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domenica 8 marzo 2026

IL VERDE PRATO DELL’AMORE

(Le bonheur di Agnès Varda, 1965)

Un girasole in primo piano, vispo, luminoso, guarda in camera sull’Adagio e fuga in Do minore di Wolfgang Amadeus Mozart, sullo sfondo un prato, altri girasoli, è una giornata di sole pieno, La felicità appare come titolo in sovrimpressione (da noi tradotto Il verde prato dell’amore), in lontananza si avvicinano quattro figure fuori fuoco, due adulti e due bambini a giudicare dalle forme, il girasole vispo va in contrapposizione grazie al montaggio con alcuni girasoli un poco più spenti, un moscone entra a disturbare il quadro, la famiglia sullo sfondo si avvicina, è un insieme idilliaco, le alternanze però si fanno più veloci, la “mano” della regista belga Agnès Varda inizia a sentirsi, dissolvenza. Apertura su un paesaggio bucolico, un picnic, lei vestita con colori estivi, vivaci, è felice; i bimbi si svegliano sotto la zanzariera da campeggio, papà ancora dorme, si sveglia al passaggio di un’auto vicina, i due si baciano, tutto sembra perfetto, è il giorno della festa del papà. Anche i bambini, belli, biondi, vestiti di colori vivaci, sembrano il frutto perfetto di un amore pieno e sincero. Tutto sembra il più classico degli idilli romantici. Tornando a casa, la famiglia Chevalier si ferma dallo zio di lui; a casa dello zio, in televisione, si sta guardando Una gita in campagna di Jean Renoir. In questo incipit Agnès Varda ci dà già molti elementi simbolici per leggere quello che sarà lo sviluppo di un film forse formalmente meno intrigante di cose come il suo Cléo dalle 5 alle 7 ma comunque non privo di spunti di interesse sociale e morale.

Quella dei Chevalier è una famiglia felice: François (Jean-Claude Drouot) lavora nella falegnameria di suo zio, la moglie Thérèse (Claire Drouot) si occupa di lavori di sartoria, la coppia ha due bellissimi bambini, Pierrot (Olivier Drouot) e la sua sorellina Gisou (Sandrine Drouot). Durante un’uscita per lavoro in un paese vicino al suo, François incontra un’impiegata dell’ufficio postale, la giovane e bella Émilie (Marie-France Boyer) e se ne innamora praticamente subito. Questo nulla toglie, ai suoi occhi, allo splendido rapporto che l’uomo ha con la moglie, anzi, François si convince che questa nuova esperienza non faccia che portare più felicità nella sua vita, come se la situazione fosse una semplice somma di addendi che possa portare a un risultato più alto. La sua condizione d’animo raggiante non passerà inosservata agli occhi di Thérèse che non mancherà di notare un cambiamento nel marito il quale, a un certo punto, deciderà di confessare il motivo della sua felicità alla moglie sottolineando come questo nulla possa togliere all’amore che lui prova per la sua consorte. Inizialmente Thérèse sembra accettare la nuova situazione di buon grado, ma poi…

La felicità si somma ad altra felicità, come se fosse una sterile formula matematica. Certo, una formula matematica che può anche funzionare se la felicità è la tua, in una visione egoistica e maschiocentrica che la Varda, ben prima dei moti del ’68, sembra criticare con sguardo femminista in contrapposizione al pensare comune dell’uomo borghese egocentrico. In questo sta il punto focale di Il prato verde dell’amore, nella mancanza di empatia per il sentire dell’altro, nel caso di François anche poco comune, episodi dettati da mera lussuria a parte, di norma, un nuovo amore trova radici tra le macerie di uno precedente e non nel terreno fertile dello stesso. Sequenze finali a parte, di cui qui non parliamo per non anticipare nulla, la Varda gestisce il film in un contesto di grande serenità pur non mancando di inserire alcuni suoi segni di stile: stacchi rapidi di montaggio, allusioni simboliche, didascalie diegetiche a complemento di ciò che mostra il profilmico. Interessanti riflessioni per un film non tra i più celebrati tra quelli della regista esponente della Nouvelle Vague francese; magari non proprio un must ma una pellicola che comunque merita quantomeno una visione attenta.

lunedì 16 gennaio 2023

CLÉO DALLE 5 ALLE 7

(Cléo de 5 à 7 di Agnès Varda, 1962)

Agnès Varda, scomparsa nel 2019, è stata una voce di primo piano per il cinema mondiale sotto diversi aspetti, alcuni anche rifiutati o tenuti in scarsa considerazione dalla stessa autrice ma riconosciuti invece dai suoi colleghi e dalla critica tutta. La regista belga di adozione francese viene indicata come la prima vera autrice femminile nel campo della settima arte grazie alla sua visione di cinema afferente al reale, immersa nei movimenti e nella vita della città, una Parigi meravigliosa ormai per noi d'altri tempi (almeno in questo Cléo dalle 5 alle 7); in base a questa e ad altre caratteristiche la Varda è indicata tra gli esponenti maggiori della Nouvelle Vague francese insieme a colleghi più che blasonati quali François Truffaut, Jean-Luc Godard, Éric Rohmer, Alain Resnais e diversi altri, addirittura viene a lei attribuita la nascita del movimento grazie al suo primo lungo (La pointe courte) che anticipa di ben cinque anni quello che è poi diventato un po' il film simbolo dell'intera Nouvelle Vague, quel Fino all'ultimo respiro di Jean-Luc Godard che vede protagonisti Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg e anche qui la Parigi degli anni Sessanta. Si trovano nel cinema della Varda una grande vivacità e un'innovazione formale, una cesura rispetto a quanto fatto dai suoi predecessori e una costruzione del film e della narrazione molto originali, caratteristiche che si possono ammirare in buona misura anche in questo Cléo dalle 5 alle 7, film che proprio di recente è stato votato dalla nutrita e autorevole giuria messa insieme dalla rivista Sight and Sound al quattordicesimo posto tra i film più significativi (belli/migliori, fate voi) della storia del cinema.

La giovane e bellissima Cléo (Corinne Marchand) si reca da una cartomante per avere delle rassicurazioni sul suo imminente futuro; la donna sembra tutto sommato riuscire a inquadrare per bene la vita della ragazza, quando però il discorso si sposta sulla morte e sulla malattia la cartomante (Loye Payen) non riesce a vedere giorni lieti in arrivo per Cléo la quale le chiede di provare a leggerle la mano. Dopo averla guardata, la cartomante imbarazzata e preoccupata le mente dicendole di non saperla leggere. Cléo è da pochi giorni stata in ospedale per alcuni esami, lì il medico che l'ha seguita le ha prospettato la possibilità di essere affetta da un cancro, da qui il turbamento della ragazza. Uscita dalla cartomante, insieme alla sua domestica Angela (Dominique Davray) Cléo cerca dei modi per ingannare il tempo, ha circa due ore da far passare prima di recarsi in ospedale a ritirare gli esiti degli esami, gira così per Parigi, fa qualche compera, si ferma nei bistrò, incontra i musicisti che per lei compongono le canzoni, Cléo è infatti una cantante finora un po' frivola e a volte capricciosa, spesso oggetto del desiderio degli uomini, una donna alla quale la prospettiva di una grave malattia apre ora nuovi orizzonti e la porta a riflettere in modo diverso e più profondo sulla sua vita.

Nel chiaro e comprensibile nervosismo che si accompagna a un'attesa come quella alla quale è costretta Cléo, seguiamo in tempo pressoché reale il tratto della giornata della nostra protagonista che va dalle cinque alle sette di un pomeriggio qualunque (per noi ma non per lei). La narrazione è suddivisa in brevi capitoli scanditi dall'orario, ognuno dei quali presenta l'attività in cui Cléo è impegnata in quel momento. La Varda apre con il colore, un'inquadratura ravvicinata sui tarocchi e sul futuro della giovane che fin da subito si volge in un bianco e nero nitido che ci accompagnerà fino alla conclusione. La regia è movimentata da tagli repentini di montaggio, da movimenti di macchina eleganti e da una scelta delle inquadrature studiata e che riesce a moltiplicare i punti di vista sull'immagine, si pensi al gioco di specchi all'interno del bistrò (sequenza da incorniciare) o ai riflessi sulle vetrine dei negozi parigini. Il montaggio vivace, frammentato è indice anche del turbamento e dell'agitazione della protagonista che si traduce nell'impossibilità di stare ferma. Lo stato d'animo di una Corinne Marchand semplicemente splendida (con o senza parrucca) si traduce in una corsa per le vie di Parigi, nei suoi locali, nei negozi (la difficile scelta del cappello è sintomo di irrequietezza), sui bus, nel giro in taxi, tutti passaggi che ci restituiscono non solo il momento particolare di Cléo ma anche la meraviglia della Ville Lumière. Nell'illustrarci tutto questo la Varda non manca di immergere la sua Parigi nell'attualità di quegli anni: la taxista segno del movimento femminista e dei tempi in cambiamento, gli accenni alla Piaf, alla guerra in Algeria, le proteste dei contadini francesi, un contesto rimarcato nel quotidiano, nel veritiero, anche dai frammenti di discorsi della gente comune che si sovrappongono a quelli dei protagonisti. Cléo dalle 5 alle 7 ci mostra il tempo che intercorre tra una previsione e una certezza, offerta a Cléo con la stessa leggerezza con la quale lei, fino a quel momento, aveva affrontato la vita. Da lì in avanti forse le cose cambieranno, grazie a un nuovo incontro, magari alla condivisione di un nome. Film di grande eleganza formale, due ore (meno in realtà) che corrono via veloci, di certo più velocemente per noi spettatori che non per la bella Cléo, a dimostrazione della relatività del tempo.

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