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lunedì 11 marzo 2019

AI CONFINI DELLA REALTÀ

(Twilight zone: The movie di John Landis, Steven Spielberg, Joe Dante, George Miller, 1983)

Anche rivisto ora, a distanza di più di trentacinque anni dalla sua uscita, Ai confini della realtà si conferma un film che ha mantenuto molto meno di quello che era lecito aspettarsi dal progetto, almeno visti i nomi coinvolti nella realizzazione di questo film. Ai confini della realtà nasce come sentito omaggio alla serie tv omonima degli anni 60, The twilight zone, che in un bianco e nero d'epoca presentava episodi slegati l'uno dall'altro e accomunati solo dal tema del fantastico declinato nelle sue diverse accezioni, horror e fantascienza su tutte, con un occhio di riguardo alla creazione della suspense: un vero caposaldo di quegli anni.

Rod Serling e Richard Matheson per soggetto e sceneggiatura, alla regia quattro dei direttori più importanti del decennio (siamo negli anni 80), quattro uomini che con il fantastico sono andati a nozze più volte. Si alternano per i quattro episodi (più prologo) che compongono questo film antologico Steven Spielberg che non ha bisogno di alcuna presentazione, Joe Dante (Gremlins, Explorers) altro nome che ha lasciato il segno sulla cultura pop di quegli anni, il George Miller creatore della saga di Mad Max (e scusate se è poco) e John Landis (Un lupo mannaro americano a Londra tra le altre cose). A parte il prologo e il primo episodio, Time out, entrambi diretti da Landis, gli altri tre segmenti sono dei rifacimenti tratti dalla serie classica, per un prodotto destinato alle sale sarebbe stato lecito aspettarsi uno sforzo creativo maggiore, ad ogni modo l'occasione rimaneva comunque ghiotta. Proprio il prologo si rivela una delle cose migliori del film, l'introduzione è realizzata in puro stile Landis, un miscuglio di tensione horror stemperata da tantissima commedia: due viaggiatori (Dan Aykroyd e Albert Brooks) in auto, esterno notte, una strada solitaria... i due cantano sulle note di Midnight Special dei Creedence, cazzeggiano con i fari, con le storie che fanno paura, giocano a indovinare i motivi delle trasmissioni famose... una sequenza molto divertente che finirà con la classica sorpresa, nel frattempo c'è modo di citare e di discutere della vecchia The Twilight Zone, se ne citano gli episodi più celebri, sarà il modo per dare il via alla prima storia, sempre targata Landis, dove un americano razzista (Vic Morrow) che ce l'ha con i negri, gli ebrei e i musi gialli si troverà catapultato nelle Germania nazista proprio nei panni di un ebreo, poi in quelli di un nero braccato dal Ku Klux Klan e infine visto dai suoi stessi compatrioti come un muso giallo nella giungla vietnamita. Proverà in prima persona gli effetti del razzismo di cui lui stesso era promotore. Episodio molto classico, rientra bene nel mood dell'opera pur non garantendo particolari brividi né sussulti di sorta, richiama i classici degli anni 60 senza tener troppo conto che più di vent'anni sono comunque passati. Si poteva fare di meglio.


Spiace constatare come l'episodio più fiacco sia quello di Spielberg che come in molte altre occasioni (ma non in tutte) si delinea come regista buonista e lontano da quel pizzico di cattiveria necessaria in un progetto come questo. È ancora una volta una fiaba magica che il regista sceglie di rappresentare: in un'ospizio per anziani il signor Bloom (Scatman Crothers), uno degli ospiti, ha la strana capacità di donare una seconda occasione ai suoi amici vecchietti di tornare a giocare, amare, divertirsi come accadeva da bambini. Per una notte soltanto, o per tutta la vita... non rimane che scegliere. Ma non per tutti gli ospiti la scelta sarà così scontata, non tutti vorranno rivivere la propria vita. Nostalgia, ritorno alla giovinezza, magia, sentori di quel Peter Pan che a Spielberg deve piacere davvero molto... il tutto in una costruzione prevedibile che non lascia spazio allo stupore, un po' un paradosso per il Cinema di Spielberg, il tratto meno interessante dell'intero progetto.


Poi arriva Dante con Prigionieri di Anthony, l'episodio non esalta, c'è un finale consolatorio di troppo ma almeno ha quel pizzico di cattiveria in più che serviva e offre soluzioni più interessanti sul piano visivo e della recitazione. In un piccolo paesotto la maestra di passaggio Helen Foley (Kathleen Quinlan) investe accidentalmente un bimbo in bicicletta. Anthony (Jeremy Licht), che fortunatamente non si è fatto nulla, invita la nuova conoscente a casa sua, serve qualcuno che lo riaccompagni, la bicicletta è rotta e così... Una volta a casa Helen troverà una famiglia ben strana, oltremodo ossequiosa nei confronti del ragazzo, quasi intimorita. La scenografia di questo terzo atto porta un po' di brio al film, colori più accesi, un tocco surreale e artigianato da serie B per quel che riguarda il comparto effetti speciali che riesce a donare una certa forza kitsch all'intero episodio nel quale Dante tratteggia un protagonista poco affabile, seppur involontariamente, e con un tocco sadico che non guasta.


Si chiude fortunatamente con l'episodio migliore, l'unico veramente degno di qualche interesse dell'intero lotto, arriva da Miller, il regista che tra tutti avrei detto più lontano per inclinazione a un'operazione del genere. John Valentine (John Litghow) dà l'impressione di essere un uomo a cui non piace volare, pur volando spesso per lavoro. Già in ansia, crede di aver visto qualcosa sull'ala dell'aereo che sta attualmente attraversando una tempesta di discreta violenza. Il personale di bordo ha il suo bel da fare per tenerlo tranquillo, ma Valentine continua a fissarsi su quella maledetta ala, questa volta vede chiaramente un piccolo mostro intento a sabotare i motori dell'aereo. È panico, ma sarà tutta follia quella di John o è realtà? Intanto uno dei motori dell'aereo si inceppa... L'episodio di Miller è l'unico a creare un po' di tensione, l'atmosfera è quella giusta, le immagini anche, forse per sensibilità più vicino ad alcuni episodi del revival della serie originale andato in onda a metà anni 80 anche se la sceneggiatura arriva da un soggetto dei 60. In chiusura ci si riallaccia in qualche modo al prologo e il cerchio si chiude.


Salvando a pieni voto un solo episodio e l'introduzione si può affermare che nel complesso il film non sia poi così riuscito, con l'aggravante di aver tirato in causa nomi non solo illustri ma delle vere colonne del genere (e non dimentichiamo il contributo di Richard Matheson). Ai confini della realtà, il film intendo, nulla aggiunge a quel che aveva da dire la serie originale, rimane giusto un omaggio, realizzato sicuramente con amore ma dagli esiti non troppo felici.

sabato 10 novembre 2018

MAD MAX: FURY ROAD

(di George Miller, 2015)

Lo sappiamo tutti, non sempre l'Academy nell'assegnazione dei suoi Oscar ci vede lungo; eppure ben sei statuette nelle categorie tecniche sono più di un segnale, così come sei indizi fanno ben più di una prova. Mad Max: Fury Road è un film impressionante per l'udito e per la vista, una delle cose migliori a livello di impatto sensoriale passate in sala negli ultimi anni. Guardando il film risulta chiaro come la volontà del regista non fosse tanto quella di proporre un sequel della celebre saga nata in Australia nell'ormai lontano 1979, né tanto meno quella di affidarsi a un pedissequo remake per riportare in scena le imprese di Max Rockatansky (qui interpretato da Tom Hardy). Fury Road è una riproposizione di un concetto già noto aggiornato all'epoca moderna e che va a sfruttare le nuove possibilità tecniche che il mezzo Cinema offre, amalgamandole in maniera fluida e competente ad un impianto di stampo artigianale da far venire i brividi per la perizia d'utilizzo e per la qualità dei risultati ottenuti. Quindici minuti di applausi ininterrotti per tutte le maestranze che sono state in grado di realizzare uno spettacolo di questa portata. Mi preme soffermarmi su questo aspetto del film anche perché sulla trama poi non ci sarà tantissimo da dire. Tralasciando la voce esageratamente cavernosa del protagonista, che comunque userà ben poco nell'arco di tutto il film, già la prima inquadratura offre un'istantanea sulla quale vale la pena soffermarsi: panoramica su un deserto arancio/rosso che da subito dà l'idea dello scenario arido e post-apocalittico che la saga di Miller rievoca alla mente, la resa cromatica superba rimarca i toni dell'arancione digradando dalla sezione bassa del cielo per fondersi a un deserto di forte impatto per poi finire tra le striature della ruggine di un veicolo che ci sembra di conoscere da sempre. Max (Tom Hardy), di spalle, ricorda un astronauta su un pianeta alieno. Le visioni di Max, traumi da un passato indefinito, sono incredibilmente più vivide delle immagini già accese della storia principale. Il montaggio nelle sequenze dinamiche è frenetico, i passaggi da un fotogramma all'altro accelerati, il tutto crea un effetto volutamente schizofrenico nella fase d'avvio del film. Il trucco dei Figli della guerra e del loro leader, Immortal Joe (Hugh Keays-Byrne), così come quello delle varie "tribù" che Max incontrerà nel corso del suo viaggio, sono il motivo che ha valso al film una delle sei statuette; i costumi di quegli sciroccati che aspettano solo di finire nel Valhalla dei matti, tutti i loro veicoli ricreati artigianalmente e perfettamente funzionanti, sono una meraviglia per gli occhi (così come lo sono le mogli di Immortal Joe). E se l'occhio vuole la sua parte, qui anche l'orecchio non si lamenta, tra un sonoro nitido ed efficace, un accompagnamento musicale indovinato, a spiccare è la chitarra del Doof Warrior (iOTA), un folle cieco dalla veste rosso sgargiante che produce riff metal alla bisogna e che ciondola per il film imbrigliato sul davanti di un veicolo mastodontico composto da un muro di amplificatori, giusto per dare un valore alla definizione "wall of sound". Limitato l'uso del digitale, chapeaux per la scelta, e onore anche per le sequenze di stunt, alcune impressionanti realizzate da artisti circensi dall'impatto coreografico davvero notevole. Insomma, un lavorone di enorme portata.


Concettualmente il film è semplice, rimanda per alcuni versi ai vecchi episodi della saga. In un mondo devastato si combatte per l'acqua e per la benzina. Nei pressi della Cittadella, uno dei pochi agglomerati abitati, Immortal Joe controlla l'acqua e la produzione del latte a opera di abnormi donne dalle mammelle abbondanti; intrattiene rapporti commerciali con altre comunità come Gas Town e Bullet Farm che affida a Furiosa (Charlize Theron), uno dei suoi luogotenenti più fidati. A bordo di una corazzata blindocisterna Furiosa parte lungo la Fury Road per una delle sue spedizioni, ma all'interno del veicolo sono nascoste le splendide mogli di Immortal Joe che Furiosa libera e protegge in un'impeto di solidarietà femminile. La spedizione diverrà una fuga a rotta di collo nella quale verranno coinvolti anche Max e Nux (Nicholas Hoult), uno dei Figli della Guerra.


La trama è lineare, dritta, proprio come la Fury Road che attraversa il deserto: si può andare avanti, tornare indietro, ma non sono concesse troppe deviazioni. Sopravvivere, cercare un fine, una destinazione, un cambiamento, un miglioramento. Nel mezzo un Tom Hardy granitico, essenziale, di poche parole; gli occhi di una Theron magnifica anche se amputata, sanguinante, sporca, sconfitta e un film che corre veloce lungo la Fury Road e arriva alla fine della strada e tu, spettatore, nemmeno te ne sei accorto. George Miller ci regala un'esperienza sensoriale, dirige con classe sopraffina e ci lascia qui a domandarci perché dalla metà degli anni 90 a oggi il regista abbia perso tempo con le avventure del maialino Babe e con i cartoni animati di Happy feet invece di dedicarsi a cose come questa. Misteri.

domenica 27 maggio 2012

HAPPY FEET

(di George Miller, 2006)

Il sabato sera è tradizionalmente una serata associata allo svago. Per qualcuno è la serata più attesa di tutta la settimana, per altri è l'occasione del ritrovo con gli amici. Per qualcuno è la discoteca, per altri è lo sballo totale, per i più tranquilli magari cinema o pub.

Per me è divano e cartone animato. Non ci sono santi. Probabilmente per i giovincelli d'oggi il sabato conta come il due di picche che tanto si fa casino praticamente tutta la settimana, comunque da noi cartoni animati.

Questo sabato: Happy feet. Appena avete sentito happy sbavavate già in attesa dell'happy hour, vero? Niente. Neanche le bibite, giusto un po' di cedrata. E il cartone, proprio lui, haaaapppy...... non ricascateci, vi prego. Feet.

A questo giro, e non sto parlando di alcolici, è andata abbastanza bene, un film davvero ben realizzato tecnicamente, ambientato dall'inizio alla fine tra ghiacci e acqua, nonostante ciò la monotonia degli scenari non intacca la buona riuscita della pellicola, numerosi parti musical divertenti e coinvolgenti, personaggi e spalle comiche azzeccate e storia con morale finale adatta anche ai più piccoli. Bellino, bellino, non c'è che dire.

Forse la buona riuscita si deve anche al coinvolgimento di George Miller alla regia, professionista con alle spalle la trilogia di Mad Max con protagonista Mel Gibson, film come Le streghe di Eastwick e, sul versante ragazzi, Babe va in città. Esordio per lui nell'animazione di tutto rispetto.

I pinguini imperatore Memphis e Norma Jean danno alla luce il piccolo Mambo. Questi è l'unico pinguino privo delle capacità musicali indispensabili per l'accoppiamento in età adulta. Totalmente stonato, compensa la sua mancanza di talento canoro con un'attitudine grandissima per il ballo, in particolare il tip tap. La sua diversità creerà al piccolo difficoltà con il gruppo, con l'amica Gloria e con il suo papà. Tacciato dagli anziani della colonia come responsabile della mancanza di pesce nelle acque dell'Antartide, Mambo inizia una ricerca dei veri colpevoli (e indovinate un po' chi sono gli stronzi?) incontrando lungo il cammino alcuni spassosi compagni che si uniranno alla sua avventura.

Decisamente spassose le scene di ballo, soprattutto quelle collettive, ben dosato l'utilizzo di brani famosi e figure di contorno davvero riuscite. Sicuramente non ci troviamo di fronte a uno dei capisaldi dell'animazione però Happy feet almeno una visione la vale tutta. Divertente.

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