paul cede, il miraggio della paga più alta fa gola, allora niente ferie, niente mutua, ma quando arriva il momento di tagliare anche sulla sicurezza? Mick ad esempio non ci sta...

Privatizzazione, perdita dei diritti, taglio dei costi, minore sicurezza, conseguenze a venire, tutte cose che abbiamo già visto e di cui continuiamo a vederne i riscontri nelle cronache di tutti i giorni. Loach, come fa sempre, prende a cuore le sorti dei suoi personaggi che sono proiezioni di persone e situazioni fin troppo reali, tra l'altro senza nasconderne difetti e mancanze, il regista non dipinge il lavoratore come un santo dedito al cento per cento al lavoro, l'uomo in fondo non è una macchina, ma proprio per questo va rispettato e il rispetto è proprio quello che spesso manca da parte della macchina del capitale, e questa per Loach (e dovrebbe esserlo per chiunque) è una posizione inaccettabile e quindi la condanna senza remore. Ancora una volta come già accade per altri film del regista inglese, anche Paul, Mick e gli altri è un film di contenuto, dove il messaggio e la denuncia contano più della forma, al film però giova il ritorno a casa, il muoversi nelle periferie inglesi, in situazioni vicine agli autori, tutto ciò dona alla camera di Loach quella naturalezza e quella spontaneità capaci di farci sentire vicini i personaggi e le loro disavventure. Come spesso accade non ci sono attori celebri a interpretare i ruoli centrali; volti veri, non riconoscibili che accompagnano queste storie proletarie con un tocco di verismo in più e che permettono, nei momenti salienti, di credere e di andare con la mente non a Hollywood ma alla cronache, ai disagi patiti da conoscenti, alle continue morti sul lavoro. Non è un cinema tirato a lucido quello di Loach, è un cinema sporco, diretto, magari meno studiato di altro, però quanto continuiamo ad averne bisogno...

martedì 3 ottobre 2023

TERRA E LIBERTÀ

(Land and freedom di Ken Loach, 1995)

Ken Loach non è un esteta e Terra e libertà né è la chiara dimostrazione; se in un film cercate l'immagine cool o patinata, l'innovazione, l'inquadratura estrosa, la scena limpia e scintillante o addirittura il virtuosismo tecnico credo che Ken Loach non sia il regista giusto al quale rivolgersi. Terra e libertà potrebbe sembrare a tratti un film tv, una produzione pensata per riempire le prime serate della televisione pubblica (e magari avessimo prodotti simili nei nostri palinsesti), bisogna ammettere come nel complesso il film non offra "grandi immagini", ha la capacità però di regalare alcuni ottimi momenti e una storia interessante e coinvolgente (i pareri qui non sono unanimi, il voto di chi scrive è a favore) che esplora un periodo storico molto importante per la Spagna e più in generale per l'Europa tutta, magari con qualche lieve imprecisione ma cogliendo bene lo spirito dei fatti e i retroscena che le macchinazioni politiche adottarono per influenzare il corso della Storia e i comportamenti delle genti meno preparate e scaltre rispetto a chi sa come (ab)usare il potere. Terra e libertà è un film politico, più apertamente politico rispetto a molte altre opere di Ken Loach il quale di per sé non ha mai nascosto i suoi pensieri e le sue appartenenze ideologiche. È un film questo che potrebbe suonare retorico per quanto è schierato e di parte, non di meno Terra e libertà è un'opera sincera, imperfetta e sentita, senza volontà di volerla svilire (qualcuno potrebbe pensare sia così) ottima per adempiere al cliché "dibattito a seguire". E che dibattito sia, soprattutto ai giovani sono queste le visioni che non possono che far bene per avere una maggior prospettiva sul mondo, passato, presente e futuro.

David Carr (Ian Hart) è un anziano inglese che muore davanti agli occhi della nipote. Nei giorni successivi alla morte del nonno la ragazza trova una valigia contenente i ricordi dell'uomo: scritti, lettere inviate all'amata di un'epoca lontana, resoconti di quando David, in un moto di idealismo e giustizia, partì per la Spagna per arruolarsi volontario nelle milizie rivoluzionarie del POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista) che avevano come scopo quello di combattere e rovesciare i fascisti di Francisco Franco arrivati al potere con un golpe militare dopo la vittoria alle elezioni delle sinistre socialiste e dei partiti dei lavoratori. Con i ricordi di David si torna quindi al 1936, dopo un addestramento sommario e dilettantistico David si unisce a una milizia formata da volontari inesperti e male armati, cameriere idealiste, disoccupati e proletari, marinai e giovani provenienti da Inghilterra, Italia (e lì di fascismo ne sanno parecchio), Francia, Scozia, Irlanda, Stati Uniti, Germania e altri posti ancora, tutti riuniti insieme per ricacciare i fascisti dal fronte di Aragona. La milizia è male assortita ma tenuta salda e unita dall'ideale di libertà, da forza di volontà, spirito d'unione (pur nelle dovute  differenze), amicizia, senso dell'esperienza comune, speranza in un futuro migliore, vicinanza al mondo contadino e operaio. Quando però si metterà di mezzo la politica, rappresentata dal Partito Comunista ufficiale e dalle correnti staliniste, gli animi si scalderanno e anche all'interno della milizia, tra amico e amico, compagno e compagno, si insinueranno crepe e punti di vista differenti che spaccheranno il movimento dall'interno.

Come si diceva più sopra Ken Loach non nasconde da che parte stiano le sue preferenze, il tutto è palesato quando nel film definisce i fascisti "difensori del privilegio" e in questa parola, privilegio, ci sta tutta l'ingiustizia sociale di questo mondo, non quella basata sul merito (che comunque dovrebbe avere limiti tangibili) ma quella poggiata sulla prevaricazione (sfruttamento, sopruso, abuso, inserite la parola che preferite). Dall'altra parte c'è la resistenza, il desiderio di una vita libera e dignitosa unita sotto il motto di "no pasarán", chiaramente in opposizione. Quello che Loach però vuole sottolineare dell'episodio storico  non è tanto lo scontro con la parte avversa, la mera resistenza, quanto il tradimento di ideali libertari da parte degli stessi partiti della sinistra ufficiale (corsi e ricorsi), piegati ai voleri non proprio limpidi di Stalin e a dettami di partito che non volevano le donne a combattere, non tolleravano rivoluzionari non irreggimentati, non amavano l'iniziativa libertaria. Indubbiamente Terra e libertà potrà risultare schematico agli occhi di molti spettatori, girato non in maniera superba, senza guizzi di regia (obiezioni comprensibili), ne esce però un film vitale, vibrante che tramite la storia di David e dei suoi compagni trasuda trasporto e passione con personaggi credibili (magari alcune situazioni un po' meno) e ben delineati con le loro storie, anche quelle d'amore, inserite nella Storia, inzuppate di un'ideale forse macchiato di retorica ma che non si può non sperare che prima o poi trovi la sua giusta realizzazione.

martedì 26 settembre 2023

BREAD AND ROSES

(di Ken Loach, 2000)

Ken Loach è un regista schierato, lo sanno tutti, è un narratore vicino alle classi sociali svantaggiate, un uomo che ha a cuore il destino degli ultimi, le sorti degli esclusi e che cerca di esplorare per quanto possibile le storture dei sistemi, per lo più di quelli legati al mondo del lavoro, sistemi che non permettono a tutta una parte di cittadinanza di condurre una vita dignitosa, un'esistenza dove le preoccupazioni dovute alla mancanza di lavoro o alle sue condizioni terribili non si mangino ogni aspetto potenzialmente positivo della loro vita. Ken Loach è un regista schierato, è un'affermazione questa che potrebbe esser letta come negativa da chi crede che il cinema, quello di impegno civile almeno, non debba dare giudizi ma illustrare, rimanere super partes, quasi fosse un servizio di cronaca e informazione. Ken Loach è un regista schierato, ed è un regista schierato dalla parte giusta, e proviamo un poco di diffidenza verso chiunque possa pensare che non sia così. In questi giorni una bella iniziativa di Raiplay mette a disposizione gratuitamente una buona parte della filmografia dell'autore inglese, ben quattordici lungometraggi che ne ripercorrono un tratto significativo di carriera, titoli ormai fondamentali del percorso di Loach insieme ad altri meno osannati (come questo) a formare un quadro abbastanza esaustivo del suo sentire e delle sue tematiche; questi i titoli: Terra e libertà (1995), My name is Joe (1998), Bread and roses (2000), Paul, Mick e gli altri (2001), Sweet sixteen (2002), Un bacio appassionato (2004), Il vento che accarezza l'erba (2006), In questo mondo libero (2007), Il mio amico Eric (2009), L'altra verità (2010), La parte degli angeli (2012), Jimmy's hole - Una storia d'amore e libertà (2014), Io, Daniel Blake (2016) e Sorry we missed you (2019), un bello scrigno dentro cui rovistare. Iniziamo da Bread and roses.

Alcuni delinquenti trasportano un carico di immigrati clandestini dal Messico verso gli Stati Uniti, tra questi c'è la giovane Maya (Pilar Padilla), una ragazza sveglia e vivace che solo grazie alla sua astuzia riesce a sfuggire alle intenzioni di abuso che i suoi "accompagnatori" hanno in mente per lei. La ragazza si riunisce così alla sorella Rosa (Elpidia Carrillo) la quale abita a Los Angeles; Rosa è sposata con Bert (Jack McGee), un uomo malato di diabete, la coppia ha anche due figli che Rosa mantiene lavorando per una società di pulizie che ha vinto un appalto in un moderno edificio dove hanno sede diverse importanti società statunitensi. Grazie all'intercessione della sorella anche Maya riuscirà a entrare nella società, alle dipendenze del signor Perez (George Lopez), un individuo gretto che non si fa scrupolo nel mortificare i suoi dipendenti e nel far valere il potere di un'azienda che ha dalla sua un sistema del tutto deregolamentato che permette minacce, soprusi e licenziamenti indiscriminati nei confronti di lavoratori che non possono permettersi per mille motivi di rimanere senza un impiego. Un giorno, sul lavoro, Maya incontra Sam (Adrien Brody), un giovane sindacalista convinto che, già come fatto in altre aziende, l'unione tra lavoratori possa portare a condizioni di vita migliori: un salario adeguato, l'assicurazione sanitaria, le ferie pagate. Ma mettere d'accordo tante teste non sarà facile, ognuno di quei lavoratori convive con le sue paure, con problemi familiari seri, con un passato doloroso con cui dover fare i conti.

Ken Loach sconfina, esce dai suoi territori per una trasferta nordamericana che non produce però uno dei suoi esiti migliori. Forse il regista si sente meno a proprio agio lontano dalla sua Inghilterra, forse la scelta di adottare un registro che corteggia parecchio il lato più leggero e scanzonato della narrazione non è così funzionale al messaggio veicolato, fatto sta che Bread and roses, pur rimanendo un film discreto, non raggiunge le vette toccate altrove dall'opera di Loach, fermo restando almeno una sequenza capace di colpire e commuovere lo spettatore, quella del doloroso confronto sul pre-finale tra le due sorelle. Anche se la forma del film, la confezione e il registro di Bread and roses sembrano non essere ottimali, il contenuto e il messaggio veicolati rimangono sempre e comunque apprezzabili, lo scopo di Loach è sensibilizzare lo spettatore verso alcune realtà problematiche, in questo il regista ha pochi eguali (i Dardenne in Belgio, Brizé in Francia), anche con Bread and roses, magari in maniera più didascalica e meno ficcante che in altre occasioni, le prepotenze e le vessazioni con cui il "sistema lavoro" grava sulle persone e soprattutto sui cittadini stranieri, più ricattabili, sono chiaramente esposte e sottolineate. Loach non risparmia critiche alle istituzioni sindacali, evidenzia i conflitti alla base di una mancata unità tra lavoratori, ne comprende i motivi e ammette chiaramente che nel mondo odierno del capitale probabilmente sarà il capitale a vincere la guerra. Però, a volte, a costo di grandi sacrifici, qualche piccola battaglia si ha ancora la speranza di poterla vincere e per ottenerle queste piccole vittorie è necessario lottare e cercare di cambiare le cose un poco per volta. Magari un film dopo l'altro.

lunedì 6 luglio 2020

SORRY WE MISSED YOU

(di Ken Loach, 2019)

Altro grande film che si aggiunge alla lista dei lavori militanti portati a termine da Ken Loach, voce coerente e troppo isolata che continua a gridare contro le ingiustizie perpetrate ai danni di un proletariato sfruttato da una classe imprenditoriale cinica e sfrontata. Sembra quasi un anacronismo parlare ancora di proletariato, in realtà Sorry we missed you (il riferimento è al messaggio che lascia il corriere quando non trova in casa il destinatario) è di un'attualità brutale, si sono solo modificati i luoghi rispetto al recente passato, non più le miniere dell'epoca tatcheriana, le fabbriche dove si lavora a cottimo e scenari simili, qui siamo nell'epoca moderna degli acquisti online, un'epoca dove tutti noi alimentiamo lo sfruttamento di lavori sottopagati e usuranti, qui ci si concentra sul mondo delle consegne, ma pensiamo anche a chi lavora nei magazzini del colosso Amazon, nelle grandi catene di distribuzione e via discorrendo. Loach continua a parlarci della schiavitù moderna, quella di chi non è riuscito a ritagliarsi un posto al sole ed è costretto ad accettare lavori che non vorrebbe fare o che farebbe anche volentieri, come nel caso del protagonista del film, ma a condizioni economiche, salutari e di stress che rientrino in una gestione dignitosa delle ore lavorative e che possano riflettere la stessa dignità nella vita di tutti i giorni. Il messaggio che tutti dovrebbero tenere a mente è che queste persone sono vittime, a volte dei loro errori, molto più spesso di semplici scelte, quasi sempre di una società cieca eretta su fondamenta completamente sbagliate. Il lavoro non nobilita l'uomo, salvo in determinati casi, molto spesso semplicemente lo schiavizza.


Dopo anni di lavori manuali in ambienti difficili da sopportare Ricky Turner (Kris Hitchen) decide di mettersi in proprio, diventare un padroncino, comprarsi un furgone per le consegne e affiliarsi a un grosso magazzino che lavora per i grandi marchi di distribuzione. Il titolare del magazzino mette subito le cose in chiaro: "tu non lavori per noi, lavori con noi", come a dire niente diritti e tanti saluti. Le prime difficoltà iniziano da subito, bisogna investire per il furgone e i soldi non ci sono, i Turner pagano l'affitto, hanno due figli da mantenere, la piccola Liza (Katie Proctor) e l'adolescente turbolento Sebastian (Rhys Stone) e al momento possono contare solo sulle ore che Abbie (Debbie Honeywood), la moglie di Ricky, fa come infermiera domiciliare, lavoro che la tiene lontana da casa tutto il giorno. Abbie sarà così costretta a vendere la sua auto e iniziare ad andare a lavoro con i mezzi pubblici, cosa che tra orari spezzati, turni serali e distanze lunghe carica di stress la madre di famiglia che non avrà più tempo per seguire i figli. Il nuovo lavoro di Ricky per essere minimamente remunerativo lo costringe a giornate lavorative di quattordici ore, sempre in giro nel traffico, tra imprevisti, indirizzi errati, clienti scortesi e multe, sanzioni, e comprensione zero da parte dei datori di lavoro. I soldi non aumentano e la famiglia si sfascia.


Quella che Loach ci racconta è una storia di sofferenza come tante ce ne sono al mondo, anche nei paesi occidentali che si considerano liberali e democratici. Se nel precedente Io, Daniel Blake a negare la dignità al protagonista era uno Stato sordo e cieco, qui è il mondo del lavoro a essere profittatore e disonesto, e i due contesti purtroppo vanno spesso a braccetto. Il tema centrale è quello della tensione familiare che si crea in seguito a situazioni lavorative disagevoli. Ancora una volta Loach tira fuori dal mazzo degli sconosciuti quattro splendidi interpreti, Hitchen mette in scena un padre amorevole che perde completamente il polso della situazione familiare per assenza, stanchezza cronica, nervosismo, stress; insieme a Rhys Stone tratteggia un rapporto padre/figlio difficile e conflittuale inasprito dalla situazione contingente, la madre che come spesso accade nella realtà è il collante che tiene unita la famiglia con la sua forza, anch'essa interpretata magnificamente dalla Honeywood, sarà quella che avrà la reazione più estrema e genuina, quella per la quale tutti noi spettatori (almeno quelli con il cuore al posto giusto) abbiamo parteggiato. Menzione particolare per la vispa Katie Proctor, una splendida bambina che mostra molta più maturità del fratello più grande.

Loach riesce sempre a farci versare qualche lacrima, il suo è un Cinema schierato e di parte su un argomento del quale sembra non fregare più un cazzo a nessuno, in testa queste ridicole sinistre che scaldano i banchi in parlamento e che sono quelle che storicamente e per tradizione ideologica dovrebbero avere a cuore le persone che lavorano. Allora ben venga il Cinema di parte e schierato di Loach, vedi mai che qualche coscienza si smuova. Purtroppo l'impressione è che si predichi solamente ai già convertiti.

lunedì 24 febbraio 2020

IO, DANIEL BLAKE

(I, Daniel Blake di Ken Loach, 2016)

I film di Ken Loach appartengono a quel Cinema necessario che dovremmo vedere più spesso, opere che allo stile e alla forma antepongono contenuto e messaggio, andando a toccare nervi scoperti con i quali è sacrosanto che il pubblico si confronti e prenda posizione; unico neo, non imputabile al regista, il fatto di trovare riscontro da parte di spettatori spesso di per sé già solidali alle cause e ai protagonisti che stanno a cuore al regista britannico, passando invece inascoltate (anche se in passato non è sempre stato così) presso chi su determinate situazioni potrebbe e dovrebbe intervenire. Quello di Loach è un discorso coerente e continuativo, più che mai attuale in tempi in cui ogni progresso fatto in direzione di un'eguaglianza sociale sembra irrimediabilmente perso o compromesso; Loach è quello che vorremmo fosse una sinistra politica vera, di quelle non decadute in un becero e impotente cialtronismo opportunistico, i suoi film sono cronaca, denuncia, ma anche esempio e inno alla dignità di ogni individuo, soprattutto quelli abusati e vessati da un sistema insensibile, disumanizzato e scollato irrimediabilmente dai bisogni delle persone reali, quelle che ancora devono dannarsi l'anima per pagare un affitto, un mutuo, crescere i bambini, mangiare e compiere tutte quelle azioni che chi è al potere adempie in maniera automatica senza avere un solo grattacapo che sia uno. Il Cinema di Ken Loach è anche emozione, compassione, trasporto e rabbia, e di buono mostra il conforto e la solidarietà del prossimo, capace del gesto dolce dove lo Stato che dovrebbe lavorare per noi è assente e disinteressato (o ancor peggio interessato in malafede a nostro discapito).


Daniel Blake (Dave Johns) è un carpentiere non più giovanissimo che si è ammalato di cuore. Il suo medico di base, il cardiologo, il fisioterapista che lo segue, dicono tutti che al momento è escluso che Daniel possa tornare a fare il suo lavoro. All'uomo non resta che richiedere l'invalidità per avere un assegno mensile che gli permetta di tirare avanti. Purtroppo, nonostante i pareri dei medici che hanno seguito il caso, il professionista della sanità (o qualche altra idiozia del genere) non riconosce il diritto di Daniel ad avere una pensione d'indennità, negandogli quell'aiuto statale di cui ormai, suo malgrado, Daniel avrebbe bisogno. A questo punto non rimane che richiedere il sussidio di disoccupazione e per ottenerlo Daniel deve dimostrare di essere attivamente in cerca di un altro lavoro, lavoro che il suo medico gli impedisce di fare, trovandosi così in un paradosso kafkiano dal quale diventa quasi impossibile uscire. Lungo il suo percorso che assume sempre più la forma di una lotta contro i mulini a vento, Daniel incontrerà Katie (Hayley Squires), una giovane madre di due figli che ha dovuto trasferirsi da Londra a Newcastle per mancanza di soldi, senza lavoro e costretta a portare via i bambini dal loro ambiente, abbandonata da tutti, dal suo compagno ma soprattutto da uno Stato insensibile e spesso odioso nella figura dei suoi rappresentanti.


Quella di Daniel è un odissea di un cittadino onesto al quale vengono negati i suoi diritti e la possibilità di vivere con dignità, dopo un'esistenza di sacrifici subisce un attacco legato a logiche del capitale disumane e armate di una burocrazia idiota e incomprensibile, aggravata da un digital divide che penalizza le generazioni più anziane e quelle con meno mezzi culturali a disposizione, il carico da undici ce lo mette la mancanza di elasticità mentale di funzionari gretti e per nulla empatici (non tutti per fortuna), Loach lascia i pochi barlumi di speranza in carico alle persone, alla solidarietà tra Daniel e Katie, storia ancor più triste e amara la sua, alla gente della strada, ai volontari delle istituzioni di carità che sono il lato solare e umano di una società che trova in quello che dovrebbe essere un padre per i suoi cittadini uno spietato avversario. Quello che fa male del Cinema di Loach è che le storture mostrate possiamo toccarle con mano. Provate a chiedere aiuto allo Stato in un momento di difficoltà, magari siete disoccupati, avreste bisogno di qualche agevolazione,  vi chiederanno di esibire un Isee per dimostrare la situazione di difficoltà, vi chiederanno quello basato sui redditi dei due anni antecedenti. Provate a spiegare ai funzionari che due anni fa voi lavoravate regolarmente, che i vostri redditi erano a posto due anni fa e che è ora, oggi, in questo momento che non avete più stipendio, che avete bisogno, che vi servirebbe una mano... spero sinceramente che non ci dobbiate mai provare. Lo Stato non ascolta. Ed è questo che preme a Loach, i suoi personaggi sono uomini che hanno dato tanto e che nessuno ascolta più, abbandonati nel Paese che è la loro casa.


Io, Daniel Blake ha almeno una scena davvero straziante, protagonista Katie, una sequenza che arriva con la naturalezza dell'onestà, e proprio per questo è impossibile non sentirsi lacerati per la sorte di queste persone, così vicine, impossibile non piangere, non prendere posizione; il fatto è semplicemente che spesso quello che ci sta intorno non è giusto ma noi non ce ne curiamo, non siamo capaci, sotto nessuna forma, di dire no al sopruso, Loach ci mostra che si può partire dalla dignità, dalla rivendicazione del nostro essere persone, e che l'unica soluzione non è l'individualismo verso cui sempre più ci stanno spingendo. Con un gesto plateale Daniel rivendica la sua dignità, probabilmente dovremmo imparare a farlo anche noi ogni tanto.

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