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lunedì 27 gennaio 2025

THE GREAT WHEN - IL GRANDE QUANDO

(The great when di Alan Moore, 2024)

Alan Moore torna al romanzo dopo un intervallo di tempo relativamente breve se consideriamo che tra l'uscita de La voce del fuoco, sua prima opera letteraria (una raccolta di racconti), e il successivo "romanzo monstre" che va sotto il titolo di Jerusalem passarono esattamente dieci anni; lo iato successivo all'interno della produzione letteraria del bardo di Northampton si ridusse ai sei anni di attesa, questo il tempo che ci volle per dare alle stampe la successiva antologia di racconti Illuminations con la pubblicazione della quale arriviamo all'anno del Signore 2022. Dopo l'uscita di Illuminations iniziarono a rincorrersi le voci che davano Alan Moore in procinto di editare non solo un romanzo prossimo venturo ma addirittura una pentalogia di scritti aventi come protagonista una versione alternativa e ovviamente magica e ovviamente storica di Londra, spostando così l'attenzione dalla natia Northampton alla capitale dell'Inghilterra e del Regno Unito. Con un'attesa di soli due anni i fan di Alan Moore hanno così avuto la possibilità di mettere le mani sul primo capitolo di questa nuova saga, The great when - Il grande quando, racconto che probabilmente presenterà punti di contatto con le opere prossime a venire che Moore scriverà ma che resta leggibilissimo a sé stante senza lasciare appeso il lettore con l'ansia dell'uscita del capitolo successivo per vedere "come va a finire la storia". A questa accelerazione della produzione romanzesca di Moore è probabile che abbia contribuito non poco la recente disaffezione verso il media del fumetto da parte dell'autore inglese, media che lo ha consacrato e gli ha permesso di dedicarsi a ciò che ora meglio lo soddisfa; l'allontanamento dell'autore dal mondo dei comics è attribuibile a una disillusione dettata da delusione nei confronti dell'industria del fumetto e della malagestione da parte della stessa dei rapporti con i creativi e con gli autori, una delusione che si unisce anche all'insofferenza per un'idolatria immatura nei confronti degli stessi autori da parte di un fandom che lo scrittore, in tempi recenti, addita spesso come composto da adulti non del tutto cresciuti, una presa di posizione spinta anche da un'amarezza di fondo che, come spiegò anche sua figlia Leah in occasione di diverse interviste, ha smorzato l'entusiasmo di cotanto padre nei confronti di una forma d'arte che Moore ha amato e apprezzato per tantissimi anni della sua vita (alcuni dei massimi capolavori del fumetto britannico e statunitense sono suoi). Così è probabile che nei prossimi anni vedremo meno fumetti (o nessuno) firmati Alan Moore ma avremo una sua produzione letteraria in crescita costante.

Siamo nella Londra devastata e cosparsa di macerie del secondo dopoguerra; gli abitanti della capitale inglese arrivano da anni di terrore e bombardamenti, da un lungo periodo di stenti e distruzione a seguito del quale fanno fatica a rialzare la testa e risollevarsi dalla miseria più nera. Tra loro c'è il giovane Dennis Knuckleyard, appena diciottenne e più o meno solo al mondo, senza casa e senza famiglia il giovane ha trovato alloggio all'interno della vecchia libreria di Ada "Cicca" Benson nella zona di Shoreditch. La donna non è proprio quella che possa definirsi un'anima pia, consente al ragazzo di stazionare in una modestissima stanza provvedendo al minimo indispensabile per la sua sopravvivenza in cambio del lavoro di Dennis in libreria e di tutta una serie di piccole commissioni da espletare in giro per Londra. Dal canto suo Dennis, pur non esaltato dalla sua attuale condizione, perlomeno trova a sua disposizione i libri della Lowell's Books & Magazines e può contare sulla presenza di un tetto sulla sua testa. Dennis riesce almeno a svagarsi con la compagnia di un paio di amici con i quali di tanto in tanto si trova in qualche pub: il giornalista John "si tira avanti" McAllister e il giovane e spiritoso avvocato Clive Amery. In una delle sortite di Dennis per conto di Ada il giovane si reca da un libraio di nome Harrison per acquistare, tirando sul prezzo se possibile, dei libri di un certo Arthur Machen ai quali Ada è interessata per la sua libreria. Nel lotto di libri che Dennis riesce a recuperare c'è anche un titolo, citato in uno dei libri di Machen, di uno scrittore misterioso. Il libro si intitola Una passeggiata per Londra ed è firmato Thomas Hampole, un libro che parla di un'altra Londra, un libro che non dovrebbe esistere e che di sicuro non sarebbe dovuto capitare nelle mani inesperte e inconsapevoli di Dennis Knuckleyard il quale, dal momento in cui ne viene in possesso, si troverà scaraventato in una serie di avventure occulte e misteriose che metterebbero a dura prova la salute mentale di chicchessia.

Alan Moore torna ai suoi temi preferiti e alle sue passioni di sempre alcune delle quali sono indubbiamente le realtà magiche, i mondi alternativi e mistici e la storia delle città, delle loro zone periferiche, il volto nascosto delle stesse. Come già accadeva in Jerusalem con il vecchio quartiere del Boroughs di Northampton, anche ne Il grande quando emerge forte l'importanza della toponomastica e dell'adesione al tessuto cittadino da parte di Moore, un tessuto che qui viene definito come un riflesso, un'ombra di quella che è la vera Londra, la Long London, un regno, una città nascosta i cui accessi sono celati tra le vie della Londra della nostra realtà e conosciuti solo da pochi adepti. L'idea di una città doppia, alternativa a quella vista come "reale" dai non iniziati, non è certamente nuova; rimanendo sulla stessa capitale inglese potremmo citale il Nessun dove di Neil Gaiman ad esempio che, in maniera sicuramente diversa, tratteggia anch'egli una Londra nascosta e accessibile non certo a tutti. Lo stesso Moore in Jerusalem aveva descritto piani d'esistenza alternativi e magici con quella meraviglia che era il Mansoul. Come per i riferimenti toponomastici che si rifanno a quelli della Londra reale anche molti dei personaggi presenti ne Il grande quando, anche i più bislacchi e all'apparenza improbabili, hanno avuto una corrispondenza nella nostra realtà, corrispondenze ben documentate nell'agevole appendice presente in coda al romanzo dove sono contestualizzati protagonisti, fatti ed episodi con il loro parallelo reale (in fondo un libro cos'è se non un'altra realtà, magari specchio della nostra?). Come abbiamo detto sopra Moore sembra aver abbandonato il fumetto in favore della letteratura, in qualità di mago e sciamano inserisce nel suo romanzo un libro magico che è viatico per una realtà alternativa dove si rischia di perdere la ragione, dove l'essenza delle cose è mobile e mutevole, incomprensibile a un primo impatto, soggettiva e interpretabile dai sensi di ognuno in maniera diversa, una Londra dove Arcani e Archetipi percorrono maestosamente strade impossibili, personificazioni di entità e concetti come il Crimine, la Sommossa (La Bellezza dei Tumulti) e via di questo passo troneggiano su una realtà altra profondamente terrificante. È più che certo che anche questa volta, nonostante il bel lavoro di traduzione da parte di Tessa Bernardi, qualche gioco di parole, qualche riferimento, qualche arguzia di uno scrittore fine e incontenibile come Moore vada persa nel passaggio dall'inglese all'italiano; ciò nonostante, oltre a una storia forse più abbordabile rispetto ad altre narrazioni del Nostro, non si può fare a meno di apprezzare uno stile di scrittura tanto elegante quanto colto nei riferimenti, magari non sempre semplice e scorrevole, ma comunque intrigante e stimolante. Di per sé Il grande quando presenta una sorta di chiusura che sappiamo si rivelerà essere solo un tassello di una narrazione più ampia ma che per ora, in attesa del prossimo volume, può anche bastare a sé stessa, nell'augurio che i tempi di uscita dell'annunciato prossimo capitolo siano ragionevolmente brevi.

mercoledì 28 agosto 2024

A OVEST DELL'INFERNO

(di Jonathan Lethem, 2001)

Lo ammetto, ho un difetto. Beh, questo non è proprio vero; in realtà possiedo una borsa piena di difetti; in maniera del tutto plausibile, con il passare del tempo (leggi anche "invecchiando"), è possibile che ne stia raccattando altri in giro da mettere e conservare nel borsone (borsa mi sembra riduttivo ora che ci penso). D'altronde sono da sempre un discreto accumulatore, almeno con le cose che mi garbano, cosa volete che sia qualche difettuccio in più. Ogni tanto mi libero anche di qualcosa ma i difetti... non so, mi pare siano più o meno sempre tutti lì. Uno dei miei difetti è, per esempio, che non mi ricordo le cose. E infatti ora non ricordo bene perché io abbia iniziato a scrivere questo pezzo che dovrebbe vertere sulla raccolta di racconti A ovest dell'inferno di Jonathan Lethem parlandovi dei miei difetti. Come dicevo è un mio difetto. Un altro mio difetto è che scrivendo uso troppe parentesi, ne sono consapevole ma me ne frego (e questo potrebbe essere un altro difetto, il fatto che io me ne freghi intendo). E riecco le parentesi. Poi inizio le frasi con le congiunzioni, con i "ma" e con quello che mi pare e me ne frego anche di questo. Nel frattempo sto cercando di ricordare che cosa avrei dovuto scrivere su Lethem, forse sto solo divagando perché sull'antologia in questione non è che abbia proprio un granché da dire, questo però non lo reputo proprio un difetto, più che altro lo vedo come un tentativo malriuscito di supercazzola nella speranza di prender tempo e accumulare righe, cosa che (visto che siamo già a riga 17, almeno sul mio programma di videoscrittura, quando leggerete voi chissà) sta anche parzialmente riuscendo, se riuscissi a resistere e infilare qualche altra fesseria avremmo già bella e pronta una discreta (come mole) introduzione. Un'introduzione ovviamente piena di difetti. E di parentesi. Ora vado a guardarmi un film, al resto ci penserò dopo, se ne avrò voglia. Magari mangio anche un gelato. A dopo.

Ciao, riprendo a scrivere dopo una pausa di circa ventiquattro ore che voi magicamente non avvertirete. Tra l'altro il film non era niente di che (Quello che tu non vedi) ma il gelato non era male. Devo anche finire di guardare Fringe di J. J. Abrams, mi mancano quattro episodi, ma cercherò di resistere e portare a termine questo pezzo, anche se ancora non ho bene idea di come. A ovest dell'inferno è un'antologia di racconti di Jonathan Lethem, sei per la precisione, che in realtà in lingua originale non trova nessun corrispettivo, è una compilazione che è stata assemblata direttamente da Minimum Fax con l'aiuto e la supervisione delle stesso Lethem e che quindi potremmo dire nasca appositamente per il pubblico italiano. L'antologia è divisa in due parti, una prima che presenta tre racconti brevi dai toni fantastici o fantascientifici e una seconda con tre pezzi autobiografici decisamente più sfiziosi e interessanti dei tre precedenti. Dopo aver letto i primi tre racconti di fantasia il pensiero che a più riprese si è fatto largo nella mia mente è stato: "vabbè dai, due euro al Libraccio, chi se ne frega"; per fortuna poi sono arrivati gli scritti di real life (che tra l'altro si portano dietro tanto cinema) e il giudizio complessivo è decisamente migliorato (sempre in relazione ai due euro spesi).

Sinceramente dei primi tre racconti non saprei che pensare, mi sono sembrati tre esercizi di non stile di un'inutilità disarmante e sinceramente insignificanti sotto ogni punto di vista, giudizio probabilmente reso più pesante dal fatto che il mio unico precedente con la scrittura di Lethem sia stato il romanzo La fortezza della solitudine, successivo a questi racconti, una lettura che adorai e che quindi mi portò ad approcciare A ovest dell'inferno con aspettative troppo alte per una modesta compilazione come questa. Il primo racconto (La forma in cui siamo) verte su un padre che parte per un viaggio alla ricerca del figlio Dennis in compagnia del di lui miglior amico Balkan. La particolarità è che tutti abitano all'interno di un organismo vivente non ben identificato, i nostri viaggiatori partiranno da qualche punto in basso diretti verso l'occhio, l'organo più illuminante del lotto. In Come entrammo in città e come ne uscimmo un gruppo di uomini e donne partecipano a un gioco a eliminazione ambientato in una realtà virtuale che è anche l'unico modo di trovare cibo e riparo in una società ormai al collasso. Il gioco ovviamente comporta qualche rischio. Chiude la prima parte Videoappartamento: in un mondo in lenta migrazione continua su un'autostrada a uno dei protagonisti capita di vedere inciso su nastro un omicidio avvenuto nel mondo degli appartamenti, oltre la barriera. I tre racconti sembrano privi di direzione, costruiti su idee deboli e senza un reale perché. Perché Lethem avrebbe dovuto scrivere questi racconti che non dicono nulla, non emozionano né coinvolgono, non innovano e non inventano e che persino a più tratti annoiano? Ma soprattutto perché io (o voi) dovremmo volerli leggere? 

Va molto meglio con In difesa di Sentieri Selvaggi, con Elliott ancora non mi crede e con 13, 1977, 21. Intendiamoci, anche qui nulla di trascendentale ma almeno ci sono sprazzi di verità e passione, l'ossessione di Lethem per Sentieri selvaggi di John Ford e per Star Wars di Lucas, racconti di uno strano viaggio, riflessioni sincere su quanto a volte ci si faccia prendere la mano, anche incondizionatamente, da nostre fissazioni immotivate o basate su fondamenta barcollanti, e ancora risvolti familiari e tocchi personali che in qualche modo ricordano ciò che poi si svilupperà proprio nel posteriore La fortezza della solitudine. Nel complesso non si può dire che ne valga proprio la pena, però se lo trovate a due euro al Libraccio, alla fine chi se ne frega!

lunedì 6 marzo 2023

LA NUBE PURPUREA

(The purple cloud di Matthew P. Shiel, 1901)

Nel complesso - parere personale - La nube purpurea è il romanzo più noioso pubblicato nella collana Urania - 70 anni di futuro almeno fino a questa undicesima uscita. La collana che celebra(va) i 70 anni di Urania in realtà ha già concluso la sua corsa con la quarantacinquesima settimana, dati però i tempi di lettura di chi scrive e l'alternanza di questi volumi con romanzi di diversa natura, qui per forza di cose si arriva a parlare de La nube purpurea con un certo ritardo, ancora non mi è possibile dire se ci saranno in futuro (o se ci sono state in passato se vogliamo abbandonarci al paradosso) all'interno della collana uscite più tediose di questa, per la mia traballante pazienza mi auguro vivamente di no. Nel dire ciò non voglio fare torto oltre misura né a Matthew P. Shiel né tantomeno alla sua opera, a cui parziale discolpa si può argomentare dicendo che in fondo trattasi di un volume pubblicato la prima volta nel 1901, ben più di un secolo fa, la sensibilità dei lettori è molto mutata da allora, l'approccio alla scrittura anche, non di meno sappiamo tutti benissimo come alcuni classici facciano ancora impallidire romanzi moderni indegni finanche di presenziare sugli stessi scaffali (e nelle stesse librerie) di alcuni dei loro illustri predecessori. Quindi sì, un occhio di riguardo ma nemmeno poi troppo. Shiel, nato britannico ma geograficamente antillano (è stato anche incoronato re di un'isola deserta dei Caraibi), vede proprio La nube purpurea come sua opera più nota, considerato uno dei primi romanzi in assoluto di stampo apocalittico.

Siamo in un periodo storico in cui impazza la febbre per la corsa al Polo Nord, le spedizioni si susseguono ma finora nessuno è stato in grado di raggiungere l'ambita meta. Il medico londinese Adam Jeffson ha dei contatti tra l'equipaggio di una delle prossime spedizioni per il Polo e così il dottore inizia a interessarsi all'argomento. Jeffson è fidanzato con la ricca e ancor più ambiziosa Clodagh, una nobile senza scrupoli molto interessata a ricchezze e posizione sociale; ora capita che il riccastro Charles P. Stickney, eccentrico come nessuno, lasci nel suo testamento un'indicibile eredità che finirà nelle tasche del primo uomo, e si badi bene non della prima spedizione, a raggiungere il Polo. La notizia farà da subito gola all'avida Clodagh che riuscirà a magheggiare affinché il suo Jeffson entri a far parte dell'equipaggio della Boreal, nave diretta proprio al Polo Nord. Nel frattempo si diffonde l'idea, perorata da alcuni predicatori, che se l'uomo ancora al Polo non ci è arrivato questo sia volere di Dio e il giungervi non potrebbe che portare distruzione e scempio all'umanità tutta. E alla fine così sarà; mentre la Boreal arriva al Polo una nube violacea si diffonde per il mondo lasciando una scia di morte ed estinguendo in breve la razza umana della quale unico esponente rimasto in vita sarà proprio Adam Jeffson che dovrà affrontare un viaggio alla ricerca di residui di vita e un percorso molto tormentato per non cadere nella più totale follia.

Il romanzo di Shiel in realtà parte con il piede giusto. L'autore originario della città fantasma di Plymouth sull'isola di Montserrat usa un espediente molto in voga nei romanzi dell'epoca a tema fantastico (perché proprio fantascienza non la si può chiamare), ovvero quello dello scrittore, lo stesso Shiel, che riceve da un conoscente un manoscritto contenente la storia che si andrà a narrare nel romanzo. Il prologo de La nube purpurea è invero parecchio affascinante come così è tutta la prima parte che descrive la spedizione al Polo ammantata da un senso di attesa che lascia presagire il meglio (o il peggio se preferite). Purtroppo nel momento in cui gli eventi precipitano inizia un peregrinare solitario del protagonista che non fa che esplorare luoghi e incontrare morte, incontrare morte ed esplorare luoghi senza soluzione di continuità. Non si mette in dubbio l'efficacia di alcune descrizioni di Shiel, degli stati d'animo di un uomo in pena, in preda a sprazzi di lucida follia, dei luoghi in cui Jeffson si trova a transitare, delle situazioni spesso uguali a loro stesse, sembra però quasi impossibile tenere a distanzia il tedio nel mezzo di questo mondo desolato, dove non ci sono stimoli né eventi. Il problema maggiore de La nube purpurea è che tutta questa parte centrale del romanzo è davvero troppo, troppo lunga, inutilmente dilatata, probabilmente uno degli effetti collaterali della nube tossica è quello di aumentarne ancora la percezione di interminabilità onestamente sfiancante. Sul finale si torna sui binari giusti grazie a un evento in particolare che dona di nuovo movimento al romanzo, a dimostrazione che sarebbe bastato poco di più per ottenere un risultato migliore. Come già detto, romanzo d'altri tempi, la noia però rischia di attanagliarci oggi, quindi uomo avvisato...

lunedì 4 luglio 2022

STRANGER THINGS - STAGIONE 4

Ritorno non semplice per i Duffer Brothers e per la loro Stranger Things rimasta ferma quasi tre anni causa pandemia e che ora si ripresenta al pubblico affezionato (grandissimo successo anche per questa quarta stagione, una delle più viste di sempre in casa Netflix) dovendo far fronte allo scollamento tra il passare del tempo nella finzione (circa otto mesi dagli eventi della serie precedente) e la crescita dei protagonisti che alla loro età diventa difficile da camuffare, molto evidente soprattutto per alcuni di loro, in particolare per Caleb McLaughlin che interpreta Lucas e per il Finn Wolfhard volto di Mike Wheeler. Per molti versi la struttura di questa quarta stagione segue quanto già intravisto nella precedente e ne amplifica le modalità riuscendo a tirare anche diversi fili narrativi riallacciandoli agli eventi della prima stagione; non tutte le narrazioni secondarie vengono chiuse o sviluppate totalmente ma molto viene spiegato sul varco tra la realtà e il sottosopra, si prepara il terreno per quella che è già stata annunciata come la stagione finale (speriamo di non dover attendere troppo) per la quale si prevedono scenari decisamente differenti rispetto a quelli (in qualche modo reiterati) visti finora. Si porta avanti una narrazione che si concentra su gruppi limitati di protagonisti, seguendo anche la separazione dei personaggi vista sul finire della stagione precedente, la scelta, anche inevitabile se vogliamo, sacrifica alcune dinamiche interessanti come il rapporto padre/figlia tra Hopper (David Harbour) e Undi (Millie Bobby Brown) che vediamo riaccendersi solo in una scena o quello tra Jonathan (Charlie Heaton) e Nancy (Natalia Dyer) operanti in due gruppi e due location differenti. Fortunatamente prosegue la bromance fatta di grande amicizia, rispetto reciproco e idiozia nata già in passato tra Steve Harrington (Joe Keery) e Dustin Henderson (Gaten Matarazzo), la coppia più funzionale, meglio riuscita e più adorabile dell'intera serie. Vengono introdotti nuovi personaggi, uno al quale il pubblico pare essersi affezionato fin da subito, il nerd, metallaro e ghettizzato dalla comunità di Hawkins Eddie Munson (Joseph Quinn), poi c'è l'inutile Argyle (Eduardo Franco), un fattone amico di un Jonathan Byers molto dedito alle droghe leggere da quando si è trasferito in California, e i russi Yuri (Nikola Djuricko) e Enzo (?, Dmitri Antonov). I protagonisti, almeno quelli che stanno un po' più sotto i riflettori, continuano ad essere ben scritti, le note migliori arrivano dal velato (ma non troppo) coming out di Will (Noah Schnapp) che si sente sempre più messo da parte nel gruppo, soprattutto in virtù del crescente legame tra il suo amico del cuore Mike e Undi, il suo monologo va a siglare una delle scene più toccanti dell'intera stagione, dall'evoluzione e dalla nuova centralità pianificata per il personaggio di Max interpretato da una Sadie Sink sempre più convincente per la quale si escogita un particolare legame con il brano Running up that hill di Kate Bush che ha rilanciato il pezzo creando un fenomeno di ritorno dalle proporzioni smisurate, brano tra l'altro utilizzato non solo in soundtrack ma come vera e propria parte integrante della trama, vedremo se la cosa si ripeterà anche con Master of puppets dei Metallica, sempre più tosta la caparbia Nancy che diventa un po' il motore della squadra d'azione. Non tutto è perfetto, la sottotrama dedicata a Hopper, alla sua sparizione e alla sua comparsa in Russia sembra tirata un po' per i capelli e anche tutto sommato inutile, sarebbe stato più appagante vederlo coinvolto negli avvenimenti di Hawkins. Per la prima volta la serie presenta un villain molto identificabile, con un suo background, sempre legato al sottosopra e che ha la caratura da classica nemesi, oltremodo pericolosa e capace di dare al tutto un epilogo decisamente tragico, almeno per qualcuno dei protagonisti. Tra le righe si legge la difficoltà di stare al mondo, a prescindere dagli eventi sovrannaturali, per un gruppo di ragazzi ognuno con le sue turbe, più o meno gravi, capaci di rendere l'adolescenza (e in generale la giovinezza) un vero inferno. Lucas è stanco di sentirsi un escluso, un perdente, e si avvicina al classico gruppetto di sportivi nocivi da teen movie americano, Max, il personaggio meglio sviluppato, elabora la morte di un fratello, una situazione familiare difficile, i sensi di colpa di un'età dove tutto è amplificato, Undi e Mike (un po' accessori in questa stagione se non per il finale) sono alle prese con le loro beghe d'amore e Will con il tormento della sua condizione. Molti gli spunti, alcune soluzioni magari non convincono fino in fondo (sospensione dell'incredulità, please) ma tra personaggi indovinati, citazioni d'epoca, passaggi coinvolgenti e sì, anche Running up that hill, alla fine se si sono apprezzate le stagioni precedenti e se ci si è affezionati ai personaggi anche questa quarta stagione, molto corposa nel minutaggio, non deluderà. Ora, svelati alcuni dei legami con l'altra dimensione, non resta che capire cos'è questo sottosopra, cosa con la quale gli abitanti di Hawkins dovranno presto fare i conti. Speriamo non si debba attendere di nuovo un tempo indefinito prima di vedere la conclusione di una delle serie più sfiziose degli ultimi anni.

mercoledì 25 maggio 2022

IL POPOLO DELL'AUTUNNO

(Something wicked this way comes di Ray Bradbury, 1962)

Per la terza uscita che la collana Urania dedica alle celebrazioni dei suoi 70 anni di storia viene dato alle stampe il romanzo Il popolo dell'autunno di Ray Bradbury, opera che in realtà con la fantascienza ha poco a che spartire, non di meno questa è tra le prime tre proposte quella più interessante e, a parere di chi scrive, anche il romanzo di maggior valore che dimostra come a Bradbury stia un po' stretta la definizione di "scrittore di fantascienza" avendo egli spaziato su più fronti e ottenuto ottimi risultati, come in questo caso, anche in altri rami della letteratura. Siamo di fronte a un romanzo che sta più dalle parti dell'horror e del fantastico, distante dalla fantascienza, con echi kinghiani che i fan del "re del brivido" non avranno difficoltà a riconoscere; ovviamente sarebbe più corretto parlare di echi bradburyani in merito ad alcuni libri di King essendo questi arrivati cronologicamente almeno un decennio più tardi rispetto a questo Il popolo dell'autunno. Con una decina di romanzi e parecchie raccolte di racconti all'attivo Bradbury viene considerato uno dei numi tutelari della fantascienza, celebri e consigliati come letture fin dalle scuole dell'obbligo almeno i suoi titoli più noti: Cronache Marziane e Fahrenheit 451. Ma di cosa parla questo Il popolo dell'autunno?

Green Town, Illinois. I tredicenni Will Halloway e Jim Nightshade sono amici per la pelle, condividono un mucchio di cose nonostante abbiano caratteri e indole diversi. Siamo alle porte di Halloween, è ottobre, alla ricorrenza manca circa una settimana, l'autunno sereno della cittadina di provincia di Green Town sta per essere travolto da un'ondata di novità all'apparenza eccitante ma in fondo, in maniera nemmeno troppo nascosta, parecchio maligna. Il cambiamento è preceduto dall'arrivo in città di un venditore di parafulmini, quello che definiremmo un buon uomo, un po' enigmatico, un uomo che anticipa tempeste a venire e offre riparo, dei parafulmini appunto, da tutto ciò che di straordinario e fuori posto la tempesta possa portare. Ed è proprio a Jim che l'uomo consegna uno dei suoi manufatti, un oggetto atto a catturare il fulmine, un costrutto in ferro cosparso dei più strani e variegati simboli di protezione capaci di imbrigliare la terribile energia della natura e tutto ciò che essa trasporta, compreso ciò che è fuori dal comune. Ma tutto questo è solo un presagio, un anticipo, un antipasto di ciò che arriverà a Green Town con quella corsa notturna, con quel treno che si fermerà vicino al prato sul bordo di quel binario morto. Da lì un Luna Park ambiguo e misterioso e terrificante che libererà per le strade di Green Town i suoi freaks, il suo popolo dell'autunno fatto di streghe e uomini elettrici, nani che prima non erano nani e uomini tatuati, esseri scheletrici e zucchero filato, giostre e labirinti di specchi. In questo calderone ribollente Will e Jim rischieranno di perdersi trascinando con loro l'anziana maestra di scuola, la signora Foley, e lo stesso padre di Will, il signor Halloway, il triste e stanco custode della biblioteca cittadina.

Al di là dei generi d'appartenenza il popolo dell'autunno è un ottimo romanzo, una narrazione venata di malinconia che riflette a più riprese sul passare del tempo, vive di un bellissimo contrasto tra i due giovani protagonisti, uno che ha fretta di crescere, l'altro che vuole godersi l'infanzia, il tempo presente, l'amicizia incondizionata, e la figura del padre di Will, un uomo solitario, in larga parte intristito da una vita non vissuta appieno e che si vede ormai vecchio, vicino al tramonto e che in qualche maniera, all'interno di questa allegoria del tempo che passa, troverà modo di tentare un tardivo riscatto. Bradbury usa una prosa affascinante e coinvolgente, il romanzo è costellato da una serie innumerevole di immagini preziose costruite con le parole, metafore che toccano nel profondo, passaggi avvolgenti, c'è inoltre quella capacità di descrivere l'età dell'infanzia e dell'adolescenza che si ritrova con eguale maestria in tantissimo King, probabilmente il re avrà letto questo romanzo di Bradbury amandolo alla follia, allo stesso modo l'età del crepuscolo non è descritta in maniera meno accurata, anzi, lo scrittore dell'Illinois dona a tutta la narrazione un sapore crepuscolare che viene spezzato solo dai passaggi più tesi nei quali dominano alcune delle passioni di Bradbury: quella per il circo e per i suoi fenomeni e quella per le atmosfere misteriose e inquiete sottolineate in misura maggiore dal titolo originale dell'opera, Something wicked this way comes.

sabato 27 novembre 2021

ETERNALS

(di Chloé Zhao, 2021)

Eternals arricchisce il Marvel Cinematic Universe con alcune conferme ma anche con qualcosa di nuovo. Le due principali conferme sono la volontà in casa Disney, lo ribadiamo pochi giorni dopo aver parlato di Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli, di perseguire a tutti i costi un progetto di inclusività, di razze, di genere, di colori (anche di specie viene da dire in questo caso conoscendo il fumetto originario), in modo da accontentare proprio tutti. Si prendono quindi i personaggi creati da Jack Kirby nel 1976 e si aumentano le quote rosa eliminando la preponderanza di uomini bianchi in favore di altre scelte, così il velocista Makkari diviene una donna di colore, anche Ajak, uno dei pochi Eterni in grado di comunicare con i Celestiali, nella fattispecie con il rosso Arishem, diventa donna (e che donna!), Sersi guadagna tratti asiatici e così discorrendo. Per questo tipo di operazione Eternals è proprio il film adatto, i protagonisti sono molti, dieci i personaggi principali, nell'immaginario collettivo sono praticamente sconosciuti se non per i Marvel zombies (e forse anche tra qualcuno di loro...) quindi le modifiche fatte ai personaggi originali filano lisce senza colpo ferire e risultano più che indovinate, che poi nel cambiare qualche caratterizzazione non c'è nulla di male, ma uno Steve Rogers ad esempio, che so io... maori, non lo potrei sopportare, un'icona deve rimanere riconoscibile, qui invece si può giocare in piena libertà. La seconda conferma è, purtroppo, quella sensazione di stanchezza dovuta alla sovraesposizione del genere, con Eternals si fanno dei passi avanti nella diversificazione del prodotto, e questo è bene, la scelta di una regista come Chloé Zhao è stata indubbiamente corretta in quest'ottica, purtroppo il film non è completamente riuscito, patisce dei momenti di stanca nella parte centrale e comunque è imbrigliato da dettami Marvel/Disney che non consentono più di tanta libertà nonostante proprio qui siano arrivate la prima scena di sesso (castissimo) tra due eroi e un protagonista apertamente omosessuale (Phastos).

Tra le novità la più rilevante è lo scarto dalla figura dell'eroe o supereroe classico, qui si crea una vera e propria mitologia, gli stessi Eterni sono ispirati in qualche modo agli dei greci, non per nulla anche tutta la narrazione supereroica viene considerata un po' la nuova epica. Abbiamo questa razza aliena proveniente dal pianeta Olimpia (guardacaso), gli Eterni appunto, inviata sulla Terra da entità ancor più inconcepibili, i Celestiali, per proteggere la razza umana in via di sviluppo (siamo nel 5000 a.c. circa) dai Devianti, sorta di mostri a metà strada tra dinosauri e creature uscite dalla computer grafica (in originale erano dei mostriciattoli dalle sembianze umanoidi); il compito di questi dieci esseri potenziati che gli uomini dell'epoca vedono come veri e propri dei, è quello di non interferire mai negli eventi della razza umana, nemmeno nei più sanguinosi, ma semplicemente eliminare tutti i Devianti che minacciano l'uomo, compito che i dieci termineranno all'incirca all'epoca dei conquistadores per poi dividersi e mischiarsi tra gli uomini conducendo delle vite più o meno normali. È così che la bella Sersi (Gemma Chan) si innamorerà dell'umano Dane Withman (Kit Harington, i marvelliani già fremono) prima del ritorno, ai giorni nostri, dei Devianti e di Ikaris (Richard Madden), il più potente degli Eterni e vecchio amore di Sersi. I due, insieme alla giovane Sprite (giovane solo nel corpo, anche lei eterna), sconfitti i Devianti dovranno riunire i dieci per far fronte a una minaccia dalle proporzioni ben più grandi che farà impallidire anche lo schiocco di dita di Thanos.

L'arrivo degli Eterni sulla Terra non si dimentica, la scena d'apertura di Zhao è già stata accostata all'incipit del 2001 di Kubrick, di forte impatto la comparsa dell'astronave Domo, le note di Time dei Pink Floyd fanno il resto. Peccato che per questi film, anche nella ricostruzione delle location (Babilonia ad esempio) non si possa fare a meno del digitale, perché nelle riprese sui luoghi reali la regista Chloé Zhao porta tutta la sua sensibilità per i panorami e per i paesaggi che abbiamo imparato ad amare guardando Nomadland, gli scenari sono centrali in Eternals, gli spazi sempre molto vasti, abitati con rispetto, non manca nemmeno l'apertura al discorso sul cambiamento climatico inserito ad hoc all'interno della narrazione, anche il rapporto tra l'uomo e la natura ritorna, nelle sequenze che vedono protagonista Druig (Barry Keoghan), il più irrequieto tra gli Eterni, e il popolo tra il quale si è ritirato a vita privata. Interessante la scelta di inserire un personaggio sordo, Makkari, che parla con il linguaggio dei segni interpretata dalla brava Lauren Ridloff di The Walking Dead e già in Sound of Metal, attrice realmente affetta da sordità, altro segnale forte di inclusività. Eternals si differenzia dalla gran parte degli altri cinecomics per una minore invasività delle scene d'azione e anche un minor ricorso alla battuta pronta, c'è il tentativo di sviare un poco il prodotto dai binari consolidati, scelta apprezzabile ben condotta dalla regista sino-americana, a parere di chi scrive è ciò di cui c'è bisogno affinché la produzione (troppo) vasta di cinecomics non finisca per sfiancare anche i più irriducibili aficionados, purtroppo, complice anche un minutaggio importante, il film accusa qualche momento in cui un po' di stanchezza fa capolino. Sul finale, sui titoli di coda, la prima comparsa nel MCU di Harry Styles, cantante degli ex One Direction, e qualche purtroppo scarna informazione in più sul mitico Dane Withman...

Eternals imbocca un sentiero che è a questo punto doveroso provare a percorrere, non centra proprio il bersaglio ma nemmeno lo manca del tutto, ora ci vuole solo coraggio, gli incassi ci sono e quindi ulteriori tentativi per creare film diversi e migliori si possono fare, i film Marvel sono mediamente dei bei prodotti e spesso confezionati in maniera ottima, pensiamo però che ogni tanto si può realizzare un Logan, un Batman di Nolan, un Joker...

venerdì 11 giugno 2021

NESSUN DOVE

(Neverwhere di Neil Gaiman, 1996)

Non so quanti siano i romanzi di discreto successo derivati da una serie tv, Nessun dove è uno di questi: lanciata nel 1996 la serie Neverwhere della BBC vede tra i suoi ideatori proprio Neil Gaiman che all'epoca aveva un libro all'attivo (Buona apocalisse a tutti!) ma soprattutto era divenuto nel campo del fumetto uno dei nomi influenti grazie a opere come lo splendido Sandman per l'etichetta Vertigo della DC Comics (quanto la si rimpiange), The Books of Magik, La tragica commedia o la comica tragedia di Mr Punch e altre cose ancora. Mentre va in onda il serial viene dato alle stampe anche questo libro sul quale Gaiman tornerà poi a metter sopra le mani per arrivare più avanti a un'edizione definitiva. Con Nessun dove siamo a metà strada tra il romanzo per adulti e quello per ragazzi, troppo poco semplice per essere rivolto ai bambini, parecchio truce in alcune descrizioni per questo tipo di pubblico, presenta inoltre personaggi sfaccettati non semplici da comprendere per i più piccini, un'ottimo romanzo per gli adolescenti in quanto pur descrivendo anche alcune situazioni piuttosto cupe non è mai eccessivo e i toni più dark sono stemperati da parecchia ironia che rimette la narrazione nella giusta prospettiva per far apprezzare il romanzo a diverse fasce d'età e a diversi tipi di lettore. Come spesso accade nei racconti di Gaiman l'impianto è fantastico pur facendo riferimento alla nostra realtà, nei personaggi sono infusi grandi dosi di estro e umanità, l'ambiente è quello di Londra, ma non proprio la Londra che tutti noi conosciamo.

In realtà Richard Mayhew è scozzese, da qualche anno si è trasferito a Londra, ha un buon lavoro, una casa, una bizzarra passione per le riproduzioni di troll, una bellissima fidanzata un pizzico arrivista, Jessica, qualche buon amico. Proprio nel momento in cui Richard dovrebbe presiedere a una cena di lavoro insieme a Jessica durante la quale un importante uomo d'affari potrebbe aprire alla coppia le porte per un futuro radioso, la coppia incappa in una ragazza ferita, vittima di un'aggressione. Mentre Jessica con fare egoistico vorrebbe lasciare la giovane al suo destino, Richard si rifiuta di ignorarla e farà saltare l'importante appuntamento per soccorrere Porta (questo il nome della ragazza) causando la rottura con Jessica, ma questo sarà solo l'inizio dei guai che aspettano Richard. Porta infatti proviene da un'importante famiglia di Londra Sotto, una città che si sviluppa al di sotto di quella nota, popolata da esseri bizzarri: assassini prezzolati, angeli, vagabondi, vecchi regnanti, guardie del corpo, saltimbanchi, mercanti ed esseri magici. Quello che Richard non sa è che avendo preso contatto con la giovane, in qualche modo ora anche lui appartiene al suo mondo, cosa al quale Richard non è affatto preparato, il primo problema concreto sarà quello di affrontare, magari con l'aiuto di qualche topo, Mister Croup e Mister Vandemar, due sadici assassini sui generis.

La struttura del romanzo è abbastanza semplice, il protagonista viene inserito in un contesto che non conosce e non capisce, minaccioso, diverso, inspiegabile, e qui dovrà aiutare un gruppo di personaggi a portare a termine un percorso per salvare Porta e scoprire chi si è accanito sulla sua famiglia e perché. Ovviamente, ed è evidente dalla scelta di Richard nelle prime pagine di non ignorare chi ha bisogno di lui, al nostro toccherà il ruolo dell'eroe, un po' dimesso, parecchio spaesato e inconsapevole, ma pur sempre un'eroe. Gaiman arricchisce la storia e il mondo che va creando pagina dopo pagina con una serie di personaggi e trovate che caratterizzano la ricchezza della fantasia di questo autore; pensiamo al Mercato Fluttuante, al parallelo tra i nomi delle stazioni della metro che nel mondo di sotto danno vita alle loro trasposizioni letterali (King's Court diventa una corte di un Re, Blackfriars un monastero di Frati Neri e così via), all'irresistibile coppia di pazzi maniaci composta da Croup e Vandemar, al ponte delle ombre e a tutta una serie di invenzioni che colorano di toni cupi l'intera vicenda. Tra le righe si legge un parallelo tra questa Londra ignorata dai suoi cittadini e la vera città degli ultimi, quelli che nella nostra realtà sono gli abbandonati, gli emarginati, i senza tetto, i dimenticati, una situazione che in alcuni frangenti lo stesso Richard si trova a dover vivere. Molto malinconiche le riflessioni sulla vita perfetta che Richard va a perdere imbattendosi in Porta: un buon lavoro, soldi, una casa, una fidanzata bellissima ma pedante e materiale. E in una vena triste lo stesso Gaiman si chiede: "ma è possibile che oltre a questo non ci sia dell'altro?". Sicuramente semplice, molto spinto sul versante fantastico ma non esente da amare riflessioni, Gaiman è sempre un po' più ricco e complesso di quel che può apparire a prima vista.

venerdì 14 maggio 2021

INTERSTATE 60

(Interstate 60: Episodes of the road di Bob Gale, 2002)

Sentite questa teoria: dati un universo infinito e un tempo infinito tutto accadrà. Significa che tutti gli eventi sono inevitabili, compresi quelli ritenuti impossibili. E questa è una valida spiegazione per la mia storia.

Bob Gale è un sodale del ben più noto Robert Zemeckis, il suo lavoro è facilmente riconducibile dalla nostra memoria agli anni 80 grazie soprattutto alle sceneggiature siglate proprio da Gale per quel gioiello che ancora oggi è la trilogia di Ritorno al futuro. Poi collaborazioni con Spielberg, un episodio della serie tv antologica Amazing stories (da noi Storie incredibili) e parecchio fumetto sia per Marvel che per DC Comics. Infine, a distanza di parecchi anni, la sua unica regia proprio con questo Interstate 60.

Già dalle prime battute il film di Gale vuole rinverdire la tradizione delle narrazioni fantastiche con toni comici tipiche degli anni 80, che poi sono state il vero cavallo di battaglia del Gale sceneggiatore; nella struttura il film riprende anche alcune caratteristiche delle serie antologiche a tema fantastico come potevano essere la già citata Storie incredibili o la più iconica Ai confini della realtà proprio nella sua versione eighties. Il film si apre con un preambolo che richiama proprio questi serial: in un bar della provincia americana due ragazzi discutono su come molte culture abbraccino la figura di "colui che realizza i desideri": gli arabi hanno i geni, gli irlandesi gli gnomi, i cinesi draghi e scimmie, gli europei hanno le fate e gli spiriti del bosco, solo gli americani non hanno nulla di simile. Scorretto, interviene un cliente al bancone, gli americani hanno O. W. Grant (dove O. e W. stanno per One Wish), personaggio a volte dispettoso con la peculiarità di esaudire un solo desiderio per ogni persona, un tipo strano con un farfallino rosso, una pipa magica a forma di testa di scimmia e che porta in giro il volto di Gary Oldman, non è impossibile incontrarlo lungo la Statale 60. Peccato che di questa strada non ci sia traccia sulle cartine ufficiali. Al prologo partecipa in una piccola scena anche Michael J. Fox e se questo non bastasse a titillare la vostra vena nostalgica vi aspettano anche Christopher Lloyd (e con Back to the future siamo a posto) e Kurt Russell.

Per il giovane Neil Oliver (James Mardsen) si avvicina il giorno del suo compleanno ma anche il momento in cui scegliere le sorti del suo futuro che potrebbe essere spianato dal padre facoltoso e influente verso una noiosissima e promettente carriera legale o finanziaria. Neil però vorrebbe dipingere, ha del talento ma non ha il coraggio di affrontare il padre, frequenta Sally (Melyssa Ade), la ragazza perfetta per la sua famiglia, ma sogna e disegna un'altra donna che non ha mai conosciuto (Amy Smart). Il giorno del suo compleanno Neil incontra O. W. Grant che si rende disponibile a esaudire un desiderio del giovane, vista la richiesta di Neil affatto materiale e parecchio originale, lo strambo essere magico prende in simpatia il ragazzo e lo indirizza verso un viaggio tanto enigmatico quanto incredibile alla ricerca di ciò che per Neil potrebbe significare la vera felicità. Ovviamente sarà un viaggio lungo l'inesistente Interstate 60.

Pur essendo datato 2002 Interstate 60 è un ritorno al cinema degli anni 80 richiamato più volte anche esteticamente, non mancano però strizzate d'occhio a film più moderni, pensiamo ad esempio alla presenza in alcune scene dei fumetti degli X-Men il cui leader Ciclope è stato interpretato al cinema proprio da James Mardsen. Il film riprende in parte la struttura episodica dei serial ai quali accennavamo prima, il protagonista infatti nel suo viaggio viene coinvolto o è testimone di diversi accadimenti all'apparenza uno slegato dall'altro e che faranno crescere nel protagonista la consapevolezza di cosa per la sua vita conti realmente, cosa è importante e invece cosa è inutile orpello da lasciarsi alle spalle, quasi una serie di prove da superare per raggiungere il premio: la ragazza dei suoi sogni e la vita che in segreto ha sempre desiderato. Interstate 60 è un road movie e insieme un coming of age dai toni leggeri e divertiti, non all'altezza dei più celebri film divenuti cult per la gioventù di quella generazione nata a cavallo tra i 70 e gli 80 ma che sulla scia della nostalgia si lascia guardare con piacere, anche un attore spesso insipido come Mardsen qui non disturba, i vari camei ripagano l'eccessivo essere strampalato del film che forse giunge fuori tempo massimo ma che in fondo trova un suo perché, passato abbastanza sotto silenzio e senza suscitare clamore lo si può scovare nel catalogo di Prime Video. Adatto a chi ha amato quella stagione del cinema fantastico, per noi ragazzi di quegli anni un tuffo piacevole nella nostra adolescenza e quindi da vedere, per chi non è interessato a quel periodo Interstate 60 è un film che indubbiamente presenta dei contenuti di fondo ma che con tutto il bene che gli si può volere rimane comunque trascurabile.

lunedì 11 gennaio 2021

IL LABIRINTO DEL FAUNO

(El laberinto del fauno di Guillermo Del Toro, 2006)

Con un miscuglio di fantasy venato d'horror e un'ambientazione armoniosamente complementare a questa, calata nel racconto d'impianto storico (nella fattispecie siamo nella Spagna del franchismo, gli anni sono quelli della Seconda Guerra Mondiale) Guillermo Del Toro confeziona una bella fiaba nera, con una struttura e con dei personaggi che potrebbero facilmente affascinare anche il pubblico più giovane, però Del Toro, per non edulcorare quelli che sono stati anni durissimi per gli oppositori del regime, non lesina nella rappresentazione della violenza così che due o tre sequenze del film risultano effettivamente forti per i più giovani e il protagonista negativo, il Capitano Vidal, appare di conseguenza come un personaggio oltremodo crudele, odiato da tutti, forse anche da sé stesso, vero mostro, più delle creature mostruose che abitano il mondo fatato con il quale verrà a contatto Ofelia.

Il regime oppressivo in Spagna sta ormai conquistando tutto il Paese, in un piccolo villaggio ai piedi delle montagne si è acquartierato un contingente militare agli ordini del dispotico Capitano Vidal (Sergi López) in caccia di alcuni ribelli nascosti nei boschi circostanti. Il Capitano è in attesa dell'arrivo della moglie Carmen (Ariadna Gil), incinta del suo primogenito, e della figliastra Ofelia (Ivana Baquero) che la donna ebbe da un precedente matrimonio. Lungo il tragitto, durante una sosta, Ofelia si imbatte in uno strano totem dal quale fuoriesce un insetto che alla bambina sembra da subito una fatina. Una volta al villaggio, Ofelia rivede lo strano insetto e da questi viene condotta attraverso un portale nascosto in un mondo incantato dove incontrerà il fauno del titolo (Doug Jones) che le racconterà di come la bambina sia la reincarnazione della principessa Moana dandole istruzioni per poter ritornare nel mondo d'origine, cosa possibile solo dopo il superamento di tre prove. Così, mentre nel villaggio continuano le nefandezze del Capitano, gli scontri con i ribelli e la resistenza di alcuni abitanti rimasti fedeli agli uomini sulle montagne, Ofelia inizia a confrontarsi con la realtà di questo nuovo mondo, con l'ambiguità del fauno e con una serie di creature poco rassicuranti.

Il piglio dato dal regista messicano al film è quello della fiaba, i toni però sono parecchio cupi, le creature magiche inquietanti, lontane dall'essere gradevoli sia nei modi che alla vista, anche loro sono forse una prova da superare, una diffidenza da scavalcare per arrivare a qualcosa di degno che cancelli l'orrore del reale. L'impianto visivo è tanto inquieto quanto mirabilmente riprodotto, il look del fauno, quello delle fatine, quello della creatura con gli occhi sulle mani e in generale di tutte le scenografie più vicine al lato fantastico del film, riconducono a un aspetto oscuro della natura, tutti elementi che hanno valso al film ben tre statuette dell'Academy nelle categorie fotografia, scenografia e trucco, tutte ampiamente meritate, Il labirinto del fauno presenta uno stile visivamente coerente per l'intera durata del film che rappresenta buona parte della riuscita dello stesso. Quello che inoltre colpisce è la scelta del regista di non attenuare crudeltà e violenza in un prodotto che altrimenti sarebbe stato un'opera perfetta per ragazzi, l'ambiente storico poteva essere molto interessante anche per loro e il lato fantastico di sicura presa, invece Del Toro, come da lui stesso dichiarato, decide di mostrare l'orrore delle dittature per quello che è con la ferma intenzione di non tratteggiare personaggi indegni meno peggio di quel che furono i loro simili nella realtà. La sceneggiatura è semplice ma non manca di intrigare anche lo spettatore adulto, almeno quello predisposto al genere, indubbiamente aiutata dal comparto visivo. Nel complesso ne esce davvero un buon film che condanna le ideologie basate sul sopruso e dà modo a Del Toro di occuparsi di Storia sfogando tutta la sua passione per il lato fantastico della narrazione.

giovedì 16 luglio 2020

PHILIP K. DICK - TUTTI I RACCONTI: 1955 - 1963

(Short stories collection Vol. 3 di Philip K. Dick, 1955 - 1963)

Il terzo dei quattro volumi editi da Fanucci che raccolgono l'intera produzione dei racconti brevi di Philip Kindred Dick si concentra sugli scritti editi tra il 1955 e il 1963. Proprio il '55 è un anno di svolta per Dick, la produzione di racconti brevi inizia a diradarsi e lo scrittore si concentra su narrazioni che troveranno la forma del romanzo, proprio di quest'anno è il suo primo esito lungo, Solar lottery, pubblicato in Italia come Lotteria dello spazio o anche sotto il nome di Il disco di fiamma. Se vogliamo fare un piccola proporzione, nei due anni immediatamente precedenti, il '53 e il '54, Dick pubblica una media di una trentina di racconti per anno, nel 1955 la sua produzione cala a una dozzina di racconti che andranno ancora a diradarsi negli anni successivi mentre prende un ritmo abbastanza costante la pubblicazione dei romanzi. Proprio nei racconti di questo volume si possono trovare diversi spunti che Dick amplierà poi nei suoi lunghi, non solo idee e tematiche ma anche qualche scenario come quello de The days of Perky Pat ripreso in seguito in uno dei suoi libri più celebri: Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Non è un periodo comunque facile per lo scrittore che sta cercando di affrancarsi dalla letteratura di genere per andare verso lo stile che identifica il "romanzo" vero e proprio, tutti i tentativi in questa direzione però falliscono e Dick si vede costretto ad ammettere che la sua via alla letteratura è quella della fantascienza o al limite del fantastico. Sono anche gli anni della Guerra Fredda e del dopo bomba, una delle tematiche ricorrenti e prevalenti in questa raccolta è quella della vita post cataclisma o della minaccia della guerra nucleare con i relativi strascichi di paura e terrore che questa riversa sulla popolazione americana (o terrestre). Pensiamo allo scenario del già citato I giorni di Perky Pat con i protagonisti costretti a vivere sotto il livello del suolo a causa delle radiazioni, o a Un'incursione in superficie (il titolo è un programma) o anche al terrore e al bisogno impellente del rifugio antiatomico di Foster, sei morto! che collega la paura per la bomba all'emergente e sempre più diffuso bisogno consumistico della società americana, ripreso in tantissimi racconti, da Nanny a Servizio assistenza a Diffidate delle imitazioni e da Dick aspramente criticato. Il malcostume americano è esportato da Dick su scala interplanetaria, quindi avremo minacce belliche tra razze diverse con conseguenti manifestazioni razziste (Veterano di guerra), l'escalation dell'avidità per il Dio denaro declinata tra le dimensioni (Commercio temporale), la crisi dell'istituzione matrimoniale così sacra nell'America puritana (Umano è) e così via. Nel corso di questo volume, più che nei precedenti, si nota una sorta di evoluzione se non nello stile di scrittura quantomeno nella struttura dei racconti, banco di prova per i romanzi a venire, si va ad affinare l'arte dell'intrigare di Dick, con l'inganno, con l'articolato che porta a situazioni un po' più complesse e apprezzate anche in altri ambiti come accadrà per Minority report portato al cinema da un certo signor Spielberg o come si può evincere dall'intersecarsi di più racconti come nel caso di Presidente di riserva e Cosa ne facciamo di Ragland Park? Con la chiusura di questa raccolta giunge il tempo per il lettore di iniziare a confrontarsi con le opere più strutturate scritte da Dick delle quali ci sono piccoli assaggi negli ultimi episodi di questo volume, un poco più corposi e complessi. La qualità media, seppur altalenante (è pur sempre un'antologia di racconti), rimane alta, l'unica pecca del volume, almeno in questa edizione, è attribuibile a Fanucci che, evidentemente per necessità di foliazione, omette all'interno dei racconti degli evidenti stacchi presenti nei racconti originari che avevano la funzione di "cambio di scena" creando una sensazione in molti casi davvero fastidiosa per il lettore al quale rimane la speranza che il malcostume non si ripeta nel quarto e ultimo tomo della raccolta.

mercoledì 27 novembre 2019

JERUSALEM

(di Alan Moore, 2016)

Adesso il mio io-lettore potrebbe anche morire felice (o quasi). Il mio io ciarliero invece, quello al quale non dispiace vaneggiare delle opere che legge o guarda, un pochino meno. Eh sì, perché quest'ultimo si è messo in testa di parlare del Jerusalem di Alan Moore, una delle dieci opere più corpose mai scritte in lingua inglese (1525 pagine di romanzo), racconto denso, a volte ostico, complesso e stratificato del quale non sarà così facile, se non addirittura impossibile, dare un'idea della portata al lettore ignaro dei contenuti e della figura dell'autore, non proprio semplicissima anch'essa. Vediamo, da dove cominciare...

Alan Moore, per chi non lo sapesse, è considerato quasi all'unanimità come il maggior sceneggiatore (per qualità s'intende) di comics, tra le sue opere che hanno lasciato il segno sul media, dallo stesso Moore un po' disconosciuto per quel che riguarda la moderna produzione supereroica, ci sono Swamp Thing, Miracleman, Watchmen, V for Vendetta, From Hell, la linea ABC Comics, La lega degli straordinari gentlemen, Providence e diverse altre cose ancora, non tutte legate al mondo dei supereroi. In anni a noi più vicini lo scrittore di Northampton si è cimentato con ottimi risultati anche con la letteratura, scrivendo prima La voce del fuoco (1996) e poi questo Jerusalem la cui stesura si è sviluppata nel'arco di una decina d'anni di lavoro.

Proprio Northampton, la sua città di origine, è al centro degli scritti di Moore; già con La voce del fuoco lo scrittore inglese narrava episodi provenienti da diverse epoche che avevano il legame geografico di essere ambientate tutte a Northampton o nei territori che un giorno sarebbero divenuti Northampton, sperimentando già allora con il linguaggio e mettendo su pagina una conoscenza straripante della lingua e della cultura inglese probabilmente afferrabili solo leggendo il testo in lingua originale (plauso ai traduttori per il coraggio). Jerusalem è una diretta evoluzione di quel primo scritto, un'ode a Northampton, considerata per diversi motivi il cuore storico del Paese, e più precisamente un canto per Boroughs, il vecchio quartiere dove Alan Moore è nato e cresciuto, una zona popolare, povera, vecchio centro di una città che ormai non esiste più. A conferma di tutto ciò la dedica iniziale: Per la mia famiglia, per la gente di Boroughs e per Audrey Vernon, la migliore fisarmonicista che abbia calcato le nostre misere strade.


Le nostre misere strade. Ed è lì, tra quelle strade, così reali e così proiettate in un mondo immaginario e ultraterreno, che si svolgono le vicende narrate in Jerusalem, episodi che spaziano dallo storico al nostalgico, dal reale al surreale fino al totalmente fantastico senza soluzione di continuità alcuna, in un caleidoscopio di stili di scrittura e una pletora di vocaboli che possono tranquillamente far concorrenza ai migliori scritti degli autori oggi più blasonati e considerati da critica e lettori. L'opera è divisa in tre grossi "libri" (in Inghilterra è stata pubblicata in tre volumi separati, sicuramente più pratici): Boroughs, Mansoul e L'inchiesta dei Vernall, insieme a un Preludio e un Postludio. Lungo i capitoli, voluminosi e impegnativi, di queste tre sezioni del libro, si alternano stili di scrittura diversi, personaggi storici, inventati e mitologici, epoche e tematiche differenti, tutte tessere che andranno a comporre un amalgama d'insieme ricco e affascinante del quale l'ultimo capitolo è sia summa che sunto, una conclusione capace di commuovere (anche per aver portato a termine un compito tutt'altro che semplice) e appagare in egual misura.

Chi conosce l'autore è già al corrente dell'abilità sconfinata di Moore nel mettere le parole su carta, che siano queste in forma di sceneggiatura o in pura prosa per romanzi. In Jerusalem Moore gioca con la lingua (e per questo per chi ne è in grado il consiglio e di optare per la versione inglese) adottando i registri più disparati; sono presenti capitoli scritti in versi, altri come fossero una stesura teatrale, in uno l'autore si ispira allo stile di Joyce usato per il suo Finnegans wake scegliendo come protagonista del capitolo la vera figlia di James Joyce; su tutto aleggia l'ombra di William Blake, incontriamo tra le vie di Boroughs Charlie Chaplin, ubriaconi, Thomas Becket, puttane, Oliver Cromwell, fantasmi, Samuel Beckett, arcangeli (o Costruttori), John Clare e tutta la meravigliosa stirpe dei Vernall e dei loro parenti, destinati ad avere un ruolo, non sempre chiaro, nei piani delle forze che stanno al piano di sopra, letteralmente, in quella dimensione fantastica e fantasmatica che si può raggiungere dopo la morte e che prende il nome di Mansoul.


Il primo libro, Boroughs, è una vera e propria passeggiata tra le strade del vecchio quartiere e tra le epoche, dove è possibile incontrare vivi e morti, personaggi reali e di fantasia; ogni capitolo ha un punto di vista diverso in base al personaggio che ne è protagonista, cambia spesso il contesto della narrazione come la prosa adottata da Moore, ma quello che accomuna ogni passaggio è l'amore per un quartiere una volta colmo d'umanità e bellezza, nonostante la povertà e la violenza, e distrutto negli anni da un accumulo di politiche profittatrici e incuranti della storia e delle necessità di Boroughs e dei suoi abitanti. Già dal Preludio iniziamo a conoscere il quartiere e le sue vecchie strade, presenti in due cartine a inizio e a fondo del libro, sarà quasi impossibile dopo poche pagine non avere la tentazione di andare a sbirciare su Google Maps per vedere cosa è diventato Boroughs oggi (spoiler, è un postaccio). Subito Moore ci presenta due dei personaggi fondamentali di Jerusalem, i fratelli Micheal e Alma Warren, la stirpe dei Vernall, i Costruttori, il Terzo Borough e qualcosa chiamato in una lingua ignota il Porthimoth di Norhan e poi ancora sprazzi di cultura alta e bassa, dalla storia inglese alla musica, dal cinema ai videogiochi fino ad arrivare ai vecchi mestieri senza limite alcuno, con una coerenza che solo chi ha un grado di cultura non comune può mettere in gioco. In fondo far convivere perfettamente nello stesso romanzo Oliver Cromwell, Lady Diana, le corone di Puck e il demone Asmodeo non è cosa da tutti.


Mansoul è la parte più fantastica del libro, ambientato in una dimensione atemporale, dove è più chiaro (ma non semplice) capire il concetto di eternalismo ciclico che Moore sostiene, e dove scorrazza una banda di adolescenti e bambini chiamata la banda dei morti morti che tra peripezie più o meno goliardiche ci accompagnerà tra le strutture e le leggi di questo strano mondo al quale tutti siamo destinati, destreggiandosi tra fantasmi di morti più o meno amichevoli, entità superiori, demoni, sogni degli umani vivi e anomalie con un loro preciso scopo. Mansoul è un libro bellissimo che potrebbe fare storia a sé pur essendo collegatissimo al tessuto di quella che rimane sempre una narrazione unica e compatta, mai slegata nonostante i mille cambi di prospettiva e forma. Con L'inchiesta dei Vernall si comincia ad andare verso il finale, a tirare qualche filo, nonostante questo Moore si concede digressioni interessanti come quella sulla breve storia del capitale, distruttore dell'economia del baratto, è questo anche il libro nel quale l'autore sperimenta maggiormente nella forma cambiando più volte registro in maniera evidente, forse proprio per questo risulta anche la sezione più "scorrevole" di Jerusalem e si prosegue fino ad arrivare allo splendido Postludio che chiude un libro immenso.

È raro leggere qualcosa che contenga una tale ricchezza nel lessico e nello stile, a prescindere dall'empatia che si può o meno provare per opere così corpose e comunque dai contenuti particolari, Jerusalem è un'opera che dovrebbe finire di diritto vicina a quelle che i lettori attenti tengono in grande considerazione, arrivato relativamente tardi alla forma romanzo, vedremo se Alan Moore (classe 1953) riuscirà a ritagliarsi negli anni quella considerazione che già ora meriterebbe.

domenica 3 novembre 2019

MALEFICENT - SIGNORA DEL MALE

(Maleficent: Mistress of evil di Joachim Rønning, 2019)

Il nuovo corso intrapreso dalla Walt Disney Pictures volto a trasporre in live action i personaggi dei suoi più celebri successi d'animazione mi interessa veramente poco. Il fenomeno non è nuovo, i primi esperimenti significativi si registrano già a cavallo del passaggio di millennio con i due film dedicati ai piccoli dalmata de La carica dei 101 che vedevano tra i protagonisti diversi nomi di richiamo tra i quali spiccava la Crudelia De Mon interpretata da Glenn Close. Dopodiché un decennio di pausa e la ripresa nel 2010 con il terribile Alice in Wonderland di Tim Burton che si rivela però una manna al botteghino (come prima di questo già fece La carica dei 101 live action), ancora qualche anno di pausa e proprio con il primo episodio di Maleficent, qualitativamente superiore ai precedenti esperimenti, la produzione di questi adattamenti diventa massiva e continuativa con ben dieci film negli ultimi cinque anni e un programma fitto per il prossimo futuro. In casa Disney si è presto capito come non fosse necessaria una qualità eccelsa nella scrittura di questi film, ne tanto meno imbastire un discorso d'autore nelle trasposizioni che, a parte qualche caso (Tim Burton, Guy Ritchie e Kenneth Branagh), vengono affidate a onesti mestieranti. Alla fine bisogna ammettere che hanno avuto ragione loro, Burton e Branagh hanno offerto prove a dir poco opache (e voglio essere magnanimo), Ritchie me lo sono risparmiato perché vorrei ricordarlo da vivo, quando firmava cose come Lock & Stock o The Snatch. Oltre alle prove sottotono dei nomi più blasonati, a confermare l'esito scontato di queste operazioni ci sono gli incassi che continuano a far fregare le mani dei capoccia di casa Disney, allora perché non perseverare sulla strada già battuta? Alla luce delle precedenti opinioni, snobbate la gran parte di queste trasposizioni ma avendo una figlia in età perfetta per i film per famiglie e ovviamente affascinata dalla figura di Malefica (come potrebbe essere altrimenti nella sua versione Jolie?), abbiamo affrontato in sala la visione di Maleficent - Signora del male.


Come nel primo episodio, anche in questo sequel l'esito si rivela più che discreto, perde il fattore novità e lascia campo libero a qualche perplessità nello sviluppo (si ha l'impressione di una continuità non lineare con l'episodio precedente), nel contenuto il film è un po' in controtendenza rispetto al precedente, meno femminista, qui la cattiveria vera è tutta donna, personificata in una ancora splendida Michelle Pfeiffer, la regina Ingrid, madre dell'imbelle Filippo (Harris Dickinson) e moglie di un pacifico Re Giovanni (Robert Lindsay)che auspica un'unione tra il suo regno e quello degli esseri fatati della Brughiera dei quali Malefica (Angelina Jolie) è indubbiamente l'esponente di maggior potere. Il grosso della riuscita del film, pur non essendo questa grande attrice, è da imputare proprio alla Jolie, la scelta di Angelina per la parte di Malefica è tanto indovinata quanto quella di Robert Downey Jr. in quella di Tony Stark, una di quelle scelte di casting che lasciano pensare che nessun'altra attrice avrebbe potuto ricoprire meglio quel ruolo. La Jolie, oltre ad essere stupenda nonostante le modifiche spigolose ai tratti del viso, è semplicemente Malefica, non hanno importanza la caratura dell'attore, la prestazione o l'intensità della parte quando si può avere la vera Malefica. Il resto è accessorio. Il film funziona nell'ottica del prodotto familiare, storia lineare che non crea grandi scossoni ne particolari emozioni, godibile e caratterizzata da una tecnica digitale avanzata che offre alcune soluzioni interessanti, legate alla razza di Malefica, al loro covo, e alla loro presentazione di per sé già multietnica e globalizzata, e altre ormai abusate con secchiate di verde e costruzioni medievaleggianti di gran lusso a fare da cornice. Il plot presenta un conflitto tra consuocere che metterà al centro cattiveria, tradimenti e una bella dose di buoni sentimenti, viene confermato il resto del cast del film precedente con l'aggiunta di Chiwetel Ejiofor nei panni di Conall, punto di riferimento della razza alata che auspica un riavvicinamento con gli umani. Non c'è molto altro da aggiungere.

La forza di Malefica - Signora del male sta nel personaggio in sé già funzionale nella sua versione animata e perfetto con volto e corpo della Jolie. Un fascino che probabilmente gli altri personaggi "trasposti" non hanno, infatti questo film è l'unico che mia figlia mi ha chiesto di andare a vedere al Cinema (per fortuna), ma questo ha poca importanza, io questi film continuerò a non guardarli (almeno in sala) e la Disney continuerà a riempire le casse. Più o meno tutti contenti.

venerdì 12 luglio 2019

STRANGER THINGS - STAGIONE 3

Indovinare anche la terza stagione di Stranger Things non era un compito affatto semplice per i Duffer Brothers. Lo schema di base che smuove ancora una volta le fondamenta di Hawkins, Indiana, è in fin dei conti più o meno lo stesso; le novità arrivano non tanto dalla trama principale quanto da tutto il contesto e il contorno d'epoca, dalle opere omaggiate come al solito dai creatori della serie e dalla naturale crescita dei giovani protagonisti che inevitabilmente porta in eredità nuove dinamiche tutte da sviluppare. La più sentita, quella che regalerà le maggiori emozioni agli spettatori di una certa età, sarà il rapporto padre/figlia venutosi a creare tra lo sceriffo Jim Hopper (David Harbour) e Undici (Millie Bobby Brown), rapporto di per sé già complicato da tutti gli eventi contingenti, in più arriva il carico da undici (scusate il gioco di parole) dato dalla prima cotta amorosa della ragazza per Mike (Finn Wolfhard), motivo di preoccupazione e gelosia per il burbero tutore dell'ordine di Hawkins. Sia lo sviluppo delle vicende private dei protagonisti, così come i riferimenti più frivoli, si muovono in direzione sentimentale, abbracciando il lato più romantico presente in molti dei film teen già negli eightees: Dustin (Gaten Matarazzo) torna in città dopo un mese di vacanza paventando una relazione romantica con una certa Suzie, una ragazzina che pare essere addirittura più sexy di Phoebe Cates; Max (Sadie Sink) è ormai parte del gruppo, come se fosse stata con i ragazzi fin dall'inizio, e guida Undici dall'alto della sua esperienza (???) nella relazione con Mike, affermando una posizione femminile predominante, per la gioia del suo boyfriend Lucas (Caleb McLaughlin). Mentre Mike e Lucas si preoccupano delle rispettive cotte adolescenziali, Will si sente sempre più solo, i ragazzi crescono, gli interessi cambiano, nessuno vuole più giocare a D&D, ci sono le ragazze e lui è rimasto un po' più bambino, forse anche a causa degli eventi traumatici visti nelle stagioni precedenti. Per tanti e diversi motivi il gruppo sembra sfaldarsi poco a poco. Anche la serie segue più binari, uno dove i protagonisti sono Dustin, Steve Harrington (Joe Keery), la new entry Robin (Maya Hawke) e l'insopportabile (ma spassosissima) sorellina di Lucas, Erica (Priah Ferguson); un'altra segue il resto del gruppo dei ragazzi insieme a Jonathan Byers (Charlie Heaton) e Nancy Wheeler (Natalia Dyer) mentre l'ultima mette sotto i riflettori le peripezie degli adulti.


Cambia il lavoro fatto con la fotografia e l'uso dei colori, molto più accesi, giocosi, anche questo aspetto richiama il lato più spensierato degli 80, con abiti, acconciature e accessori molto improbabili (eppure per noi che li abbiamo vissuti...), anche la scelta di mettere al centro della vicenda, oltre all'immancabile laboratorio, un grande centro commerciale, oltre a omaggiare Romero segue quella direzione finora inedita che sposta lievemente tutti i riferimenti (con una capatina nei 90 dalle parti del Mallrats di Kevin Smith?). A livello di contenuti si slitta dal fantastico per ragazzi che ha definito le prime due serie (e comunque sempre presente) all'action di stampo ottantiano e soprattutto all'horror di quegli anni che in questa terza stagione assume un ruolo fondamentale tra le ispirazioni dei Duffer. Oltre agli zombi di Romero infatti si guarda ad Alien, a La cosa, a La casa di Raimi, al classico L'invasione degli ultracorpi e a diversi altri film di genere, sul versante dell'azione pura si sottolinea il clima da Guerra Fredda con il nemico russo, il contrasto tra capitalismo e comunismo, l'avversario inarrestabile in stile Terminator, il tutto sempre in bilico tra dinamismo e ironia. Sul versante puramente horror si preme un poco l'acceleratore su quegli che sono gli schemi del genere, inseguimenti nei corridoi d'ospedale, scioglimento di corpi, lacerazioni all'arma bianca e qualche scena un po' più cruda che su qualche ragazzino un po' più d'effetto potrebbe anche farlo (mia figlia ad esempio qualche passaggio con gli occhi chiusi l'ha fatto).


Si perde un po' di vista il Sottosopra, i mostri sono sul nostro lato dell'esistenza, la storia diverte e si guarda che è un piacere anche se non si distingue per originalità, però i personaggi evolvono, crescono e sono scritti molto bene, la stagione è compatta seppur il gruppo non è quasi mai tutto unito, l'esperienza è ancora di alto livello e regala almeno una sequenza magnificamente divertente, il momento migliore della stagione che unisce l'aspetto più nostalgico a quello cazzaro mettendo al centro quello che alla fine è il vero idolo di Stranger Things un po' per tutti (e voi sapete chi è). Nostalgia, sentimento, azione, divertimento, tensione, c'è davvero un po' di tutto e tutto è nel giusto equilibrio. Sembra quasi certo si vada avanti, io non aspetto altro che tornare tra le strade di quella piccola grande cittadina che è Hawkins, Indiana, con la speranza di poterci incontrare anche chi da quella cittadina è ormai andato via.

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