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giovedì 12 marzo 2026

LA GRAZIA

(di Paolo Sorrentino, 2025)

C’è un discreto scarto tra La grazia di Paolo Sorrentino e il precedente film del regista napoletano, quel Parthenope al quale non era così semplice attribuire una direzione ben precisa. E a ben vedere questo La grazia si discosta nella forma e nei toni, pur se non completamente, anche da film del passato che almeno per ambiente e argomenti avrebbero potuto costituire con questo una sorta di piccolo corpo d’opera dedicato alle figure pubbliche (reali o fittizie che siano) e al potere (il riferimento è a Il divo, a Loro, a The young Pope). Il dubbio - argomento principe di questa opera - che potrebbe cogliere lo spettatore non a digiuno del lavoro di Sorrentino, è che la grazia espressa nel titolo del film sia non solo riferita al protagonista interpretato dal gigantesco Toni Servillo, ma che sia in qualche modo applicabile anche all’equilibrio tra forma e sostanza che il regista pare abbia trovato pienamente con questa sua ultima fatica. Con questo non si vuole sostenere la tesi per la quale i lavori precedenti non godessero di equilibrio; questo, almeno per chi scrive, non corrisponde al vero, l’impressione è che con La grazia Sorrentino compia un lavoro di cesello capace di far convivere una narrazione spesso riflessiva e profonda con quelle aperture sopra le righe tanto care al regista, senza che il quadro d’insieme si scomponga o si sfilacci, né mostri il rischio di tracimare oltre la giusta misura. Quindi anche il Papa nero, con tanto di rasta e orecchino e che si muove a bordo del suo scooter, il Presidente compassato che ascolta Gue Pequeno, la sequenza dell’arrivo al Quirinale del Presidente portoghese che sottolinea simbolicamente l’immobilità umana e istituzionale di Mariano De Santis, sono tasselli che non scompongono un’unità formale che trova, tra ironia, grottesco e serietà, un amalgama tale da non lasciar cadere sfumature d’eccesso fuori dai bordi di una narrazione avvolgente e introspettiva.

Mariano De Santis (Toni Servillo) è il Presidente della Repubblica in carica in procinto di entrare nel suo semestre bianco, gli ultimi sei mesi di mandato durante i quali il Presidente non ha più facoltà di sciogliere le Camere. De Santis è un cattolico, formazione democristiana, giurista di talento, tanto che molti studenti di giurisprudenza studiano ancora su un suo testo soprannominato il K3, la scalata all’impossibile. Il Presidente gode della fama di immobilista, di procrastinatore di decisioni, ha superato ben sei crisi di Governo riuscendo a far rimanere il Paese in un solido equilibrio. Aiutato in molti suoi compiti dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti), anche lei giurista affermata, De Santis vive nel dolore del ricordo per la moglie defunta, nel cruccio di un mistero passato mai sciolto né risolto. Ora, prima di congedarsi, al Presidente non resta che decidere se firmare o meno una legge sull’eutanasia caldeggiata anche da sua figlia, e valutare se concedere o meno la grazia a due condannati: Isa Rocca (Linda Messerklinger) e Cristiano Arpa (Vasco Mirandola), entrambi accusati dell’omicidio dei rispettivi coniugi. Il temporeggiare di Mariano finisce con l’irritare profondamente la figlia Dorotea, bloccata da anni al seguito di un padre al quale ora rimprovera una sempiterna mancanza di coraggio, un’esagerata propensione al dubbio, letta come una mancanza di volontà nel prendere decisioni importanti e dirimenti.

Con La grazia Sorrentino mette in scena un film e un protagonista che portano al pubblico livelli di profondità non banali; i temi messi in campo sono molteplici e tutti di rilevanza non trascurabile, e questo vale sia per quelli che attengono alla sfera pubblica sia per quelli ascrivibili a quella privata. Servillo veste a pennello un uomo bloccato nel ricordo della moglie, un ricordo sempre vivo e condiviso più che con i figli (il secondo fa il musicista in Canada) con l’amica di sempre Coco Valori (Milvia Marigliano), personaggio sorrentiniano dalla battuta sempre pronta e capace di donare quel tocco di arguta comicità all’impianto narrativo che, seppur costellato di elementi serissimi, non trascura mai la possibilità di alleggerire il tutto con una sana risata e con elementi stranianti di cui abbiamo già detto (Gue, il Papa, etc…). La scelta più difficile davanti alla quale si trova il protagonista è quella relativa alla legge sull’eutanasia. “Di chi sono i nostri giorni?”; questa è la domanda che ritorna più volte durante il film, di chi sono i giorni di un malato a fine vita? Ma anche di chi sono i giorni di una figlia completamente dedita al lavoro e al padre, una donna ancora giovane che forse non ha mai vissuto davvero? E di chi sono quelli di un condannato a passare gran parte della sua vita in un carcere? Chi può decidere per loro? E, soprattutto, come scegliere tra legalità, appiglio giuridico e ciò che si legge negli occhi e nelle parole di queste persone? Decisioni non facili da prendere per un uomo non abituato ad essere proattivo, quasi impossibili per uno per cui “il passato è un peso, il futuro un vuoto”. Allora non rimane che prendersi il giusto tempo della riflessione, Sorrentino segue il ritmo di questa riflessività, del ricordo, di quella prima visione di una donna (la moglie) che attraversa la campagna, il ritmo della memoria, di un’attesa che ci riporta al Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore. Non rimane che fare del dubbio, della riflessione, della memoria, uno stato di grazia che possa accompagnarci in maniera serena nell’avventura inevitabile del tempo che passa.

giovedì 20 marzo 2025

PARTHENOPE

(di Paolo Sorrentino, 2024)

Parthenope è la grande bellezza. Sorrentino lo si può amare e lo si può odiare (anche se non capisco proprio come) eppure quanti sono i registi (gli uomini) capaci di "farci vedere" la bellezza come fa lui? In un passaggio chiave del film, atteso, Silvio Orlando (sempre indiscutibile) nei panni del Professor Marotta, docente universitario, finalmente svela alla sua allieva di tanti anni prima, Parthenope (Celeste Dalla Porta), cosa sia davvero l'antropologia, e la risposta alla domanda è solo all'apparenza semplicissima (tutto qua?), perché l'antropologia è secondo Marotta l'atto del saper vedere. Tutto qua. E noi sappiamo vedere? Siamo in grado di vedere in Parthenope quel che Sorrentino vuol farci vedere? Abbiamo in questo caso almeno un poco di quelle capacità da antropologo necessarie per apprezzare un film come questo Parthenope? La bellezza, perché sembra che qui stia il succo, la sappiamo riconoscere quando l'abbiamo davanti? La riusciamo a vedere? Parthenope è un film di grande bellezza, fatto da molteplici momenti della stessa, alcuni magari artificiosi, sicuramente ricercati, attinenti alla superficie delle cose, non per forza ammantati di profondità e grandi significati (ma magari sì) eppure eccoli lì, magnifici, forse fondamentali, forse accessori, ma sempre pronti per essere ammirati, per esser concupiti con lo sguardo dello spettatore innamorato del cinema, non soltanto di una storia, di una narrazione, ma anche di un'immagine, di un colore, di un movimento, di un miscuglio di musica e luce, di un panorama, in questo caso anche della bellissima Parthenope, di Napoli e di cose meno fisiche come l'eloquio, la prontezza di spirito, anche del vuoto volendo, del grottesco, dell'esagerato, dell'insistito. Della giovinezza, del tempo che passa, del ricordo, di stralci di vita.

Parthenope (Celeste Dalla Porta) nasce nell'acqua, legata a questo elemento come la sirena del mito alla fondazione di Napoli (Neapolis); la secondogenita della famiglia Di Sangro ha come padrino l'armatore Achille Lauro (Alfonso Santagata), cosa che permette a tutta la famiglia di vivere una vita agiata. Siamo negli anni Cinquanta e la giovane ragazza cresce dividendosi tra l'amore di tutti i suoi parenti e conoscenti e soprattutto tra quello del fratello maggiore Raimondo (Daniele Rienzo) e quello dell'amico di sempre Sandrino (Dario Aita), entrambi innamorati, in maniera diversa, della bellissima Parthenope. Con il passare degli anni la ragazza diventa una bellezza sempre più ammirata, legata da un amore quasi morboso (o incestuoso) al fratello tiene in sospeso il rapporto con Sandrino per un tempo infinito, si concentra su altre esperienze, sull'arte della battuta ad effetto (sempre pronta), sul percorso universitario durante il quale instaurerà un rapporto di mutuo rispetto con il professor Marotta, sulle frequentazioni con i personaggi più disparati tra i quali ci saranno lo scrittore John Cheever (Gary Oldman), le dive del cinema Flora Malva (Isabella Ferrari) e Greta Cool (Luisa Ranieri) fino ad arrivare all'istrionico cardinale Tesorone (Peppe Lanzetta), incaricato del compiersi del miracolo di San Gennaro. Dopo un evento traumatico Parthenope si allontanerà momentaneamente dagli studi per esplorare nuove strade che la porteranno a conoscere lati diversi di una Napoli sempre vitale in bilico tra riti ancestrali e scenari da cartolina. La vita andrà avanti fino a raggiungere i giorni nostri, la contemporaneità del terzo scudetto vinto dal Napoli.

La bellissima Parthenope, interpretata con la giusta misura da Celeste Dalla Porta, è il centro di attrazione permanente di questo film insieme alle meraviglie naturali offerte dai luoghi di Napoli e dintorni. E forse Parthenope è davvero Napoli, un simbolo, un'appartenenza, una personificazione di alcuni degli aspetti della città e di un popolo che comunque, come ben espresso da una cinica Luisa Ranieri, è molto lontano dall'essere perfetto (monologo di grande effetto su Napoli e i napoletani). Non è semplice inquadrare dove vada Parthenope (il film, non la ragazza), la domanda da farsi potrebbe essere la seguente: "ma è davvero così importante saperlo?". Direi di no; attingendo a un'abusata banalità sembra proprio che questo sia uno di quei casi in cui il viaggio sia più importante e soverchi addirittura la meta, perché è pur vero che da qualche parte (in qualche quando, cioè all'oggi) si arriva, ma ciò che importa davvero è la forma di tutto ciò che sta nel mezzo, dai (pochi) passaggi quasi aberranti come il rito del concepimento pubblico, alla bellezza incontestabile fornita dalla regia di un Sorrentino sempre intrigante e avvolgente. È un film bello da guardare Parthenope, non sarà questo l'approccio critico più costruttivo e profondo all'opera di Sorrentino ma tant'è (e che ce ne fotte direbbero a Napoli), è anche uno dei motivi migliori per "vedere" un film, perché è bello da guardare, perché inanella sequenze una meglio riuscita dell'altra. Dall'eleganza borghese ai bassi della miseria Parthenope attraversa Napoli e la sua vita, il personaggio ha fascino da vendere, un fascino che non emana dalla sola bellezza ma da una curiosità e da una fame di vita incrinate dal dolore, elementi che delineano una protagonista che rimarrà a futura memoria, almeno all'interno del percorso sorrentiniano. Si vola così da un elemento all'altro con l'unico legame forte di una protagonista frizzante e magnetica, qualcuno storcerà il naso ma il talento di Sorrentino rimane innegabile. Potrà non piacere a tutti ma in fondo al mondo c'è anche chi non ama la pizza.

mercoledì 2 ottobre 2024

L'AMICO DI FAMIGLIA

(di Paolo Sorrentino, 2006)

L'amico di famiglia è l'ultimo film girato da Paolo Sorrentino prima dell'esplosivo successo di critica e pubblico arrivato con l'uscita de Il divo due anni più tardi, film spartiacque che ha consacrato la popolarità e il talento del regista napoletano presso il grande pubblico che da lì in avanti non ha mancato di seguire con curiosità e una buona dose d'attesa le nuove prove di quello che oggi è uno dei nostri registi più rappresentativi. Eppure gli esiti del lavoro di Sorrentino erano ottimi già da prima, a dimostrarlo anche (e non solo) questo L'amico di famiglia, film all'interno del quale le idee visionarie e il talento compositivo, di inquadrature e sceneggiatura, da parte di Sorrentino sono già ben evidenti seppur in qualche modo più misurate e ancora non esplose rispetto a quanto il regista ci farà poi vedere in futuro. Pensiamo per esempio alla scena iniziale: inquadratura ravvicinatissima su due occhi stanchi, occhiaie peste e gonfie, sono occhi vecchi su tratti rugosi; uno zoom all'indietro su musica di Theo Teardo e compare un volto intero incorniciato da un velo; è una vecchia suora. L'inquadratura si allarga, la suora mormora una preghiera, si vede il mare e la spiaggia nella quale la suora è sepolta, spuntano solo la testa giaculante e il crocefisso che porta al collo poggiato sulla sabbia, la camera si alza verso il cielo, si allontana e si riabbassa alle spalle di due loschi figuri intenti impassibili a osservare la suora. Non è da meno la successiva presentazione del protagonista, ma non sveliamo troppo a beneficio di chi ancora non avesse visto il film. Queste sequenze sono promesse; sono promesse di applicazione, sono promesse di una certa classe all'opera non appannaggio di tutti, elementi che andranno poi ad affinarsi e a crescere nel tempo portandoci al Sorrentino di oggi, a quello dei suoi più grandi e meritati successi.

Geremia de' Geremei (Giacomo Rizzo) vive in una situazione di discreto squallore in una triste località dell'Agro Pontino insieme alla madre disabile. Geremia è un sarto con una sua piccola attività che non è, come verrebbe naturale pensare, quella di confezionare abiti, bensì quella di prestare piccole somme di denaro alle persone in difficoltà della sua zona. Geremia de' Geremei è un usuraio. Nel ricoprire questo ruolo ricercato e disprezzato in egual misura Geremia mantiene un'immagine superficiale di interesse verso i suoi assistiti e le loro famiglie pre(te)ndendo a conti fatti il ruolo di "amico di famiglia", utile e servizievole alla bisogna ma spietato nei momenti di difficoltà. Tra i vari "clienti" di Geremia c'è anche Saverio (Gigi Angelillo), uomo povero in canna che deve far fronte alle spese del matrimonio della bellissima figlia Rosalba (Laura Chiatti) e alle pressioni dei consuoceri affinché la celebrazione di questa unione sia quantomeno dignitosa. Così, memore di tutte le umiliazioni subite in vita, Saverio tenta di evitare almeno questa e si rivolge a Geremia, uomo che facilmente può provocare repulsione e che non mancherà di irritare la ribelle Rosalba. Tra le varie vicende che Geremia seguirà in questo periodo, aiutato dal sodale Gino (Fabrizio Bentivoglio), un uomo col mito dell'America country, sarà proprio quella del matrimonio di Rosalba a muovergli dentro qualcosa, desiderio più che altro, perché Rosalba è davvero irresistibile, una di quelle donne capaci di far perdere la testa a chiunque, anche a un opportunista venale come Geremia.

Nel costruire il suo protagonista, come già fatto in precedenza e come farà poi in seguito, Sorrentino pone cura e attenzione a ogni particolare, sia estetico (l'abitazione buia, la fascia con le patate, la zoppia, la busta di plastica, etc...) sia caratteriale e comportamentale. Tanto era misurato il Titta Di Girolamo interpretato da Toni Servillo ne Le conseguenze dell'amore tanto è dialetticamente esuberante e affascinante Geremia de' Geremei, fatto sostanza dalla prova superba di un Giacomo Rizzo efficacissimo nel rendere al meglio tutte le contraddizioni di un personaggio intriso di egoismo e crudeltà ma capace di veicolare anche la pena dell'emarginazione, dell'esclusione e della solitudine. Geremia è portatore di un sapere linguistico sempre pronto, fatto di massime e affermazioni ficcanti, sfoggiate sempre al momento giusto, un uomo sveglio in contrapposizione al più ingenuo Gino (almeno a una prima lettura) che in testa ha solo l'America degli spazi sconfinati, un sogno lontano e poco realizzabile. Sfaccettato il giusto il personaggio della Chiatti, vittima e femme fatale in qualche modo, qui ancora un poco acerba ma con il phisique du role perfetto per il suo personaggio. Quello di Geremia è un personaggio stratificato, respingente ed esecrabile per il modo in cui conduce la sua vita, non manca tuttavia, soprattutto sul finale, di muovere una pietas contraddittoria nei suoi confronti in quanto bersaglio (lo si può anche solo dedurre guardandolo) di un'esclusione sistematica e di una negazione da parte degli altri (delle altre) alle umane passioni, un diniego di affetti che lascia intuire la vittima all'interno del carnefice. Nel triste scenario di un Agro Pontino dalle poche bellezze, una delle quali è indubbiamente Rosalba, Sorrentino riesce a ritagliare geometrie e scenari in perfetta simbiosi con gli eventi e con la colonna sonora dalla quale emerge la passione per la musica del regista. I primi tre film di Sorrentino costituiscono un piccolo corpo d'opera che forse gode di meno notorietà rispetto a ciò che è venuto dopo ma che non ne teme il confronto per valore, sono questi film da riproporre e rivedere in modo che anche chi ancora non li conosce possa ritrovarli e apprezzarli quanto (e magari più) di altre sue opere più recenti.

lunedì 8 gennaio 2024

LE CONSEGUENZE DELL'AMORE

(di Paolo Sorrentino, 2004)

All'epoca dell'uscita nelle sale de Le conseguenze dell'amore Paolo Sorrentino non era ancora il regista affermato che oggi tutto il mondo conosce, era un giovane alla sua opera seconda, il vero exploit di fama e riconoscimento arriverà infatti in maniera definitiva solo quattro anni più tardi con l'uscita de Il divo, siamo nel 2008 e quell'anno si distinse anche Matteo Garrone con Gomorra, i film dei due registi vennero salutati come un risveglio dello stato di salute del cinema italiano: se la profezia (ottimistica) non siamo certi si sia pienamente avverata c'è da dire che almeno Garrone e Sorrentino, insieme a qualche altro nome, hanno comunque mantenuto le aspettative e continuano a regalarci ancora oggi opere di grande interesse e spessore. Tornando a noi, all'epoca di questo film Sorrentino non era ancora il regista portatore di quegli sprazzi visionari, di quelle accortezze quasi barocche, di quella ricchezza nella messa in scena che tutti gli riconoscono e che in molti amano, era però già un regista, un autore, con una visione ben precisa di cinema, con un'idea da perseguire non solo nella narrazione ma anche nella realizzazione tecnica del film, comparto nel quale fin da subito Sorrentino si dimostra dotato di grande talento. È un Sorrentino più glaciale quello de Le conseguenze dell'amore, all'apparenza più essenziale, minimale, ma in realtà già ricco anche se meno esplosivo, più trattenuto, una scelta di stile che si rivede nei tratti e nelle espressioni dell'enorme (in senso figurato) Toni Servillo.

Titta Di Girolamo (Toni Servillo) è un uomo di mezza età molto serio che da numerosi anni vive in una piccola camera di un'albergo in Svizzera in prossimità del lago di Lugano. È un abitudinario Titta, per sua stessa ammissione un uomo privo di fantasia il cui unico sprazzo d'originalità appartiene a quel nome peculiare che si porta appresso; le sue giornate sono oziose: sedute interminabili a uno dei tavolini del bar dell'albergo a guardare oltre le vetrate la vita che scorre (quella degli altri, comunque scarsa), partite a carte all'infantile Asso piglia tutto con la coppia di ricchi decaduti e ormai in miseria composta da Carlo (Raffaele Pisu), che si è giocato tutta la sua fortuna perdendola, e Isabella (Angela Goodwin); una volta alla settimana un'uscita verso una banca per effettuare un deposito di somme sempre ingenti. Abiti eleganti, una bella macchina, la vita di un morto, un ex famiglia, moglie e figli che di lui non ne vogliono sapere, un fratello (Adriano Giannini) che in fondo gli vuole bene ma che lui ignora così come ignora la bella barista Sofia (Olivia Magnani) che invece a Titta sembra interessarsi parecchio. In questa routine che si ripete immutabile da anni alcuni accadimenti scombussolano il tran tran dell'uomo che andrà incontro a un precipitarsi di eventi ai quali dover far fronte.

Sorrentino apre il suo film con una figura maschile immobile in avanzamento su un nastro trasportatore, una scena lunga che potrebbe riportare alla mente il Dustin Hoffman de Il Laureato, emblema della confusione giovanile di fine anni 60 (ma anche per questo incipit probabilmente Sorrentino ha in mente la Pam Grier di Jackie Brown); ne Le conseguenze dell'amore l'apertura vede in campo un semplice figurante, il Nostro protagonista invece è uomo di mezza età, la giovinezza è ormai alle spalle e la confusione barattata con il vuoto, con un'imposta impossibilità di vivere, necessaria per mantenere un pericolosissimo status quo in potenza incrinabile solamente dalle conseguenze dell'amore. Titta Di Girolamo è appena un riflesso di un uomo, non per nulla sono molte le superfici riflettenti, i vetri, gli specchi attraverso i quali Sorrentino ce lo mostra, un uomo la cui fissità espressiva e di abitudini è il riflesso della morte stessa, è il riflesso di un'anima alla quale è stata succhiata la vita, condizione espressa in maniera magnifica dalla (mancanza di) espressività di un Toni Servillo impareggiabile. È un abitudinario Titta, lo abbiamo già detto, il versamento in banca, l'eroina una volta la settimana, quegli appunti per un futuro che non verrà mai nei quali si auto ammonisce intimandosi di porre attenzione a queste conseguenze dell'amore, saranno proprio loro, veicolate da Sofia (interpretata dalla nipote della Magnani), a dare la svolta a (non) vita e film. Il protagonista parla poco e bene, i vuoti sono spesso riempiti dalle eleganti scelte di Sorrentino in campo musicale (il regista mastica e parecchio), alcuni passaggi, senza troppo svelare, potrebbero sembrare fuori posto o come di routine, il film gode però di una costruzione pazzesca e millimetrica da parte di un regista non ancora esploso come lo conosciamo oggi (e non parliamo di fama ma anche di mestiere) ma già in grado di calibrare in maniera perfetta ogni movimento di macchina. Non a caso una delle nostre voci più note e apprezzate.

sabato 14 maggio 2022

È STATA LA MANO DI DIO

(di Paolo Sorrentino, 2021)

"La realtà non mi piace più. La realtà è scadente. Ecco perché voglio fare il cinema".

In alcune interviste successive all'uscita di È stata la mano di Dio il regista Paolo Sorrentino raccontò di come nel periodo precedente alla realizzazione del film accusasse un senso di ripetizione, come se sentisse che per le sue ultime prove (la serie The new Pope e il dittico Loro) si fosse trovato a lavorare quasi in maniera automatica, come a ripetere formule e stili ormai collaudati e che forse (aggiungo io) avevano toccato l'apice di ciò che potevano offrire a quella parte di pubblico innamorata dello stile del regista. Chi ha visto film come Il divo, La grande bellezza, Youth - La giovinezza, sa che il cinema di Sorrentino non è mai banale, anzi, la ricerca sulla messa in scena dell'autore è strabordante, capace di regalare immagini bellissime, squarci onirici, aperture di significati tutti da decifrare, scenografie e costumi sfarzosi, ammalianti, densi e capaci di tirar lo spettatore dentro ad altri mondi, ad altre vite. Certo, per ripetere un mantra banale, un cinema non per tutti, ma se per quello che riguarda la settima arte quella di Sorrentino non è proprio la mano di Dio, di certo non è nemmeno quella di un comunissimo mortale, piaccia o non piaccia Sorrentino oggi è uno dei maestri dell'arte e non solo in Italia. Per ovviare a quella che poteva essere una fase di stanchezza, per dare una cesura e una ripartenza alla sua filmografia, Sorrentino torna alle origini, non tanto del suo cinema quanto a quelle della sua vita costruendo un film diversamente autobiografico e ricominciando dalla sua Napoli da troppo tempo abbandonata (dal suo esordio) e da uno stile molto più lineare e a prima vista semplice dove non mancano i tocchi personali di un regista dallo stile riconoscibile, ma sono schizzi all'interno di un film decisamente più "classico" che ha le potenzialità per raccogliere i favori di un pubblico più vasto del solito. E se il tormentone "non ti disunire Fabio" pronunciato nel film dal regista Antonio Capuano solo ora avesse raggiunto la sua portata di significato riconducendo il giovane Fabio/l'adulto Paolo a tornare alle origini? a un cinema meno costruito, più spontaneo sebbene, forse in maniera inevitabile, più sofferto e doloroso? (un dolore alleviato dal lavorio sui ricordi, come lo stesso Sorrentino ha dichiarato).

Fabietto Schisa (Filippo Scotti) è un giovane un po' introverso ma molto innamorato della sua famiglia al cui nucleo è attaccato con amore profondo, un bellissimo rapporto con il fratello Marchino (Marlon Joubert) e due genitori splendidi: papà Saverio (Toni Servillo) e mamma Maria (Teresa Saponangelo); della sorella Daniela (Rossella Di Lucca) poco si sa, quella sta sempre chiusa in bagno. Gli Schisa sono parte di una famiglia allargata fatta di zii e parenti vari molto divertente e legata alla sensibilità tutta partenopea per un umorismo incontenibile che rende le giornate passate insieme sempre originali e portatrici di eventi spassosi da ricordare nel tempo. Poi c'è la zia Patrizia (Luisa Ranieri), un poco ammattita dopo quella gravidanza andata male, una donna sensuale che spesso si concede alla nudità e che diventa per Fabietto una sorta di musa, è una donna che parla con San Gennaro (Enzo Decaro), vede il munaciello della tradizione campana e si trova molto spesso a fare questioni, come si dice a Napoli, col marito gelosissimo Franco (Massimiliano Gallo). Siamo negli anni 80, nei giorni in cui sempre più insistente si fa quella voce che vuole Maradona al Napoli contro ogni previsione (figurati se quello da Barcellona viene 'int'a 'sto cesso). Maradona arriverà davvero, un evento epocale per Fabietto e per tutta la famiglia. Poi un accadimento tragico scombinerà tutti gli equilibri, la vita diventa appunto scadente, dolorosa, per Fabietto inizia a intravedersi un futuro nel cinema, forse lontano da quella Napoli che è stata di Maradona.

Non sappiamo quanto davvero sia costato a Sorrentino in termini di emotività realizzare questo film, ciò che è certo è che con È stata la mano di Dio il regista partenopeo di emozioni riesce a regalarcene molte, si spiega qui anche la sua devozione per Maradona, che non è solo calcistica, e che viene espressa in un momento fulminante da un Renato Carpentieri che ci comunica che "è stata la mano di Dio" a cambiare la vita del regista/protagonista. Un film sincero e diretto, con tocchi di stile propri di Sorrentino ma accessibile a tutti, un film che è diviso in due parti, una prima decisamente divertente, piena di situazioni spassose, molto solare, illuminata, dove gli umori sono quelli della speranza (di un Napoli finalmente competitivo), della sensualità (la zia Patrizia) e della più genuina napoletanità con un gruppo d'attori irresistibile e gioioso ben rappresentato da mamma Maria, una donna devotissima all'arte dello scherzo. Sorprendenti anche alcuni dei personaggi di contorno: il contrabbandiere Armando (Biagio Manna), Mariettiello (l'ottimo Lino Musella) la teatrale Baronessa Focale (Betty Pedrazzi) e poi, tra i numi tutelari del nostro e tra i personaggi più importanti della seconda parte del film, quella più scura e drammatica, il regista Antonio Capuano (Ciro Capano) che instraderà in qualche modo Fabietto sulla via del cinema (fermo restando il sempiterno debito verso Fellini che anche qui non manca di esternarsi). Il cinema di Sorrentino passa dalla testa al cuore con risultati stupefacenti, a volte per fare questo è necessario tornare a casa.

martedì 18 giugno 2019

THIS MUST BE THE PLACE

(di Paolo Sorrentino, 2011)

This must be the place, pur essendo un film con punte d'interesse degne di nota, sembra il Calimero dei tanti figli di Paolo Sorrentino, il cucciolo sfigato che solo in parte riuscirà a rivelarsi cigno, schiacciato tra la magnificenza di parenti prossimi ben più splendenti. Dopo una trilogia la cui fama è tutta italiana e che a detta di molti rimane finora il corpo migliore dell'opera del regista napoletano (L'uomo in più del 2001, Le conseguenze dell'amore del 2004 e L'amico di famiglia del 2006, opere che colpevolmente ancora non ho avuto modo di gustare), arriva il successo clamoroso de Il Divo che mettendo al centro della narrazione la figura inconfondibile di Giulio Andreotti ottiene riconoscimenti anche all'estero rendendo Paolo Sorrentino l'autore di fama mondiale che è ancora oggi. Questa fama internazionale porta ovviamente contatti, lusinghe, un'ampliamento degli orizzonti e in particolare la richiesta di collaborazione da parte di un grande artista: Sean Penn. Quando uno come Sean Penn ti chiede di collaborare cosa puoi fare? Gli cuci addosso un film, vai per la prima volta a girare in America e a confrontarti con l'industria Hollywoodiana, magari smorzi i tuoi lati più personali per aderire a una narrazione più lineare, che seppur intrisa di personalità possa comunque soddisfare un pubblico più ampio possibile. Ad ogni modo il talento resta, la visione anche, il film che ne esce non è affatto banale pur non essendo, diciamocelo onestamente, all'altezza di altri film del regista. Subito dopo questo piccolo Calimero, Sorrentino sfornerà infatti due capolavori acclamati ovunque come La grande bellezza e Youth - La giovinezza, film entrambi di una rara bellezza che offuscano anche ciò che di buono c'era nel loro predecessore.


This must be the place è un film che al termine della visione non lascia quel senso di pienezza quasi stordente, di appagamento totale e di soddisfazione che lasciavano altri titoli del regista, nonostante alla fine il viaggio non sia stato così malvagio. Perché quello di Cheyenne (Sean Penn) è un vero e proprio viaggio, This must be the place da un certo punto in avanti si trasforma nel classico road movie di formazione (non di un ragazzo ma di un uomo che forse uomo non è diventato mai veramente) in movimento tra i territori di un'America vastissima. Il protagonista è un uomo ormai di mezza età che in gioventù è stato un celebre cantante di una band rock dai risvolti dark, Cheyenne continua ad andare in giro agghindato come faceva quando era sulla cresta dell'onda: capelli disordinati e tinti di nero, rossetto marcato sulle labbra, vestiti improbabili, occhi resi scuri dal trucco e un peso costante ad accompagnarlo, sia fisico che metaforico. Cheyenne si porta dietro un orribile carrellino per la spesa lungo le strade della sua Dublino, città dove risiede, quando arriverà in America si trascinerà dietro un trolley da viaggio, controparti reali di un peso che grava sul suo cuore e di cui non riuscirà mai a liberarsi, un peso che sarà motore per alcune delle sequenze più belle del film. L'uomo è rimasto ancorato al passato pur rinnegandone quella che di quel passato è stata la parte fondamentale per lui: la musica. Un trauma, un evento tragico ha segnato forse per sempre Cheyenne mettendone in prospettiva il successo e il talento, in questo senso è emblematica la scena in cui il protagonista ha uno scambio di battute con David Byrne (nel ruolo di sé stesso), un passaggio fondamentale per inquadrare meglio Cheyenne. La sua esistenza monotona, ravvivata dalla moglie amatissima (Frances McDormand) e dall'amica Mary (Eve Hewson), viene scossa dalla notizia dell'imminente morte del padre ormai in fin di vita, un padre con il quale i rapporti si sono interrotti da molto tempo, un padre ossessionato dalla ricerca di un criminale nazista (Heinz Lieven) che in passato fu suo carceriere in un campo di prigionia. Nasce in Cheyenne il bisogno di continuare e portare a termine quel compito che il padre si era dato, inizia così un viaggio che porterà Cheyenne ad attraversare gli spazi di un'America di provincia che contribuirà, grazie agli incontri che porrà sulla strada del protagonista, alla sua tardiva maturazione.


Sorrentino costruisce alcune sequenze indubbiamente toccanti e significative, quella con Byrne alla quale si accennava prima o l'esecuzione del brano dei Talking Heads che dà il titolo al film, lascia da parte in larga misura la visionarietà e il divagare sublime della sua camera a favore di un approccio più concreto, funzionale ma sicuramente molto meno affascinante. Anche i pensieri che vagano sulle note delle immagini del regista qui sono per lo più imbrigliati sulla figura di Penn che offre una prova di contenimento caratterizzando un personaggio con una mimica trattenuta e minimale, un personaggio che probabilmente ricorderemo più del film stesso. Il viaggio è scandito da una colonna sonora delicata e, come Sorrentino vuole, molto indovinata, composta e curata in gran parte dallo stesso David Byrne, inoltre la meta, il finale, non delude ma regala anche un attimo di lucida cattiveria che non guasta nell'economia della storia. Non il miglior film di Sorrentino, questo è fuor di dubbio, ma se fosse stato un prodotto di un altro regista, magari meno conosciuto, sono convinto che il film avrebbe avuto qualche detrattore di meno, qui paga sicuramente il confronto con opere di un altro livello.

lunedì 25 febbraio 2019

YOUTH - LA GIOVINEZZA

(di Paolo Sorrentino, 2015)

"Tu hai detto che le emozioni sono sopravvalutate, ma è una vera stronzata. Le emozioni sono tutto quello che abbiamo".

Non sempre il Cinema di Paolo Sorrentino parla di noi, della gente comune, quella che tutte le mattine deve spegnere la sveglia, alzarsi e andare a lavorare senza ricevere particolari gratificazioni. Ne Il Divo al centro di tutto c'era la classe politica, un'entità che è qualcosa di molto lontano dalla realtà dei comuni mortali, addirittura scollata dall'esistenza del Paese, un dato di fatto alle cui conseguenze (non dell'amore purtroppo) assistiamo ogni giorno. Con La grande bellezza - vero capolavoro - si raccontava di un'élite privilegiata, con emozioni tangenti alle nostre, ma distantissima nello stile di vita. Anche in Youth i protagonisti non sono persone comuni: attori celebri, registi che hanno lasciato il segno nella storia della Settima Arte, compositori di fama internazionale, star del calcio, modelle dalla bellezza accecante, santoni orientali e via discorrendo. Eppure i temi, i sentimenti, i dolori, le riflessioni, le paure, la decadenza, sono gli stessi che attraversano la vita e il cuore di noi tutti; sotto questo aspetto Youth è un film che ci parla, forse più di altri del regista napoletano, o quantomeno lo fa in maniera più diretta.


In Youth, tra gli altri, Sorrentino mette in scena due protagonisti anziani, due attori meravigliosi che si fatica a definire sul viale del tramonto. Harvey Kietel è Mick Boyle, un regista che sta sceneggiando quello che sarà il suo film testamento, condivide una bella amicizia che si protrae da una vita con il compositore in pensione Fred Ballinger (interpretato da Michael Caine), entrambi in vacanza in un lussuosissimo albergo adagiato tra i monti della Svizzera tra i cui ospiti spiccano un Maradona ormai sfatto (o è il suo sosia?), Jimmy Tree (Paul Dano), un giovane attore di talento che viene ricordato dai più solo per il suo film più leggero e meno significativo, un santone in grado di levitare (forse) e Lena (Rachel Weisz), la bella figlia di Ballinger anche sua assistente. Si attende con moderata curiosità l'arrivo della nuova Miss Universo (Mădălina Diana Ghenea) che potrebbe portare un raggio di sole nelle giornate altrimenti monotone offerte dall'albergo svizzero che trascorrono tra massaggi, visite mediche, cure termali e intrattenimenti da "museo felliniano".


Il "sentire" che attraversa il film è quello legato all'inesorabile scorrere del tempo, all'ineluttabilità della vita e all'impossibilità di riavere quello che si è perso con gli anni, non solo la giovinezza del titolo, ma soprattutto gli affetti, i momenti, le occasioni andate, la vigoria ("alla mia età mettersi in forma è una perdita di tempo"). Sorrentino ci mostra la malinconia di questi sentimenti attraverso i suoi personaggi, attraverso la scelta decisa di Ballinger di non tornare a suonare, nemmeno per la Regina d'Inghilterra, tramite il confronto impietoso tra Boyle e la sua musa d'un tempo Brenda Morel, attrice ormai disfatta e in maniera significativa interpretata da Jane Fonda, li rafforza mostrandoci i corpi, quelli che si portano dietro il peso degli anni, cadenti, gonfi e incartapecoriti, accostati alle meraviglie di corpi ancora freschi, giovani, emblematica la sequenza in piscina dove i due amici rimirano estasiati la nudità di una Miss Universo più vicina al divino che all'umano. L'ammirazione, ma anche il desiderio ormai impossibile da appagare. Ciò nonostante il senso ultimo di Youth non guarda indietro ma è quello legato al futuro, che è lì da prendere fino all'ultimo giorno della nostra vita, guarda all'esperienza ancora da assaporare e che può dare senso a esistenze che hanno lasciato già molto alle spalle; c'è da dire che prevale però un senso di perdita più che quello della scoperta, un filo doloroso, malinconico e triste che attraversa il film nonostante questo sia scandito da momenti brillanti, frasi memorabili e soprattutto da molte scene ironiche e divertenti capaci di far ridere di gusto.


L'estetica è quella nota di Sorrentino, elegantissima, molto studiata, intrisa di stacchi visionari e simbolici; un parte importante la recita la musica, altro elemento sempre fondamentale per il regista che sa scegliere molto bene come far accompagnare le sue immagini dalle note, qui poi Sorrentino sfoga anche la sua passione calcistica, giusto per non farsi mancare nulla. Ma quel che di più importante c'è da dire su Youth è che tocca il cuore, semplicemente, in una maniera che colpirà più chi ha già qualche anno sulle spalle che non i giovanissimi che per apprezzare a pieno l'opera dovrebbero comunque far correre un poco l'immaginazione o fare un salto avanti nel tempo. Sebbene meno celebrato de La grande bellezza, a mio avviso anche Youth si rivela essere un piccolo grande capolavoro, almeno per chi riesce ad apprezzare il Cinema di Sorrentino che, ancora una volta, si conferma non proprio per tutti i palati.

sabato 18 agosto 2018

LA GRANDE BELLEZZA

(di Paolo Sorrentino, 2013)

Dopo l'uscita de La grande bellezza e ancor di più dopo la sua vittoria agli Oscar come miglior film straniero, non si è fatto altro che parlare del lavoro di Sorrentino: forma e contenuto, politico o non politico, virtuosismi di camera e orpelli simbolici, decadentismo e compiacimento dello sfacelo, citazionismo e noia e chi più ne ha più ne metta. Personalmente vorrei cominciare da Toni Servillo, sarà pure banale, ma è o non è il miglior attore italiano vivente e, senza voler abusare dell'assoluto, uno dei migliori attori italiani di tutti i tempi? Perché a me sembra che tutte le volte che Jep Gambardella, per gentile intercessione di Servillo, apra la bocca per dire qualcosa, si conceda un'occhiata, faccia una smorfia o formuli un pensiero, ci sia sempre qualcosa da cogliere: un'arguzia, un concetto, uno stato d'animo... e che tutte queste cose non siano solo scaturite dalla scrittura, seppur validissima, ma che in qualche modo senza Servillo non sarebbero state proprio le stesse e che a conti fatti questo Jep Gambardella sia uno dei personaggi meglio riusciti che mi sia capitato di vedere nel Cinema degli ultimi anni. Ovviamente la domanda un poco retorica lo è, non è che Toni Servillo lo stia scoprendo io adesso, tra l'altro pure con anni di ritardo sull'uscita in sala del film, il fatto che sia il miglior attore italiano di questi anni lo sanno tutti, sicuramente lo sa Sorrentino che in maniera intelligente non si fa scappare l'occasione di scritturarlo. Mi faceva solamente piacere partire da qui per una volta e non da Sorrentino, in ogni caso autore sicuramente ingombrante e capace di uscire dai noti binari del Cinema italiano di questi ultimi tempi.


Le reazioni della critica a La grande bellezza sono state all'unanimità positive per quel che riguarda la stampa estera, non così qui in Italia. È pur vero che nessuno è profeta in patria, seppure nemmeno i detrattori si sognerebbero di negare l'importanza di Sorrentino per il nostro Cinema recente, La grande bellezza è stato da noi equamente elogiato e contrastato. Ammettendo che le opinioni sulle arti possano essere sempre soggettive, davvero non capisco come si possa non considerare questo un grande film, per tutta una serie di motivi, ma soprattutto per quei contenuti che da molti sono stati considerati vacui (appunto), inconcludenti, noiosi (o addirittura boriosi) e finanche rei di mettere in cattiva luce la situazione italiana e degli italiani, cosa che mi sembra una vera follia, come se fosse necessario un film per rendere negativa all'estero la visione di un'Italia attuale palesemente in ginocchio.

Più che un film politico, e se vogliamo in qualche modo La grande bellezza politico lo è, pur rimanendo distante da figure e ambienti della politica, il film di Sorrentino mi ha dato l'impressione di essere profondamente privato: qualcuno obietterà che il privato è politico, e anche questa osservazione la si può accettare. Ma è il percorso che porta Gambardella alla presa di coscienza definitiva di un'esistenza ormai quasi completamente trascorsa e vuota ad essere il nodo più interessante di un film all'interno del quale il protagonista è mattatore irresistibile, una consapevolezza maturata in seguito a diverse esperienze che coinvolgono la caducità dell'uomo (e della donna) e al contatto con quella grande bellezza che in fin dei conti non è data da una Roma che seppur splendida si dimostra in ultima analisi deludente, né tanto meno da una mondanità che si rivela priva di contenuti e di importanza alcuna. Sprazzi di questa bellezza Gambardella li trova in elementi che sono ormai estranei alla sua vita fatta di feste, happening presunti intellettuali, riflessioni e scritti su una mondanità autoriferita e inconcludente; sprazzi di questa bellezza si trovano ormai solo nel ricordo di un'antico amore, l'unico, ormai sbiadito nel tempo, nelle vite di persone agli antipodi di quella del protagonista, nella sofferenza e nella morte che funge da catalizzatore per una nuova visione. Nelle parole di una Santa; forse allora ancora c'è speranza.


La grande bellezza è un film intriso di malinconia, nonostante l'immaginario messo in scena da Sorrentino sia oltremodo sontuoso e il carnevale di personaggi grotteschi e sopra le righe molto spesso divertente, le sortite di Gambardella nell'alta società romana si traducono in un qualcosa di irragionevole ed effimero che spesso muove al riso, e come potrebbe essere altrimenti? La cadenza napoletana di un Servillo inarrivabile dona ulteriore musicalità alle frasi irresistibili, anche quando dure, di un personaggio meraviglioso contornato da un circo di freaks normalizzati: il commerciante di successo che incede a forza di "te chiavasse", la nobildonna intellettuale di sinistra che difende i suoi sforzi e il suo impegno in ogni aspetto di una vita peraltro comodissima, la madre ricca di un figlio completamente ammattito, il cardinale che della spiritualità se ne fotte, il poeta che non parla, nani e ballerine... nel mezzo due personaggi veri cuciti addosso a Carlo Verdone che interpreta forse l'unico amico sincero di Jep e a Sabrina Ferilli finalmente in un bel ruolo che le rende anche grande onore.

È allo stesso tempo spassoso e triste assistere a questo circo umano imbastito da Paolo Sorrentino, accompagnato nei suoi movimenti da una colonna sonora che spazia dalla più becera rivisitazione dance di grandi successi pop fino a composizioni che potremmo definire colte. La cura per l'immagine, per l'inquadratura, per il movimento è quella che già al regista è stata riconosciuta più volte, caratteristica che va a impreziosire un film a mio parere di assoluto valore, un film da rivalutare anche da parte dei nostrani detrattori.

"Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che si potrebbe definire il vortice della mondanità. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano: volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire".

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