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mercoledì 25 marzo 2026

THE MARVELS

(di Nia DaCosta, 2023)

Passato un po’ di tempo dalla loro uscita in sala alcuni film del Marvel Cinematic Universe iniziano a sviluppare un certo sapore di muffa; oppure questa potrebbe essere una caratteristica esclusiva propria di The Marvels diretto dalla regista newyorkese Nia DaCosta. Di per sé in The Marvels sembra non funzionare praticamente nulla, e scrivo questo senza nessuna spocchia né pregiudizio alcuno in quanto fan della Marvel da sempre (sì, ok, quella di carta, ma l’affetto trasla). Sì, ci sono i gatti, quelli funzionano, in fondo i gatti funzionano un po’ dappertutto, non vedo perché non dovrebbero funzionare nello spazio o all’interno di The Marvels. Ma, gatti a parte, funziona davvero poco e niente in questo film che mette insieme tre delle più recenti supereroine del MCU, ovvero Capitan Marvel (Brie Larson), Monica Rambeau (Teyonah Parris, che nei fumetti era un’altra Capitan Marvel, per un periodo Photon) e infine la giovanissima Miss Marvel, grandissima fan di Capitan Marvel, la prima, quella bianca e bionda (Monica è nera e bruna). Tutto chiaro? No? Occhei… allora… Capitan Marvel è Carol Danvers, bianca, bionda, più seriosa e più potente delle altre, ex esercito, pupilla di Nick Fury (quello nero, interpretato da Samuel L. Jackson); Monica, che non è ancora Capitan Marvel, almeno di nome, è quella vestita di bianco ma nera, quella non bianca bianca e nemmeno nera nera invece è Miss Marvel, di origini pakistane, è quella giovane, fan della Danvers, una serie televisiva all’attivo da protagonista e tutto sommato di gran lunga la più simpatica e interessante del lotto (la sua serie era parecchio carina). Spero sia tutto chiaro. Bene, ora che è tutto chiaro, come fare a complicarsi un poco la vita? Ovvio, guardando il film a circa tre anni dalla sua uscita in sala, con poca memoria di quanto successo in Captain Marvel del 2019 e ancor meno nella serie Ms. Marvel del 2022. E, tornando alla muffa delle prime righe, qui sta il problema di questo The Marvels: il problema è che questo non sembra un film, bensì un tassello di un mosaico più grande che perde gran parte del suo senso se non si hanno in mano i pezzi che gli stanno attorno, da qui il sapore di muffa se non lo si guarda nel momento giusto, è passato troppo tempo ormai, troppi fatti, altri film, altri personaggi. Ma, a parer di chi scrive, non è così che un film dovrebbe funzionare. Un film dovrei poterlo guardare più o meno quando mi pare, è la solita croce e delizia della cara vecchia continuity, amata e odiata da tutti i Marvel fan. E non preoccupiamoci per ora del fatto che un film basato sull’azione continua non dovrebbe mai risultare noioso e ancor meno indurti a desiderare il tuo cellulare durante la visione per manifesta noia sopraggiunta (e spingerti a guardare le mail di lavoro pensando di poterle trovare più divertenti del film, cosa peraltro in qualche caso vera).

Bene, ma che succede in questo The Marvels? Le protagoniste devono trovarsi insieme per un incontro con il loro capo, quello nero con la benda, per un focus sui tempi di ritardo nel processo di liquidazione delle fatture ai fornitori. Purtroppo quando arrivano alla sala meeting della stazione spaziale, la trovano occupata da una festa di pensionamento di un collega anziano. Trovatisi spiazzati, i componenti del gruppo… scusate, forse ho fatto confusione con le mail di lavoro. Pare che in un film precedente la Danvers abbia fatto casino su Hala, pianeta del popolo dei Kree. La loro leader Dar-Benn (Zawe Ashton), un villain decisamente più noioso del più noioso dei pensionandi dell’ufficio di cui sopra, recupera un bracciale quantico, regalo per il collega in procinto di andare in pensione, grazie al quale progetta di fare grandi cose: rinverdire soli, aspirare atmosfere, viaggiare nella zona plaid, robe così. Fatto sta che fa danno. Fury se ne accorge e manda Danvers e Rambeau a indagare (è un po’ più complicato di così ma egualmente noioso), ne viene fuori che, per un casino o per l’altro, tutte le volte che usano i loro poteri, le due si scambiano di posto. In tutto questo viene coinvolta anche Kamala, Ms. Marvel (Iman Vellani), perché ha l’altro braccialetto, per robe successe nella sua serie che nessuno ricorda. Quindi diventa tutto uno scambio di posti a tre. Poi c’è il fatto che una è la zia adottiva dell’altra, che è un po’ come se avesse abbandonato la nipotina da piccola e non si vedono da un botto, ma di tutta sta roba, che poteva essere interessante, alla DaCosta non gliene importa niente e quindi ciccia. Alla fine che rimane? Il gatto, che pure lui, se si fosse mangiato tutti prima noi avremmo speso la serata in modo migliore, ma sai, alla fine i gatti fanno sempre quel che gli pare.

È necessario quindi superare lo spaesamento iniziale, ripassare la questione bracciali, riprendere il discorso pseudo parentale, capire come si intrecciano i poteri delle tre protagoniste e inquadrare il tutto in un percorso più ampio, valutando poi se davvero vale la pena fare questo sforzo (la risposta giusta è NO) per godere di uno degli action supereroici più noiosi di questo millennio. Non c’è nerbo, non c’è sostanza, manca qualsiasi accenno di approfondimento (e si sarebbe potuto costruire qualcosa), c’è una villain carismatica come un piede con calzino bianco dentro un sandalo da uomo, scene in stile Bollywood assolutamente fuori contesto, numeri canterini idioti e che altro? Beh, il film è politicamente corretto, a spinta femminile (regista, protagoniste, sceneggiatrici, musiche, costumi, etc…), inoffensivo… alla fine l’unica cosa che si aspetta, oltre alla fine del film, sono le scene post-credits, sono due, aprono altre strade, abbiate cura di percorrerle per tempo, prima che ammuffiscano. Oppure dedicatevi ad altro, alle mail di lavoro per esempio.

venerdì 2 maggio 2025

THUNDERBOLTS*

(di Jake Schreier, 2025)

Non è la prima volta che i Marvel Studios riescono nell'impresa di portare sullo schermo con buoni risultati personaggi considerati minori, almeno per quel che riguarda l'economia del Marvel Universe classico (ci riferiamo a quello cartaceo, i cari vecchi fumetti). Il tentativo aveva avuto successo già con i Guardiani della Galassia, e se stiamo a ben pensarci anche Black Widow, Shang-Chi, Black Panther non sono proprio paragonabili ai grossi calibri come Hulk, Thor, Capitan America o Iron Man. Se per alcuni degli episodi sopra citati qualche dubbio sulla buona riuscita dell'operazione poteva anche rimanere, con Thunderbolts* il regista Jake Schreier e soci sembrano essere riusciti a lasciarsi alle spalle pesantezze e complicanze legate a tutte le varie questioni nate con il multiverso e a costruire di conseguenza un film semplice, chiaro, lineare, divertente e fruibile più o meno da tutti. L'unico piccolo neo che rimane nella gestione del Marvel Cinematic Universe è la questione legata all'amata/odiata continuity che ancora lascia la sensazione di essersi persi qualcosina se non si sono visti tutti i film precedenti dei Marvel Studios; io ad esempio non ho avuto modo di guardare ancora Marvels e Capitan America: Brave New World e in qualche passaggio, per carità nulla di irreparabile, l'impressione di riscontrare la presenza di piccoli vuoti qua e là comunque la si avverte.

Dopo la morte della sorella, Yelena Belova (Florence Pugh) ha perso interesse per il suo lavoro ed è entrata in una sorta di depressione acuita dalla lontananza dal patrigno Alexei (David Harbour), il Guardiano Rosso. La mercenaria decide così di porre fine alla serie di incarichi che sta portando avanti per la direttrice della C.I.A. Valentina Allegra de Fontaine (Julia Louis-Dreyfus) la quale è sotto processo per attività illecite svolte nell'esercizio delle sue funzioni; a tentare di provare le sue malefatte c'è anche Bucky Barnes, il Soldato d'Inverno (Sebastian Stan), ora deputato al congresso. Yelena accetta di portare a termine un'ultima missione per la de Fontaine che segretamente sta cercando di togliere di mezzo tutte le prove delle sue missioni illecite; con uno stratagemma riunisce quindi in un complesso segreto alcuni personaggi per le potenzialmente compromettenti: Yelena ma anche John Walker (il Cap dei poveri U.S. Agent interpretato da Wyatt Russell), Ghost (Hanna John-Kamen) e Taskmaster (Olga Kurylenko). Qui il gruppo di agenti a pagamento si trova intrappolato insieme a Bob (Lewis Pullmann), un ragazzo timido e introverso, evidentemente in stato confusionale, soggetto (ab)usato per portare avanti il fantomatico progetto Sentry i cui frutti si vedranno solo a film inoltrato. Il gruppo scombinato, dopo essersele date di santa ragione, si troverà a dover collaborare per sfuggire alla trappola tesa loro dalla de Fontaine prima, e ad affrontare l'involontaria minaccia di Sentry dopo, roba da far tremare le gambe anche ai più potenti tra gli AvengerZ.

Thunderbolts* non presenta nessun elemento innovativo all'interno del Marvel Cinematic Universe ma vanta almeno il merito di essere un film divertente e soprattutto non troppo cervellotico; si abbandonano quindi le trame del multiverso per costruire un nuovo gruppo di (anti)eroi che guarda al futuro, lo fa magari portandosi appresso diversi legami con il passato, senza troppo innovare ma provando anche ad affrontare oltre alle minacce di turno temi più che mai attuali e per nulla leggeri, vedi la depressione, la mancanza di direzione, i traumi capaci di condizionare un'intera esistenza e la forza che può nascere dall'aiuto e dalla vicinanza di altre persone, siano essi amici, familiari o semplicemente nuovi compagni di viaggio che la vita ci ha messo accanto per caso, nuovi compagni di dolore e disgrazia con i quali dividere e affrontare i momenti bui (e qui bui lo sono davvero). Per far questo si pesca dal catalogo infinito della Marvel Comics il personaggio di Sentry, essere potentissimo ma portatore di un lato oscuro incontrollabile che è perfetta metafora dei traumi, delle solitudini e delle depressioni dell'animo umano e che danno vita a Void, l'altra faccia della medaglia del "solare" Sentry, un essere che guarda ai disturbi che sembrano essere propri di questi tempi difficili e proprio per questo molto più spaventoso di altri. La regia di Schreier gestisce bene i momenti scanzonati (che non mancano), quelli cupi di cui abbiamo già detto organizzando un tour nelle "stanze della vergogna" dei diversi protagonisti offerto dal mite Bob, quelli tamarri (l'entrata in azione di Bucky in moto), e quelli puramente action che guardano alla tradizione Marvel all'epoca degli Avengers (*al momento non disponibili). Sul versante degli interpreti Harbour gigioneggia di classe con il suo personaggio in costante ricerca di gloria ma in fondo genuino, la Louis-Dreyfus giostra bene il suo finanche esagerato freddo distacco di fronte a ogni sorta di pericolo e accusa, la Pugh sta una spanna sopra tutti, peccato questo accento marcatissimo russo nella versione italiana che, insieme a quello del patrigno, a tratti sembra davvero forzato (bisognerebbe provare la V.O.). Nessuna rivoluzione quindi, però un film più che godibile oltre ogni più rosea aspettativa.

lunedì 28 ottobre 2024

JOKER: FOLIE À DEUX

(di Todd Phillips, 2024)

Oh no! Quel cattivone di Todd Phillips ci ha rotto il giocattolo! Se n'è andato a casa e si è portato via il pallone! A noi il Joker di prima piaceva tanto (sigh! sob!). Eh già, sembra proprio che il nuovo lavoro del regista della trilogia di "Una notte da leoni" non sia stato troppo gradito da gran parte del pubblico adorante che presenziò entusiasta alle proiezioni del primo episodio di questo dittico dedicato al Joker. Un critico professionista a questo punto scriverebbe qualcosa come: "e sticazzi!", ma visto che chi vi scrive professionista non lo è affatto, eviterà accuratamente uscite di questo genere e tenore. La verità è che la nuova opera di Todd Phillips (che qui si dimostra quantomeno autore coraggioso, intelligente e anche dall'indole un po' punk nel fottersene di quello che avrebbe potuto pensare il pubblico del suo film) è in effetti più ostica e meno digeribile di quel che tutti noi ci saremmo potuti aspettare; il film fatica a scorrere, Phillips spezza il ritmo con tanti brani musicali che richiamano il musical classico ma che proprio musical non sono, e poi... e poi... e poi il Joker si vede poco, non sembra essere nemmeno il protagonista, c'è sempre questo Arthur Fleck, chi cazzo è poi questo Arthur Fleck? Arthur Fleck è un malato, una persona che ha subito angherie e violenze psicologiche, un sociopatico, un uomo con difficoltà a inserirsi nella comunità dalla quale è stato escluso, dileggiato, schernito, lo abbiamo visto bene nel primo capitolo, uno che si è rifugiato in un mondo di fantasia, nell'idea di poter far ridere e magari catturare un pizzico di quell'attenzione che gli è sempre stata negata; Arthur Fleck è un emarginato, non è Joker, Joker non esiste, non è nessuno, è una proiezione irreale di un uomo malato che ha sfogato il suo enorme disagio nella violenza. E a questo torna Phillips, all'uomo, torna a questo e ad altro ancora in un film che per lo spettatore non troppo pigro potrebbe acquistare valore solo a visione terminata, un po' come quei piatti che "riposati sono meglio".

È un film spiazzante questo Joker: Folie à deux, lo è per tanti motivi alcuni dei quali già accennati poco sopra, primo fra tutti il distacco dal suo predecessore. Phillips abbandona completamente o quasi la città, quella Gotham/New York che nel primo capitolo tanto aveva richiamato quelle atmosfere scorsesiane citate apertamente dal regista e dalla critica tutta (Taxi driver, Re per una notte), ce la nega quasi completamente, una scena sulla famosa scalinata ("basta cantare, parlami"), qualche esterno sulla folla acclamante al Joker di fronte al tribunale dove si tiene il suo processo e poco altro. Phillips si chiude in interni e confeziona un film che riesce a essere di una coerenza impressionante rispetto a quanto fatto nel primo capitolo pur scombinando apertamente le carte: Folie à deux è infatti un misto di dramma carcerario, di musical sui generis e di film processuale, generi diversi neanche amalgamati troppo bene tra di loro ma che si asservono allo scavo sul personaggio, (Fleck intendiamo, non il Joker che non esiste), si piegano al suo rapporto con la follia e con l'immagine che vorrebbe dare di sé (e forse, solo forse, qui c'è il Joker) e con quella che tutto il mondo vorrebbe vedere (e qui è il Joker sicuramente), a partire da quei rompiscatole di fan del primo film. Nel rapporto tra l'uomo - Fleck - e la sua immagine - Joker -, Lee Quinzel (Lady Gaga, e scordatevi la Harley Quinn della Robbie) riveste un ruolo quasi metatestuale impersonando il desiderio di spettacolo dello spettatore e il suo rifiuto di un Fleck senza Joker (geniale qui Phillips nell'anticipare le critiche del grande pubblico, l'opera acquista quasi un sentore da beffardo suicidio artistico, se davvero tutto è stato studiato in precedenza dal regista non rimane che dire "chapeau" e inchinarglisi, qualche lecito dubbio però rimane). Lee è affascinata dalla figura del Joker, lo ha studiato nel film che hanno fatto su di lui, un film nel film (non bellissimo, pare) che mette lei e noi spettatori nello stesso ruolo di fan, con l'unica differenza che lei ha la possibilità di incontrare il Joker (in realtà Arthur) nel manicomio criminale di Arkham, di innamorarsi della sua potenza eversiva e immaginifica magnificandone l'irreale e tentando di convincere Fleck che solo il Joker ha senso di esistere, che solo al Joker la giuria potrà dare credito al processo, solo il Joker potrà attirare la giusta attenzione e avere una possibilità, perché in fondo Arthur non è nessuno, a chi interessa uno così?, chi se lo può filare? (e no, lei non gli parlerà). Come al personaggio interpretato da un'ottima Lady Gaga (al servizio comunque di un Phoenix immenso che non ruberebbe nulla portandosi a casa un altro Oscar), anche al pubblico sembra interessare solo il clown, l'immagine altra dalla realtà che un uomo insoddisfatto cerca di dare di sé; in questo si cela tutta una riflessione sulla realtà di oggi dove tutti possono nascondersi dietro identità fittizie e cercare attenzione, proprio come ha fatto Arthur, ponendosi nei confronti degli altri in vesti che in fondo non ci appartengono. La cosa tragica, e torniamo sull'ormai celebre scalinata, è che quando la verità affiora, quando l'uomo dietro il trucco e l'inganno emerge, allora torna il rifiuto, il dramma dell'essere ignorati, dell'essere un nessuno tra molti. Quello che resta è, quindi, lo spettacolo, la finzione, la fuga dalla realtà, uno spettacolo qui accentuato da Phillips con la scelta di guardare al musical, uno dei generi d'eccellenza della Hollywood classica, perfetta la scelta di Lady Gaga quindi come coprotagonista mentre Phoenix se la cava bene anche nel canto, in fondo è già stato Johnny Cash in passato (Quando l'amore brucia l'anima, 2005), ottima la scelta dei brani, classicissimi anch'essi.

Così, dopo qualche piccola rivelazione come l'origin story della fissazione di Arthur per lo spettacolo e per l'idea balorda di poter far ridere gli altri, un'intro in animazione siglata dal talento di Sylvain Chomet (L'illusionista, Appuntamento a Belleville) in stile Looney Toons, un Phoenix su ritmi tip tap, le pochissime concessioni alla violenza del Joker (anche questa illusoria) e un giudizio su Cinemascore (che non so bene che valore possa avere) che lo indica come uno dei peggiori film tratti dai fumetti (see, ad avercene), quel che rimane è un film difficile, anti spettacolare, per nulla ruffiano e accomodante, girato molto bene e graziato da interpretazioni di livello altissimo (Phoenix) o molto, molto buono (Lady Gaga, Brendan Gleeson) che è diretta conseguenza della libertà d'espressione di un autore molto in gamba (libertà d'espressione concessa anche ad Arthur quando gli è permesso di presentarsi a processo nei panni del clown) che potrebbe: 1) averci provocato scientemente; 2) aver preso qualche cantonata rintuzzata con l'aiuto di una parte di critica cerebrale e indulgente; 3) aver siglato, volontariamente o meno, uno dei film più intelligenti dell'anno; 4) aver girato una "cagata pazzesca" degna de "La Corazzata Potemkin" di fantozziana memoria. Chi vi scrive oscilla tra l'opzione uno e l'opzione tre, a voi la scelta definitiva. 

venerdì 26 luglio 2024

DEADPOOL & WOLVERINE

(di Shawn Levy, 2024)

Sono diversi i motivi per i quali il Deadpool & Wolverine di Shawn Levy muove tra i fan del Marvel Cinematic Universe (e del vecchio universo Fox degli X-Men e dei Fantastici 4) una dose non trascurabile di aspettative. Tra questi il più evidente è il recente calo qualitativo generale, seppur con diverse eccezioni, dei prodotti targati Disney/Marvel e di quelli a tematica supereroica (in DC non se la passano poi tanto meglio), un calo al quale si sperava che questo terzo episodio delle avventure del "mutante chiacchierone" potesse porre freno e fungere in qualche modo da ripartenza. Gli scarsi risultati di The Marvels, l'indifferenza per prodotti come Licantropus, l'oscenità di film come Ant-Man and the Wasp: Quantumania, l'idiozia di cose come l'ultimo Thor e la mediocrità di serie come Moon Knight o Secret Invasion hanno contribuito a determinare quel sentimento di disaffezione verso un universo condiviso che fino a qualche anno fa andava ancora molto forte, complice anche il casino del multiverso al quale in molti si sono francamente stancati di cercare di star dietro. Insomma, era necessario un cambio di passo e Deadpool & Wolverine era l'occasione giusta per dare un segnale di svolta. Missione riuscita? Insomma, solo in minima parte. Il secondo nodo focale era l'innesto massivo dei personaggi ex-Fox all'interno del MCU, cosa che proprio grazie alla gestione del multiverso non risulta essere un passo poi così difficile da compiere, in questo caso la Disney/Marvel si avvale dell'aiuto della TVA, l'agenzia di controllo temporale già vista nella serie Loki, per inserire nel multiverso Marvel il buon caro vecchio Deadpool e riportare indietro dalla morte (Logan) un burbero Wolverine per la prima volta con la storica tutina gialloblù. Missione riuscita? Beh, anche qui insomma, diciamo pure di sì, però... 

Il caro Wade Wilson, in arte Deadpool (Ryan Reinolds) ha in passato avuto la fortuna sfacciata che di lui si innamorasse la bellissima Vanessa (Morena Baccarin); è per lei che il mercenario mutante tenta di cambiar vita e appendere la tutina rossa al chiodo, con l'amico Peter (dal film precedente, Rob Delaney) cerca di barcamenarsi come venditore di auto usate per portare avanti il tentativo di condurre una vita normale. Questo anche a causa del rifiuto da parte di Happy Hogan (Jon Favreau), braccio destro di Iron Man, di arruolare Deadpool negli Avengers, cosa della quale il Nostro sentiva un gran bisogno per vedersi finalmente degno e importante. Proprio su questo sentimento fa leva l'agenzia TVA per affidargli una missione per la quale la sua linea di realtà rischia però di essere annientata. Per portare a termine la sua missione, che presto non convergerà più perfettamente con quella della TVA e del suo agente Paradox (Matthew Macfayden), Deadpool ha bisogno di un'ancora forte che sia un punto fermo di un'altra realtà; il mutante pensa così a Wolverine (Hugh Jackman), un eroe indiscutibile che ha effettuato il sacrificio supremo per garantire un futuro alla giovane Laura (la X-23 di Logan), peccato che tra tutte le versioni possibili Wade vada a pescare proprio il peggiore dei Logan, quello che nella sua realtà è riuscito a combinare solo dei gran casini; inizierà un'avventura piena di sangue, scontri e turpiloquio dalla quale non si sa bene come uscirà il nuovo universo targato Marvel.

Diciamo che ci potrebbero essere due modi per leggere il film di Shawn Levy, regista che in passato ha collaborato già sia con Reynolds che con Jackman (e probabilmente si è trovato molto bene). Il primo è considerare il film come un Deadpool 3, in questo caso il film è perfettamente riuscito; Deadpool & Wolverine è molto divertente, pieno di battutacce triviali, molte a sfondo sessuale, tracima di strizzatine d'occhio all'epoca Fox dei supereroi (non anticipo troppo su questo aspetto per non rovinare la visione a chi non avesse ancora visto il film) e in generale alla cultura pop, sfoggia una colonna sonora ruffiana e molto indovinata e spinge il pedale su quell'iperviolenza grottesca e artificiosa che non può non far ridere ma che non risulta assolutamente adatta ai più giovani. Questo era un altro dei temi che aleggiava sul film come una spada di Damocle: la Disney sarà in grado di gestire un personaggio come Deadpool senza edulcorarlo e snaturalizzarlo? In questo caso la risposta è sì, violenza gratuita e volgarità si sprecano, il divertimento "politically uncorrect" è assicurato. Il secondo modo di guardare al film di Levy è quello di vederlo come il nuovo tassello del MCU, in questo caso l'esperienza sembra molto meno riuscita (cosa che può anche non importare ai più). L'impressione è che nel tirare giù questo Deadpool & Wolverine non ci si sia preoccupati troppo di creare una trama avvincente o interessante. Non mancano intuizioni buone (e che vanno un po' sprecate se non lette come mero punto di partenza) ma per lo più il film vive di momenti, battute, allusioni, omaggi, sequenze di scontro e passaggi divertenti guardando solo in maniera blanda a un totale che ha come scopo quello di buttare dentro i personaggi Fox e denigrare il multiverso che sembra aver arrecato così tanti danni al MCU. Certo, il multiverso fa schifo, ma lo abbiamo finalmente cancellato? Da segnalare ancora l'affiatamento perfetto tra Reynolds e Jackman che sono indiscutibilmente una coppia molto divertente, e infine l'intuizione migliore del film, la potenzialmente splendida Cassandra Nova (Emma Corrin), personaggio qui poco approfondito e che si spera possa trovare maggior spazio altrove, magari inserita in una narrazione più seria (o almeno in una narrazione). In conclusione film molto divertente che probabilmente si rivelerà essere un ottimo successo commerciale, resta il fatto che il MCU necessiti di un ripensamento.

lunedì 12 febbraio 2024

LOKI - STAGIONE 2

Dopo lo sperpero di idee sulla carta potenzialmente buone messo in atto con Secret Invasion, a distanza di qualche mese la sezione televisiva del Marvel Cinematic Universe prova a risalire la china con questa seconda stagione dedicata al Loki interpretato dall'attore inglese Tom Hiddleston. Prima di addentrarci nel racconto di ciò che si è potuto ammirare in questa seconda annata tengo a precisare che arrivo da un ricordo non troppo lusinghiero di una prima stagione che non mi aveva entusiasmato pur mostrando qua e là alcuni elementi di interesse (opinione personale, ovvio). Ci eravamo lasciati con l'arrivo di Colui che rimane (Jonathan Majors) e con l'espansione del multiverso, concetto di difficile gestione, frammentatosi in un'infinità di linee temporali alternative in seguito agli eventi messi in moto da Sylvie (Sophia Di Martino) in chiusura di prima stagione. Per porre rimedio ad alcune disastrose conseguenze poste in essere dalle azioni di Sylvie (una delle tante versioni alternative di Loki stesso), tra le quali figura anche il rischio di distruzione completa della stessa TVA (Time Variance Authority), Loki dovrà convincere Mobius (Owen Wilson) e gli altri alleati su cui può contare all'interno dell'agenzia dell'urgenza di fermare Sylvie e ripristinare così la stabilità del telaio temporale che garantisce alle realtà alternative di non collassare una sull'altra. Prima di fare questo Loki dovrà trovare il modo di stabilizzare la sua condizione fisica, a inizio stagione infatti troviamo un protagonista affetto da un'involontaria disgregazione che lo porta a saltare da un tempo all'altro e da un luogo all'altro senza nessun controllo. Per portare a termine le varie missioni necessarie a impedire il caos più totale i protagonisti già noti (Loki, Mobius, B-15, Casey) potranno contare sull'esperto della linea temporale Ouroboros detto O.B. (Ke Huy Quan) e su una versione proveniente dall'epoca vittoriana dello stesso Colui che rimane, l'inventore Victor Timely (sempre Jonathan Majors).

Detta così sembra un gran casino, è questo il rischio più grande dell'andare a impelagarsi con la gestione di un multiverso che forse è in parte il motivo per cui diverse opere recenti del Marvel Cinematic Universe hanno fatto storcere più di un naso. In realtà (sempre parere personale) questa seconda stagione di Loki si dimostra tutto sommato abbastanza semplice da seguire e anche meglio riuscita della precedente, forse meno sperimentale o innovativa ma più concreta e centrata andando a lavorare bene sulla coralità dei personaggi (non in egual misura su tutti) e donando un percorso coerente di redenzione al protagonista che forse potrebbe trovare qui la sua ultima partecipazione all'interno del MCU (pare che Hiddleston voglia dedicarsi ad altro). Il rimpianto maggiore si può ricondurre alla scelta in casa Marvel di abbandonare le caratteristiche di base del personaggio classico, il "dio dell'inganno" è ormai divenuto un bravo ragazzo intento a salvare il futuro di tutti quanti con una propensione all'eroismo propria (forse) di qualche incarnazione cartacea più moderna di Loki. Per il resto, al netto di qualche passaggio a vuoto, questa seconda stagione risulta sempre godibile, per Majors si trova uno spazio più ampio nel quale l'attore può gigioneggiare con la dovuta maestria e affiancare il talento Hiddleston che si conferma un Loki tagliato a misura; viste le recenti vicissitudini legali che hanno coinvolto Majors è però probabile che non rivedremo a breve il personaggio di Kang (o Colui che rimane o Victor Timely) o quantomeno non lo rivedremo con lo stesso volto. Indovinato l'inserimento del personaggio di O.B. interpretato da Ke Huy Quan, l'attore vietnamita può finalmente dedicarsi seriamente alla costruzione di "tracobetti" utili a salvare la giornata come desiderava fare fin dai tempi dei Goonies, inoltre il nome del suo personaggio, Ouroboros, è emblematico di tutta la questione temporale dipanatasi nell'arco delle sei puntate e che si spera vada a chiudersi con la quadratura del cerchio (l'Oroboro è il serpente che si mangia la coda, simbolo di circolarità). Visivamente ben realizzata, la stagione sfoggia un'estetica in bilico tra retrò e fantascienza molto azzeccata con sfoggio di alcune trovate esteticamente davvero funzionali, i fan dei fumetti di Thor non potranno non apprezzare il nuovo status quo pensato per Loki con la simbologia realizzata nelle ultime sequenze della stagione.

Stagione quindi più che godibile fermo restando la necessità di non stare a far le pulci su ogni minimo passaggio: il multiverso è il caos e le soluzioni trovate dalla TVA per non mandare l'esistenza di tutti in vacca sono piuttosto fantasiose, i superpignoli potrebbero anche trovar qualcosa che potrebbe non collimare nello sviluppo di questo caos, siamo pur sempre nei confini del fantastico e se si prende la serie per l'intrattenimento che è questa alla fine riesce a risultare tutto sommato ben costruita e abbastanza divertente. Si è lavorato bene su qualche personaggio (Loki, Mobius), un po' meno su altri poco sfruttati (Renslayer ad esempio), qualche momento di stanca c'è ma ci si risolleva con un bellissimo finale che in effetti potrebbe chiudere in maniera perfetta il ciclo di Loki all'interno del Marvel Cinematic Universe, se rivedremo il personaggio solo il futuro potrà dircelo. O forse il passato. O forse una linea temporale alternativa. O forse...

lunedì 1 gennaio 2024

FIRMA AWARDS 2023 - FUMETTI

Per quel che riguarda la categoria FUMETTI, assente ormai da diversi anni da queste parti, ho deciso di non stilare nessuna classifica ma di lasciare giusto qualche segnalazione per chi avesse voglia di recuperare qualche fumetto da leggere. Non ci sarà quasi nulla di nuovo per il semplice fatto che, un po' per questione di gusti e affinità (in parole povere perché sto diventando vecchio), un po' perché non approvo minimamente le politiche prezzi e formati adottate da alcune case editrici (per il fumetto americano siamo praticamente in monopolio, lascio a voi i nomi), ho abbandonato quasi del tutto le produzioni recenti e i miei acquisti si concentrano su qualche ristampa (prezzi cari anche qui purtroppo) e sui recuperi effettuati in fiere, in qualche mercatino dell'usato o in fumetterie che trattano anche cose vecchie. Certo, qualche eccezione c'è anche ma il grosso si concentra su fumetti prodotti negli anni passati o, in caso contrario, sulla possibilità di leggere qualcosa in digitale, soluzione che permette qualche lettura più moderna senza dover accendere un mutuo per affrontarla.

Detto questo ecco qualche suggerimento sparso da mediare ovviamente con i vostri gusti e le vostre inclinazioni di lettura.

Una delle ultime cose che ho letto in ordine di tempo sono i due volumi che qui da noi la Lion dedicò a Lono, uno dei personaggi principali della serie 100 bullets edita dall'etichetta Vertigo, scritta da Brian Azzarello e disegnata splendidamente da Eduardo Risso (un grande maestro moderno). Tornano le atmosfere criminose della serie madre con uno dei suoi protagonisti più violenti che tenta in qualche modo di redimersi, ma la violenza, soprattutto in certi contesti, ti rimane appiccicata addosso. Chi ha amato la serie madre amerà anche Lono, per gli altri il consiglio è tentare di recuperare anche 100 bullets.


Nella seconda metà degli anni 90 la Image Comics, casa editrice nata dalla volontà di sette disegnatori transfughi dalla Marvel di veder riconosciuti i diritti e gli introiti generati delle loro creazioni, subiva la crisi del mercato, una crisi nata anche (non solo ovviamente) grazie ad alcune scelte sbagliate operate dagli stessi fondatori di Image. Per far fronte al calo costante di vendite il membro meno prestigioso e noto di Image (ma uno di quelli con in testa il fumetto prima di altre cose come soldi, cinema, pupazzi, cartoni animati), Jim Valentino, spinge affinché la Image abbracci generi narrativi diversi affrancandosi dai soli super eroi ormai in crisi e tendendo una mano a tutti quegli autori che ancora facevano fumetto indipendente, dando loro la possibilità di pubblicare cose diverse dai soliti "mutandoni". Per dare il buon esempio Valentino mette da parte la sua creatura Shadowhawk per concentrarsi su una miniserie di sei numeri in bianco e nero lontanissima dallo stile ipertrofico proposto da Image, narrando le vicende (autobiografiche) di un adolescente della provincia americana con difficoltà nel fare amicizie e nel trovare il suo posto nel mondo, timido, amante dei fumetti e con una situazione familiare non semplice. Ne esce A touch of silver, una serie che avremmo letto volentieri al posto, che so, di una delle millemila cacate prodotte da Liefeld in quegli anni. Invece la si può trovare solo in lingua originale, a parte sviste clamorose non mi risulta ci sia traduzione italiana.


Prosegue la sua (speriamo) inarrestabile cavalcata Super Eroi Classic, una ristampa cronologica e per quanto possibile omogenea che in un formato più grande del classico comic book ripropone le storie di tutte le serie più importanti di casa Marvel partendo dalle prime storie degli anni 60; SEC è un allegato settimanale della Gazzetta, il più longevo di sempre a questo punto essendo arrivato all'uscita n. 354 (che vede l'esordio della serie dedicata a Warlock). Dopo un periodo di crisi e l'annuncio della sua chiusura la collana è stata resuscitata grazie all'interessamento e al sostegno di un gruppo nutrito di fan che, insieme ai ragazzi di RCS e al curatore Fabio Licari, hanno permesso a questo sogno di tanti bambini degli anni 70 di poter continuare la sua corsa e coprire con le ristampe tutto il periodo della mitica Editoriale Corno che tanti lettori ricordano ancora con immutato affetto. Lunga vita a SEC.


Vale sempre la pena di tornare di tanto in tanto (ma anche spesso se ci riuscite) alle atmosfere impareggiabili garantite dalle serie del Mignolaverse. Per chi non conoscesse il termine esso identifica le serie ambientate nell'universo di Hellboy, personaggio creato dal genio di Mike Mignola (da qui il nome) che tra storie brevi e miniserie più corpose (le più interessanti a mio avviso) vanno a comporre un mix di folklore, magia, horror, esoterismo e mazzate che non delude mai. Oltre alla più nota delle sue creature, Hellboy appunto, sono diverse le serie meritorie d'esser lette, in diversi passaggi alcune sono anche più convincenti di quella di Hellboy stesso, tra quelle storiche da provare le avventure del B.P.R.D. (Bureau for Paranormal Research and Defense), le avventure a solo dell'anfibio Abe Sapien e quelle dell'eroe dal passato Lobster Johnson. Imprescindibile per tutti gli amanti del fumetto seriale e non.


Negli anni 80 l'universo Marvel rischiò di essere cancellato o quantomeno azzerato per poi ripartire da capo; l'idea era dell'editor Jim Shooter intenzionato a portare alla Casa delle idee nuovo pubblico, quello magari intimorito dall'ormai ventennale fardello di continuity che i personaggi Marvel si portavano sulle spalle. Ovviamente le alte sfere gli diedero del matto, permisero però a Shooter di lanciare delle nuove serie ambientate in un nuovo universo dove fino ad allora nessun super essere aveva mai fatto capolino. Nasce così il New Universe con una manciata di titoli, i più fortunati dei quali sopravvissero circa tre anni, altri decisamente meno. Tra questi il migliore, pubblicato anche in Italia da Play Press e ancora reperibile frequentando bancarelle e mercatini o magari le vendite online, fu a mio avviso la serie dedicata ai D.P.7., un gruppo di uomini e donne che, in seguito ad un evento chiamato Evento Bianco, ottengono super poteri, nessuno di loro ha però intenzione di fare l'eroe, lo scopo di questi personaggi è la semplice sopravvivenza in un mondo ormai fuori controllo. Lo scenario è quindi più interessante e credibile rispetto a quello delle serie di tanti eroi in costume, D.P.7. è scritta molto bene da Gruenwald e soprattutto gode di un'uniformità stilistica garantita da Paul Ryan che accompagna la serie per tutta la sua durata (32 numeri + 1 Annual).


Ottima maxiserie (12 episodi) ambientata nel mondo D.C. Comics, Far sector vede come protagonista l'ultima delle Lanterne Verdi, una giovane ragazza di colore di nome Sojourner Mullein qui alla sua prima apparizione. La sua creatrice, nonché nota scrittrice di fantascienza, è N. K. Jemisin, della quale ho avuto modo di leggere quest'anno il primo capitolo della saga della Terra spezzata, La quinta stagione, libro parecchio avvincente. La Jemisin porta a termine con Far Sector un ottimo lavoro riuscendo a creare in questi dodici episodi un piccolo mondo, una società dove vigono leggi, usi e costumi molto diversi da quelli terrestri, la descrizione dei quali rende la costruzione di Far Sector estremamente coerente e appassionante, ottima anche questa nuova Lanterna della quale resta ancora molto da scoprire. Una serie di fantascienza tra le migliori lette negli ultimi anni, il volume italiano è stato editato al prezzo di circa trenta euro, è pur vero che gli episodi sono dodici, però...



Non leggiamo molti manga da queste parti, io ne leggo pochi, mia figlia invece legge poco fumetto in generale (preferisce i libri), però quando le capita di leggerne qualcuno opta per le opere che arrivano dall'est del globo. Quest'anno è nata la casa editrice Toshokan, branca orientale della If Edizioni che solitamente ristampa serie classiche del panorama italiano; questa etichetta ci ha permesso di affrontare la lettura di diversi volumi unici, uscite non seriali che non richiedono una fidelizzazione a lungo termine, e almeno una miniserie corta, tra queste segnaliamo almeno il bel volume Estate infinita della vietnamita Hoang Truc Lam, un racconto familiare sulle aspettative che i genitori hanno (e impongono) per i figli, storia con protagonisti un ragazzo e una ragazza (Phuong e Phuong) che portano lo stesso nome. Ma la lettura più interessante è stata sicuramente il manga Our little sister di Akimi Yoshida dal quale Hirokazu Kore'eda ha tratto il bel film Little sister. Storia di tre sorelle che a un certo punto della loro vita ne accolgono una quarta (e più giovane) fino ad allora vissuta con la nuova famiglia creata dal loro padre comune dopo la separazione dalla madre, narrazione molto delicata immersa nel quotidiano che offre moltissimi spunti per conoscere e ammirare spaccati di vita, tradizioni, arte culinaria del Paese del Sol Levante.


Parlando poco sopra di A touch of silver di Valentino ho sparato sulla croce rossa, ovvero sulle serie edite dagli Extreme Studios di Rob Liefeld. Bisogna ammettere però che quest'ultimo almeno una cosa buona l'ha fatta (non di suo pugno), portò in Image, sulle pagine della serie agonizzante Supreme, il grande Alan Moore. Il bardo di Northampton, dopo essersi sincerato di poter realmente fare quel che voleva con il personaggio di Liefeld, costruisce una serie scritta con intelligenza e amore sconfinato e che diventa fin da subito una rivisitazione di Superman, considerato il primo super eroe del fumetto, una rilettura del mito ma più in generale un omaggio al fumetto classico che riuscì a incantare frotte di giovani con mondi di fantasia magari ingenui ma di una purezza sconfinata. Lettura ancora in corso, non mi pronuncio quindi su potenziali sviluppi ancora da affrontare.


Rimaniamo in Image ma torniamo ai giorni nostri con una produzione contemporanea a opera di Chris Condon e Jacob Phillips. Con That Texas blood siamo in un paesino di provincia di uno degli stati più grandi degli U.S.A., il Texas del titolo ovviamente, e seguiamo le giornate interessanti di un anziano sceriffo che porta il nome di Joe Bob Coates. Il Texas sembra essere una terra che attira la violenza, anche nei confini di un paesotto sperduto, i casi che si troverà ad affrontare lo sceriffo si dipanano tra passato (quando Joe Bob era un agente alle prime armi) e il presente con personaggi che tornano in paese dopo anni di assenza, con avventure vissute anni addietro e rinarrate dallo stesso protagonista, con storie che coinvolgono il crimine locale, sette di invasati o serial killer. Un'ottima serie dalle belle atmosfere tradotta in Italia da Editoriale Cosmo in un volume dal prezzo forse spropositato. In alternativa c'è la lingua originale.



Per rimanere in casa Cosmo ci sarebbe da tenere d'occhio le sue collane da edicola che ristampano  molto materiale in gran parte (ma non solo) proveniente dalle historietas argentine. Pubblicazioni  con personaggi e autori a rotazione, prezzi altini per essere ristampe da edicola in formato popolare, però volumetti solitamente abbastanza corposi con parecchio materiale da leggere, si segnalano le serie I grandi maestri e I grandi maestri della historieta che ha preso il posto di Cosmo Serie Oro che nella sua ultima incarnazione era dedicata al western (da recuperare almeno il francese Marshall Bass).


Torniamo in Texas o almeno da quelle parti. Se vi fate un giro nelle varie fiere del fumetto, nei mercatini, nei negozi dell'usato, non farete troppa difficoltà a recuperare a buon prezzo gli albi della collana Tex - Romanzi a fumetti. È questa una collana dedicata al celebre Ranger di casa Bonelli che presenta storie di Tex ambientate in periodi differenti della sua vita realizzate nel classico formato "alla francese", albi più grandi quindi rispetto al formato della serie mensile da edicola di Tex, storie di circa quarantotto pagine o giù di lì, più dirette e veloci quindi, colore e autori a rotazione con nomi coinvolti anche di un certo pregio, ad aprire nel 2014 la collana fu addirittura un Paolo Eleuteri Serpieri che magari nessuno si aspettava su Tex, al momento ho letto solo i primi tre volumi ma mi sembra questa un'iniziativa che valga la pena d'esser recuperata.


Quest'anno ho riguardato diverse cose prodotte dalla Image Comics degli inizi, quando l'universo fondato dai sette esuli della Marvel (McFarlane, Liefeld, Larsen, Portacio, Lee, Silvestri e Valentino) sembrava potesse mettere in discussione addirittura il primato delle due major del fumetto di super eroi americano, Marvel e D.C. Comics, cosa che per un breve periodo è anche riuscita a fare. Se dovessi consigliare una sola serie regolare nata in quel periodo questa potrebbe essere Savage Dragon di Erik Larsen. Forse Dragon non è mai stato il protagonista di una serie capolavoro però la narrazione di Larsen è riuscita a mantenersi per molto tempo fresca e divertente tanto da essere l'unica serie, insieme allo Spawn di McFarlane decisamente più noioso, a riuscire a sopravvivere con continuità fino ai giorni nostri. Ragazzone super resistente e super forte dall'aspetto di un drago (di Komodo?) esordisce affetto da amnesia e si arruola nel Dipartimento di Polizia di Chicago combattendo una criminalità organizzata e super potenziata, soap opera di contorno sempre parecchio brillante. La Cosmo sta ristampando e mettendo ordine alle pubblicazioni sul personaggio.

Oltre alle creazioni dei sette fondatori che diedero vita a Image (Spawn, The Savage Dragon, Wildc.a.t.s., YoungbloodCyberforce, Wetworks e Shadowhawk), ben presto affiancate da altre mini e serie regolari prodotte dai sei Studios dei fondatori (Portacio non ne creerà mai uno suo), i sette ragazzi diedero spazio ad altri autori permettendogli di pubblicare con Image le loro serie di proprietà riconoscendo loro la paternità e gli introiti dei loro personaggi. Tra queste serie uscite nel primo periodo di Image la più interessante fu senza ombra di dubbio il The Maxx di Sam Kieth e William Messner Loebs. Lontano dai super tizi messi in commercio dai tipi di Image, The Maxx è la storia di un senza tetto non troppo equilibrato che crede di essere un supereroe, seguito dall'assistente sociale Julie, Maxx si rifugia spesso in un mondo onirico dove Julie è una splendida principessa guerriera e dove strane creaturine guidate da un avversario infido sono sempre in agguato. Ma il confine tra i due mondi à labile, la lettura non sempre facile (quasi mai in realtà) e la serie The Maxx un viaggio che in ogni caso vale la pena d'esser vissuto. 

Viriamo all'horror entrando nei mondi profondamente inquietanti creati dallo scrittore di Providence Howard Phillips Lovecraft, da sempre uno dei pallini e fonte di ispirazione del grande Alan Moore. Materiale ancora reperibile (forse tranne per il primo capitolo) quello della trilogia di opere che compone questo affresco che Moore dedica a Lovecraft (ma ci sarebbe poi anche I funghi di Yuggoth). Si parte con Il cortile, opera breve e introduttiva che presenta atmosfere e alcuni personaggi poi ripresi nel successivo Neonomicon dove si iniziano a esplorare i mondi sommersi tratteggiati da Lovecraft con esuberanza moderna e senza freni inibitori, per andare poi a concludere con la più corposa Providence, serie divisa in più volumi. Opera imperdibile sia per i fan di Moore che per quelli dello scrittore del Rhode Island. Roba non adatta ad anime sensibili, una delle migliori letture dell'anno.


Mi accorgo che, a parte la (stupenda) collana Super Eroi Classic non ho ancora segnalato nulla delle uscita della Casa delle idee. Devo dire che non ho davvero nulla da segnalare a riguardo, probabilmente invecchiando mi sento un po' più lontano da ciò che offre il mercato moderno delle grandi due americane, Marvel e D.C., leggo poco delle cose da loro prodotte nonostante l'immutato affetto nei confronti almeno della Marvel, casa editrice che mi accompagna fin dall'infanzia. Allora perché non segnalare una rilettura? Il mio consiglio questa volta cade su una miniserie di fine anni 80 che vide all'opera un'accoppiata che in pochi si aspettavano per una serie che invece funziona molto bene: Havok & Wolverine: Meltdown. Siamo agli sgoccioli della guerra fredda, il muro di Berlino sta per cadere, in Russia è fresca la ferita di Chernobyl e da lì muove la nostra storia, se ci mettiamo il fatto che Havok è un accumulatore di energia, che i russi vogliono controllare la potenza nucleare, che Wolverine non è uno che si può facilmente prendere per il naso... Gioiello dipinto da Jon J. Muth e Kent Williams e scritto senza sbavature dai coniugi Simonson, Meltdown è uno scarto di grande qualità anche all'interno della produzione mutante del periodo in quegli anni in fortissima espansione (negli stessi mesi nascono le serie regolari Wolverine, Excalibur e Marvel Comics Presents che contiene storie mutanti, più questa mini e X-Terminators che si aggiungono alle già presenti Uncanny X-Men, New Mutants, X-Factor e, se vogliamo considerarla una serie "mutante", anche Alpha Flight).


Altra ottima iniziativa da parte di Editoriale Cosmo, a prezzo abbordabile questa volta, è la ristampa della serie Lo Sconosciuto in un formato pocket tascabile che riprende il formato originale usato negli anni 70 dall'editore Il Vascello, casa editrice dedita non solo all'avventura e al nero ma soprattutto al fumetto erotico, tendenza che ha permesso anche una liberalizzazione di costumi che si può intravedere anche nell'opera summenzionata del grande Magnus, all'anagrafe Roberto Raviola, uno dei grandi autori del fumetto italiano. Dopo i primi sei numeri la collana proporrà un'altra serie (Fun) mentre Lo Sconosciuto trasmigrerà su un formato più grande per seguire quanto fatto in origine dalla prima edizione. Il protagonista è un mercenario, ex Legione Straniera, che per tirare a campare si trova invischiato in una serie di vicende e complotti che lo porteranno in giro per il globo, ottima iniziativa che finalmente torna a far sentire il profumo di popolare. Certo, sarebbe bello che il fumetto popolare tornasse nelle edicole anche con nuove proposte di qualità.


Altra iniziativa allegata ai quotidiani, uscita tra il 2022 e il 2023, della quale vale la pena recuperare qualche volume (ottimo rapporto tra prezzo, pagine e qualità media) è sicuramente Supereroi: Le leggende D.C. che presenta una selezione antologica di saghe dedicata ai principali eroi della D.C Comics per lo più pescando dal catalogo recente della casa editrice (ma qualche chicca d'annata non manca). Titoli molto golosi per i neofiti, gli amanti duri e puri del fumetto americano troveranno cose per lo più a loro già note, è però questa l'occasione per avere all'interno di bei volumi venduti a un giusto prezzo cose come l'All Star Superman di Morrison e Quitely, Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Miller, la Wonder Woman mitologica di Azzarello, alcuni tra i maggiori eventi D.C. (le varie Crisi), il bellissimo Batman di Snyder e Capullo, le incarnazioni di Lanterna Verde di Geoff Johns e di Neal Adams e ancora Batman: Anno uno, Superman: Red son e un sacco di altra roba interessante. Il futuro del fumetto popolare sembra dover passare dalla formula dell'allegato, al momento è qui che si trovano i migliori compromessi tra qualità e prezzo.


Torniamo in Europa con una bellissima saga che potete facilmente recuperare usata in giro (i mercatini spesso ne hanno qualche copia) nel formato de I classici del fumetto di Repubblica - Serie Oro, l'albo è quello dedicato alla serie I maestri dell'orzo, fumetto franco-belga a opera di Jean Van Hamme e Francis Vallès. Lo scrittore, Van Hamme, oltre a questa saga di mastri birrai è autore di altri fumetti degni di nota come il thriller/spy story XIII, il racconto fantasy Thorgal e il celebre Largo Winch che ha generato anche libri e film. La serie narra le vicende della famiglia Steenfor il cui capostipite farà la fortuna della famiglia con la produzione della birra, come in ogni saga familiare che si rispetti attriti, tradimenti, delusioni, legami e oscure manovre la fanno da padrone in una serie di altissimo livello.


Chiudiamo questa serie di segnalazioni, che non vuole avere nessuna pretesa di ordinare per merito le varie serie qui citate, con il volume unico, ancora reperibile a prezzi umani, edito in origine dall'etichetta Legend, dal titolo Big Guy and Rusty the boy robot. Accoppiata di assi, Frank Miller alla storia crea una sorta di parodia dei film di mostri giapponesi, proprio in Giappone è ambientata la vicenda con tanto di esperimento fallito e mostro gigante a devastare Tokyo. A tentare di arginare il disastro prima il piccolo robottino autoctono Rusty e poi il grande Big Guy, robottone statunitense. Le tavole di Geof Darrow sono una semplice meraviglia, una ricchezza di dettagli nella quale ci si perde con trasporto, da guardare e riguardare, tavole esaltate dal grande formato del volume. Con questa segnalazione chiudiamo questa carrellata, tutte opere che gli amanti del fumetto probabilmente già conoscono ma che i neofiti o i lettori occasionali potrebbero recuperare con loro grande sollazzo.

domenica 17 dicembre 2023

THE BATMAN

(di Matt Reeves, 2012)

Gli appartenenti alla nostra generazione (e parlo di chi va per i cinquanta suppergiù) hanno avuto modo nel corso della loro vita di vedere su schermi di vario genere (televisione, cinema, ora dispositivi vari) numerose incarnazioni dell'eroe più rappresentativo di casa DC Comics: Batman. Certo, ci sono anche Superman e Wonder Woman ma il "Pipistrello", Il "Cavaliere Oscuro" continua ad avere un fascino ineguagliabile ancora oggi, a ben ottantaquattro anni dalla sua creazione per mano di Bob Kane e Bill Finger e non ci sono amazzoni o ragazzoni di campagna che reggano il confronto. In molti, compreso chi scrive, ricorderanno con affetto sconfinato il Bats del compianto Adam West, la sua versione camp e un po' panciuta scaldò i cuori di molti bambini nati nei Settanta, insieme a Burt Ward costituì il dinamico duo più amato di sempre, anche perché poi in futuro un Robin memorabile forse non c'è mai stato. Poco dopo, dalla prima metà degli anni Settanta fino a metà degli Ottanta i cartoni animati dei Superamici tennero vivo l'amore per il personaggio che si trovava qui in ottima compagnia (una Justice League parecchio allargata). Il Batman di Tim Burton rafforzò il posto d'onore che il Pipistrello aveva nell'immaginario collettivo con due ottimi film seguiti poi dalle versioni meno convincenti di Schumacher (Batman forever e Batman e Robin), troppo psichedelico il primo, troppo brutto il secondo a dispetto del cast di prim'ordine. A seguire sarà Christopher Nolan a mettere mano al personaggio con tre film che hanno ridefinito e reso memorabile un Cavaliere Oscuro più adulto, sofferto e sofferente radicatosi nelle preferenze dei fan come il miglior Batman possibile (insieme al primo Burton forse). Zack Snider, contro ogni aspettativa, trova in Ben Affleck un bel Batman calato però in film poco riusciti nei quali la figura del cittadino più famoso di Gotham City non emerge a dovere o comunque non convince appieno, ultimo passaggio prima di arrivare al The Batman di Reeves con protagonista Robert Pattinson (mi sono ripromesso di non usare nel pezzo la parola emo). Da segnalare almeno anche il bel Batman d'animazione a cura di Bruce Timm e Paul Dini (Batman the Animated Series), un piccolo gioiellino.

Gotham City è una città corrotta e afflitta dalla piaga della delinquenza, a provare a raddrizzarla almeno un po', compito più impossibile che difficile, c'è un giovane vigilante che si autodefinisce "Vendetta", un uomo pipistrello in circolazione da non più d'un paio danni, ben accessoriato ma forse ancora un poco inesperto anche se già nelle grazie di un poliziotto che conta, il tenente James Gordon (Jeffrey Wright). Gordon, in seguito all'uccisione del Sindaco di Gotham Don Mitchell (Rupert Penry Jones), consente a Batman (Robert Pattinson) di partecipare alle indagini dandogli libero accesso alla scena del crimine perpetrato dall'Enigmista (Paul Dano), un folle mascherato convinto di poter estirpare la corruzione e il male da Gotham attraverso una serie di omicidi illustri dei quali quello del Sindaco è solo la punta dell'iceberg. A proposito di iceberg durante le indagini messe in moto anche dagli indizi lasciati dallo stesso Enigmista, Batman si imbatte nel Pinguino (Colin Farrell), gestore dell'Iceberg Lounge, un locale equivoco di proprietà del mafioso Carmine Falcone (John Turturro) e nella bella Selina Kyle (Zoe Kravitz), alias Catwoman che diventerà una preziosa alleata per districare l'ingarbugliata matassa messa in piedi da Falcone e dall'Enigmista. Nelle indagini verranno coinvolti molti nomi noti in odore di corruzione ma anche la memoria del papà di Bruce, il dottor Thomas Wayne (Luke Roberts).

Se negli anni 60 del secolo scorso Stan Lee e Jack Kirby, insieme a un gruppo di altri fantastici artisti in forza alla Marvel, fondarono un vero rinascimento del genere supereroico con il motto di "supereroi con superproblemi", chiaro riferimento alle vicende realistiche degli uomini dietro la maschera (bollette non pagate, problemi familiari, disabilità, incomprensioni, etc...), per rilanciare per l'ennesima volta la figura del Batman di casa D.C. al cinema il regista Matt Reeves sembra voler spazzar via questo assunto vincente dando spazio solo all'eroe e cancellando l'uomo, almeno in apparenza. È poi noto come Bats in effetti sia sempre stato uno dei personaggi per cui la maschera è preponderante rispetto all'uomo che ci sta dietro, un uomo che di vita privata non è che ne abbia mai avuta così tanta. Uno degli elementi che saltano all'occhio in The Batman è proprio la quasi totale assenza di Bruce Wayne che, come viene spiegato nel film, è il solito rampollo eminente di Gotham ma che ciò nonostante non ha una grande rilevanza nell'economia del racconto, così come non ce l'ha l'origin story di Batman che da Reeves viene qui data per scontata e assodata. Siamo in uno scenario che potrebbe essere un cinematico Anno Uno (anche se qui Bats è in giro da due anni), si mette in scena un Batman giovane ancora non espertissimo e che ancora non ha numeri esagerati in repertorio, mena ma le prende anche, ha confronti solo con normali criminali ed è immerso in una Gotham che ha l'aspetto cupissimo di una città normale seppur affogata nella corruzione e nella violenza, manca del tutto il lato freak che da sempre caratterizza il parterre di nemici del pipistrello, si assiste quindi, per quanto possibile, a una normalizzazione di Batman ma anche a quella dell'Enigmista o a quella del Pinguino (un fantastico e irriconoscibile Colin Farrell). Più che un film di supereroi ne esce quindi un noir dove Batman si riappropria di una delle sue definizioni originarie (è il più grande investigatore del mondo), con tanto di scene del crimine, indizi, supposizioni che danno vita a un film dalla struttura più classica rispetto a molti cinecomics tutti botte e spacconate ma con almeno due stonature: la difficoltà di Bats nel risolvere un enigma tutto sommato non inarrivabile e la presenza di quello che potrebbe sembrare solo un idiota in un costume da chirottero in un film dove rimane a tutti gli effetti l'unico vero freak presente in scena. Al netto di questi dettagli il difetto reale che si può riscontrare nel film di Reeves è un'eccessiva durata non sempre giustificata dallo sviluppo, sforbiciando qualcosa probabilmente avremmo avuto un film più coeso e riuscito nel quale peraltro il look e la fotografia, pur inquadrando una cupezza infinita, svolgono un lavoro davvero ottimo compensando anche la mancanza generale d'azione. Nel finale si apre a nuovi sviluppi (il Venom? nuovi avversari?) e ci si chiede se le riflessioni proposte dal film, che in fondo dipingono lo status quo come l'unico possibile e le rivolte popolari come beceri movimenti violenti (sappiamo tutti che a volte è così ma gli assunti di base sarebbero da discutere meglio) non siano forse da ripensare con maggiore profondità. Quello di Pattinson non è il miglior Batman di sempre ma con qualche aggiustamento potrebbe regalarci ancora qualche bella soddisfazione.

martedì 11 luglio 2023

SPIDER-MAN: ACROSS THE SPIDER-VERSE

(di Joaquim Dos Santos, Kemp Powers, Justin K. Thompson, 2023)

Nel 2018 usciva Spider-Man: Un nuovo universo, diretto da un altro team di registi sempre per la Sony Pictures Animation (i tre erano Persichetti, Ramsey e Rothman). L'uscita di questo film d'animazione fu una bellissima sorpresa, una boccata d'aria fresca per un'opera che sembrava sul serio portare l'animazione un passo avanti, un salto nel futuro a mezzo di qualcosa che aveva il profumo di nuovo, originale, mai visto e dannatamente ben riuscito. Questo Spider-man: Across the Spider-Verse, sequel di Un nuovo universo, non ha tra le frecce al suo arco quell'effetto sorpresa suscitato dal primo capitolo, ciò nonostante il film di Dos Santos, Powers (già direttore di Soul della Pixar) e Thompson si avvicina moltissimo all'essere un capolavoro, di certo per quel che riguarda il cinema d'animazione ma al netto di questo, Across the Spider-Verse si ritaglia anche un posto tra i film migliori del genere supereroico (di certo il migliore di quest'anno finora). Inoltre, assodato il lavoro strepitoso compiuto sul versante dell'animazione (altro Oscar in arrivo?) Across the Spider-verse è anche un film riuscitissimo nel suo narrare l'adolescenza, il rapporto difficile che si ha a quell'età con gli adulti, con i genitori, persone che cercano in ogni modo di far la cosa giusta per i propri figli, per mantenerli al sicuro e proteggerli e che facendolo sbagliano inevitabilmente qualcosa, spesso per troppo amore o per difficoltà nel capire i giovani e i tempi, i cambiamenti, le loro reali aspirazioni. Insomma, se l'aspetto tecnico è semplicemente stupefacente, quello narrativo tiene il passo, per non parlare poi del ritmo indiavolato che fa passare queste due ore e venti in un baleno (sì, i film brevi sembra non si possano più fare nel circuito mainstream).

Nell'universo del Nostro Miles Morales, a.k.a. Spider-Man, non ci sono più gli amici che il ragazzo aveva conosciuto durante la passata avventura, gli Spider-Men delle altre dimensioni sono tornati a casa loro, così Miles si barcamena tra un forte senso di mancanza per l'amica Gwen, i problemi scolastici, la vita da Spider-Man e le aspettative dei suoi genitori che Miles non vorrebbe deludere ma che spesso non coincidono con i desideri del ragazzo. Nel frattempo, in un altro universo, Gwen affronta problemi simili: il difficile rapporto col padre, poliziotto che dà la caccia a Spider Woman inconsapevole che questa altri non è che sua figlia, la mancanza di Miles e le sfide con avversari provenienti da altre dimensioni. Al termine di uno di questi scontri Gwen viene reclutata dal riluttante Miguel O'Hara (lo Spider-Man del 2099) e da Jessica Drew (un'altra Spider-Woman) per entrare a far parte della Spider Society, un gruppo di Spider-Men provenienti da vari universi che tentano di tenere insieme il tessuto del multiverso cercando di evitare contaminazioni tra le varie realtà e assicurando che alcuni eventi, dei nodi focali, non vengano mai alterati nelle varie realtà per evitare spiacevoli e complicati effetti a cascata. Ma a sconvolgere il multiverso sarà proprio uno dei nemici di Miles, un criminale all'apparenza di mezza tacca ma ben determinato a vendicarsi di Spider-Man per quanto successo durante il loro precedente incontro: La Macchia. Per ripristinare il multiverso e fermare i piani di vendetta della Macchia, Spider-Man e la Spider Society dovranno collaborare, ma i sacrifici per rimettere tutto a posto sembrano essere di quelli impossibili da accettare.

Il film, che alla sceneggiatura vede Lord e Miller già artefici dei brand di Piovono polpette e The Lego Movie (Lego presenti anche in Across the Spider-verse), indovina perfettamente un connubio di più linguaggi: il primo è il melting-pot tecnico-visivo che unisce una serie di stili d'animazione differenti capaci di restituire la ricchezza che dovrebbe logicamente essere propria di un multiverso. È possibile che, posto che finissimo davvero tutti risucchiati in un altro universo, questo si presenti identico al nostro? E se la risposta fosse no, come appariremmo noi in quell'altro universo? Forse come un'anomalia, un segno grafico differente e distinto che potrebbe comunque convivere con quelli dell'altro universo e che potrebbero diventare una miriade e coesistere tutti insieme in caso di multiverso. Ecco, un pochino Spider-Man: Across the Spider-verse ci restituisce questa idea, moderna e ingarbugliata, che sul grande schermo però funziona maledettamente bene e ha la capacità di lasciare lo spettatore con la bocca aperta per l'intera durata del film. Oltre alla meraviglia visiva c'è un altro linguaggio che funziona bene (o almeno così mi sembra), il film parla ai giovani, i protagonisti usano mezzi e abitudini dei ragazzi e veicolano con le loro storie un sentire che potrebbe essere di molti adolescenti, i rapporti tra i personaggi sono ben sviluppati, quegli con gli adulti, più conflittuali, anche, magari un pizzico "cinematografici" ma nei concetti di base credibili. Funzionano anche molto bene il linguaggio musicale che accompagna le avventure di Miles Morales e soci e quello puramente da Marvel-fan, con una buona dose di riferimenti alla Casa delle Idee (bellissima la comparsa dello statico Spider-Man dei cartoni animati anni 70) e alla tradizione del mondo dell'Uomo Ragno. C'è davvero poco che si possa rimproverare a questo film, piccolo (ma neanche tanto) capolavoro immaginifico, uno di quelli che un domani forse indicheremo come precursore per nuove strade che sicuramente vedranno in futuro il loro giusto sviluppo.

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