sabato 4 luglio 2026

MOVING

(Ohikkoshi di Shinji Sōmai, 1993)

Il regista giapponese Shinji Sōmai, classe 1948, scomparve all’età di cinquantatré anni nel 2001 ed è considerato da una parte consistente della critica uno degli autori più importanti del cinema giapponese della sua generazione, tanto da essere indicato come un maestro da cineasti di primissimo piano quali Hirokazu Kore’eda e Ryusuke Hamaguchi. E in effetti i punti di contatto con il cinema di Kore’eda paiono evidenti, almeno a giudicare da questo Moving e dallo sguardo ravvicinato sui legami familiari e sulla condizione dei più giovani componenti di famiglie non sempre tradizionali o prese, come in questo caso, in un momento di passaggio, in situazioni che per una bambina di undici anni come la protagonista di Moving possono rivelarsi semplicemente sconvolgenti. La fama di Sōmai è rimasta per lungo tempo confinata soprattutto tra gli appassionati e gli studiosi del cinema orientale, anche a causa della scarsa circolazione internazionale delle sue opere; negli ultimi anni questa è stata però alimentata da un importante lavoro di recupero e restauro della sua filmografia. Il film di Shinji Sōmai, uscito in origine nel 1993 e presentato nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes, arriva infatti all’attenzione del pubblico italiano grazie al restauro del 2023, ed è ora uno dei film asiatici presenti nel generoso catalogo della piattaforma Mubi.

Renko (Tomoko Tabata) è una bambina di undici anni che si trova a doversi confrontare con la separazione dei suoi genitori: mamma Nazuna (Junko Sakurada) e papà Kenichi (Kiichi Nakai). È il papà di Renko ad andarsene di casa; la bambina rimarrà con la mamma. Se inizialmente Renko sembra accettare la separazione, ci vuole davvero poco prima che inizi a sentire la mancanza del padre e ad affrontare una crisi profonda che la porta al rifiuto della decisione presa dai genitori, nella quale lei ha poca voce in capitolo, e poi ad adottare comportamenti sempre più ribelli che sfoceranno in atti pericolosi e preoccupanti per genitori e per i maestri in ambiente scolastico. Tra fughe dai genitori, incontri improvvisati, scontri con i bulli della scuola e passaggi dai toni onirici che accompagnano il percorso di maturazione della protagonista, Renko dovrà far fronte alla nuova situazione e affrontare un processo di crescita che dovrà per forza di cose portarla ad accettare la nuova situazione e un nuovo stile di vita che le aprirà le porte verso un futuro, si spera, più sereno e pacificato.


Shinji Sōmai
con Moving esplora una situazione ormai comune che però, per una bambina di undici anni, si porta dietro una forza dirompente capace di sconvolgere un’esistenza fino a quel momento serena (o così supponiamo, in realtà non vediamo il pregresso in Moving). Possiamo supporlo perché il regista ci mostra questa storia dal punto di vista di Renko, e la volontà della bambina è che i due genitori tornino insieme. Sono diverse le scelte che Sōmai adotta per veicolare i desideri di Renko: alcuni sono fantasiosi e un po’ naif, adatti a una bimba della sua età, come quello, in visita alla nuova casa del padre, che l’armadio della camera di Kenichi e il suo siano magicamente collegati, in modo da poter andare a trovare il papà in qualsiasi momento. Altri si rifanno a una realtà più dura, quella di una bimba ferita che tenta di attirare l’attenzione in maniera più eclatante: fuggendo dalla madre che le impone una “costituzione” casalinga che sistematicamente Renko straccia facendola a pezzi, chiudendosi in bagno per ore rifiutandosi di uscire, provocando addirittura un piccolo incendio a scuola. È un movimento continuo quello della piccola Renko, una ricerca incessante di un nuovo equilibrio. È soprattutto nelle sequenze oniriche che Sōmai costruisce il percorso di maturazione di Renko: l'incontro con l'anziano, simbolo della necessità di lasciar andare alcuni ricordi dolorosi; la scena finale al lago Biwa in cui la bambina viene finalmente a patti con sé stessa; la festa del ritorno degli spiriti dei defunti. Lo stile del regista è sempre lucido, elegante, disciplinato, a volte simbolico come nelle sequenze con la famiglia attorno al tavolo triangolare, più trattenuto di quello del suo “allievo” Kore’eda, forse più vicino alla nostra sensibilità e portatore di un piglio più contemporaneo. Menzione particolare alla bravissima Tomoko Tabata all’epoca del film appena tredicenne.

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