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venerdì 20 marzo 2026

UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA

(One battle after another di Paul Thomas Anderson, 2025)

Per il suo Una battaglia dopo l’altra il regista losangelino Paul Thomas Anderson decide di girare in VistaVision, un formato panoramico ottenuto con pellicola 35mm che inaugurò la sua corsa nel lontano 1954 con Bianco Natale di Michael Curtiz. Il formato largo, con un’ottima definizione, in grado di donare al girato un sapore materico e genuino, lontano dal moderno e più freddo digitale, permette ad Anderson di riprendere al meglio quella parte d’America che è qui intenzionato a ritrarre, non solo fisicamente e geograficamente ma anche (e forse soprattutto) dal punto di vista morale; battagliera nel senso più buono del termine, estremista e regressiva sotto quello più deleterio. È in fondo l’America di Trump quella messa in scena: Paul Thomas Anderson sposta in avanti nel tempo le coordinate sulle quali basava il romanzo Vineland lo scrittore Thomas Pynchon, opera dalla quale trae ispirazione il regista per il suo film, portando la vicenda dall’epoca reaganiana ai giorni nostri. I risultati sono peraltro notevoli, soprattutto se consideriamo la difficoltà nell’adattare lo scrittore “invisibile” Thomas Pynchon, compito non facile data la materia di partenza non propriamente ascrivibile alla linearità del racconto. E forse è proprio il racconto dell’America quello che Paul Thomas Anderson vuole fare con Una battaglia dopo l’altra e non solo, in modi diversi aveva iniziato a farlo già con Il petroliere o con Licorice Pizza, e magari è quello che continuerà a fare in futuro, un film dopo l’altro, perché proprio come le rivoluzioni, anche la necessità del narrare non avrà mai fine.

PatRocketmanCalhoun (Leonardo DiCaprio) e PerfidiaBeverly Hills” (Teyana Taylor) sono pazzamente innamorati e felici esponenti del French 75, collettivo terrorista rivoluzionario che tenta di liberare l’America da spietate politiche nazionaliste e anti-immigrazione, colpendo centri di detenzione, uffici e infrastrutture. Durante una di queste azioni Perfidia viene colta in flagrante dal colonnello dell’esercito Steven Lockjaw (Sean Penn) il quale rimane immediatamente irretito dalla sensuale bellezza della donna nera (particolare di non poco conto). Lockjaw accetta di lasciar libera la donna purché questa diventi la sua amante. Nel frattempo Pat e Perfidia diventano genitori; portare avanti l’attività rivoluzionaria dovendo badare alla piccola Charlene (Chase Infiniti) si rivela un problema: mentre Pat vorrebbe sistemarsi e costruire una famiglia dal sapore classico, Perfidia si mostra allergica all’idea. A causa di una serie di eventi legati alla sua attività, Perfidia diventa più ricattabile da parte di Lockjaw che si muove per smantellare l’intero French 75, la donna si dà così alla macchia. Salto temporale: sedici anni dopo Pat è lì a crescere da solo sua figlia, lui cambia nome in Bob, lei in Willa; i due tentano di condurre una vita pseudo-normale, almeno per quanto possibile con un padre che vive ancora nel passato, fa uso di droghe, beve e gira costantemente in vestaglia, nemmeno fosse il grande Drugo Lebowski. Ma un giorno, a causa di un’altra concatenazione di eventi, Lockjaw torna dal passato, Bob e Willa saranno costretti a tornare alla vecchia vita di Pat e Perfidia e a tentare di cavarsi dai guai portando avanti una battaglia dopo l’altra, un mantra che sembra non dover mai avere fine.

Una battaglia dopo l’altra è un action movie sghembo, quasi una versione aggiornata di certo cinema dei Coen, e non solo per il tizio che se ne va in giro in vestaglia ottuso da alcool e marijuana; il personaggio di DiCaprio, rivoluzionario prima e sballato immaturo poi, attraversa il film con quel piglio sconnesso che concede come unico legame alla concretezza l’amore per quella figlia che lo porterà all’inseguimento che caratterizza la seconda parte del film. Anderson tratteggia una figura di padre affossata dal passare del tempo e dal tradimento (dell’ideale e della vita insieme) della sua donna, intorno a esso costruisce un contorno di freaks terrificanti, pensiamo ai Pionieri del Natale o allo stesso Lockjaw, lo specchio della peggiore America possibile che purtroppo trova corrispettivi nel nostro presente. Il film, invece, è quasi atemporale, non sembra immergersi in una connotazione troppo precisa di un’epoca: siamo in California, tra elementi surreali (la congrega di suore combattenti) e paesaggi desertici, eppure il tempo sembra essere fondamentale per AndersonBob col tempo si accortoccia un po’ su sé stesso per poi rinascere, la rivoluzione sembra avere la peggio, Willa cresce ed è forse l’unica vera speranza per un futuro migliore, il passaggio più demente del film, quello legato alla parola d’ordine, è dettato dal tempo (che ore sono?) che Bob ormai non padroneggia più. Eppure la vita continua, la storia continua, una battaglia dopo l’altra, all’interno di un caos sempre più profondo dove l’unica cosa sana rimasta sembra essere l’amore di un padre per sua figlia, sperando che questo sentimento possa infine salvarci tutti.

venerdì 3 febbraio 2023

LICORICE PIZZA

(di Paul Thomas Anderson, 2021)

Licorice Pizza è un prodotto strano per essere un film di Paul Thomas Anderson oppure è strano proprio perché di Paul Thomas Anderson? All'apparenza quest'ultima opera del regista californiano sembra essere ammantata da una leggerezza non usuale per il cinema del Nostro, eppure quello che poteva nel suo sviluppo rivelarsi come un classico coming of age, un film adolescenziale come già ne abbiamo visti molti, assume pian piano dei contorni (o ancor meglio li perde) del tutto peculiari, non definiti, come non è mai definita la storia d'amore (???) tra i due protagonisti, i bellissimi e per nulla belli Alana Kane (Alana Haim) e Gary Valentine (Cooper Hoffmann). C'è un senso di libertà e di potenzialità che pervade l'intero Licorice Pizza, protagonisti (tutti giovani) ancora di là da compiersi, con un futuro non ancora incanalato, pieno di incognite e promesse nonostante davanti a loro ci sia ad aspettarli non proprio uno dei decenni più facili della storia americana contemporanea (siamo nel '73). Lo stesso senso di libertà si respira nella struttura adottata per narrare la sua storia da Paul Thomas Anderson, uno che di esperimenti ne ha già fatti diversi, l'idea di non tracciare nulla che possa avere l'apparenza del "definitivo" accompagna con coerenza il rapporto di questi due ragazzi che non poggia su basi solide, su dichiarazioni chiare, su un legame definito e continuativo bensì su quello che è un continuo rincorrersi, un andare uno incontro all'altro sottolineato in un paio di sequenze molto belle, un andare uno dietro l'altro in altri passaggi, corse e rincorse che trovano diversi punti di contatto, di congiunzione, tra due personaggi dai caratteri diversi, dalle vite diverse, dalle età parecchio diverse.

Gary Valentine è un'adolescente con una piccola carriera da attore già avviata, è un tipo aperto che si lancia nelle cose senza stare a pensarci troppo; il giorno in cui nel suo liceo si scattano le foto per l'annuario scolastico Gary conosce Alana, l'assistente del fotografo. La ragazza ha una decina d'anni più di lui e Gary ne rimane abbagliato, tenta quindi un approccio sfrontato chiedendole di uscire, lei rifiuta ma si legge tra le righe un interesse per quel ragazzo così aperto e solare, un interesse che sfocerà in un'altalenante amicizia che sembra spesso poter essere qualcosa di più, Alana seguirà così il suo nuovo amico in giro per gli States in occasione di alcuni provini e poi si renderà disponibile a imbarcarsi in diverse avventure nelle quali Gary con entusiasmo si getta a capofitto, dalla vendita di innovativi materassi ad acqua alla gestione di una moderna sala giochi con tanto di flipper, la novità del momento, Gary riuscirà anche a convincere Alana a provare la strada del mondo dello spettacolo ottenendo per lei un provino nell'ultimo film della star Jack Holden (Sean Penn). Tutto questo in un'America afflitta dalla crisi del petrolio e nella quale va in scena in maniera grottesca la decadenza della grande Hollywood che fu.

Fin dal titolo del film, non così immediato da cogliere se non per i fini conoscitori della cultura americana del periodo messo in scena da Paul Thomas Anderson, è chiaro il forte desiderio di tornare a un'altra epoca, Licorice Pizza era infatti una catena che vendeva dischi in vinile (le pizze alla liquirizia) in auge nella California degli anni 70; in questo il lavoro del regista è fenomenale, Paul Thomas Anderson ci trasporta di peso in un'altra epoca, che tra l'altro non è nemmeno la sua, in una storia in parte sincera e plausibile in parte sognante (un adolescente potrebbe davvero gestire una sala giochi?) dove i due protagonisti sono il centro del (loro) mondo, non sono belli, non sono definiti, non sono ricchi, non sono forse nemmeno convinti di che direzione far prendere al loro rapporto eppure sono vivissimi, veri, sono il centro di uno sguardo indulgente e innamorato su un'adolescenza (o giovinezza se si pensa ad Alana) ancora capace di piccole o grandi meraviglie (guidate voi un camion senza benzina in retromarcia sulle strade in discesa della California), sguardo in contrasto a quello grottesco su una generazione decadente, qui ben radicata nel mondo del cinema, che ridicolizza se stessa, bellissimi in  questo senso i personaggi di Bradley Cooper nel ruolo del produttore John Peters (marito della Streisand), qui un vero coglionazzo, o quelli dell'accoppiata Sean Penn/Tom Waits, per non parlare di Jerry Frick (John Michael Higgins) e del suo giapponese. Licorice Pizza non si dipana con compattezza narrativa, segue invece nel suo andamento quello un po' discontinuo, un po' a scatti, della relazione tra Gary e Alana, personaggi portati sullo schermo da due esordienti promettenti: Hoffman è il figlio di Philip Seymour (sperando che i geni non mentano), la Haim è una delle Haim, gruppo musicale californiano con già tre dischi all'attivo. Licorice pizza è un film classico ma anche no, coeso ma anche no, diverso ma anche no, nostalgico forse, ma forse anche no, indubbiamente tenero e caldo come un dolce ricordo, vero o fallace che sia ha poca importanza. 

martedì 22 ottobre 2019

IL FILO NASCOSTO

(Phantom thread di Paul Thomas Anderson, 2017)

Per un certo tipo di Cinema, quello realizzato da una serie di autori che ormai sono vere e proprie griffe, sembra ormai che più che della storia narrata in sé, della regia, della messa in scena, si faccia a gara per occuparsi dei "sottotesti", del filo nascosto che può portare il film su un altro piano di lettura, così da vedere dietro una storia d'amore (o dietro a qualsiasi altra cosa) una metafora della vita (e questo spesso può accadere) o sempre più di frequente si va a cercare un parallelo sullo stato del Cinema stesso, come se tutto fosse sempre e sempre debba essere un discorso sull'immagine, sul ruolo della finzione, sul futuro del Cinema, sulla sua morte, neanche questo fosse il rock 'n roll. Ovviamente quest'ultima affermazione vuole essere un po' una provocazione. E così si tracciano percorsi, si cercano significati ovunque. E se l'ultimo film che abbiamo visto fosse solo un film? Il girato di un regista che voleva semplicemente narrare una storia? No, impossibile, mica siamo rimasti all'età della pietra della riflessione sul Cinema (non ho volutamente usato la parola critica perché non nutro tale presunzione). Paul Thomas Anderson rientra tra gli autori sui quali piace tracciare rotte e cercare "sottotesti". E se tirassimo un bel filo nascosto tra la coralità dei suoi primi film e il punto focale sul protagonista (quasi) unico di quest'ultimo? E se mettessimo a paragone il gesto concreto, come può essere quello di cucire e confezionare un abito, con un'improvvisa e scrosciante pioggia di rane? E se il fil rouge fosse posto tra l'istrionismo di un Tom Cruise incontenibile e l'esercizio compito di un Daniel  Day Lewis immenso? E la potenza de Il petroliere come la inseriamo nel contesto? E se questi "sottotesti", così come l'indubbiamente splendida ricerca formale, alla fine facessero un poco male al cuore, alla pancia e magari anche a qualcos'altro? (come a dire che forse, a volte, questi "sottotesti" e chi li cerca ci hanno anche un po' rotto le palle).


Il filo nascosto, uno dei film più apprezzati degli ultimi anni, è un bel film che regala qualche emozione ma che non manca di alzare un velo tra sé stesso e l'animo dello spettatore, chiuso su un'estetica formale di altissimo livello, una regia preziosa, interpretazioni sublimi (Daniel Day Lewis davvero splendido) e sì, magari anche su questi cazzo di "sottotesti", non riesce ad annullare una distanza che impedisce a fine visione di provare un pieno senso di appagamento, rimane una certa freddezza, che forse rispecchia il carattere del protagonista, ma che non si riesce a scrollarsi di dosso. Indubbiamente i meriti ci sono tutti, impeccabile la ricostruzione d'epoca (siamo nei 50 del '900), ovviamente non poteva essere da meno il lavoro fatto sui costumi, ma lo stupore anche caotico di Magnolia, la potenza violenta de Il petroliere dove sono? Non vorrei si fossero perse in qualche "sottotesto".


Londra. Reynolds Woodcock (Daniel Day Lewis) è uno stilista e sarto di grande successo, crea abiti per le famiglie reali d'Europa assistito dal prezioso aiuto della sorella Cyril (Lesley Manville) e da uno stuolo di artigiani. Reynolds è completamente immerso nel suo lavoro e in sé stesso, uomo autoriferito ed egoista poco si cura di sentimenti e bisogni degli altri, sostenuto nel suo comportamento da una sorella ormai divenuta una seconda madre. Durante un periodo di riposo nella casa in campagna, l'uomo incontra la cameriera Alma (Vicky Krieps) e se ne invaghisce, rendendola ben presto la sua modella e fonte d'ispirazione per nuovi lavori. Con il passare del tempo il rapporto tra i due cementifica ma Alma dovrà fare i conti con un uomo incapace di vedere oltre sé stesso, dovendo così trovare un modo per riequilibrare il rapporto e rendersi per Reynolds indispensabile.

Nella prima parte del film, lungo l'incontro tra i due protagonisti, il personaggio di Reynolds si cuce addosso un'aura di fascino raramente vista nel Cinema degli ultimi anni, Anderson asseconda al meglio questa caratteristica con riprese su oggetti, luoghi e persone con un'intensa propensione alla bellezza, quadri sublimi da rimirare, il tutto sostenuto da un décor e da una partitura per piano (Jonny Greenwood dei Radiohead) onnipresente e mai invasiva che donano ancor maggior armonia alle riprese del regista. Le prove di Lewis e della Krieps fanno il resto, in una storia d'amore, di rapporti e d'umanità che solo in pochi momenti riesce a toccare il cuore. Troppa distanza tra autore e spettatore, ottimo saggio per chi vuole imparare come guardare le cose, dove piazzare una camera, come costruire un'ambiente. Il calore, il cuore però stanno da un'altra parte.

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