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lunedì 21 novembre 2022

GLI ORRORI DEL CASTELLO DI NORIMBERGA

(di Mario Bava, 1972)

Da molti considerato tra i migliori autori del nostro giallo/thriller e del filone horror italiano a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, Mario Bava è fuor di dubbio tra i registi che hanno lasciato un segno nel nostro cinema di quegli anni, aprendo le porte dei generi ad autori arrivati dopo di lui che poi ne supereranno la fama (pensiamo al solo Dario Argento ad esempio). Gli orrori del castello di Norimberga, come è facile intuire dal titolo (Baron blood per l'estero) è proprio uno dei tasselli del corpo d'opera horror di Mario Bava, qui supportato dalle musiche di Stelvio Cipriani e da un bel lavoro sulla fotografia del quale si incarica lo stesso Bava, tutti elementi che rientrano nel nobile artigianato del cinema di genere italiano tanto in voga in quegli anni (qui siamo nei primi 70). Non tra le opere più conosciute e meglio riuscite di Bava, Gli orrori del castello di Norimberga rimane comunque un buon esempio di quel cinema bis che nel corso del tempo ha trovato orde di estimatori, spesso a posteriori, e che non manca, come in questo caso, di mostrare ingegno e buone trovate visive, realizzate con poco ma capaci di sopperire a passaggi di sceneggiatura frettolosi o in generale a una fase di scrittura non sempre così forte o all'altezza di produzioni più blasonate.

Nonostante il castello del titolo richiami la città tedesca qui siamo in Austria dove risiede il professore universitario Karl Hummel (Massimo Girotti). Il professore viene raggiunto da un suo giovane nipote, Peter Kleist (Antonio Cantafora) il quale vorrebbe approfittare della visita allo zio per studiare la singolare storia di un vecchio avo del quale Peter è un diretto discendente; questi era il vecchio proprietario del castello di Norimberga, ora in fase di ristrutturazione e di studio, il Barone Otto Von Kleist (Joseph Cotten) il quale, sembra, in vita fosse stato un feroce assassino poi maledetto da una strega, una maledizione che portò il Barone a morire tra atroci sofferenze, piagato nel corpo come lo era nella mente. Tra le antiche carte di famiglia Peter ha trovato una pergamena che descrive l'incantesimo per riportare in vita il Barone e quello per farlo tornare nuovamente nel mondo dei più, ne parla con lo zio e con la bella Eva Arnold (Elke Sommer), una studiosa che sovrintende ai lavori di restauro del castello. Così per scherzo, nella stanza in cui morì bruciato il Barone, Peter ed Eva compiono il rito per portare indietro l'antenato del giovane, purtroppo per loro, e non solo, la vecchia pergamena non è solo il viatico per un'innocuo e macabro scherzo bensì il tramite per spalancare le porte sull'orrore.

Come già fatto con La ragazza che sapeva troppo Bava apre il film con una sequenza di volo, quella dell'aereo con cui Peter arriva in Austria; le musiche di Cipriani sono qui allegre e riportano alla mente le soluzioni più leggere e frivole in voga negli anni 70 (e successivi) in tema di score musicali, oltre a dare una connotazione temporale molto precisa il lavoro di Cipriani anticipa anche un poco i toni scanzonati con i quali da principio i protagonisti prendono tutta la faccenda della pergamena e della maledizione. Fin da subito Bava adotta movimenti di regia interessanti e vivaci, se dal punto di vista della scrittura e appunto dei toni il film appare "leggero" da quello formale è innegabile che il regista e fotografo anche qui abbia messo impegno e mestiere a disposizione della produzione, denotando un certo talento che non si può non riconoscergli. La Sommer illumina la scena quanto e più della fotografia di Bava, splendida comprimaria che compensa con un volto angelico una recitazione tutto sommato ordinaria, ci regala anche una versione in abito tradizionale che si sposa con i primi toni meno cupi del film. Nei momenti salienti Bava e Cipriani riescono a creare quel giusto tocco di tensione aiutati da scenografie interessanti, gli interni del castello in primis, si lavora molto bene con l'uso delle luci, della nebbia (a volte fin troppo invasiva), con gli oggetti di scena come il quadro del conte e con il trucco dello stesso Barone, avvolto in mantello e cappello a tesa larga d'epoca, sfigurato orrendamente e visibile sempre solo di sfuggita. Non manca nemmeno il product placement con un bel distributore di Coca Cola all'interno del secolare castello. Gli orrori del castello di Norimberga pecca un po' in fase di scrittura, alcuni passaggi sono affrettati, non ci sono momenti truci ne troppe concessioni all'orrore, non ci si spaventa mai. Nel complesso il film rimane un pezzo di quella nostra storia del cinema (di serie b) che ogni tanto si ripercorre volentieri, magari non ci si trova il guizzo particolare ma almeno ci permette di tornare alle atmosfere e all'artigianato di quei tempi che tutto sommato non erano poi così male.

venerdì 16 aprile 2021

LA RAGAZZA CHE SAPEVA TROPPO

(di Mario Bava, 1963)

Film anticipatore questo di Bava, forse più importante per il fatto di aver dato il la al filone del giallo all'italiana che non per il suo reale valore intrinseco che, a parte per la sua riuscita sul piano registico e visivo, non lascia particolari emozioni a imprimersi nella memoria dello spettatore. Non è questo l'unico film di Bava ad aver dettato la via ai suoi successori nel canonizzare questo o quell'altro genere italiano, dal gotico al giallo per passare al western più scanzonato e allo slasher, poi sappiamo che mettere punti fermi e datare l'inizio di un dato fenomeno non è sempre così semplice, Bava è considerato però proprio tra i precursori di svariati filoni del cinema di casa nostra, di questo si deve dargli atto, a questa fama ha contribuito in parte anche La ragazza che sapeva troppo, film che ha aiutato altri registi e soprattutto i critici a tracciare un'ideale scaletta per punti delle caratteristiche del genere in questione: il giallo all'italiana (punti che non stiamo ad elencare uno per uno, li si trova facilmente con una breve ricerca in rete). Pensiamo anche che si è nel 1963, sette anni prima che arrivino sugli schermi i ben più noti gialli di Dario Argento.

Il film si apre con una sequenza aerea che mostra l'arrivo in Italia, a Roma per la precisione, di un volo della TWA dal quale scende l'americana Nora Davis (Letícia Román), giovane donna giunta nel Belpaese per passare una vacanza ospite dell'anziana Ethel (Chana Coubert) la quale, malata, è accudita dal suo medico, il Dottor Marcello Bassi (John Saxon) che trova fin da subito la giovane Nora molto attraente. Il viaggio dell'americana in Italia purtroppo non inizia con i migliori auspici, già in aeroporto Nora viene coinvolta nell'arresto di un compagno di volo trafficante di droghe leggere, inoltre durante la sua prima notte a Roma la vecchia Ethel muore in seguito a un malore, durante la successiva sortita in cerca di aiuto Nora viene aggredita da un ladro che le ruba la borsa. Al termine di questa brutta esperienza in una Roma notturna e stranamente deserta (siamo comunque sulla scalinata di Trinità dei Monti), a turbare ancor più la turista arriva l'omicidio; una donna con un pugnale conficcato nella schiena si palesa davanti a Nora, inseguita dal suo assassino, al che la povera ragazza sviene non vista dal brutto ceffo. Al risveglio nemmeno l'ombra del cadavere della donna; sia la polizia che i medici che visiteranno Nora, così come lo stesso Marcello, tenteranno di convincerla che la sua esperienza è stata tutta una fantasia dettata dal trauma per la morte di Ethel e dalla successiva aggressione. Una volta tornata sul luogo del delitto Nora conoscerà Laura Torrani (Valentina Cortese), un'amica di Ethel e proprietaria di una casa prospiciente a Trinità dei Monti, la donna inviterà Nora a stare a casa sua per evitarle il soggiorno nel luogo del decesso di Ethel. Ma il delitto al quale Nora è convinta di aver assistito continuerà a tormentarla, scoprirà che lo stesso ha legami concreti che affondano nel passato...

Si apre sulle note di Furore cantata da Celentano, siamo nei 60 e Roma è una città da cartolina, il contrasto tra lo splendore della capitale e i temi foschi del film ben si amalgamano in un'alternanza luce e buio anche metaforica, le panoramiche sulla città eterna hanno valso al film diversi paragoni con il ben più celebre Vacanze Romane, allo splendore capitolino fanno da contraltare le sequenze notturne ambientate principalmente a Trinità dei Monti o nella casa dove soggiorna la protagonista. Proprio con le luci e con le ombre Bava compie il suo piccolo miracolo di estetica, ultimo film girato in bianco e nero dal regista che riesce a massimizzare i risultati di una fotografia curata da lui stesso in prima persona, esemplari le riprese sugli interni in notturna della centralissima casa della signora Torrani. L'accumulo di tensione, a dire il vero non proprio da far tenere il fiato, è costruita proprio sui giochi d'ombra e di luce e sul bel lavoro fatto sul sonoro, discreto e ben calibrato, si pecca invece in fase di sceneggiatura con alcune dinamiche facilmente intuibili e uno sviluppo non sempre esemplare. Come si diceva un film importante a suo modo per il nostro cinema, non così eccezionale rivisto oggi se non sotto gli aspetti sopra descritti, consigliato solo ai cultori del genere in questione.

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