lunedì 20 aprile 2026

SENTIMENTAL VALUE

(di Joachim Trier, 2025)

Il nuovo lavoro del regista norvegese Joachim Trier, Sentimental value, porta con sé tutto il sapore del grande cinema d’autore europeo, caratteristica che gli è valso l’Oscar come “miglior film internazionale” e altri premi ottenuti in manifestazioni come i Golden Globe (miglior attore e otto candidature), i BAFTA (miglior film in lingua straniera), al Festival di Cannes (Premio della Giuria), ai César (miglior film straniero) e ben sei premi tra le maggiori categorie agli European Film Award. Oltre a questa lusinghiera incetta di riconoscimenti, Sentimental value ha spinto la critica a evocare nomi altisonanti del panorama culturale nord europeo: il film di Trier ha ispirato infatti paralleli con una delle maggiori opere del maestro svedese Ingmar Bergman (Persona, 1966) e finanche con la pièce teatrale Casa di bambola del norvegese Henrik Ibsen. Sia in Sentimental value che nelle due opere appena citate, il racconto si dipana all’interno di stretti legami familiari e in seno alla dimensione casalinga, dove l’abitazione (idea estesa all’isola nel caso di Persona) è il centro di tutti i risvolti affettivi che muovono l’evoluzione interiore dei vari personaggi. Siamo nell’ambito del dramma borghese, molto noto nel teatro tra XVIII e XIX secolo.  La protagonista di Sentimental value, la Nora Borg interpretata dalla bravissima Renate Reinsve, richiama nel nome la Nora di Casa di bambola; seppur le vicissitudini delle due donne muovano da basi diverse, entrambe trovano nei legami familiari peculiarità che le portano a una sorta di insoddisfazione che supereranno in modi diversi, in forme addirittura opposte. L’interpretazione attoriale e la dimensione personale accomunano invece il film al lavoro di Bergman, tracciando paralleli tra il personaggio di Nora e quello che fu della splendida Liv Ullmann. L’incedere complessivo del racconto, come impostato sapientemente da Trier, riflette molte delle caratteristiche del cinema del vecchio continente, cosa che tutto sommato sembra essere piaciuta parecchio anche oltreoceano.

Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) e Nora Borg (Renate Reinsve) sono due sorelle cresciute a Oslo per gran parte della giovinezza con la madre psicologa; il padre Gustav (Stellan Skarsgård), regista cinematografico affermato, ha abbandonato il tetto coniugale quando le due ragazze erano ancora molto giovani. In occasione della morte della moglie, con Agnes e Nora ormai adulte, Gustav torna a casa e cerca di riavvicinarsi alle due figlie. Mentre Agnes è più disposta a reinstaurare un rapporto con il padre, Nora, attrice di teatro che soffre di crisi di panico, non accetta volentieri la vicinanza del padre, non avendo mai superato il passato abbandono paterno. In realtà Gustav è tornato anche perché è in procinto di dar vita a un nuovo progetto dopo quindici anni di fermo, una storia in parte legata alla sua famiglia, al suicidio di sua madre (anche se lui lo nega), per la quale vorrebbe come protagonista proprio la figlia Nora che rifiuta categoricamente la parte. Gustav così ripiega sulla giovane star internazionale Rachel Kemp (Elle Fanning), attrice entusiasta di poter lavorare con il grande regista europeo. Gustav e Rachel iniziano così a lavorare sul nuovo film che si girerà proprio nella casa di famiglia dei Borg. Con il passare del tempo anche Rachel si accorge che forse è proprio Nora la persona più adatta per interpretare il nuovo lavoro del padre…

La complessità dei legami familiari viene sottolineata e sviscerata in maniera profonda e sincera in quest’ultima opera di Joachim Trier, regista che già si era rivelato come vero talento con le sue opere precedenti e che ora trova la consacrazione internazionale grazie ai tributi ottenuti a ogni latitudine. L’attrice affermata che nonostante il successo è costretta a convivere con frequenti attacchi di panico, conseguenza di una vita familiare non semplice, è il perfetto segnale di una modernità molto vicina al vivere delle nuove generazioni, specchio dei malesseri che sono diretto sviluppo e riproposizione attuale di quelli del dramma borghese a cui si accennava poco sopra. L’attualità della visione di Trier torna anche a proposito delle riflessioni sull’arte, con il film di Gustav, grande autore intellettuale, che rischia di bypassare l’uscita in sala per approdare direttamente allo streaming grazie anche allo strapotere economico di piattaforme come Netflix. Una sorta di scacco per un regista che ama sinceramente il cinema, a differenza del teatro, dove, come afferma Borg, non c’è fotografia e dove non si reca mai per veder recitare sua figlia. Ma qui, forse, i motivi sono altri. La famiglia è nido di solitudini, di acredini, di lontananze e, per fortuna anche di legami forti, come quello tra le due sorelle Agnes e Nora, così diverse tra loro e diversamente compiute. Trier alterna momenti più leggeri (impagabile la scena dello sgabello Ikea) a passaggi di profonda consapevolezza, sciolti nell’incomunicabilità nordica e nella profonda convinzione che il rapporto con l’altro, soprattutto quello di chi ci è (o dovrebbe essere) davvero vicino, ha su ognuno di noi un potere ben maggiore di quello a cui ognuno di noi piacerebbe credere.

mercoledì 15 aprile 2026

RENTAL FAMILY – NELLE VITE DEGLI ALTRI

(Rental family di Hikari, 2025)

Il protagonista di Rental family, secondo lungometraggio della regista giapponese Hikari (a.k.a. Mitsuyo Miyazaki) è Philip, un attore fallito interpretato da Brendan Fraser. In una sequenza che ben riassume il concetto che sta dietro un servizio quasi incomprensibile per noi occidentali ma ben radicato nella cultura nipponica, Philip interpreta uno degli invitati a una cerimonia funebre. L’uomo però non sta girando un film. Non sta facendo le prove per una rappresentazione teatrale, né partecipando alla realizzazione di uno spot, come quello per il dentifricio che gli ha donato il suo momento di notorietà in Giappone, Paese nel quale l’attore risiede ormai da sette anni. Philip è stato ingaggiato per interpretare un ospite straniero, contrito per la morte di un conoscente. Una persona che, ovviamente, non ha mai conosciuto e che la regista Hikari, con un riuscito coup de théâtre, in realtà ci mostra non essere nemmeno morta. Lo scopo del servizio per il quale sono stati ingaggiati l’attore statunitense e altri figuranti, è quello di far ritrovare al finto morto la giusta motivazione per continuare a vivere, per poter percorrere con maggior felicità quel tratto di esistenza che lo separa dalla sua futura dipartita. Questa motivazione l’uomo la troverà proprio grazie alle parole recitate dall’attrice che si occupa dell’elogio funebre, alla presenza di persone sconosciute come Philip e ai testi scritti dalle persone a lui care. A questo servono i servizi come il Rental family del titolo, a donare nuove emozioni, nuove possibilità, consolazioni e compagnia a clienti spesso ignari della finzione perpetrata ai loro danni, una messa in scena a fin di bene. Un succedaneo emotivo che interviene quando la vita che ci si è costruiti, per mille motivi, non è più in grado di prendersi cura di noi, di emozionarci, di farci sentire vivi, amati, ascoltati, visti. Perché spesso vivere diventa solo sopravvivere, e tutto ciò che per noi diventa mancanza in qualche modo va colmato.


La carriera di Philip non decolla, la sua agente cerca di trovargli degli ingaggi ma al momento nulla di davvero interessante sembra profilarsi all’orizzonte. Così Philip accetta l’incarico di cui sopra, durante il quale incontra Shinji (Takehiro Hira), titolare della Rental Family, agenzia presso la quale lavora anche la giovane Aiko (Mari Yamamoto). L’attore americano inizierà così a collaborare con l’agenzia, non senza un iniziale timore per un tipo di servizio totalmente estraneo alla sua cultura. Così Philip si troverà a impersonare lo sposo fittizio della giapponese Yoshie, in realtà innamorata di un’altra donna ma priva del coraggio di confessare la cosa ai genitori, da qui il finto matrimonio e il successivo trasferimento all’estero. Ci sarà poi da far compagnia a un ragazzo solitario che cerca un compagno per passare le serate con sessioni di videogiochi, e poi i due incarichi più delicati: il ruolo di padre che torna dopo un lungo periodo di lontananza per la piccola Mia (Shannon Mahina Gorman), una bambina che non ha mai conosciuto il padre e alla quale viene fatto credere che Philip sia davvero suo padre naturale; e ancora il ruolo di un giornalista occidentale interessato a intervistare l’attore ormai anziano e dimenticato Kikuo Hasegawa (Hal Yamanouchi). Queste due ultime esperienze in particolare segneranno molto Philip e lo porteranno a riflettere su quale possa essere davvero il suo ruolo nella vita di queste persone fragili e sole.

Rental family si inserisce all’interno di quella cerchia di film che vengono definiti feel good movies. Nonostante non manchino nell’opera di Hikari momenti toccanti che possono facilmente veicolare il versamento di qualche lacrima, l’empatia del protagonista per le persone che gli stanno vicino e la gestione dei buoni sentimenti nell’economia del racconto, portano lo spettatore a una soddisfazione consolatoria che a fine film si dimostra pienamente appagante. Fraser regala al personaggio di Philip Vandarploeug un pezzo della sua storia privata: è noto infatti il periodo di crisi attraversato dall’attore rimessosi in piedi solo grazie al recente successo di The Whale, un cortocircuito tra verità e finzione che assomiglia molto a quello davanti al quale si trova Philip, coinvolto in un lavoro per il quale si trova a interpretare più ruoli, più di quanti gliene sarebbero stati proposti in una mediocre carriera in ambito cinematografico. Dopo un’iniziale reticenza, Philip, forse proprio grazie al suo sentirsi solo in un Paese straniero (emblematiche le scene in casa con le vite degli altri che scorrono oltre la sua finestra sul cortile), sviluppa una vicinanza e una comprensione profonda per le vicende dei suoi clienti, storie alle quali diventa difficile guardare con freddezza e distacco, come professionalità richiederebbe. Il donarsi all’altro diviene così un grandissimo atto d’amore, un gesto che richiede rinunce personali (la serie poliziesca rifiutata) e una buona dose di dolore, in parte acuita dalla difficoltà di capire, pur provandoci, una cultura così lontana dalla propria. Pur non abbandonandosi a istanze di critica sociale, Hikari tratteggia personaggi e caratteristiche non rare all’interno della società giapponese: la madre di Mia, preoccupata dell’inserimento della figlia in una scuola prestigiosa (e quindi competitiva, già dal momento della difficoltà di ingresso), ricorda il padre severo e pretenzioso del Father and Son di Hirokazu Kore’eda, i temi dell’incomunicabilità e della solitudine non sono certo nuovi per il cinema del Sol Levante. Quello che rimane è la forte speranza di non dover mai ricorrere a servizi come il Rental family, che seppur visto in un’ottica positiva per i servizi offerti, sottende la presenza di persone che non trovano nelle loro frequentazioni, familiari, amicali, sentimentali, qualcuno in grado di sentire davvero la loro presenza, di capire i loro malesseri, qualcuno in grado, anche solo con un piccolo gesto, di rimettere la loro giornata sul giusto binario. E in fondo la vita si costruisce un giorno dopo l’altro, ognuno di questi può fare tutta la differenza del mondo.

domenica 5 aprile 2026

MIB - MEN IN BLACK

(di Barry Sonnenfeld, 1997)

Here comes the Men in Black
Men in Black
Galaxy defenders
Ooh
Here comes the Men in Black
Men in Black
They won’t let you remember

Era il 10 settembre del 1993 quando negli Stati Uniti l’emittente Fox mandava in onda la prima puntata della prima stagione di X-Files, una di quelle serie che, insieme a Twin Peaks e a poche altre, aprirono davvero la possibilità per la serialità televisiva di esplorare nuove strade, nuove lande e soprattutto nuove forme della narrazione a episodi. Lo show creato da Chris Carter, futuro successo planetario destinato a diventare un cult e generatore di immagini/idee iconiche (I want to believe), aprì un vaso di Pandora pieno di teorie del complotto, di cospirazioni oscurantiste, di interesse per l’alieno, l’altro da noi, di intrighi, tradimenti, insabbiamenti e fascinazione per ciò che di misterioso avrebbe potuto manifestarsi dal nostro cielo. Poi c’era molto altro, ma per ora soffermiamoci sul contatto con gli U.F.O., con le creature provenienti da altri pianeti che gli “uomini in nero” e il Governo degli Stati Uniti cercavano in tutti i modi di tenere ben lontani e nascosti all’opinione pubblica composta da cittadini tra i quali, almeno in parte, c’era qualcuno che “avrebbe voluto credere”. Come credeva Fox Mulder, agente dell’F.B.I. convinto che la sorellina fosse stata rapita in tenera età da alieni intenzionati a compiere esperimenti sulla razza umana. Da qui poi la coppia con la più scettica, almeno inizialmente, Scully e tutto quello che ne è poi derivato (non poco se contiamo che di X-Files se ne parla spesso ancora oggi). Parte da qui Barry Sonnenfeld per il suo Men in Black, solo quattro anni dopo l’esordio di X-Files, il regista newyorkese ne riprende temi e ossessioni girandole in chiave comica all’interno di un film per tutti che richiama alla mente molti successi del cinema fantastico del decennio precedente, su tutti l’indimenticato Ghostbusters di Ivan Reitman.

Sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico le forze dell’ordine bloccano un furgone intento a trasportare clandestini desiderosi di entrare in territorio statunitense. Al momento del controllo irrompono sulla scena due agenti in completo nero appartenenti a un non ben identificato nucleo di forze speciali: sono K (Tommy Lee Jones) e D (Richard Hamilton), ambigui individui che ben presto smascherano la presenza di un alieno tra le fila dei clandestini. In seguito all’operazione, non conclusasi nel migliore dei modi, D decide di dimettersi, in fondo è troppo vecchio per questo tipo di lavoro, così viene “sparaflashato” da K con un aggeggio che gli farà perdere la memoria su alieni e quant’altro in favore di una vita ricostruita più canonica e ordinaria. Urge quindi trovare un sostituto al dimissionario per far coppia con K, questo viene individuato nell’agente del New York Police Department James Edwards (Will Smith), aitante e dotato di pensiero laterale (come dimostrerà più avanti) il quale, superato l’inserimento nei Men in Black, assumerà l’identità di J. Ben presto K e J si trovano invischiati in una rogna dai toni planetari che vede protagonista un alieno di una certa rilevanza impossessatosi del corpo del rozzo contadino Edgar (Vincent d’Onofrio) e addirittura l’imminente distruzione della Terra. Poco a poco J si troverà a dover affrontare le verità nascoste a tutti gli altri terrestri e un’avventura dai sapori comici e tesi allo stesso tempo.

In realtà quanto detto nel primo paragrafo non è completamente vero. Sì, Sonnenfeld trasforma i temi di X-Files in commedia e li ripropone in chiave ironica e adatta a un pubblico universale, in questo il regista si dimostra impeccabile. L’idea originaria arriva però da un misconosciuto fumetto della Aircel Comics (proprietà della Malibu, poi Marvel Comics) ideato da Lowell Cunningham e Sandy Carruthers, una serie che vide l’uscita di una manciata di numeri e che presentava toni decisamente più duri e violenti rispetto a quelli adottati poi al cinema da Sonnenfeld e soci. Il film che ne esce, oltre a esser diventato uno degli incassi maggiori nel suo segmento di riferimento (commedia fantascientifica), presenta un equilibrio perfetto tra i toni scanzonati e quel minimo di struttura necessaria per far funzionare al meglio un film di questo genere. L’alchimia tra Will Smith, più fracassone e ilare (vedere la scena del colloquio o quella del parto in auto), e Tommy Lee Jones, esperto, più “spietato” e faccia di pietra, è perfetta tanto da poter inserire Men in Black anche nel filone del buddy movie o della “strana coppia” dall’affiatamento in costruzione, e permette al film di girare sempre a ritmo sostenuto. Sotto il punto di vista meramente visivo la Industrial Light & Magic e collaboratori fanno un lavoro prezioso con gli effetti speciali che si affidano solo in parte alla CGI, adottando in buona misura un superbo metodo artigianale che dona un’impronta “materica” al film che si lascia ampiamente apprezzare. Le trovate divertenti non mancano e il mondo nascosto sotto la superficie visibile, tra razze aliene e agenti in incognito, affascina fin da subito. Men in Black si conferma quindi come un film leggero ma dall’impianto molto riuscito che non avrebbe sfigurato nel decennio precedente insieme a una serie di titoli pensati sia per ragazzi che per adulti che hanno fatto la storia del cinema degli eighties.

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