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martedì 3 marzo 2026

HONG KONG EXPRESS

(Chóngqìng sēnlín di Wong Kar-wai, 1994)

Ogni giorno ci troviamo spalla a spalla con tante persone. Non siamo che degli sconosciuti l’uno per l’altro ma ognuna di queste persone può entrare o meno nella tua vita”.

Dopo l’esordio As tears go by del 1988, film che si inseriva nel movimento che in quegli anni stava dando una nuova spinta verso l’estero al cinema di Hong Kong, e il più interlocutorio ma già proiettato verso il futuro Days of being wild del 1991, il regista nato a Shanghai Wong Kar-wai inizia a girare Ashes of time, quello che fino ad allora doveva essere il progetto più ambizioso dell’autore hongkonghese. Il film, uscito poi nel 1994, è un wuxia che incontrò diverse difficoltà nella sua realizzazione, cosa che ne fece slittare la distribuzione e provocò diverse sospensioni delle riprese, allungando a dismisura i giorni necessari per la sua produzione. Proprio nei momenti morti tra un ciak e l’altro di Ashes of time, Wong Kar-wai inizia a lavorare su un’altra sua idea, quella che poi darà vita proprio a questo Hong Kong Express, film che, in maniera quasi paradossale se contiamo che è stato realizzato in meno di un mese, diverrà ben presto uno dei simboli del cinema di Hong Kong di quel periodo e un piccolo cult movie apprezzato poi in tutto il mondo per la sua forza innovativa ed estetica, tanto da attirare anche l’attenzione di registi come Quentin Tarantino che lo scoprì grazie al circuito festivaliero, nello stesso anno in cui il regista statunitense stava presentando Pulp Fiction. Wong Kar-wai dirige il film con una sceneggiatura ridotta all’osso, con una trama esile che collega solo in maniera flebile e appena tangente due episodi per lo più slegati, gira in quartieri malfamati e senza permessi riuscendo a donare al film quell’aura così moderna e metropolitana che viene ricordata con grande ammirazione ancora oggi non solo dagli amanti del cinema asiatico.

Siamo a Hong Kong, nel complesso residenziale delle Chungking Mansion, un micro-mondo che comprende appartamenti, ristoranti, negozi di ogni tipo. L’agente di polizia He Zhiwu (Takeshi Kaneshiro) è in sofferenza per un amore apparentemente finito; la sua ragazza May, che in video non vediamo mai, l’ha lasciato e l’uomo si è dato un mese di tempo per aspettare il suo ritorno. Ogni giorno He Zhiwu acquista una confezione di ananas in scatola che porta la data di scadenza del giorno in cui, secondo lui, May dovrebbe tornare. Nel frattempo si dedica al suo lavoro e mangia spesso al locale di un uomo, una sorta di cupido dello street food, che scopriremo nel secondo episodio essere cugino della giovane Faye (Faye Wong). In parallelo si sviluppa la storia di una donna misteriosa in parrucca bionda e occhiali scuri (Brigitte Lin) che all’interno delle Chungking Mansion svolge diverse attività illegali; per un attimo i due si incrociano, più avanti i loro destini si legheranno per un breve periodo di tempo. Nel secondo episodio un altro agente, l’agente 663 (Tony Leung), impegnato in una storia disordinata e sensuale con un’hostess (Valerie Chow), incontra un giorno la nuova cameriera che lavora nel locale dove mangia spesso. La ragazza, di nome Faye, si innamora ben presto di 663. Recatasi al ristorante per incontrare 663 e non trovandolo, l’hostess lascia una busta a Faye da consegnare all’agente il quale, giorno dopo giorno, rifiuta di prenderla per ritardarne la lettura. Faye, incuriosita, la apre e ci trova le chiavi dell’appartamento di 663, a sua insaputa inizia a recarvisi rassettando per lui l’ambiente.

Hong Kong Express si imprime in maniera indelebile nella mente e nell’immaginario degli spettatori per la sua estetica dirompente ed elegante, un concentrato di stile che è elemento distintivo della cifra del regista Wong Kar-wai, senza dubbio uno dei maestri del cinema orientale e non solo. L’utilizzo della tecnica dello step-framing (o step-printing) crea da subito un senso di dinamico isolamento dei protagonisti, mobili e scattanti all’interno di un contesto esageratamente sfocato e luminoso, quasi a sottolinearne la solitudine che in qualche modo viene poi ribadita anche dalle due storie che compongono il film, storie labili nell’intreccio, semplici nella struttura ed enigmatiche in alcuni contenuti, forse impossibili nel loro intersecarsi (e qui si richiede una buona dose di attenzione o addirittura una seconda visione). Sono storie romantiche quelle raccontate da Wong Kar-wai, anche sensuali se vogliamo (pensiamo all’hostess, agli aeroplanini, giocattoli che diventano fine erotismo), ammantate di una solitudine ossimorica se riferita a un complesso sovrappopolato come quello delle Chungking Mansion, i sentimenti sono visti in un’ottica originale, molto far east nell’animo, immersi in un’estetica pazzesca, satura di colori, legata agli oggetti, all’ambiente, alla metropoli brulicante di vita e di amori a scadenza, una forma fatta di ralenty, camera a mano, cromie ricercate, freeze frame e altro ancora, tanto da far aprire il paragone, indubbiamente scomodo, tra Hong Kong Express e il film di rottura simbolo della Nouvelle Vague francese, il Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard. Lavora con sapienza anche sulle musiche il regista hongkonghese affidando a due brani molto noti alcune delle sequenze più significative del film: California dreamin’ dei The Mamas & Papas sparata a volume altissimo e con la cover di Dreams dei Cranberries cantata dalla stessa Faye Wong in cinese. Nonostante il film sia stato girato nei “ritagli di tempo”, rimasero ancora idee e sequenze da sfruttare che diverranno poi Angeli perduti, la successiva opera di Wong Kar-wai.

martedì 11 febbraio 2025

2046

(di Wong Kar-wai, 2004)

Il tempo e le occasioni non tornano, un amore segreto può essere custodito anche per sempre
. Con queste parole chiudevamo qualche tempo fa la nostra riflessione su quel gioiello prezioso che è In the mood for love, l'opera più nota del regista originario di Hong Kong Wong Kar-wai. Dopo quattro anni di gestazione travagliata e interrotta a più riprese Wong Kar-wai esce con questo 2046, un film che riflette proprio sull'impossibilità di tornare ai tempi andati, agli amori perduti, non pienamente vissuti, a quella mancanza struggente capace di bloccare intere esistenze, farle deragliare nell'eterna ricerca di un surrogato, di una soluzione palliativa che nell'intimo, in fondo, si sa destinata a non avere futuro. Per far questo il regista sceglie di costruire un film intimamente legato alla sua opera precedente (al suo capolavoro) senza optare però per un vero e proprio sequel; 2046 è un'opera tutta da decifrare, strana per certi versi, enigmatica, indubbiamente meno facile e meno centrata rispetto a In the mood for love, opera che rientra invece nel genere del melò, nel novero di quelle storie d'amore tormentate e intramontabili di cui il cinema ha ancora così tanto bisogno (e anche noi, non solo il cinema). Il filo che lega questo film al precedente (ma alcuni elementi rimandano addirittura a Days of being wild del 1991) è scoperto e si può afferrare da subito nell'osservare come ricorrano gli stessi attori principali (e non solo loro) già protagonisti di In the mood for love, ritornano qui nei panni di personaggi che portano gli stessi nomi di quelli già conosciuti qualche anno prima, almeno uno dei quali diremmo essere proprio lo stesso Signor Chow Mo-wan interpretato dal bravissimo Tony Leung. Le identità rischiano di confondersi, il tempo sembra quasi sospeso, irreale, eppure siamo, almeno leggendo uno dei livelli del film, in quel 1966 già definito come momento di passaggio per la città di Hong Kong, proprio come lo sarà in futuro l'anno chiave 2046.

Il fascinoso Chow Mo-wan (Tony Leung) lascia Hong Kong e la donna con cui intrattiene una relazione, Lulu (Carina Lau), per trasferirsi a Singapore dove troverà impiego come giornalista iniziando anche la stesura di un romanzo dal titolo 2046. Tornato ad Hong Kong dopo un periodo passato a Singapore Chow Mo-wan trova casa in un albergo un poco fatiscente; qui richiede al proprietario di poter alloggiare nella camera 2046 (la stessa in cui si consumava l'amore de In the mood for love) la quale però, a causa di un fatto probabilmente increscioso, non è disponibile e verrà in seguito occupata dalla prostituta Bai Ling (Zhang Ziyi) mentre l'uomo si sistemerà nell'adiacente 2047. Nel frattempo Chow Mo-wan porta avanti il suo romanzo fantascientifico nel quale il 2046 (un anno? un luogo?) è una meta agognata dove poter ritrovare i propri ricordi perduti, una meta alla quale in molti approdano ma dalla quale nessuno ritorna, nessuno tranne il protagonista del libro che sembra muoversi senza raggiungere più nessun luogo e nessun tempo. In realtà potrebbe essere proprio l'autore del romanzo a rincorrere il ricordo di un amore perduto, una Su Li-Zhen (Maggie Cheung) sepolta nel passato e cercata in qualche modo in Lulu, nella prostituta Bai Ling con la quale Chow avrà una relazione di una certa importanza seppur condotta sul filo del mercimonio, in misura minore nella vicinanza con Wang Jing-wen (Faye Wong), la bella figlia dell'albergatore fidanzata con un giapponese (e per ragioni storiche il padre i giapponesi li odia) e infine Su Li-Zhen, un'altra Su Li-Zhen (sempre Maggie Cheung), giocatrice professionista. Ma il tempo e le occasioni non tornano, non rimane che custodire la memoria di un amore, anche per sempre, in fondo "nella vita il vero amore lo si può mancare se lo si incontra troppo presto, o troppo tardi".

Quanto deve essere stato difficile approcciare la realizzazione dell'opera successiva a un capolavoro riconosciuto e amato come In the mood for love? Wong Kar-wai decide così di non allontanarcisi troppo e allo stesso tempo di sperimentare, con le forme della narrazione e con il nucleo di quel film dal quale in più di un senso questo 2046 discende e matura. Tanta carne al fuoco, a volte la percezione disorientante è che sia addirittura troppa, in un'accavallarsi di protagonisti, di donne soprattutto, di realtà e finzione, presente, passato e futuro, luoghi, anni. 2046 diventa così un numero simbolico: era la camera d'albergo dove in In the mood for love si ritrovavano i due protagonisti, è il titolo del romanzo che sta scrivendo Chow Mo-wan, è l'anno o il luogo a cui tendono i protagonisti del libro, è la camera in cui avrebbe dovuto alloggiare ora l'uomo e che invece viene occupata dalla bellissima Bai Ling, è l'anno in cui il periodo complicato, di transizione per Hong Kong terminerà con il ritorno definitivo alla Cina. Questo fantomatico 2046 nel quale si andrebbe a recuperare i ricordi perduti è il legame di un uomo che nel ricordo di un amore vive, al quale si aggrappa e che gli impedisce di trovare una nuova relazione sincera, profonda, anche se i presupposti gli si presentano più volte, soprattutto grazie alla "vicina" Bai Ling. Ma la perdita di quell'amore primigenio porta Chow Mo-wan a rifiutare legami duraturi, a perdersi in gozzoviglie con amici e colleghi, nel gioco, in relazioni temporanee fatte di sesso e chiusura ai sentimenti. 2046 è ancora un film d'amore, slabbrato quanto si vuole ma denso e carico, un film che diventa un corpo d'opera con il suo predecessore e come tale va letto, d'altronde i segnali di stile, e che stile, parlano chiaro: ancora le inquadrature sui lampioni, la pioggia, i muri, i vestiti eleganti d'epoca (meravigliosi), tutte cose che ci riportano a In the mood for love insieme all'uso delle cromie, alle strettoie virate al rosso qui alternate a campiture di verde, ancora una volta negli abiti, nelle pareti delle stanze. E poi gli specchi, a riprendere e richiamare inquadrature perfette, il controcampo con le figure di spalle, gli spazi stretti, gli interni carichi. Tutto questo, ammantato da una scelta musicale di nuovo significativa, ci racconta una solitudine, un rimpianto narrato in maniera quasi letteraria da un voice over molto presente, quasi fuori misura, e alla fine ci si domanda se l'amore più forte, più persistente e duraturo non sia inevitabilmente quello che non ci appartiene.

venerdì 18 marzo 2022

DAYS OF BEING WILD

(di Wong Kar-wai, 1991)

Days of being wild può essere considerato come un'opera di passaggio all'interno della filmografia di Wong Kar-wai; se nell'ottimo esordio As days gone by trovavano posto in ampia misura alcuni elementi molto cari al cinema di Hong Kong di quegli anni e che andavano incontro al pubblico, e parliamo principalmente di tutto il côté criminale dell'opera, in questa seconda prova del regista si intuisce una costruzione già proiettata verso quelli che saranno alcuni dei temi poi presenti nei film di maggior successo di Wong Kar-wai, in particolar modo si pensa a quel capolavoro indiscutibile che verrà: In the mood for love. Lo scavo nei sentimenti dei protagonisti diventa centrale, importante il mutamento che questi subiscono nel corso del tempo ma anche, o forse soprattutto, le conseguenze che da questi, o dalla loro mancanza, si scatenano, portando a situazioni esistenziali complesse e spesso foriere di infelicità e desideri inappagati. È l'inizio di un percorso, del passaggio da un cinema ancora condizionato dal mercato e dalla produzione a uno più prettamente d'autore che porterà il regista a essere uno dei più riconosciuti di Hong Kong in quegli anni, così come lo stesso Days of being wild verrà poi considerato uno dei migliori esiti di quella stessa cinematografia.

Siamo negli anni 60 a Hong Kong (come sarà anche per In the mood for love), il giovane Yuddi (Leslie Cheung) tenta di conquistare la bella Su Lizhen (Maggie Cheung) che fa la cassiera presso lo stadio, riuscirà in qualche modo a incantarla con un giochino legato allo scorrere del tempo e a un minuto ricorrente della giornata che diventerà il loro minuto, un po' come altre coppie hanno una loro canzone. Ma quando la loro relazione prenderà il via, i sentimenti di Yuddi non si riveleranno così radicati come i suoi primi sforzi lasciavano supporre, l'uomo si rivelerà freddo tanto da allontanare Su Lizhen. Yuddi si avvicinerà così alla cantante Mimi (Carina Lau), lei come in precedenza era accaduto a Su Lizhen si innamorerà di Yuddi, anche lei verrà presto accantonata. La difficoltà di Yuddi nel trovare un impegno sentimentale, una relazione che possa dare corpo alla sua vita e portarlo alla felicità, è radicata in una mancanza, quella dell'amore della sua vera madre che lo abbandonò da piccolo per affidarlo a una madre adottiva (Rebecca Pan) che per timore di venire abbandonata non vuole rivelare al figlio l'identità della madre naturale. Solo quando finalmente Yuddi riuscirà a mettersi sulle tracce del suo passato, in un viaggio verso le Filippine, capirà ciò che nel corso degli anni per lui è andato perso, ma ora forse è davvero troppo tardi...

Sembra di essere in una Hong Kong sospesa nel tempo in questo Days of being wild, la metropoli è tratteggiata tramite pochi angoli, quasi invisibile, ne cogliamo solo vicoli stretti, particolari, inquadrature che riportano alla mente altro per chi già ha avuto modo di ammirare le successive opere del regista: le strade buie, i personaggi accostati ai muri, la pioggia battente e soprattutto quella sensazione d'attesa (qui ben chiarificata dalle scene con la cabina telefonica), quella presenza costante di sentimenti sospesi, inesplosi, inespressi che donano profondità alla narrazione. Come si diceva in apertura è una fase di passaggio, il film non è ancora completamente a fuoco, in alcuni punti addirittura enigmatico, come nel caso della comparsa sul finale di Tony Leung, futuro protagonista di In the mood for love, c'è già però tutto il fascino dell'opera di un regista che sa come catturare il pubblico, interessato ai sentimenti e ai tormenti dell'animo umano, schiavo di sé stesso e del tempo, degli eventi, forse anche della predestinazione. Prove di stile, già significanti, un'apertura verso un discorso che porterà a grandi risultati.

giovedì 24 febbraio 2022

AS TEARS GO BY

(Wong gok ka moon di Wong Kar-wai, 1988)

A differenza di ciò che è accaduto al cinema di Taiwan, una delle industrie cinematografiche più importanti della sfera cinese, dove per portare sugli schermi tematiche adulte e poco edulcorate si è dovuto aspettare la New wave dei primi anni 80, il cinema di Hong Kong ha iniziato ad assaporare la sua età adulta decisamente prima, favorito da un'indipendenza politica che gli permise di non dover subire le ingerenze della censura da parte della Repubblica Popolare Cinese iniziando già dai primi anni 70, se non addirittura prima, a proporre una scelta di generi molto diversificata, prodotti sempre popolari, con film volti per lo più a garantire buoni incassi, ma dove non mancavano dosi di violenza, erotismo e libertà impensabili negli stessi anni in Cina o a Taiwan. L'esplosione del cinema di Hong Kong, soprattutto a partire dagli anni 70 del secolo scorso, grazie anche alla popolarità raggiunta dai film con protagonista Bruce Lee, garantì all'industria del Paese di aprirsi verso l'occidente diventando così uno dei mercati più floridi non solo in Asia ma in tutto il mondo, favorendo dei canali di importazione ed esportazione delle opere (con conseguenti introiti per case cinematografiche e sale) e dando via in seguito a una mobilità vivace per registi e attori che non mancarono di realizzare diverse opere per Hollywood. Tra i registi che attirarono l'attenzione internazionale, a partire dalla seconda metà degli anni 80, compare proprio Wong Kar-wai che fin da questo suo esordio si dimostra un autore capace di mettere in scena un film dalle caratteristiche popolari, in questo caso un mix di romanticismo e gangster movie, ma con una cifra di stile che già iniziava a mostrare peculiarità del tutto personali esplose poi in opere successive fino ad arrivare a capolavori indiscussi come In the mood for love.

Come dicevamo As tears go by racchiude una storia d'amore in un contesto criminale. Ah Wah (Andy Lau) è un delinquente di media levatura che gestisce un suo piccolo giro per una triade di Hong Kong; il ragazzo si accontenta di vivacchiare dei suoi traffici e di togliere costantemente dai guai il suo amico fraterno Mosca (Jacky Cheung), un buono a nulla testa calda deciso a tenere sempre il punto per non macchiare il suo onore da teppista da quattro soldi, questo atteggiamento lo mette spesso in conflitto con i capi di altre triadi come lo spietato Tony (Alex Man Chi-leung) con conseguenti conflitti per porre rimedio ai quali è chiamato in causa sempre Ah Wah. Un giorno il giovane riceve una chiamata da sua zia che gli chiede di ospitare a casa sua la cugina malata Ah-ngor (Maggie Cheung) che necessita di visite urgenti in ospedale. Una volta a Hong Kong la ragazza dovrà assistere ai turbolenti rientri notturni di questo cugino dalla vita affatto pacata, spesso arrabbiato, ferito, sanguinante. Tra i due nasce una certa complicità che farà intravedere ad Ah Wah possibilità di una vita diversa da quella che conduce, i legami con l'amico Mosca e con la vita che si è scelto però non saranno facili da sciogliere, in agguato sembra esserci un destino beffardo che non permette ai protagonisti di discostarsi troppo da un percorso che sembra già tracciato in maniera ineludibile.

Ottimo esordio per Wong Kar-wai che riesce a coinvolgere ed emozionare fin dal suo primo film. Dall'inquadratura iniziale su splendido sottofondo musicale emerge da subito l'occhio del regista per l'inquadratura, l'importanza estetica dell'immagine curata in maniera mai invadente ma trattata come se fosse un gioiello prezioso che brilla al collo di una splendida donna: la notte trafficata di Hong Kong, una parete di schermi che proietta un cielo blu solcato dalle nuvole, le luci notturne e i riflessi della città ci si specchiano dentro, le insegne al neon pennellano tocchi di giallo e di rosso, una bellissima composizione che è ottima presentazione di ciò che vedremo e sentiremo nel corso del film. As tears go by è una sorta di omaggio al Mean streets scorsesiano, quasi un remake dicono alcuni, d'altronde il connubio tra Scorsese e Hong Kong non finirà qui, il premiato The departed muove infatti i passi dalla saga di Infernal affaires alla quale prende parte proprio il nostro protagonista Andy Lau, a dimostrazione di come il cinema di Hong Kong e quello occidentale si siano abbracciati l'un l'altro. Wong Kar-wai costruisce un gangster movie con tutte le caratteristiche del caso spezzato da una vicenda romantica sempre lambita in punta di piedi ma che regala i momenti più emozionanti, bellissima la sequenza con Take My breath away dei Berlin cantata in cantonese da Sandy Lam. Il sapore degli anni 80, nonostante la latitudine a noi lontana, si sente tutto, la selezione musicale è magnifica e incornicia esplosioni di violenza che non lesinano di mostrare le conseguenze dei colpi subiti, tutto il racconto è pervaso da quel senso dell'onore, da quel legame d'amicizia che impedisce ai protagonisti di svoltare, di allontanarsi dal basso e dal marciume, il personaggio di Mosca è l'esempio di chi non si accontenta di una vita abitudinaria e sfoga nel crimine e in azioni sempre più spregiudicate la paura di essere considerato una nullità dalla società attorno a lui. Ma quel che più rimane sono i gesti, le parole, i momenti, i bicchieri nascosti, le magliette bagnate dal sangue. Grande esordio.

mercoledì 27 maggio 2020

IN THE MOOD FOR LOVE

(Huāyàng niánhuá di Wong Kar-wai, 2000)

L'amore nella sua essenza inesplosa, fuoco ardente che brucia sotto le ceneri, trattenuto e allo stesso tempo potente, capace di colmare lo spirito eppure così doloroso. In the mood for love è un bellissimo melò, pienamente appagante, narrato da un Wong Kar-wai pre-occidente con uno stile intimo ed elegante, un film capace di fare innamorare lo spettatore dei suoi protagonisti, di un'immagine, della pioggia, di un colore, di un particolare, di un gesto, di un incontro, di una melodia. A rendere In the mood for love un grande film ci sono innanzi tutto le scelte stilistiche del regista cinese che imprimono nella memoria particolari destinati a rimanere indelebili: quella sosta sotto la pioggia scrosciante, la ripresa ravvicinata di quel lampione, la strada in quel piccolo scorcio d'angolo ai piedi delle scale, quel corridoio stretto con le tende rosse ondeggianti al ritmo del vento; e sotto quella pioggia, illuminati da quel lampione, sul ciglio di quelle scale, accanto alle tende rosse, cosa si agita nel petto della signora Chan (Maggie Cheung) e del signor Chow (Tony Leung Chiu-Wai)? La vicenda è storicamente contestualizzata, più che altro per dare un'idea del tempo (in una fase di passaggio per Hong Kong) in contrapposizione a un'amore cristallizzato, che esula dal passare dei giorni, allo spettatore l'incedere temporale qui non interessa, ci si perde, ci si ferma nella storia della signora Chan e del signor Chow.


Ad ogni modo siamo nei primi anni 60 ad Hong Kong. Per pura casualità la famiglia Chan e la famiglia Chow si trasferiscono lo stesso giorno nello stesso condominio, stanze adiacenti in appartamenti coabitati da altre persone che faranno da sfondo di costume alla vicenda. Su-Li Zen Chan è una donna molto bella, sposata con un uomo d'affari in perenne trasferta di lavoro, Mo-wan Chow è un giornalista, la moglie fa il turno di notte come receptionist in un albergo. Gli incontri tra i due sono quelli del buon vicinato: il saluto in corridoio, il piccolo favore tra vicini, lo scambio di poche parole di cortesia. Evidente in tutti i sensi la mancanza dei coniugi, poco presenti nelle vite di Su-Lin e Mo-wan e assenti anche sullo schermo, per acuire il senso di mancanza, di lontananza anche psicologica, i coniugi dei due protagonisti sono sempre inquadrati di sfuggita da Wong Kar-wai, ne vediamo le spalle, i piedi, un'apparizione fugace qua e là ma sono presenze quasi incorporee che per lo spettatore non hanno volto. Da queste assenze ripetute, dal dubbio che instillano i continui viaggi d'affari, i doppi turni in albergo, nasce il sospetto del tradimento che poco alla volta prenderà corpo nella mente di Sun-Lin e Mo-wan i quali si troveranno ad affrontare la stessa solitudine iniziando poco a poco, giorno dopo giorno, ad alleviarla insieme.


Quello tra i due protagonisti è un amore struggente, intimo e represso, che trova l'ostacolo delle convenzioni sociali, lo scoglio del voler essere migliori dei loro coniugi, di non recitare il ruolo di traditori, e mentre il tempo passa (e noi non ce ne accorgiamo) il dolore di questo amore tenuto al guinzaglio macera i cuori pur donando luce alle giornate, come capita per gli amori inespressi. Lo sguardo della camera di Wong Kar-wai è magnifico, indulge sui particolari a più riprese, sui luoghi raccolti, spesso condivisi, sui riti quotidiani che fanno breccia nell'affetto che da spettatori si prova per Su-Li e Mo-wan divenendo parte di una storia emozionante, la forma conta tantissimo, l'incedere elegante della signora Chan nei suoi splendidi abiti stretti (i cheongsam), accompagnata dalla superba partitura musicale di Shigeru Umebayashi e Michael Galasso, rimane vivido anche dopo i titoli di coda. Il regista tornerà al melò anche in lingua inglese con il romantico My blueberry nights, altro film riuscito sebbene questo In the mood for love resti insuperato.

Il tempo e le occasioni non tornano, un amore segreto può essere custodito anche per sempre.

martedì 28 febbraio 2012

UN BACIO ROMANTICO

(My blueberry nights, di Wong Kar-Wai, 2007) 

"E' come per le torte. Alla fine di ogni serata del cheesecake e della torta di mele non rimane assolutamente nulla. Della mousse di pesche e della torta di cioccolato ne rimangono delle fette, mentre la meravigliosa torta di mirtilli rimane intatta." - "Cos'ha che non va la torta di mirtilli?" - "Non ha niente che non va questa torta, è che la gente sceglie altro, non si può dire che non sia buona, è solo che nessuno la vuole" 

Primo film occidentale girato dal regista cinese Wong Kar-Wai e primo approccio per me al cinema del regista orientale. E' un film di crescita questo, un film su un momento nella vita, un momento che in forme diverse potrebbe anche essere per una volta quello di chiunque. Storia semplice che avrebbe potuto prendere strade diverse e incrociare differenti destini per poi portare al medesimo risultato (o anche a uno diverso, ma quello scelto dal regista va più che bene). In casi come questo il cinema assolve a uno dei suoi compiti, quello di regalarci qualche emozione, anche fosse minima, un pezzo di un sogno, un po' di speranza. Molto spesso questo accade con film lontani dalle grosse produzioni, con pellicole che non ti incollano alla poltrona e non ti fanno provare brividi e tensione. Accade con storie che semplicemente emozionano, per qualcosa, per qualcuno, anche solo per qualche piccolo particolare o qualche breve istante. Quando la vita, che come disse qualcuno all'esame di maturità "non è un batuffolo rosa", ti presenta dei conti da pagare e delle decisioni da prendere, chi non vorrebbe che tutto finisse con un bacio romantico?


Jeremy
(Jude Law) gestisce un caffé a New York. Una sera Elizabeth (Norah Jones) entra nel locale per scoprire che il suo ragazzo l'ha tradita e lasciata per un'altra. Distrutta dal dolore, sera dopo sera, Elizabeth trova conforto nel locale, nelle belle chiacchierate con Jeremy e nella torta di mirtilli. Per dare una svolta alla sua vita e mitigare il suo dolore, dopo alcuni giorni Elizabeth decide di partire e intraprende un viaggio lungo gli States che la porterà a lavorare come cameriera in vari locali e a incontrare dolori diversi dal suo e altrettanto intensi. Crescerà di fronte al dolore del poliziotto Arnie (David Strathairn) lasciato dalla bella moglie Sue Lynne (Rachel Weisz) e dovrà fare i conti con la fiducia da accordare alle persone grazie all'incontro con la giocatrice di poker Leslie (Natalie Portman). Il regista segue gli attori nella loro recitazione contenuta e mai troppo sopra le righe, unica eccezione per l'ottima prova della Portman, in balia di un dolore diverso. Cast azzeccato, compresa l'esordiente Norah Jones, che contribuisce alla riuscita del film partecipando anche alla colonna sonora (magari ne riparliamo) con alcuni dei suoi pezzi. Il regista sceglie una cifra stilistica estetica caratterizzante grazie all'uso di colori forti che, nonostante le molte riprese notturne, aggiungono piacere per gli occhi dello spettatore. Una trama minimale per un film che regala emozioni.

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