Qualche anno fa qualcuno ebbe la brillante idea di portare nelle edicole italiane i distillati, trattavasi di riassunti di libri celebri, un'iniziativa pensata con l'intento di avvicinare i tanti non lettori italiani alla letteratura, mutilando così l'opera di diversi autori. Il remake di Ben-Hur targato duemilasedici me li ha riportati alla mente, una sorta di bignami mal compilato e raffazzonato, un tentativo di riportare sugli schermi l'opera magniloquente e memorabile di un William Wyler in stato di grazia, decurtata di due ore di girato e aggiornata alla noia del blockbuster moderno. Il film è tra l'altro soverchiato in tutto e per tutto dalle scenografie artigianali di un kolossal di quasi cinquant'anni fa, uno scontro impari per mezzi tecnici nel quale ancora una volta Davide batte Golia; un po' come se mia figlia con il suo giochino per creare animazioni, fatto di scenografie e personaggi di carta, riuscisse a umiliare in un confronto diretto l'ultimo prodotto di casa Pixar.
L'ideale impari duello è ben sottolineato dall'accoglienza al botteghino dei relativi film, il primo costò nel '59 circa quindici milioni di dollari incassandone ben settecentoventi, il suo remake non è riuscito nemmeno (e giustamente) a coprire i costi di produzione. Inoltre se una pellicola di 219 minuti riesce a tener desta l'attenzione dello spettatore per tutta la sua durata, e in diversi passaggi addirittura a esaltarlo, mentre l'altra con soli 123 primi riesce solo a istillare pensieri di suicidio, qualcosa dovrà pur voler dire. Sul piatto, inoltre, ben 11 Oscar per il Ben Hur classico, una serie di pernacchie per quello moderno. C'è da dire che Bekmambetov potrebbe aver guardato direttamente al libro di Lee Wallace per articolare la sua versione della storia, ignorando totalmente il lavoro di Wyler. Beh, se così fosse non ci resta che esclamare "peccato!", dal suo predecessore il regista kazako avrebbe potuto imparare qualcosa, evitando magari i risultati negativi derivati da un confronto impietoso.È interessante notare come in epoca moderna ogni tanto spunti fuori da parte delle case di produzione cinematografica il tentativo di rivitalizzare il kolossal o il peplum che dir si voglia (o come lo chiamavamo noi, il genere sandaloni), peraltro con scarsi risultati. Purtroppo lo spettatore di una certa età che ancora serba il ricordo dell'epoca gloriosa del kolossal, delle produzioni di Cinecittà, delle folle oceaniche di comparse e delle scenografie maestose dei tempi che furono, difficilmente potrà trovare interesse in prodotti spuntati e noiosi come questo, con attori che hanno il carisma degli stessi sandali usurati che in passato davano il nome al genere (Jack Huston, Toby Kebbell, chi sono costoro?). Il pubblico giovane che vuole andare al cinema a vedere un film spettacolare chiede invece ironia, trame coinvolgenti, dialoghi brillanti e azione che qui si concentra più che altro nella classica scena delle bighe (che poi bighe non sono), tra l'altro sequenza anche abbastanza riuscita. In tutta sincerità vedo più personalità e un'onesta attitudine all'intrattenimento nel 90% dei cinecomics di casa Marvel che in questo Ben Hur. Scontentati gli spettatori adulti, i cinefili, i giovani (e i produttori che hanno messo i soldi), chi ci resta?
Allora il consiglio per tutti è di andare a riguardare il Ben Hur con Charlton Heston, questo sì un vero kolossal, ancora oggi una meraviglia per gli occhi, un lavoro artigianale di una perizia pazzesca, una storia che si carica sulle spalle tutta la sua drammaturgia grazie a una recitazione d'altri tempi, teatrale, solenne, pudica nel rapporto tra sacro e pagano, nel parallelismo tra la storia del protagonista Giuda Ben Hur (Heston) e del suo nemico/amico Messala (Stephen Boyd) e quella del Cristo (Claude Heater), qui mai inquadrato in volto, ampiamente palesato nella versione targata 2016. Entrata nella storia del cinema la sequenza appassionante della corsa delle bighe (che anche qui bighe non sono), realizzazione da applausi a scena aperta, sequenza omaggiata con scarsi risultati anche da George Lucas in persona con la corsa degli sgusci nell'episodio I di Star Wars: La minaccia fantasma.
Non tutto per forza deve essere triturato e riproposto, a volte alcune cose è bene lasciarle lì dove sono, usarle come spunto, come ispirazione, ma con rispetto e devozione. Meglio una brutta idea originale piuttosto che non una vecchia e valida ma irrimediabilmente compromessa.


