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sabato 25 febbraio 2023

LE VERITÀ

(La vérité di Hirokazu Kore'eda, 2019)

Con Le verità, film del 2019, si chiude idealmente la breve rassegna dedicata al cinema di Hirokazu Kore'eda messa a disposizione da Raiplay con il nome di Ritratti di famiglia. Fresco della Palma d'oro a Cannes per Un affare di famiglia il regista giapponese si trasferisce all'estero per filmare per la prima volta un'opera recitata in un'altra lingua; Kore'eda sceglie la Francia, con Le verità l'autore nipponico, pur mantenendo la sua sensibilità, realizza un film dal chiaro respiro europeo, uno di quei film all'apparenza molto eleganti e costruiti che qui da noi definiamo senza ombra di dubbio cinema d'autore (e altrettanto senza dubbi Kore'eda si può definire un autore), avvalendosi tra l'altro di due pilastri del cinema francese: l'eterna Catherine Deneuve e l'altrettanto iconica Juliette Binoche alle quali si affiancano Ludivine Sagnier, Manon Clavel e l'extracomunitario Ethan Hawke qui un po' provato dal fuso orario. Ancora una volta sotto la lente d'ingrandimento di Kore'eda finiscono i legami familiari, con Le verità è la volta di esplorare un difficile rapporto tra madre e figlia in un'ambiente alto borghese che ruota attorno al mondo del cinema; rispetto ai precedenti lavori realizzati in terra giapponese è evidente qui qualche scarto di forma, qualche variazione di stile e una sensibilità diversa nel racconto, con un regista che porta i suoi temi e la sua sensibilità a Parigi e che sembra infilarsi appieno negli umori di un certo tipo di cinema europeo elegante e a volte fin troppo pulito.

Fabienne (Catherine Deneuve) è un'attrice parigina di grande fama ormai sul viale del tramonto; l'attrice comunque lavora ancora, al momento sta girando un film di fantascienza accanto alla giovane emergente Manon (Manon Clavel) che, pur più giovane di lei di alcuni decenni, nel film interpreta sua madre. Nello stesso periodo esce nelle librerie la biografia di Fabienne scritta da lei stessa, per l'occasione vengono a trovarla dagli Stati Uniti sua figlia Lumir (Juliette Binoche), ex aspirante attrice e ora sceneggiatrice per Hollywood, suo marito Hank (Ethan Hawk) attore di secondo piano alla ricerca del suo primo ruolo da protagonista e la loro figlia Charlotte (Clémentine Grenier), una bimba che allieterà le giornate di nonna Fabienne la quale farà credere alla nipote di avere qualche potere da vecchia strega. Poco dopo si palesa in casa di Fabienne anche l'ex marito Pierre (Roger Van Hool) papà di Lumir. Fabienne è una donna molto egocentrica ed egoista che ha sempre messo al primo posto la sua vanità e la sua carriera, da quel che si può intuire da questo incontro anche a discapito di amicizie e del rapporto con una figlia che è fuggita e si è allontanata dalla madre covando un astio tenuto a bada e mai completamente espresso. L'incontro sarà occasione per qualche chiarimento e spunto per più di una riflessione.

Senza girarci troppo intorno devo ammettere che questa escursione europea di Kore'eda, pur valida e strutturata con grande intelligenza, mi ha fatto un po' rimpiangere le sue opere giapponesi; in Le verità sembra che manchi quella forza espressiva, così garbata ma altrettanto sincera, che emergeva in maniera naturale da opere come Father and son, Un affare di famiglia o da Little sister. I motivi di interesse anche qui non mancano, Kore'eda lavora molto su ciò che non viene espresso, oltre agli attori in campo è presente un'altra protagonista che non compare mai sullo schermo, Sara, una donna che apparentemente è stata molto importante per Lumir e della quale solo sul finale sapremo qualcosa di più; c'è poi il sacrificio dei legami più stretti a vantaggio di una carriera luminosa, della fama e dell'appagamento personale, scelta che rende Fabienne un personaggio da esplorare solo all'apparenza volto in un'unica direzione, la superficie può essere scalfita proprio attraverso il cinema, argomento centrale in questo Le verità così come è centrale la finzione, non solo quella del set sul quale Fabienne recita ma anche quella messa in scena sul set della vita, con una donna che spesso finge di non ricordare le cose, finge in buona misura nello scrivere la sua autobiografia, e non finge probabilmente solo quando pensa a come alcune situazioni avrebbero potuto portarle maggior vantaggio se avesse finto di più. Kore'eda si muove quasi solo in interni, nella bella casa di Fabienne e sul set, Parigi e la Francia non sono mai vere protagoniste se non attraverso i volti iconici della Deneuve e della Binoche, è stata una trasferta intima questa di Kore'eda, ne esce però un film riuscito ma un po' più ingessato e meno coinvolgente delle sue opere precedenti. Personalmente auspico un ritorno in patria.

sabato 18 febbraio 2023

UN AFFARE DI FAMIGLIA

(Manbiki kazoku di Hirokazu Kore'eda, 2018)

Con Un affare di famiglia Hirokazu Kore'eda continua la sua esplorazione dei rapporti familiari portando a un ulteriore livello una riflessione già affrontata nel precedente Father and son, ovvero l'importanza dei legami di sangue all'interno di un nucleo familiare in contrapposizione a quelli creati invece dalla vicinanza, dall'affetto, dalle esperienze condivise e dall'amore. Se in Father and son una condizione di crisi portava a ripensare le figure paterne e i loro rapporti con i relativi figli, in questo Un affare di famiglia Kore'eda scombina le carte in misura maggiore proponendoci un'unità familiare che dei legami di sangue si preoccupa davvero poco, centrata su una dura sopravvivenza e un solidale sostegno tra i membri di questa famiglia sui generis all'interno della quale non mancano grandi dosi di sincero affetto. Si può dire quindi che bastano davvero poche opere del regista nipponico per rendersi conto di come questo persegua un discorso ben preciso mettendo in campo una cifra autoriale ben delineata sul solco di alcuni grandi classici giapponesi del passato e una sapienza che esula dal virtuosismo per trovare conforto nella sensibilità, nella verità e in uno sguardo lucido e pacato che fissa sì l'uomo ma che con la coda dell'occhio non manca mai di cogliere la società circostante e i suoi mutamenti, a partire da quelli di un'istituzione centrale come quella familiare in un paese a forti tinte tradizionaliste come il Giappone.

Al centro del racconto c'è una famiglia povera di Tokyo, un gruppo di persone che vive in una vecchia casa tradizionale, dagli spazi ristretti, in un quartiere dove ormai questa è circondata da condomini e casermoni. Osamu Shibata (Lily Franky) è un operaio edile che lavora a chiamata, poco incline alla fatica preferisce trovare degli espedienti per vivacchiare e cavarsela senza spaccarsi la schiena; l'uomo ha perfezionato con l'aiuto del piccolo Shota (Jyo Kairi) un sistema di comunicazione per rubare impunemente nei supermercati, il ragazzino cresce con l'idea che la cosa, seppur da fare con prudenza, non sia del tutto sbagliata. Una sera, tornando a casa, i due si imbattono in Yuri (Miyu Sasaki), una bambina di pochi anni abbandonata al freddo su un balcone. Osamu e Shota decidono così di prendersi cura della piccola e di portarla a casa loro, vestirla, darle da mangiare. Ad attenderli qui c'è la compagna di Osamu, Nobuyo (Sakura Ando), che da prima sgriderà l'uomo per poi affezionarsi molto a questa bambina che, inizialmente non reclamata, accetterà di buon grado di rimanere con gli Shibata i quali le riversano addosso una bella dose di premure e attenzioni. Ma la vita è dura, la bambina è chiaramente stata maltrattata in passato, la stireria dove lavora Nobuyo sta tagliando il personale, la nonna Hatsue (Kirin Kiki) vive con una misera pensione, la sorella di Nobuyo, Aki (Mayu Matsuoka), guadagna qualcosa lavorando in un sex club per guardoni e quello che a tutti gli effetti è stato un "amorevole" rapimento non rimarrà taciuto a lungo. L'equilibrio di affetti creato dagli Shibata, seppur sincero, pian piano lascia intravedere alcune crepe che stanno a monte della loro unione.

Con Un affare di famiglia Kore'eda affronta in maniera decisa il tema dei legami, prendendo in considerazione un modello familiare che non è più nemmeno quello della "famiglia allargata" come abbiamo in qualche modo visto in Little sister, ma è un organico completamente (o quasi) costruito, dove il filo che tiene uniti gli elementi è sì la necessità ma anche quella voglia sincera di stare insieme, di sentirsi parte di un nucleo; il personaggio di Lily Frank ricorda per alcuni aspetti il papà amorevole e scansafatiche di Father and son ma Kore'eda sposta il ruolo di quello che è uno dei "suoi" attori (presente anche in Little sister) decisamente oltre. Un contesto nuovo nel quale tutto è rose e fiori? Certamente no, la domanda che rimane è però da non sottovalutare: "è meglio per una bambina crescere con i propri genitori quando questi la maltrattano, la abbandonano chiusa al freddo su un balcone, o forse per lei sono meglio degli estranei un po' sgangherati ma premurosi e affettuosi?". Nel continuare a indagare la famiglia Kore'eda non dimentica le immagini, pur nel suo stile garbato inanella alcune sequenze degne di nota, ad esempio la scena degli Shibata che riuniti guardano i fuochi d'artificio, ripresa dall'alto, dalla giusta distanza per ammirare il gruppo che si compone, i loro sguardi, la serenità del momento. In più, come da poco visto in Lee Chang-dong con il suo Oasis per la Corea del Sud, c'è qui anche la presa di coscienza di una società, quella giapponese in questo caso ma vale un po' per tutte, che non riesce a pensare possibili soluzioni fuori dagli schemi, se in Oasis si faceva fatica ad accettare il rapporto con un uomo di una donna portatrice di handicap, qui la società non può contemplare legami che non siano quelli sanciti dalla legge o tradizionali. Altri spunti interessanti per un film denso e riuscitissimo premiato con la Palma d'oro nell'edizione del 2018 del Festival di Cannes.

lunedì 13 febbraio 2023

LITTLE SISTER

(Umimachi diary di Hirokazu Kore'eda, 2015)

Dopo aver esplorato un dramma familiare in Father and son ponendo l'accento su figure paterne opposte e su come queste reagiscano di fronte a una situazione sconvolgente, Hirokazu Kore'eda, con questo successivo Little sister, rimane nell'ambito familiare e sulla narrazione dei rapporti interpersonali ma costruisce un film dove contrasti e drammi, presenti seppur in misura più lieve, vengono levigati dalla delicatezza delle situazioni e della narrazione, elementi che riescono a mettere lo spettatore in pace con sé stesso e con il mondo nel godere di una storia piena di tenerezza, candida, pur nascendo questa da situazioni problematiche e dolorose, almeno per alcune delle protagoniste. Il film del regista nipponico nasce dalla lettura dello stesso Kore'eda del manga di Akimi Yoshida Our little sister che il regista adatta con qualche libertà. In effetti la sensazione che a volte si prova nel guardare Little sister è la stessa che si prova di fronte ad alcuni lungometraggi d'animazione giapponese che trattano temi affini, quelli dei rapporti tra le persone, che spesso sono contraddistinti dallo stesso tocco lieve e sognante; qui in più il contributo di quattro giovani attrici che ben portano sullo schermo i diversi caratteri di queste quattro sorelle pronte a condividere almeno una parte della loro esistenza senza l'aiuto delle figure genitoriali né quello di eventuali estranei.

Sachi (Haruka Ayase), Yoshino (Masami Nagasawa) e Chika (Kaho) sono tre sorelle che vivono da sole nella casa di famiglia nella città di Kamakura; il loro padre molti anni prima aveva abbandonato la famiglia per iniziare una nuova convivenza, la madre delle tre ragazze lavora in una città lontana. Quando le tre sorelle apprendono della morte del padre, due di loro, le più giovani Yoshino e Chika, decidono di andare al funerale mentre Sachi, la più grande e ora figura materna di questa famiglia tutta al femminile, ricordando bene l'abbandono del padre e non avendolo del tutto superato, con la scusa del lavoro rifiuta di presenziare alla cerimonia. In realtà, forse presa dal rimorso, anche Sachi si presenterà in extremis per l'ultimo saluto al padre, qui le tre giovani scoprono di avere una sorellastra quattordicenne, Suzu (Suzu Hirose), che non è troppo amata dalla matrigna; in un'impeto di generosità e affetto Sachi propone a questa bambina gentile di andare a vivere con loro a Kamakura e Suzu senza nessuna esitazione accetta la proposta delle sue nuove sorelle. Una volta a casa il legame tra le quattro donne inizierà pian piano a farsi sempre più saldo pur non mancando preoccupazioni e dubbi nati dai rapporti di ognuna di loro con genitori ormai lontani e con le persone che ruotano attorno a questo nucleo familiare ormai allargato.

Non è a torto che il cinema di Hirokazu Kore'eda viene paragonato a quello del maestro Yasujiro Ozu o del suo più giovane discepolo Yoji Yamada, proprio con Little sister Kore'eda si avvicina molto alla sensibilità familiare degli altri due registi citati, con la naturalezza della quotidianità si mettono in scena i mutamenti della società, si pensi alle famiglie allargate in una società tradizionalista come quella giapponese, ma soprattutto i sentimenti e i conflitti generazionali come accadeva anche nel celebre Viaggio a Tokyo di Ozu. Sono narrazioni che rimangono lontane dai toni eclatanti, dalle scene madri, dai colpi di scena, si concentrano invece su piccole cose che riescono a mettere in evidenza situazioni, stati d'animo e sentimenti. La storia è supportata da una regia molto attenta di Kore'eda e da una caratterizzazione dei personaggi molto efficace, prendiamo ad esempio la scena in cui le protagoniste tornano dal funerale, scena nella quale è possibile intuire il carattere delle tre sorelle osservandone l'abbigliamento: Sachi, la più matura e responsabile, con un completo più serio ed elegante, Yoshino, più ribelle e sbarazzina, con un vestito smanicato, una gonna un poco più corta e un taglio più moderno, Chika, la più giovane, con un completo che sembra un'uniforme, uno zainetto e i calzini corti. Sono particolari che impreziosiscono la narrazione leggera del regista, non mancano però i momenti di riflessione: Suzu ha dei dubbi derivanti dal fatto che il comportamento di sua madre abbia potuto aiutare il disfacimento della famiglia delle sorelle, a volte si interroga sul fatto di meritare o meno il posto in famiglia e l'affetto delle sorelle, soprattutto quando arriverà il confronto con la madre delle tre ragazze, Sachi con la scusa della nuova responsabilità per la sorellina sta evitando il confronto decisivo con l'uomo che frequenta, anche lui sposato, un rapporto che le ricorda quello che portò il padre ad allontanarsi da casa, Yoshino cerca la sua strada ancora incerta sia nel lavoro che nel rapporto con gli uomini (e con l'alcool). I conflitti non esplodono mai, tutto è educato e il film è pervaso da una tenerezza e da una serenità che riempiono il cuore, qualcosa cova sotto la cenere ma il legame tra queste sorelle vince su tutto. Forse come temi meno ficcante del precedente Father and Son, questo Little sister gode però di una grazia che si fatica a trovare nel cinema moderno, questo approccio al cinema di Kore'eda è un dono prezioso, raro, da coltivare e conservare gelosamente. Film probabilmente sottovalutato che poco ha da invidiare ad altro cinema più rumoroso.

martedì 7 febbraio 2023

FATHER AND SON

(Soshite Chichi ni Naru di Hirokazu Kore'eda, 2013)

Altra bella iniziativa di Raiplay che mette a disposizione quattro film tra i più recenti della filmografia del regista giapponese Hirokazu Kore'eda raccolti all'interno di una rassegna dal titolo Ritratti di famiglia che vuole riassumere i temi portanti del cinema dell'autore che al centro dei suoi film pone da sempre i rapporti interpersonali. Le quattro opere scelte per questa breve panoramica sono Father and son (2013), Little sister (2015), Un affare di famiglia (2018) e infine Le verità (2019). Si prende quindi in esame una fase della carriera di Kore'eda nella quale il regista ha già ampiamente ottenuto il suo riconoscimento internazionale ed è ormai considerato una delle voci più interessanti e garbate del cinema nipponico; Un affare di famiglia si fregia della Palma d'oro a Cannes e del premio per il miglior film straniero ai César mentre questo Father and son vinse il premio della giuria sempre a Cannes. Ciò che più colpisce affrontando la visione di Father and son sono proprio la grazia e la naturalezza con le quali Kore'eda affronta argomenti delicati e situazioni difficili di fronte alle quali ognuno di noi cadrebbe in crisi profondissime, riuscendo a dare una forte credibilità al suo racconto e al suo incedere, per quanto alcune scelte e alcuni comportamenti di almeno uno dei suoi protagonisti possano a noi sembrare incomprensibili e finanche odiosi, è un impianto molto classico quello messo in scena da Kore'eda, privo degli eccessi che caratterizzano le narrazioni di alcuni altri autori asiatici parimenti meritevoli di attenzione.

I Nonomiya sono una famiglia benestante composta da tre membri, papà Ryota (Masaharu Fukuyama) è un uomo di successo nel campo della progettazione immobiliare, dedito completamente al lavoro e convinto che si debba a scapito di tutto mettere al primo posto la realizzazione professionale e personale, ha poco tempo quindi da dedicare alla moglie Midori (Machiko Ono) e soprattutto al piccolo Keita (Keita Ninomiya). Il bambino non ha l'indole decisa del padre, è un ragazzino gentile ed educato che però il genitore vede come un carattere arrendevole e poco deciso, cosa che porta a qualche rimprovero e a delle discussioni con la moglie Midori che in compenso concede qualche piccolo vizio al bambino. Un giorno i Nonomiya ricevono una convocazione da parte dell'ospedale in cui Keita è stato partorito, qui la coppia viene informata del fatto che all'epoca della nascita di Keita ci fu uno scambio di neonati in ospedale, per diversi motivi scoperto solo ora, che vide coinvolto proprio Keita. Il vero figlio dei Nonomiya, Ryusei (Shogen Hwang), è stato cresciuto dalla famiglia Saiki, anche questa inconsapevole dello scambio dei bambini. I Saiki sono una famiglia che vive in un quartiere povero, di una classe sociale decisamente inferiore e più alla mano anche nei modi, Ryusei è cresciuto con il padre un po' fannullone Yudai (Lily Franky), un uomo inconcludente ma che riversa tonnellate d'affetto e divertimento sui suoi bambini, la madre Yukari (Yoko Maki) e un fratello e una sorella più piccoli di lui. Quando le famiglie si incontreranno per decidere il da farsi sarà inevitabile per tutti un percorso di riflessione e di dolore che porterà a mettere in discussione relazioni e ruoli genitoriali, soprattutto per il duro e intransigente Ryota.

In un rapporto tra genitori e figli contano di più i legami di sangue, la discendenza, il patrimonio genetico o il tempo trascorso insieme, l'amore, il percorso condiviso? Domanda che suona retorica e dalla quale Kore'eda parte per costruire la sua disamina sui legami familiari, sugli affetti a volte un poco macchiati dalle aspettative, dalle direzioni che taluni genitori vorrebbero imporre ai propri figli. In contrapposizione una famiglia votata alla prosperità e una ai piccoli piaceri della vita, due figure paterne agli antipodi che dovranno affrontare insieme un percorso verso una decisione molto difficile che impatterà in maniera forte, inevitabilmente, sulla vita di due bambini (quattro se contiamo anche i due fratelli di Ryusei, ma questo è un aspetto che Kore'eda non approfondisce, scelta più che giustificata). Centrale la figura di Ryota, un uomo arrivista e ambizioso, al quale non manca l'affetto per il figlio ma che non si astiene dal mostrare un po' di delusione di fronte ai piccoli fallimenti di Keita, un padre che si rivelerà pessimo nel momento della notizia dello scambio dei bambini e che solo in parte, o per nulla, può essere giustificato dalle sue esperienze familiari. Kore'eda tratteggia questa storia che al centro ha un tema dolorosissimo con una grazia e una misura esemplari, lavora molto bene con i bambini ma soprattutto con gli adulti, personaggi che affronteranno un percorso repentino di cambiamento forzato dalla situazione. Significativo il fatto che a dare la svolta, il cambio di mentalità in alcuni dei protagonisti, sarà proprio lo sguardo di un bambino, pur tramite un'espediente indiretto ma capace di illuminare cuori e coscienze. Ottima la scelta di Raiplay nel mettere a disposizione questo assaggio dell'opera del regista giapponese sulla quale di certo torneremo a breve.

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