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sabato 4 ottobre 2025

FUORI

(di Mario Martone, 2025)

Con Fuori il regista napoletano Mario Martone compie un’operazione libera dagli stretti vincoli di una struttura costruita e chiusa; dà vita così a un film ondivago, non lineare, anche disordinato se si vuole, ma sempre molto vivo e sentito. Fuori è uno squarcio sull’esistenza della scrittrice siciliana Goliarda Sapienza, lontano dalla completezza, dall’operazione agiografica, dal biografismo compìto e calligrafico, non ci dice tutto ma inquadra una protagonista nell’atto del “sentire”: del sentirsi libera, connessa a una vita e a delle donne molto diverse da lei e da quel che è stata in passato (almeno fino all’episodio che cambierà la sua vita e, appunto, il suo “sentire”), del sentirsi sempre più lontana da una società altoborghese asfissiante e poco “vera”. Del sentirsi scrittrice incompresa. Non c’è cronologia né cronaca: Martone mette al centro il percorso interiore di una donna, in realtà quello di più donne, un percorso fatto di libertà, amore, attaccamento all’altro e autoaffermazione (che purtroppo arriverà per Goliarda Sapienza un po’ troppo tardi, almeno qui in Italia). Martone lavora molto bene con le sue donne (e con le tre attrici che le interpretano), le cesella con puntualità, come non fa mai troppo con gli eventi, che invece fluiscono. Ed è proprio nel fluire che questo lavoro trova forza: nella vitalità sghemba e intermittente della sua protagonista, che si accende solo a contatto con altre donne — nel carcere, nella lotta, nel corpo a corpo emotivo e sensuale — e si spegne, si opacizza, si svuota nei salotti borghesi, nei colloqui con le persone “per bene”.


Goliarda Sapienza (Valeria Golino) è una scrittrice: qualche libro già pubblicato, collaborazioni con giornali e un romanzo in divenire che accoglie tutta la sua passione per la scrittura e per la vita, ma che nessuno sembra essere intenzionato a pubblicare. Sposata con Angelo (Corrado Fortuna), traduttore e attore, Goliarda frequenta i salotti borghesi della Roma bene. A seguito di un furto compiuto più per ripicca che non per bisogno di denaro o di trasgressione, la scrittrice passa un periodo nel carcere femminile di Rebibbia, dove incontra, tra le altre detenute, la giovane Roberta (Matilda De Angelis), tossicodipendente e implicata con il brigatismo di fine Settanta, inizio Ottanta, e Barbara (Elodie), una borgatara che tenterà poi la scalata verso la redenzione. Con l’esperienza del carcere e il legame con queste donne, la vita di Goliarda cambia per sempre; la donna sente la vacuità della sua vita borghese in contrapposizione alla vitalità di amicizie sincere anche se problematiche, soprattutto quella con Roberta, spesso conflittuale ma tenuta accesa da un amore vero che forse supera anche i confini dell’amicizia. In una Roma periferica e quasi astratta, Goliarda Sapienza in qualche modo muta, matura e scrive…


Forse ci vuole più di un attimo per “entrare dentro” (parole adatte a questo film) al Fuori di Mario Martone, sicuramente uno tra i registi più interessanti che il nostro Paese oggi possa annoverare. Con il passare dei minuti e dei frammenti si entra però in empatia con la protagonista e con il suo nuovo rapporto con la vita e con gli altri, con le altre in realtà, un parterre di donne tra le quali spiccano quelle interpretate dalla De Angelis e da Elodie, entrambe, insieme alla Golino, protagoniste di prove intense e molto “adatte” a raccontare i legami e quella sorta di sorellanza nata tra le quattro mura di una cella di prigione. Così il film di Martone gioca molto sulla dicotomia fuori/dentro e con il ribaltamento delle due situazioni in quello che solitamente è il senso comune di intenderle. Il carcere qui sembra essere la vita, la vera libertà, il “fuori” è invece un mondo sterile, artefatto, freddo e spesso compiaciuto, non per nulla sarà il “coro” delle detenute ad offrire uno dei momenti più toccanti e sentiti del film. Pur avendo Goliarda Sapienza come protagonista, in Fuori non è da meno la parabola esistenziale del personaggio di Roberta, forse ancor più complicato di quello di una quasi inafferrabile Goliarda, fragile e forte allo stesso tempo, dipendente, libera, complessa. Complicate, vive, proprio come il film di Martone, le tre attrici tratteggiano tre belle figure femminili, vere, difficili come quell’arte della gioia che a volte è fatta di singoli momenti, magari caduchi, transitori, eppure così maledettamente intensi.

venerdì 16 agosto 2019

L'AMORE MOLESTO

(di Mario Martone, 1995)

La scrittrice Elena Ferrante, pseudonimo di non si sa bene chi, è un fenomeno editoriale negli ultimi tempi sulla bocca di tutti soprattutto grazie al successo dei quattro libri che compongono la saga de L'amica geniale, tradotta in fiction televisiva l'anno scorso dalla Rai (con HBO, Fandango e TimVision) per la regia di Saverio Costanzo. Ma la Ferrante non nasce certo ora come scrittrice, già dalla metà degli anni 90 si fa conoscere con almeno un paio di romanzi divenuti altrettanti film: questo L'amore molesto di Mario Martone del 1995 e I giorni dell'abbandono trasposto per il Cinema da Roberto Faenza nel 2005. Sia la Ferrante che Martone sono napoletani di nascita e Napoli è proprio una delle protagoniste de L'amore molesto, insieme a un poker di splendide interpreti: Anna Bonaiuto e Carmela Pecoraro, nel ruolo di Delia, rispettivamente da adulta e da bambina, e Angelica Luce e Licia Miglietta nella parte di Amalia, la madre di Delia, da anziana e da giovane.

Martone mette in scena un dramma, tratteggiando almeno un paio di figure femminili di fortissimo interesse e grande personalità, un dramma che pian piano si sviluppa, o ancor meglio si dipana, come una sorta di giallo psicologico basato su false credenze e rimossi della protagonista Delia, una giovane disegnatrice napoletana ormai trasferitasi da tempo a Bologna per questioni di lavoro ma anche a causa di un'allontanamento voluto dalla figura materna con la quale Delia ha un rapporto conflittuale. Proprio durante una delle visite a Bologna di Amalia, la madre di Delia, si evince l'insofferenza di quest'ultima verso la figura genitoriale nonostante da parte della donna ormai anziana traspaia un affetto apparentemente sincero per la figlia. Quando Amalia riparte per Napoli il film innesta la marcia e diventa via via sempre più interessante e coinvolgente. Delia riceve un paio di telefonate strane dalla madre che non è mai arrivata a Napoli, chiamate durante le quali la donna si rivela volgare, non presente a sé stessa, probabilmente in compagnia di un uomo che sicuramente non è il padre di Delia. La preoccupazione della figlia aumenta, un evento tragico sul quale indagare la costringerà a tornare a Napoli e ripercorrere tra testimonianze e memoria la storia della sua famiglia: una madre piacente, un padre geloso e violento, uno zio di parte e un uomo misterioso.


Oltre al fascino della storia, alla recitazione eccellente di tutto il cast, le donne citate poco fa ma anche Giovanni Viglietti, un ottimo Gianni Cajafa, Enzo De Caro, Francesco Paolantoni e altri elementi ancora, quello che rende riuscito in maniera particolare questo film è proprio la regia di Martone che ci porta letteralmente nelle strade di Napoli, lo fa con le immagini, con il movimento della camera in mezzo alla gente ma soprattutto lo fa con i suoni, con il dialetto napoletano di cui è imbevuta l'opera ma anche con tutti i rumori della città, il traffico le voci fuoricampo che si amalgamano in maniera costante e mai fastidiosa con i dialoghi dei personaggi, una scelta di stile che ci restituisce una città vera, viva, in continuo movimento dentro la quale Delia sarà la pedina più importante per arrivare a capo di una matassa che si tradurrà più che altro in una presa di coscienza per la protagonista, in una crescita e non soltanto nella classica risoluzione dell'enigma che pure risulta per lo spettatore interessante.

È un film molto vivo L'amore molesto, vicino ai personaggi, vicino alla terra così come all'anima dei protagonisti, uno di quei film che ci riappacifica con il Cinema nostro e che con una buona dose d'umiltà ci mostra come il Cinema italiano può ancora essere grande.

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