mercoledì 23 settembre 2020

LUCA IL CONTRABBANDIERE

(di Lucio Fulci, 1980)

In seguito al successo di Zombi 2 che instradò Fulci sulla via dell'horror e del gore dopo che lo stesso aveva lungo la sua già prolifica carriera fatto veramente di tutto, il regista romano sceglie di realizzare un noir vicino al poliziottesco di fine anni 70, si gira nel golfo di Napoli e nelle strade della città partenopea e come protagonista ci si affida al veneto Fabio Testi, un'unione di elementi che rappresenta il nostro stivale da nord a sud. Non era facile non fare un passo falso dopo l'ottimo esito del film precedente, Fulci pur cambiando genere si conferma ottimo regista con delle linee di stile da seguire; nonostante oggi non goda della stessa popolarità del film precedente anche Luca il contrabbandiere, titolaccio cheap, si rivela invece un'ottima visione con parecchi spunti interessanti. Come dicevamo si guarda al poliziottesco, ai film di Fernando Di Leo, ma qui Fulci ibrida la narrazione da gangster movie al suo gusto per il truce e il sanguinolento, la violenza eccessiva, non solo a livello visivo ma anche psicologico, esplode in guizzi di carni martoriate e crudeltà assortite alle quali non è difficile collegare exploit successivi di registi blasonati come Tarantino o Roth che non nascondono l'ammirazione per il nostro. Da questo punto di vista le scene da ricordare sono diverse, se in di Zombi 2 si ricorda la penetrazione del bulbo oculare della Karlatos con una scheggia di legno, qui rimangono la deturpazione del viso della bella Ingrid con la fiamma ossidrica o i proiettili che aprono gole e teste, o ancora i corpi martoriati dall'acido delle solfatare. Insomma, Fulci cambia ancora una volta genere, ne segue con rispetto le caratteristiche essenziali ma non rinuncia al suo tocco, non per niente fosse stato per lui il film si sarebbe intitolato Violenza.

Ancora una volta, come accadeva in Zombi 2, il film si apre con una bella sequenza in mare, qui sono i veloci e guizzanti motoscafi della squadra di contrabbandieri di sigarette coordinata da Luca Ajello (Fabio Testi), padre di famiglia prestato al crimine a causa della chiusura delle fabbriche al nord, a dover sfuggire a una vedetta della Guardia di Finanza. Le riprese aeree sul Golfo di Napoli sono una bella presentazione, un ottimo primo impatto che verrà confermato con l'avanzare del film. Luca e suo fratello Michele (Enrico Maisto) gestiscono un racket di sigarette, sono contrabbandieri vecchio stampo che portano avanti i loro traffici in maniera pulita, gente che non spara inutilmente e che si limita a qualche scaramuccia innocua per sfuggire alle forze dell'ordine. Ma la capacità organizzativa dei fratelli Ajello, quella di Luca soprattutto, fa gola a una nuova criminalità più spudorata, priva d'onore e di scrupoli che ha capito che il futuro del guadagno vero, quello forte, è legato a filo doppio alla diffusione della droga, cosa che i vecchi boss della mala napoletana, gente d'onore come Don Morrone (Guido Alberti) non possono accettare, perché "con questo sole e con questo mare la droga che c'entra?". Presto lo scontro diventa aspro, non solo ideologico ma vero e proprio scontro per la sopravvivenza e per il territorio, e in questi scontri come da copione cadono i morti, emergono i voltafaccia, volano le pallottole.

Luca il contrabbandiere è un film riuscito, nonostante il vestito sdrucito da serie B appassiona e regala ottime sequenze, mostra una Napoli dei vicoli molto indovinata nella scena della retata della Finanza, tra poveri cristi e gente costretta ad "arrangiarsi", contrappone il vecchio malaffare che faceva soldi su un traffico ancora "innocuo" alle nuove leve del crimine organizzato, mischia buone scene d'azione anche ben coreografate (il balletto dei motoscafi) alla vena più cruda di Fulci sostenuta da sprazzi musicali che richiamano qua e là suoni da blaxploitation. A stretto giro il regista inanella cose come questo Luca il contrabbandiere, Zombi 2 e Sette note in nero rivelandosi qualcosa in più dell'artigiano del Cinema italiano di quegli anni.

lunedì 21 settembre 2020

I MISTERI DI LISBONA

 (Mistérios de Lisboa di Raúl Ruiz, 2010)

Opera in bilico tra un film fiume (la durata è di 272 minuti) e una miniserie tv o, ancor meglio, uno sceneggiato televisivo, come si soleva dire una volta. I misteri di Lisbona, terminato quando il regista cileno Raúl Ruiz aveva sessantanove anni, è tratto dal romanzo omonimo del 1854 di Camilo Castelo Branco. Del romanzo dell'Ottocento il film mantiene vivo l'incedere, una delle caratteristiche che più si apprezza di questa opera dal corpo imponente è proprio la capacità di restituire la piacevole sensazione del confronto con un classico della letteratura del XIX° secolo, lo spettatore in qualche modo sembra venire catapultato tra le pagine di un libro fatto di intrighi, relazioni osteggiate, parentele insospettate e una ridda di eventi pronti a convergere verso uno o più centri. Viene in mente il classico feuilleton, la narrativa popolare d'altri tempi spruzzata di moderno da una regia capace di regalare diversi guizzi innovativi all'interno di una narrazione classica senza mai snaturarne il senso d'insieme, sia narrativo che formale ed estetico. I misteri di Lisbona non ha trovato in Italia una distribuzione in sala, visibile grazie al solito interessamento dell'organico di Fuori Orario è stato presentato agli spettatori suddiviso in sei capitoli, il frazionamento in parti non inficia la visione dell'opera che ha già in maniera naturale al suo interno una sorta di cadenza in capitoli, ognuno dei quali si sofferma su personaggi ed eventi diversi destinati a confluire ed intersecarsi in qualche modo con quelli degli altri protagonisti del film.

Siamo nella prima metà del 1800, in una struttura religiosa retta da padre Dinis (Adriano Luz) vive il giovane Joao, un ragazzino orfano di cui padre Dinis si prende cura, Joao è completamente all'oscuro delle sue origini fino a quando il prete gli presenta una bella signora che svela al ragazzo di essere sua madre. La donna, Angela de Lima Contessa di Santa Barbara (Maria Joao Bastos), vive vessata dal marito e reclusa in una vecchia dimora nobiliare ormai decaduta, il Conte di Santa Barbara però non è il padre del ragazzo, questi infatti venne ucciso da un sicario quando Joao era in fasce per ordine del suo stesso nonno, il Marchese di Montezelos che non voleva permettere alla figlia Angela di sposare il suo amato Pedro da Silva in quanto secondogenito della sua famiglia e quindi, per le usanze dell'epoca, destinato alla povertà. Il cuore di Angela ne esce distrutto, la donna incapace di aprire il suo cuore ad altri uomini accetta una vita di infelicità e la lontananza da un figlio che solo grazie all'intervento di padre Dinis riuscirà a ritrovare. Da questo fatto iniziale si dipaneranno le vicende di numerosi personaggi legati a vario titolo alle figure di Joao, di Angela e di padre Dinis, ognuno dei protagonisti porta con sé uno o più misteri che nel corso del film verranno uno a uno disvelati componendo un affresco corale ambientato tra l'aristocrazia dell'epoca, a volte decaduta, a volte nel suo splendore, con puntate al di fuori del Portogallo verso Francia e Italia. Personaggi ambigui e affascinanti come Alberto de Magalhaes (Ricardo Pereira), Elisa de Montfort (Clotilde Hesme), Blanche de Montfort (Léa Seydoux) arricchiscono la narrazione collettiva che incastra frammenti di vite tra presente, passato e sprazzi di futuro rispetto all'infanzia dello sfortunato Joao.

Formalmente molto studiato e ricco, nonostante le tantissime inquadrature frontali, piccoli pianisequenza che seguono il susseguirsi delle scene in interno camera dopo camera, I misteri di Lisbona non si risparmia qualche artificio visivo per tenere desta l'attenzione dello spettatore e creare legami, raccordi tra situazioni (l'uso del piccolo teatrino di Joao), così come non si limita a una regia piatta l'esperto Ruiz che infila diverse trovate interessanti dentro un impianto che all'occhio disattento non può che apparire più che classico. Anche dal punto di vista della sceneggiatura, oltre alle piccole e grandi sorprese che il passato dei vari personaggi non manca di riservare, vi sono chiavi di lettura sulle quali lo spettatore è chiamato a riflettere con la possibilità di reinterpretare in maniera differente il contenuto dell'intera opera. L'ambientazione è pervasa da una sobria eleganza, il Portogallo non è la Francia, eppure le stesse dinamiche da romanzo d'appendice accomunano gli amori impediti, le tragedie, le convenzioni emergono anche qui più forti dei sentimenti. Una narrazione piena che non mancherà di alimentare il desiderio di chi ha amato romanzi come Il Conte di Montecristo e altri grandi classici di andare a recuperare anche lo scritto da cui quest'opera è tratta.

giovedì 17 settembre 2020

DALLAS BUYERS CLUB

 (di Jean-Marc Vallée, 2013)

Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée ha avuto il merito di riportare sotto i riflettori la piaga dell'HIV relegata un po' ai margini dall'informazione pubblica; se ne parla ormai poco e con scarsa regolarità, ma dalle ultime statistiche risalenti al 2018 si denunciano ancora circa 770.000 morti nell'arco di un anno, dati fortunatamente in diminuzione grazie alle cure sempre più efficaci che anno dopo anno sono state sviluppate per arginare gli effetti distruttivi del virus. Il film di Vallée è ispirato alla biografia di Ron Woodroof, un texano che contrasse il virus dell'HIV a metà degli anni 80 e qui interpretato in maniera fantastica da Matthew McCounaughey che per questo ruolo ha raccolto ovunque premi a cascata a partire dall'Oscar come miglior protagonista. In quegli anni le cure per l'AIDS erano molto meno efficaci di quelle attuali...

Ron Woodroof (Matthew McCounaughey) è un texano rozzo, omofobo, con una discreta dipendenza dalle droghe e dalle donne, appassionato di rodeo e gran scommettitore, tanto da dover ricorrere alla fuga quando cowboys e tori non riescono a confermare le sue previsioni. Siamo negli anni 80, l'abuso di sesso occasionale e non protetto porta Woodroof a contrarre il virus, cosa che in un ambiente molto macho e ignorante come quello che Ron bazzica si traduce in una sola parola: frocio. Ron è purtroppo il primo tra gli omofobi, zotico e ignorante, ma Ron non è stupido. Appreso dal dottor Sevard (Denis O'Hare) e dalla dottoressa Saks (Jennifer Garner) della sua condizione di malato e delle sue prospettive di vita limitate, dopo le prime inevitabili escandescenze, Ron inizia a informarsi. Scopre così che le cure alle quali lo sottoporrebbe l'ospedale si basano sull'assunzione di AZT, un farmaco approvato per la sperimentazione dalla Food and Drug Administration (FDA) senza troppe certezze, e che la sperimentazione prevede gruppi di pazienti in cura effettiva e altri a regime placebo: Ron non può accettare di correre questo rischio sapendo di poter finire nel gruppo di persone destinate ad assumere innocui confetti. Dopo aver fatto di tutto per procurarsi l'AZT Ron è costretto a rivolgersi al Messico per trovare delle vie alternative, qui incontra il Dott. Vass (Griffin Dunne) che gli apre gli occhi sulla tossicità dell'AZT e su una serie di prodotti alternativi che migliorano le condizioni dei sieropositivi ma che non sono approvati dalla FDA e quindi non utilizzabili negli USA. Insieme a Rayon (Jared Leto), un transgender incontrato in ospedale, Ron avvierà un traffico internazionale di farmaci e vitamine non approvate fondando il Dallas Buyers Club, una sorta di ambulatorio clandestino osteggiato dalla FDA e dagli interessi che questa protegge e che diverrà ben presto una speranza per tutti i malati della zona.

Dallas Buyers Club è uno di quei film capaci di istigare la giusta rabbia per un mondo schifoso dove vale sempre il motto "il profitto prima di tutto", anche sulla pelle di persone afflitte da una piaga così grave. Il film poggia in larga parte sull'ottima prova di un McConaughey in stato di grazia che va a oscurare anche gli altri meriti del film come la regia di Vallée che ha qualche bella intuizione (la scena dello strip club ad esempio) e soprattutto la bella prova di Jared Leto che offre un bellissimo volto a Rayon, entrambi gli attori tra l'altro (di McCounaghey è risaputo di Leto lo sospetto) si sono dovuti attenere a un regime di sacrificio per interpretare i rispettivi ruoli che richiedevano fisici parecchio emaciati. La sceneggiatura è diligente, lo sviluppo non stupisce e l'andamento del film ha una cadenza nota, non manca nemmeno il percorso di ravvedimento di Ron che affrontando la malattia diviene più aperto e tollerante, non si può però non entrare in empatia con i protagonisti ma anche con le sfortunate comparse destinate a essere vittime di questo virus all'epoca ancora poco conosciuto, soprattutto non si possono non condannare i comportamenti di un'organizzazione come l'FDA che dovrebbe tutelare la salute dei cittadini e che si preoccupa invece di assecondare i voleri dell'industria farmaceutica. Come gira il mondo purtroppo l'abbiamo imparato da tempo, film come questo sono sempre utili per non farcelo dimenticare.

domenica 13 settembre 2020

LA CONGIURA DEGLI INNOCENTI

(The trouble with Harry di Alfred Hitchcock, 1955)

Fino a qualche anno fa gli appassionati di Cinema che anelavano la visione domestica di un bel film, lontani ancora dalle piattaforme streaming (legali e non), impossibilitati a cercare nuovi stimoli in rete o sull'ancora inesistente Youtube, si affidavano all'home video e ancor più spesso a ciò che proponeva la tv generalista, quella cosa che molti giovani d'oggi non sanno neanche più cosa sia. In quel tempo analogico e non connesso i canali televisivi lanciavano spesso i cicli tematici: il ciclo James Bond era un classico, in sequenza, uno alla settimana, tutti i film dedicati all'agente segreto al servizio di sua maestà, immancabile d'estate e agognato dagli adolescenti il ciclo horror, mi viene in mente il contenitore dello Zio Tibia ad esempio, evento godurioso per cui l'attesa era superata solo dal ciclo chiappa e spada (ma anche solo chiappa) grazie al quale si potevano ammirare le grazie della Fenech, della Gloria Guida, della Cassini o della Bouchet (più tutte le altre, che qui non si vuol far torto a nessuno!). Tra i tanti cicli proposti quello dedicato al maestro Alfred Hitchcock si rivelava sempre tra i più interessanti anche se nel corso delle innumerevoli volte che questo è stato proposto, magari da più canali diversi, ci ha dato la possibilità di vedere più o meno sempre gli stessi titoli. All'interno di una filmografia che comprende più di cinquanta film divisi tra Cinema muto e sonoro e soprattutto tra un periodo inglese e uno americano (in base al paese dove sono stati girati i film), quelli che regolarmente passano in televisione - perché questi cicli ancora ci sono - sono circa la metà, provenienti prevalentemente dal periodo americano, con una programmazione concentrata sui film da metà anni 40 in avanti. Proprio in questi giorni ci son ben due canali televisivi in chiaro che stanno riproponendo il ciclo del "maestro del brivido", ovviamente i titoli trasmessi sono sempre i medesimi, è stata però l'occasione giusta per riguardare uno di quei film un po' rimossi dalla memoria, un esperimento che è un unicum all'interno della filmografia del regista: La congiura degli innocenti.

The trouble about Harry, questo il titolo originale, presenta diverse caratteristiche solitamente estranee alle opere di Hitchcock. Per iniziare possiamo dire di trovarci a pieno titolo di fronte a una commedia, per carità, commedia con cadavere, con un umorismo parecchio macabro e volendo con una gestione di alcune situazioni che per l'epoca, siamo nel 1955, avrà anche scandalizzato qualche benpensante, ma pur sempre una commedia. Manca totalmente la tensione, La congiura degli innocenti è un'opera del re del brivido senza brivido alcuno, anche per lo spettatore l'aspetto legato alla ricerca di un colpevole diviene residuale di fronte al succedersi di situazioni assurde e grottesche e rimane sempre in secondo piano se confrontato al piacere di vedere all'opera ottimi interpreti in un intreccio decisamente atipico per i canoni del maestro. Il film, forse proprio per questo, fu un grosso insuccesso, non piacque già all'epoca, è rimasto un caso isolato nella filmografia del regista anche se è stato poi rivalutato dalla critica con il passare degli anni e a tutti gli effetti, rivisto oggi, lo si può dire senza timore una commedia molto ben riuscita, ovviamente agli antipodi di cose come Psycho, Gli uccelli e di tutti gli altri titoli tesi che compongono la filmografia di Hitchcock. Eppure il regista si diceva molto legato a questo film, un divertissement girato in poco tempo, senza particolare ricorso a trucchi di regia, realizzato con un budget piccolo rispetto ai suoi precedenti film, immerso nelle splendide vedute autunnali del Vermont, fotografate in maniera sublime da Robert Burks, e recitato da un cast privo di grandi star: una splendida Shirley MacLaine è qui al suo debutto e lascia subito il segno, si nota la presenza di John Forsythe, un'ottima prova anche la sua, divenuto poi popolare con il ruolo di Blake Carrington nella soap opera Dynasty.

Nei pressi della cittadina (a esagerare) Highwater nel Vermont il Capitano Wiles (Edmund Gwenn) è intento in una solitaria battuta di caccia alla lepre. Poco distante il piccolo Johnny Rogers (Jerry Mathers) si imbatte nel cadavere di un uomo, vestito di tutto punto e steso nel mezzo delle colline che circondano la cittadina con una ferita alla testa. Mentre il bimbo torna a casa per avvisare sua madre anche il Capitano Wiles si imbatte nel cadavere convincendosi di essere lui stesso l'assassino che per errore, tirando alla lepre, ha invece colpito l'uomo; prenderà su due piedi la decisione di far sparire il cadavere per evitare complicazioni con le autorità locali. Prima però di riuscire a far sparire il cadavere nello stesso si imbatteranno prima la Signora Rogers (Shirley MacLaine) che si scoprirà subito essere sposata al morto, poi Miss Gravely (Mildred Natwick), una zitella di mezza età interessata al Capitano, e ancora il pittore Sam Marlowe (John Forsythe), il mezzo orbo Dottor Greenbow (Dwight Marfield) e un vagabondo di passaggio. A nessuno di questi personaggi, compresa la moglie, sembra importare un accidenti di quel cadavere (l'Harry del titolo originale) che probabilmente si troverà sballottato più da morto che quanto in un'intera vita. Il morto, che non vediamo mai in faccia, è interpretato da Phillip Truex.

L'aspetto più divertente del film è proprio l'alone di cinismo che circonda tutti i personaggi, la stessa caratteristica che valse al film più di una critica all'epoca, tutti i protagonisti di fronte a questo cadavere mostrano un interesse per lo stesso pari a zero, la moglie è sollevata di esserselo tolto di torno, tutti gli altri discutono amabilmente sull'opportunità o meno di farlo sparire dando inizio a una catena di eventi surreale ma che spesso ci fa sorridere, la vicenda assume toni scanzonati e surreali tanto che delle sorti del morto, di chi l'abbia ucciso e perché, alla fine finisce per non importare un fico secco nemmeno allo spettatore. Ottime le interpretazioni del cast, la MacLaine e Forsythe (che riscopro ottimo attore) sono una bella coppia ben supportata dagli altri coprotagonisti. Da segnalare l'ottimo accompagnamento musicale di Bernard Herrmann che da qui in avanti collaborerà più volte con Hitchcock, le musiche sottolineano magnificamente tutti i passaggi più surreali della vicenda. La congiura degli innocenti proprio per la sua unicità merita di essere visto, probabilmente non mancherà occasione tenendo d'occhio il prossimo "ciclo Hitchcock" che scommettiamo non tarderà ad arrivare.

sabato 12 settembre 2020

I MIEI VICINI YAMADA

 (Hōhokekyo tonari no Yamada-kun di Isao Takahata, 1999)

Uscito in Italia direttamente in dvd senza passare nelle sale, I miei vicini Yamada è in realtà datato 1999, il lungometraggio di Takahata è un punto di rottura grafico con quello che lo Studio Ghibli aveva prodotto fino ad allora, per questa piccola deviazione dagli stilemi consolidati del Ghibli si riprende da noi il titolo del film che è diventato il simbolo stesso dello studio: Il mio vicino Totoro. Il disegno classico visto in tanti film della premiata ditta creata da Takahata e Miyazaki è qui sostituito da un segno all'apparenza molto semplice, essenziale, che con pochi tratti delinea ambienti e personaggi riprendendo lo stile di alcuni manga, in particolare Nono-chan del quale il film è una libera trasposizione. Mutano anche i colori che abbandonano i toni naturalistici immersi in bellissimi blu e vividi verdi di cieli e prati per andare verso una tavolozza di colori, creata sapientemente in digitale, che riporta alla mente i tocchi ad acquerello, toni lievi, meno intensi e carichi rispetto alla colorazione più classica. Altra piccola rivoluzione sta nella struttura che riporta su schermo la caratteristica del manga da cui il film è tratto, Nono-chan è infatti una striscia, le classiche quattro vignette che nel film si traducono in brevi episodi che ci raccontano la famiglia Yamada, è assente una trama complessiva, tutti i micro tasselli ci mostrano gioie e dolori di una famiglia che poggia su un matrimonio ormai di lungo corso.

Gli Yamada non sono una famiglia di eroi, non sono nemmeno una famiglia modello, sono una famiglia normalissima, universale, all'interno della quale emergono più facilmente i difetti di ognuno che non le grandi virtù, I miei vicini Yamada affronta il tema del quotidiano, mostra gli episodi di cui sono fatti per davvero i matrimoni, le abitudini, le pigrizie e le insofferenze di tutti i giorni, le disattenzioni (alcune anche belle grosse come quella nella sequenza in cui papà Takashi, mamma Matsuko l'adolescente Noboru e nonna Shige dimenticano la piccola Nonoko al centro commerciale), di contro sottolinea anche i gesti improvvisi, la pazienza e l'unione salda che tiene in piedi la famiglia, concetto forse dai più etichettabile come sorpassato ma a conti fatti sempre attuale, l'idea di famiglia si sta evolvendo ma ciò che conta sono i legami, questo è il concetto che Takahata pone maggiormente sotto i riflettori.

A braccetto guai e poesia, ogni piccolo segmento è introdotto da un titolo che all'interno delle dinamiche familiari potrebbe essere visto come un micro tema, spesso viene recitato anche un breve haiku, pochi versi che sottolineano il tema affrontato. Anche la leggerezza dei disegni nasconde uno studio ben preciso e un'ottima capacità di tratto, basti guardare le poche sequenze dove il disegno diventa più realistico per afferrarne la dinamicità e la maestria, la partita di baseball in tv ad esempio o la corsa sui motorini, cambi di registro che aumentano la vivacità dell'opera che rimane sempre parecchio divertente. Non mancano nemmeno le sequenze più sognanti, la prima di presentazione con la "tirata" sul matrimonio o le sequenze sul finale. Come nella vita momenti leggiadri si alternano a passaggi più seri e potenzialmente drammatici, quello che maggiormente resta è la veridicità sulle nostre abitudini, le piccole pigrizie, le contese quotidiane che assillano uomini e donne a ogni latitudine, all'ombra dei ciliegi come sotto il cielo del bel Paese.

giovedì 10 settembre 2020

BIRD BOX

 (di Susanne Bier, 2018)

Ciò che guardiamo è ciò che ci uccide. Smettere di guardare è la salvezza. Strano che questo paradigma si concretizzi in una produzione Netflix, azienda che non cerca altro che farci guardare e guardare e guardare. Abbastanza paradossale l'assunto se viene poi accostato alle diverse critiche che il canale streaming riceve causa la massificazione dei contenuti, la ricerca di un livellamento dei gusti del proprio pubblico, cosa che renderebbe sempre più semplice conquistare utenti e creare nuovi prodotti. Ormai tutti conoscono il tema: algoritmi creati per consigliare percorsi di visione a un pubblico un po' impigrito ma soprattutto per creare nuovi film o serie tv con le caratteristiche giuste per piacere a quel pubblico (caratteristiche di cui anche questo Bird box sembra essere fatto) appiattendo varietà e qualità delle proposte. È davvero così? Lascio ad altri l'ardua sentenza non essendo un assiduo frequentatore della piattaforma, nella fattispecie però il discorso fatto a monte funziona, il film ha un sacco di quelle caratteristiche che sembrano essere considerate vincenti nel Cinema degli ultimi anni, assemblate con cura, e che riescono in effetti a portare a casa il risultato, Bird box infatti pur non avendo in sé nulla di innovativo riesce ad avvincere lo spettatore rivelandosi un'ottimo prodotto di intrattenimento nel genere apocalittico.

Come si affronta un mondo che ci priva forzatamente di uno dei nostri sensi? Malorie (Sandra Bullock) è una pittrice in dolce attesa, single e un tantino cinica. Malorie non è pronta per la gravidanza, a sostenerla c'è sua sorella Jessica (Sarah Paulson), decisamente più positiva di lei. Mentre le due donne si apprestano a recarsi dal ginecologo, vedono in televisione un servizio su una strana forma di follia che sta colpendo la Russia causando numerosi casi di suicidio. Una volta in ospedale le due donne si trovano di fronte ai primi casi di quella strana follia giunta anche in America. All'improvviso le persone sentono il bisogno irrefrenabile di togliersi la vita, purtroppo anche la stessa Jessica cadrà vittima di questa specie di maledizione. Nel caos che ne consegue si inizia a capire che c'è qualcosa che alla vista fa impazzire le persone, l'unica salvezza è smettere di guardare. Malorie si troverà presto rintanata al chiuso con un gruppo di estranei, tutti dai caratteri diversi tra loro, costretti a convivere in una casa dalle finestre oscurate, col cibo razionato e con la consapevolezza che una volta usciti, per questa o quella necessità, non avrebbero potuto contare sul senso della vista, pena una morte terribile e autoinflitta.

Il film è strutturato su due livelli temporali, quello della tragedia apocalittica e conseguente adattamento e uno spostato di qualche anno più avanti dove una Malorie ormai sola con i suoi due figli dovrà affrontare un viaggio alla ceca lungo un fiume impetuoso per raggiungere una fantomatica comunità attrezzata per fronteggiare la nuova realtà. Lungo i giorni dell'Apocalisse la regista Susanne Bier tratteggia il percorso di (tras)formazione di una donna inizialmente lontana dall'istinto materno utile a una donna incinta, Malorie dovrà imparare sulla sua pelle, con pochi aiuti, cosa vuol dire essere madre in un mondo stravolto, lo farà in maniera tanto brutale quanto peculiare, il cinismo della protagonista è ben evidenziato nelle sequenze iniziali dall'indifferenza con la quale apprende e liquida le notizie provenienti dalla Russia. Anche se poco sottolineata la scena apre a interpretazioni attualissime, questa ventilata fine del mondo che ci stiamo tirando addosso con il mancato rispetto degli equilibri del nostro pianeta, non può essere affrontata con l'individualismo e la chiusura degli Stati Sovrani, perché come ci dice la Bier, forse anche involontariamente, la merda cade a pioggia ovunque, non è pensabile che solo qualcuno apra l'ombrello, la puzza travolgerebbe comunque tutti quanti. Interessante il discorso su un mondo che priva i suoi abitanti del vantaggio della vista ribaltando la condizione di chi già non ci vedeva che ora non corre pericoli (o comunque rischia meno). Il film come abbiamo detto non offre nulla di nuovo però è capace di creare tensione su più fronti, primo fra tutti quello della minaccia ultraterrena che sembra guardare agli Antichi di Lovecraft, ma tesi sono anche i rapporti tra i personaggi costretti a convivere tra loro in una situazione anormale, spiccano qui la presenza di uno stronzissimo John Malkovich e quella del prestante Trevante Rhodes. La Bullock offre un'altra ottima prova nei panni di una donna molto forte e determinata, capace in qualche modo di sopravvivere e tornare alla vita come già accadeva in Gravity. A conti fatti quindi possiamo dire che questa volta l'algoritmo, se davvero c'è stato, ha funzionato, Bird box non ci sconvolge la vita ma di certo avvince il giusto, resterebbe da capire come mai è diventato uno dei prodotti in assoluto più visti della piattaforma, ma questo forse solo quel famoso algoritmo ce lo può dire.

martedì 8 settembre 2020

CORALINE

 (di Neil Gaiman, 2002)

La firma di Neil Gaiman è una più che discreta garanzia sulla qualità dell'opera che si sta andando a leggere, sia che questa si trovi apposta su un libro per bambini piccini (I lupi nei muri) sia che si tratti di un romanzo breve per ragazzi come questo Coraline, sia che ci si avvicini a un'opera per un pubblico più adulto come potrebbe essere il romanzo American Gods o la splendida serie a fumetti Sandman. Se poi le parole di Neil Gaiman sono supportate, come spesso è accaduto, dai disegni di Dave McKean il risultato finale supererà senz'ombra di dubbio la somma delle parti. Anche per Coraline si conferma l'accoppiata vincente, McKean impreziosisce il romanzo fin dalla copertina con la sua particolare interpretazione della protagonista, all'interno bellissimi disegni in bianco e nero scandiscono in maniera a volte inquietante il passaggio da un capitolo all'altro.

Ci sono diversi aneddoti legati alla stesura del romanzo da parte di Neil Gaiman, episodi che lo stesso scrittore non manca di raccontarci nell'introduzione alla sua storia; Gaiman ci svela ad esempio come la casa dove è ambientato il romanzo abbia qualcosa in comune con la casa dove egli stesso risiede, come il nome della protagonista nasca da un semplice errore di battitura (doveva essere Caroline, vedi a volte il destino...), ma l'aneddoto che ancor più mi ha invogliato alla lettura del libro (oltre al principale motivo che era quello di far contenta mia figlia) è quello legato alle due righe presenti sotto il titolo - L'ho iniziato per Holly. L'ho terminato per Maddy - che con semplicità testimoniano la lunga gestazione di Coraline schiacciata tra impegni più pressanti, Gaiman così inizia a scrivere una favola gotica per la sua figlia più grande, Holly, ma a stesura terminata ormai era l'ora di leggere il romanzo alla figlia più piccola, Maddy. Con le bimbe e con i bimbi si sa, il tempo corre.

Quindi prima del bel film Coraline e la porta magica di Henry Selick c'era semplicemente Coraline. Ancora prima c'era Caroline, piccolo fraintendimento sul quale lo stesso Gaiman gioca all'interno del racconto dove la protagonista, trasferitasi da poco con i genitori nella nuova casa, viene spesso chiamata in modo erroneo dai nuovi vicini. Nella nuova casa Coraline si annoia, i genitori pur volendole bene sono troppo presi dal lavoro, la bambina non ha amici, i coinquilini della casa non hanno bambini, c'è solo un vecchio pazzo che ammaestra topolini in vista di un fantomatico spettacolo e le anziane Miss Forcible e Miss Spink, due ex attrici di teatro che continuano a vivere sul viale dei ricordi. Un tè dalle due anziane signore è quanto di più eccitante Coraline si possa aspettare dalla nuova compagnia (però del tè le due vecchiette leggono i fondi). Così Coraline esplora: la casa, il giardino, gli anfratti, gli angoli e le porte murate che murate non lo sono poi sempre. Un passaggio si apre dietro una di queste che porta Coraline in una casa speculare alla sua, da un altro padre simile al suo, da un'altra madre più gentile e disponibile della sua, quasi identica se non fosse per quei due bottoni cuciti al posto degli occhi. Quell'altra casa, all'inizio così affascinante, diverrà presto per Coraline una sorta di prigione dalla quale organizzare una fuga per ritornare dai suoi veri genitori.

Gaiman crea questa storia per ragazzi imbevendola di un bel tocco di nera inquietudine, alcune atmosfere, soprattutto quelle riportate nella trasposizione cinematografica, potrebbero colpire i più piccoli, di contro Gaiman tratteggia una protagonista molto determinata che ci insegna che le difficoltà si possono affrontare, le paure vincere e nel farlo si può sempre cercare di prendere la decisione più giusta e allo stesso tempo aiutare le persone che hanno più bisogno di noi. Un racconto edificante per i più giovani, una lettura avvincente e un buon passatempo anche per gli adulti (il libro si legge in pochissimo tempo), Gaiman con Coraline va a segno su tutti i fronti.

venerdì 4 settembre 2020

STAR TREK: I PRIMI FILM

(Star Trek: The motion picture di Robert Wise, 1979)

(Star Trek II: The wrath of Khan di Nicholas Meyer, 1982)

(Star Trek III: The search for Spock, 1984)

Quando prese il via nel lontano 1966 la serie di Star Trek non partì propriamente con la quarta innestata. La proposta del suo creatore, Gene Roddenberry, una sorta di mito per tutti i trekkers, fu prima rifiutata dai vertici della NBC per essere messa in produzione più tardi con una serie di modifiche che, secondo la rete, avrebbero reso più accattivante per il pubblico l'intero progetto. Certo, quelle modifiche, insieme alle idee e al sentore di Roddenberry su cosa la serie avrebbe dovuto portare sullo schermo, diedero vita a un mito che perdura tutt'ora e che ha generato una serie di movimenti di Star Trek addicted oggi ancora attivi e sparsi in tutto il mondo, ma nei primi anni di vita per l'equipaggio del Capitano Kirk non fu proprio tutto rose e fiori.

Nel corso delle tre stagioni di quella che oggi viene definita la serie classica gli ascolti continuarono a calare, tanto che la NBC era pronta a cancellare Star Trek dopo due sole stagioni, decisione rimandata di un anno solo grazie alle rumorose proteste dei fan della serie già affezionatissimi al brand. La cancellazione però fu solo rimandata, con la terza infornata di episodi l'avventura finisce, la NBC ne cede addirittura i diritti alla Paramount Television che contribuisce a tenere in vita e accrescere la popolarità della serie grazie alla diffusione dei diritti e alle conseguenti repliche dello show. Dopo la brillante idea di realizzare una serie animata che andò in onda tra il '73 e il '74 e che riscosse un buon successo, la popolarità dell'equipaggio della USS Enterprise, a detta delle teste pensanti di casa Paramount, era matura per tentare il salto nelle sale cinematografiche.


Siamo nel 1979, sembra che il recente successo di Star Wars abbia influito non poco sulla decisione di dirottare al Cinema il franchise di Star Trek, il budget a disposizione era consistente e per Star Trek - The Movie si pensò a Robert Wise, già regista del cult Ultimatum alla Terra e di Andromeda in campo fantascientifico, ma noto anche per capisaldi della storia del Cinema come West Side Story e Tutti insieme appassionatamente. Per la sala Wise abbandona l'approccio visivo cheap della serie e punta su effetti speciali al passo coi tempi (candidati all'Oscar) che contribuiranno a garantire al film ottimi incassi e la prosecuzione dell'avventura al Cinema. Una minaccia di dimensioni oltremodo preoccupanti si avvicina al pianeta Terra. La pericolosità della stessa è testimoniata dalla brutta fine nella quale incappano alcune navi della flotta Klingoniana. L'unica nave della Flotta Stellare in grado di contrastare l'avanzata di questa ignota minaccia è la mitica USS Enterprise ancorata momentaneamente in uno spazioporto in attesa di manutenzione straordinaria. È passato del tempo da quando l'equipaggio della nave terrestre affrontò la sua ultima avventura, nel frattempo il comando dell'Enterprise è passato al Capitano Willard Decker (Stephen Collins). Ma per questa particolare missione serve tutta l'esperienza possibile, viene così richiamato in servizio l'ormai Ammiraglio James Kirk (William Shatner) che uno ad uno, chi personalmente chi no, recupera i membri storici del suo equipaggio. Saranno della partita il Comandante Scott (James Doohan), il Tenente Sulu (George Takei), il Tenente Chekov (Walter Koenig), il Tenente Uhura (Nichelle Nichols), il Dottor McCoy (DeForest Kelley) e in un secondo momento l'immancabile Comandante Spock (Leonard Nimoy). Quando l'Ammiraglio Kirk raggiunge insieme al Comandante Scott l'Enterprise in riparazione, si assiste forse alla scena migliore del film. Una scena che trasuda amore quasi romantico tra un comandante e la sua nave, ferma a ricordare all'uomo il suo passato, la densità dell'avventurosa vita precedente, una vita arricchita da legami fortissimi. È una sequenza particolarmente lunga durante la quale Wise indugia sull'epicità del momento e sull'importanza di quello che l'interruzione di quella lontananza significhi per Kirk. Il passaggio è sottolineato in maniera eccelsa dalle musiche superbe di Jerry Goldsmith. Il regista si prende il suo tempo e i ritmi dilatati permangono costanti per l'intera durata del film che risulta essere più un viaggio d'esplorazione, in continuità con lo spirito originario dettato da Roddenberry, che non una continua battaglia stellare in difesa della Terra. Personaggi e attori sono quelli noti ai fan della serie con l'eccezione del Capitano Decker fin da subito in rispettoso contrasto con il nuovo comandante della nave. Certo che fa un po' d'effetto vedere nelle sue vesti il pallosissimo reverendo Camden di Settimo cielo, una delle serie tv più indigeste della storia della televisione. Il film regge bene nonostante la particolare lentezza di alcuni passaggi e il minutaggio abbondante della pellicola Questi passaggi sono comunque riscattati da un buon pre-finale e un discreto (concediamoglielo) finale. Piacevole ancor oggi da guardare anche per quel che riguarda la parte tecnico/visiva nonostante i quasi trentacinque anni sul groppone, molte soluzioni sono ovviamente sorpassate ma l'effetto curvatura... scusate, volevo dire l'effetto vintage, rende comunque più che gradevole la visione.

Come si diceva poco sopra, il successo del primo film spinse la Paramount a mettere in cantiere il primo sequel che arrivò nella sale nel 1982; Star Trek II - L'ira di Khan, questo il titolo, poté però beneficiare di un budget decisamente ridotto rispetto a quello del suo predecessore e di un regista di minor prestigio, Nicholas Meyer, che ancora oggi continua a lavorare sul franchise. Il nemico da affrontare arriva direttamente dalla serie classica, il personaggio di Khan verrà in seguito ripreso anche nel nuovo reboot di Star Trek orchestrato da J. J. Abrams, il volto del nuovo Khan sarà quello della star Benedict Cumberbatch. Ma torniamo a noi. 

Il secondo lungometraggio della saga è una storia d'odio e vendetta da parte di Khan (Ricardo Montalban) nei confronti del capitano Kirk, nel frattempo diventato Ammiraglio della Flotta Stellare (come visto in Star Trek - Il film). L'odio di Khan ha radici che affondano nel passato quando Kirk, allora ancora in forza all'Enterprise, condannò il suo nemico e relativo equipaggio a un esilio forzato sul pianeta Ceti Alpha V. In seguito a un disastro di proporzioni planetarie il pianeta diventò quasi invivibile causando la morte di molti compagni di Khan, moglie compresa. Khan addosserà a Kirk anche questa colpa fomentando l'odio che prova ormai da tempo per il suo nemico. Durante un volo d'addestramento al quale presenzia lo stesso Kirk, l'Enterprise ora comandata da Spock si imbatterà in una richiesta d'aiuto da parte della stazione scientifica che sta sviluppando il misterioso progetto Genesis supervisionato dalla Dottoressa Marcus (Bibi Besch), ex fiamma di Kirk. Da qui si arriverà a un nuovo scontro tra i due vecchi nemici che coinvolgerà l'Enterprise e la USS Reliant, nave della Flotta Stellare ora in mano a Kahn. Il cast della serie classica è ancora una volta al completo e ampliato dalla giovane e decisa recluta Saavik interpretata da una Kirsty Alley al suo debutto cinematografico. L'attenzione è però saldamente puntata sull'ammiraglio Kirk che ancora una volta dimostra, soprattutto a se stesso, che la scelta di lasciare il comando dell'Enterprise non è stata del tutto felice. Si riflette sul tempo che passa e su quelle che sono le proprie vocazioni. Mentre il resto del cast è messo in secondo piano, salvo un importante colpo di coda di Spock nel finale, sale alla ribalta una nemesi con un ossessione forte, di quelle che possono consumare una vita. La storia corre lineare senza grosse impennate di ritmo nonostante l'approccio sia più votato all'azione rispetto al capitolo precedente per chi scrive comunque meglio riuscito. Le parole "più votato all'azione" sono da prendere con le pinze, nel complesso la pellicola non si può definire proprio dinamica, ne esce un secondo capitolo comunque riuscito, che tratteggia un buon antagonista, ma che non si può certo definire memorabile, un onesto intrattenimento che può creare curiosità per i titoli successivi ma soprattutto, per chi non l'avesse vista, per l'eventuale recupero delle serie originale. Nel complesso il film raggranella tra Cinema e home video un bel po' di soldi, si inizia a pensare al terzo capitolo.

Terzo capitolo che arriva a distanza di soli due anni dal precedente, questa volta si rimane all'interno del cast e la regia viene affidata direttamente a Leonard Nimoy che, dopo il finale del film precedente, esigette per il suo ritorno anche il ruolo da regista. Star Trek III - Alla ricerca di Spock la dice lunga sin dal titolo su quelli che sono i contenuti che vanno a costruire la linea narrativa del film, la pretesa di Nimoy non si rivela poi così azzardata, tra gli estimatori i pareri sono contrastanti ma per chi scrive Nimoy confeziona un film anche migliore del precedente senza nulla far rimpiangere ai fan della serie. Il finale de L'ira di Khan gridava vendetta (o meglio, "vendetta" lo gridavano i trekkers), lo status quo andava ripristinato, perché tutto deve cambiare affinché nulla cambi. Così Alla ricerca di Spock è un vero e proprio sequel del film precedente, i due capitoli sono concatenati in maniera indissolubile, oltre al destino di Spock vengono qui riprese la vicenda del progetto Genesis e le sottotrame legate a Kirk e alle sue relazioni (non diciamo di più a giovamento di chi non avesse ancora visto la saga). Meno azione, ci si concentra più su quelle che sono le tradizioni e le caratteristiche vitali dei vulcaniani, a noi chiarite dalla figura di Sarek (Mark Lenard), padre di Spock, sulle relazione tra i personaggi e sulla fedeltà incondizionata tra i membri dell'equipaggio dell'Enterprise che tra l'altro sta per affrontare il suo ultimo viaggio prima della rottamazione. La parte più dinamica, ma nemmeno troppo, è appannaggio dei Klingon, minaccia all'apparenza meno temibile di quella costituita da Khan, ma memorabile in quanto tra essi spicca il Comandante Kruge interpretato dal mitico Christopher Lloyd (il Doc di Ritorno al futuro) riconoscibilissimo nelle sue movenze anche sotto strati di trucco e lineamenti alterati (osservatene lo sguardo, come volta di scatto la testa, è Doc prima di Doc). Rivisto oggi il film offre un campionario nostalgico e divertente sugli effetti visivi d'epoca, l'uso della computer graphic che ricorda la nostra infanzia (per chi negli 80 era giovane), gli effetti artigianali usati per dare vita alle creature (il cane? di Kruge) rendono piacevole il tuffo nel passato. Non manca nemmeno la scena ormai d'obbligo nel bar con razze provenienti dai quattro angoli della galassia. Indubbiamente non ci troviamo di fronte a nulla di rivoluzionario, tutt'altro, è il film della restaurazione, si torna allo schema noto: nuove sfide, conoscenza e soprattutto alto il valore dell'amicizia. Altro buon successo al botteghino, soprattutto dopo gli introiti dell'home video, cosa che permette alla saga di proseguire e all'equipaggio di Kirk di partire nuovamente verso l'ignoto, forse non più a bordo della leggendaria Enterprise.

mercoledì 2 settembre 2020

CLOVERFIELD

 (di Matt Reeves, 2008)

Film solo all'apparenza piccolo questo Cloverfield, nonostante il budget non sia proprio da blockbuster (siamo comunque sui 25 milioni di dollari) in cartellone campeggiano i nomi di J. J. Abrams con la sua Bad Robot alla produzione, quello di Drew Goddard in sede di scrittura e alla regia Matt Reeves, accreditato per dirigere il prossimo film di Batman. Il format è quello della presa diretta, gli eventi sono filmati dagli stessi protagonisti con camera a mano in tempo reale, espediente narrativo non nuovo oggi e già abbondantemente usato anche negli anni dell'uscita del film, coevo di altri prodotti che ricorrono allo stesso stratagemma quali Rec e Diary of the dead. Il discorso sulla fonte dell'immagine è stato declinato al Cinema in tutte le salse: ripresa classica, camera a mano da finto reportage, reportage veri e propri, mockumentary e ancora riprese da telecamere di sicurezza, da droni, inquadrature fisse, immagini provenienti dal web, montaggi amatoriali fino ad arrivare a film interi girati con il cellulare. Ma qualsiasi pretesa di discorso formale sull'immagine è qui superfluo, la camera a mano è puro espediente narrativo (e prima ancora di marketing) per un film che non ha sottotesti se non quello della memoria che inevitabilmente torna, di fronte alle scene di distruzione, alla tragedia incancellabile dell'undici Settembre. Anche questo è però un riflesso involontario, un collegamento impossibile da non fare, anche su questo aspetto non si cerca una riflessione, la tragedia è irremovibile, dalla Storia recente come dalla memoria, in Cloverfield non c'è discorso teorico nemmeno su questo versante, c'è qualche simbologia di grana grossa (la Statua della Libertà decapitata) ma per il resto il film si concentra su tensione, adrenalina, ritmo e divertimento abbinabile al pop corn, nulla più, nulla meno.

Fugati i possibili dubbi sulle reali intenzioni del prodotto, si può dire che nel campo del puro entertainment, di quello da fruirsi senza stare a porsi troppe domande, Cloverfield offre un'oretta e mezza (scarsa) di divertimento dai ritmi coinvolgenti. Sceneggiatura ridotta all'osso: Jason (Mike Vogel) e la sua ragazza Lily (Jessica Lucas) stanno organizzando una festa a sorpresa per Robert (Michael Stahl-David), fratello di Jason, in vista del suo trasferimento in Giappone in seguito a una promozione di lavoro. I ragazzi decidono di riprendere l'intera serata e raccogliere per Robert i saluti dei suoi amici tra i quali ci sono Marlena (Lizzy Caplan) e Beth (Odette Yustman), la ragazza per la quale Rob ha perso la testa; a incaricarsi delle riprese c'è Hud (T. J. Miller), il migliore amico del festeggiato. Mentre la festa in un appartamento di Manhattan procede, sull'isola che è anche cuore di New York succede qualcosa, dapprima boati terribili, poi salta la luce, fuoco, grattacieli che cadono, esplosioni, sembra che qualcosa stia distruggendo la città.


Il difetto riscontrabile è proprio il movimento continuo dato dalla camera in mano al personaggio di Hud che ne segue tutte le peripezie, fughe, scossoni, cadute, cambi improvvisi di direzione donando un ritmo serratissimo al racconto ma anche un ondeggiare che alla lunga diventa stancante per testa e occhi, sopperiscono al problema la durata esigua del film e una prima parte decisamente più abbordabile alla vista. Appena si scatena la furia distruttiva di quella che è una creatura che non si saprà da dove proviene, il film diventa un survival movie incrociato al monster movie, combinazione che garantisce a mio avviso la giusta dose di adrenalina e divertimento. Non bisogna chiedersi come faccia la camera a non spaccarsi in mezzo a quel casino ma, preso per buono l'assunto che gli americani costruiscono videocamere resistenti, per il resto ci si diverte parecchio a vedere questi giovani impegnati a non farsi ammazzare.

Nulla di rivoluzionario, prodotto furbo e funzionale che è riuscito più o meno a moltiplicare per sette il suo budget, magari non siamo riusciti a salvare Manhattan ma alla fine la missione è stata compiuta lo stesso.

martedì 1 settembre 2020

OTOTO - SUO FRATELLO

(Otouto di Yoji Yamada, 2010)

Con Ototo - Suo fratello finisce il nostro recente viaggio all'interno del Cinema di Yoji Yamada, almeno finché (e se) Raiplay metterà a disposizione nella sezione Fuori Orario altre opere del regista giapponese. Con questo film si torna al nostro presente, Yamada offre una regia vivace che alterna spesso interni ed esterni, momenti comici (in modo imbarazzante, come spesso nel Cinema del Sol Levante) a dramma familiare dai risvolti sentimentali. Ototo è probabilmente il film più commovente tra quelli di Yamada visti finora, come sempre il regista si occupa della famiglia, nella fattispecie di quei contrasti che possono avvelenare per diverso tempo e a diversi livelli i rapporti tra consanguinei che invece di un porto sicuro diventano fonte di intimi dolori e comportamenti di cui a posteriori è facile pentirsi.

Tokyo. La famiglia Takano, composta dalla madre Ginko (Sayuri Yoshinaga) e dalla figlia Koharu (Yu Aoi), il padre della quale è morto in giovane età, gestisce una farmacia di quartiere. Koharu si sta preparando per il suo matrimonio con un giovane dottore, sia la ragazza che sua madre cercano di evitare che al matrimonio si presenti Tetsuro (Tsurube Shofukutei), fratello di Ginko e zio di Koharu, un uomo sfaccendato e totalmente incontrollabile quando alza il gomito, cosa che purtroppo succede spesso e che programmaticamente accadrà anche al matrimonio dove Tetsuro getterà vergogna su tutta la famiglia, soprattutto agli occhi dei consuoceri di Ginko inconsapevoli della parentela delle due donne con questo pessimo elemento. Questo sarà uno dei motivi del fallimento del matrimonio di Koharu, ma Tetsuro porterà sventura alla famiglia anche dal punto di vista economico, tanto da provocare una rottura totale nei rapporti con la sorella. Arriverà la malattia a mettere tutti gli avvenimenti sotto una prospettiva del tutto differente.

Questa volta Yamada indaga sui legami familiari, come già aveva fatto in Tokyo family, affrontando diversi aspetti dell'umana sofferenza. Anche se le vere protagoniste sono le due donne, la figura di Tetsuro fa riflettere sulla vita delle persone che non hanno le qualità per conformarsi a quelle che sono le richieste di una società stereotipata e appiattita su convenzioni, lavoro, status economico; su quelli che sono gli emarginati, a volte anche in seno alla propria famiglia, i deboli che lasciamo indietro e che fanno fatica anche solo a farsi voler bene dai loro cari. Il focus è anche sull'istituzione matrimoniale, sull'incomunicabilità data dai ritmi della società moderna, tema già affrontato da Yamada in altre opere, sui rapporti con gli anziani della famiglia (la nonna paterna che si sente sempre esclusa da tutto) e soprattutto sui legami che alla fine è necessario che superino ogni avversità e lontananza per confermarsi saldi. È un Cinema indubbiamente dei buoni sentimenti, mai cieco, mai ruffiano, mai mieloso, sinceramente commovente. Sappiamo tutti che non sempre in famiglia c'è il lieto fine, Yamada sceglie di farci vedere il buono, anche nel mostrarci un'organizzazione assistenziale e volontaria, parzialmente coperta dallo Stato, capace di accompagnare le persone più sfortunate in uno dei loro passi più importanti. C'è il privato e c'è il sociale, come spesso accade nei film del regista, come già si diceva in altre occasioni è un Cinema rasserenante quello di Yamada, capace, anche solo per qualche ora, di rimetterci un poco in pace con noi stessi.

domenica 30 agosto 2020

1917

 (di Sam Mendes, 2019)

1917 è un capolavoro di tecnica, soprattutto per ciò che concerne il comparto sonoro, caratteristica del film che contribuisce in maniera forte a un'esperienza sensoriale immersiva, insieme a una fotografia indovinata e ai lunghissimi pianosequenza (non è uno solo come si è detto, probabilmente anche più dei due raccordati da quella virata al nero ben visibile) che donano l'impressione, falsa, di vivere insieme ai due protagonisti la loro vicenda in tempo reale. Al netto di qualche espediente il risultato è impressionante ed encomiabile, nonostante una sceneggiatura semplicissima l'uso pregevole della tecnica insieme a un'ottima calibrazione della tensione costruisce un war movie godibilissimo e a più riprese angosciante. Proprio su questo versante gli effetti sonori contribuiscono alla tensione meglio dei più riusciti jump scare in campo horror, più di una volta si salta sulla poltrona (il film è da guardare in cuffia assolutamente) avvinti da ogni gesto, anche minimo, che può scagliare i due protagonisti improvvisamente nell'inferno scatenato dallo scenario di guerra, ogni evento, anche quelli all'apparenza lontani, può creare una situazione di pericolo potenzialmente mortale.

Prima Guerra Mondiale, territorio delle Fiandre. Ai caporali Blake (Dean-Charles Chapman) e Schofield (George MacKay) viene affidato un incarico molto importante dal Generale Erinmore (Colin Firth). All'apparenza i tedeschi battono in ritirata, in realtà una nuova linea di difesa, ben strutturata e organizzata, sta attirando in una trappola mortale il Secondo Battaglione del Devonshire, più di 1500 uomini stanno andando verso morte certa tra i quali anche il Tenente Blake (Richard Madden), fratello di uno dei due caporali che hanno il compito di raggiungere il battaglione e portare al Colonnello Mackenzie (Benedict Cumberbatch) l'ordine del Generale di cessare l'attacco.

La trama è semplicissima, una missione estremamente pericolosa attraverso le linee nemiche, due soldati con l'unico compito di non farsi ammazzare per evitare il massacro di innumerevoli loro commilitoni. Mendes parte da subito con questo fantastico pianosequenza che segue i due soldati per la quasi totalità della loro missione, lo stratagemma porta lo spettatore sul campo di battaglia, sensazione acuita dal sonoro spettacolare di cui si accennava prima e da un lavoro sopraffino sulle scenografie e le location. Lo spettatore si ritrova in mezzo al fango insieme a Blake e Schofield, in trincea, all'interno dei rifugi tedeschi, sotto un cielo solcato dai caccia da guerra, tutte le sensazioni sono vivide. 1917 mischia i sentimenti dei due caporali, quello di estrema decisione di Blake che deve avvisare suo fratello prima che incorra nella trappola mortale, in barba a tutti i rischi e i pericoli, e quello di grande timore di Schofield consapevole di essersi imbarcato in un'azione dalla quale difficilmente uscirà vivo. La camera è quasi sempre molto ravvicinata ai protagonisti, la tensione è palpabile, l'orrore della guerra, la paura di questi ragazzi emergono e colpiscono come un pugno allo stomaco, la sensazione di angoscia per le sorti di questi due giovani, più di quella degli altri 1600, è reale e concreta.

Ottimo film, seppur costruito su una trama esile assesta diversi punti di scarto anche a opere come il Dunkirk di Nolan comunque apprezzato da queste parti, coinvolgimento totale, emotivo, capace di lasciare il segno. Meritatissimi gli Oscar tecnici portati a casa dal film (fotografia, effetti speciali, sonoro), ottimo cast, insieme agli attori già nominati anche Andrew Scott e Mark Strong, regia di altissimo livello che agli Oscar non ha trionfato solo perché la cinquina era spietata (Bong Joon-ho, Tarantino, Scorsese, Mendes e il Phillips di Joker). In fondo, è anche l'ennesimo film che sottolinea, come è giusto e necessario che sia, l'orrore di una guerra che per il genere umano sembra irrimediabilmente senza fine.

giovedì 27 agosto 2020

PARNASSUS - L'UOMO CHE VOLEVA INGANNARE IL DIAVOLO

(The Imaginarium of Doctor Parnassus di Terry Gilliam, 2009)

"Nulla è per sempre, neanche la morte"

Mentre Johnny Depp recitava queste poche parole Heath Ledger ci aveva già lasciati. Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo viene ricordato più per essere l'ultimo lavoro dell'attore all'epoca sulla cresta dell'onda che non per il voluttuoso lavoro immaginifico messo in scena da Terry Gilliam. Seppur visionario, scenograficamente interessante e nel solco di alcune cose fatte in passato dall'ex Monty Phyton, l'eco del film venne indubbiamente e comprensibilmente amplificata dalla dipartita del giovane divo la cui interpretazione rimane tra le cose più belle di questo film, insieme ad altre scelte di casting, e non mi riferisco ai nomi illustri chiamati a concludere con rispetto e sincero affetto il lavoro lasciato incompiuto da Ledger (Johnny Depp, Colin Farrell e Jude Law) quanto piuttosto a Christopher Plummer nei panni del Dott. Parnassus e il mefistofelico Tom Waits in quelli del Diavolo.

Messa da parte la triste vicenda del giovane attore, che qui offre una prova che lascia un ottimo ricordo e diversi rimpianti per quel che ancora poteva essere (oltre al dolore per una morte prematura), Parnassus è il film ideale per chi ama le atmosfere costruite, teatrali, che richiamano molto il lato artigianale delle scenografia, del set, del ricreare mondi altri e smaccatamente fantastici ma allo stesso tempo posticci; devo ammettere di non rientrare tra gli ammiratori del filone e infatti, non fosse per alcune buone prove d'attore, il film raramente è riuscito a suscitare in me moti d'interesse se non per un'oggettivo apprezzamento per il lavoro delle maestranze su costumi, scenografie, luci.


Londra. Arriva in città il piccolo carrozzone del Dottor Parnassus che insieme alla giovane figlia Valentina (Lily Cole), all'aiutante Anton (Andrew Garfield), al nano Percy (Verne Troyer) e in seguito allo strano aspirante suicida Anthony (Heath Ledger) mette in scena uno spettacolo dagli strani risvolti. Infatti il vecchio Parnassus è uso a scommettere e giocare con il Diavolo, ma la sua ultima scommessa, pur avendolo reso felice per lungo tempo, ora deve essere pagata e a farne le spese potrebbe essere proprio la fedele Valentina in procinto di compiere il suo sedicesimo compleanno. Ma a dare una svolta alla situazione arriva proprio Anthony appeso a un cappio, ma anche sulla sua figura gli sviluppi saranno imprevedibili.


Al centro del palco del Dottor Parnassus c'è uno specchio, dietro quello specchio si aprono desideri, mondi da favola lisergica, cartoonesca, sogni a tinte pastello fatti di scarpe giganti, volti cangianti, scale infinite proiettate verso il cielo, c'è tutta la fantasia di Gilliam, lunga quanto una sfida infinita tra un uomo e un diavolo, c'è un gusto retrò e una ricerca per ciò che l'occhio vuole, poi c'è una storia, non così eccezionale, non così memorabile. Poi, purtroppo, c'è la tragedia a rendere tutto indimenticabile. Indubbiamente un bel film per chi ama questo tipo di film, per chi apprezza enormemente l'aspetto visivo dei film di Burton ad esempio, per chi ama le favole. Per tutti gli altri, insomma... poco rimane.

martedì 25 agosto 2020

LOVE AND HONOR

(Bushi no Ichibun di Yoji Yamada, 2006)

C'è una poetica nel Cinema di Yoji Yamada, sia che ci mostri il contemporaneo, il passato più recente, quello più lontano o addirittura come in questo caso decisamente un'altro periodo storico. C'è la sensibilità di mostrare il mondo, la Storia, dall'interno di una casa, partendo dal nucleo delle famiglie, da una piccola cellula il racconto si amplia per diventare metafora di un'intera società, di una comunità, di una nazione, arrivando a toccare poi temi universali. Tutto è narrato con pudore, equilibrio, grazia, quasi come se in fondo il racconto volesse rimanere vicino e rispettoso di una dimensione privata, con le sue dinamiche, i suoi dolori, le sue piccole gioie. Allo spettatore il compito poi di allargare, approfondire e contestualizzare concetti, accenni, spunti lasciati con garbo da un regista che arriva da un'altra epoca, classe 1931 e in attesa di compiere i suoi primi novant'anni.

Love and honor è parte di una trilogia recente che Yamada dedica alla figura del samurai, siamo nell'epoca Edo (nome storico della città di Tokyo), il samurai Shinnojo Mimura (Takuya Kimura) è sposato con la bella Kayo (Rei Dan), donna molto ammirata, e lavora al servizio del suo signore feudale come assaggiatore, uno dei samurai che provano il cibo del padrone per controllare che non sia avvelenato. Seppur ben retribuito, il sogno di Shinnojo è quello di lasciare quel posto al castello e aprire una scuola per insegnare il kendo ai bambini, senza fare distinzione per i suoi allievi di casta e classe sociale. Purtroppo prima che il sogno si realizzi accade l'irreparabile e Shinnojo perderà la vista a causa di un'intossicazione, verrà accudito dalla moglie e dal fedele servo Tokuhei (Takashi Sasano). Oltre al problema economico che si viene a creare per la famiglia, Shinnojo si troverà a dover difendere il suo onore di samurai e quello di Kayo, disposta a ogni sacrificio pur di aiutare l'amato marito ormai invalido.


Forse meno ricco di sfumature rispetto ad altri film di Yamada, Love and honor formalmente restituisce l'idea del set: le molte scene ambientate all'interno o nei pressi della casa dei protagonisti, casa come da tradizione giapponese costruita tutta in legno, dà proprio l'idea della classica quinta teatrale, il numero limitato delle location, l'esiguità degli esterni rafforzano l'idea del girato in studio. Non mancano come in altre occasioni le piccole critiche mosse a un passato che non è esente da errori e soprusi, non dimentichiamo che rispetto ad altri paesi il Giappone è uscito da quella che può essere paragonata alla nostra epoca medievale in tempi relativamente molto recenti, in cui convenzioni arcaiche come la divisione rigida in caste hanno caratterizzato la vita della società nipponica per moltissimo tempo. Ancora una volta l'amore è il cuore della vicenda, in questo caso evidenziato dal rapporto di grande affetto e rispetto tra Shinnojo e Kayo mentre a Tokuhei tocca la funzione di alleggerimento che non manca mai nei film di Yamada con il classico personaggio impacciato e imbranato. Da segnalare la figura del samurai cieco che ricorre nella filmografia orientale (e non solo e penso a Furia ceca).


Come si accennava poc'anzi un film più lineare di altre opere del regista, un'altro valido tassello nella filmografia sterminata di Yamada, perde nel confronto con opere come Tokyo family o Kabei ma anche Love and honor si ritaglia il suo spazio e resta un'opera meritoria a cui concedere un'occasione.

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