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martedì 1 settembre 2020

OTOTO - SUO FRATELLO

(Otouto di Yoji Yamada, 2010)

Con Ototo - Suo fratello finisce il nostro recente viaggio all'interno del Cinema di Yoji Yamada, almeno finché (e se) Raiplay metterà a disposizione nella sezione Fuori Orario altre opere del regista giapponese. Con questo film si torna al nostro presente, Yamada offre una regia vivace che alterna spesso interni ed esterni, momenti comici (in modo imbarazzante, come spesso nel Cinema del Sol Levante) a dramma familiare dai risvolti sentimentali. Ototo è probabilmente il film più commovente tra quelli di Yamada visti finora, come sempre il regista si occupa della famiglia, nella fattispecie di quei contrasti che possono avvelenare per diverso tempo e a diversi livelli i rapporti tra consanguinei che invece di un porto sicuro diventano fonte di intimi dolori e comportamenti di cui a posteriori è facile pentirsi.

Tokyo. La famiglia Takano, composta dalla madre Ginko (Sayuri Yoshinaga) e dalla figlia Koharu (Yu Aoi), il padre della quale è morto in giovane età, gestisce una farmacia di quartiere. Koharu si sta preparando per il suo matrimonio con un giovane dottore, sia la ragazza che sua madre cercano di evitare che al matrimonio si presenti Tetsuro (Tsurube Shofukutei), fratello di Ginko e zio di Koharu, un uomo sfaccendato e totalmente incontrollabile quando alza il gomito, cosa che purtroppo succede spesso e che programmaticamente accadrà anche al matrimonio dove Tetsuro getterà vergogna su tutta la famiglia, soprattutto agli occhi dei consuoceri di Ginko inconsapevoli della parentela delle due donne con questo pessimo elemento. Questo sarà uno dei motivi del fallimento del matrimonio di Koharu, ma Tetsuro porterà sventura alla famiglia anche dal punto di vista economico, tanto da provocare una rottura totale nei rapporti con la sorella. Arriverà la malattia a mettere tutti gli avvenimenti sotto una prospettiva del tutto differente.

Questa volta Yamada indaga sui legami familiari, come già aveva fatto in Tokyo family, affrontando diversi aspetti dell'umana sofferenza. Anche se le vere protagoniste sono le due donne, la figura di Tetsuro fa riflettere sulla vita delle persone che non hanno le qualità per conformarsi a quelle che sono le richieste di una società stereotipata e appiattita su convenzioni, lavoro, status economico; su quelli che sono gli emarginati, a volte anche in seno alla propria famiglia, i deboli che lasciamo indietro e che fanno fatica anche solo a farsi voler bene dai loro cari. Il focus è anche sull'istituzione matrimoniale, sull'incomunicabilità data dai ritmi della società moderna, tema già affrontato da Yamada in altre opere, sui rapporti con gli anziani della famiglia (la nonna paterna che si sente sempre esclusa da tutto) e soprattutto sui legami che alla fine è necessario che superino ogni avversità e lontananza per confermarsi saldi. È un Cinema indubbiamente dei buoni sentimenti, mai cieco, mai ruffiano, mai mieloso, sinceramente commovente. Sappiamo tutti che non sempre in famiglia c'è il lieto fine, Yamada sceglie di farci vedere il buono, anche nel mostrarci un'organizzazione assistenziale e volontaria, parzialmente coperta dallo Stato, capace di accompagnare le persone più sfortunate in uno dei loro passi più importanti. C'è il privato e c'è il sociale, come spesso accade nei film del regista, come già si diceva in altre occasioni è un Cinema rasserenante quello di Yamada, capace, anche solo per qualche ora, di rimetterci un poco in pace con noi stessi.

martedì 25 agosto 2020

LOVE AND HONOR

(Bushi no Ichibun di Yoji Yamada, 2006)

C'è una poetica nel Cinema di Yoji Yamada, sia che ci mostri il contemporaneo, il passato più recente, quello più lontano o addirittura come in questo caso decisamente un'altro periodo storico. C'è la sensibilità di mostrare il mondo, la Storia, dall'interno di una casa, partendo dal nucleo delle famiglie, da una piccola cellula il racconto si amplia per diventare metafora di un'intera società, di una comunità, di una nazione, arrivando a toccare poi temi universali. Tutto è narrato con pudore, equilibrio, grazia, quasi come se in fondo il racconto volesse rimanere vicino e rispettoso di una dimensione privata, con le sue dinamiche, i suoi dolori, le sue piccole gioie. Allo spettatore il compito poi di allargare, approfondire e contestualizzare concetti, accenni, spunti lasciati con garbo da un regista che arriva da un'altra epoca, classe 1931 e in attesa di compiere i suoi primi novant'anni.

Love and honor è parte di una trilogia recente che Yamada dedica alla figura del samurai, siamo nell'epoca Edo (nome storico della città di Tokyo), il samurai Shinnojo Mimura (Takuya Kimura) è sposato con la bella Kayo (Rei Dan), donna molto ammirata, e lavora al servizio del suo signore feudale come assaggiatore, uno dei samurai che provano il cibo del padrone per controllare che non sia avvelenato. Seppur ben retribuito, il sogno di Shinnojo è quello di lasciare quel posto al castello e aprire una scuola per insegnare il kendo ai bambini, senza fare distinzione per i suoi allievi di casta e classe sociale. Purtroppo prima che il sogno si realizzi accade l'irreparabile e Shinnojo perderà la vista a causa di un'intossicazione, verrà accudito dalla moglie e dal fedele servo Tokuhei (Takashi Sasano). Oltre al problema economico che si viene a creare per la famiglia, Shinnojo si troverà a dover difendere il suo onore di samurai e quello di Kayo, disposta a ogni sacrificio pur di aiutare l'amato marito ormai invalido.


Forse meno ricco di sfumature rispetto ad altri film di Yamada, Love and honor formalmente restituisce l'idea del set: le molte scene ambientate all'interno o nei pressi della casa dei protagonisti, casa come da tradizione giapponese costruita tutta in legno, dà proprio l'idea della classica quinta teatrale, il numero limitato delle location, l'esiguità degli esterni rafforzano l'idea del girato in studio. Non mancano come in altre occasioni le piccole critiche mosse a un passato che non è esente da errori e soprusi, non dimentichiamo che rispetto ad altri paesi il Giappone è uscito da quella che può essere paragonata alla nostra epoca medievale in tempi relativamente molto recenti, in cui convenzioni arcaiche come la divisione rigida in caste hanno caratterizzato la vita della società nipponica per moltissimo tempo. Ancora una volta l'amore è il cuore della vicenda, in questo caso evidenziato dal rapporto di grande affetto e rispetto tra Shinnojo e Kayo mentre a Tokuhei tocca la funzione di alleggerimento che non manca mai nei film di Yamada con il classico personaggio impacciato e imbranato. Da segnalare la figura del samurai cieco che ricorre nella filmografia orientale (e non solo e penso a Furia ceca).


Come si accennava poc'anzi un film più lineare di altre opere del regista, un'altro valido tassello nella filmografia sterminata di Yamada, perde nel confronto con opere come Tokyo family o Kabei ma anche Love and honor si ritaglia il suo spazio e resta un'opera meritoria a cui concedere un'occasione.

venerdì 7 agosto 2020

KABEI - OUR MOTHER

(Kabe di Yoji Yamada, 2008)

Altra incursione negli anni 40 per Yoji Yamada al tempo del secondo conflitto sino-giapponese, contemporaneo alla Seconda Guerra Mondiale e che finirà per portare allo scontro aperto tra l'Impero Giapponese e gli Stati Uniti d'America con l'attacco di Pearl Harbor. Ancora una volta, come accadrà in seguito con The little house, Yamada ci mostra il politico attraverso il privato, in quegli anni il Giappone è retto in maniera autoritaria da un regime nazionalista che non accetta critiche e dissenso da parte dei suoi cittadini, pena la reclusione a tempo indeterminato.

Il professore di lettere Shigeru Nogami (Bando Mitsugoro X), soprannominato dalle sue due giovani figlie Tobei, viene arrestato per aver diffuso idee contrarie alla politica di regime, prelevato in casa sua nottetempo davanti alla moglie e alle sue bambine, viene tradotto in una cella dove condurrà un'esistenza sempre più insalubre e precaria. In una situazione che diventa sempre più difficile per l'assenza della figura paterna al quale le bimbe sono molto legate e per una situazione economica che per la famiglia Nogami peggiora con l'inasprirsi della guerra e con l'andare del tempo, in assenza del reddito del capofamiglia sarà la madre Kayo (Sayuri Yoshinaga), detta Kabei, a doversi far carico della situazione e del benessere delle due figlie, la preadolescente Hatsubei (Mirai Shida) e la più piccola Terubei (Miku Sato). A dar loro una mano c'è uno degli studenti del professore, molto benvoluto dai suoi alunni, il giovane Yamazaki (Tadanobu Asano), tanto gentile quanto imbranato, personaggio che per molti versi ricorda lo Shoji Itakura di The little house. Nell'orbita familiare anche la sorella del professore, una studentessa d'arte più giovane del fratello, Hisako (Rei Dan), e lo zio Senkichi (Tsurube Shofukutei) dai modi quantomeno rozzi ma di buon cuore.


Il Giappone è un paese molto legato al concetto d'onore, una nazione che ha avuto una storia molto particolare ed enormemente differente dallo sviluppo che hanno seguito molti paesi europei, ancor oggi si porta dietro la vergogna della sconfitta nel conflitto mondiale, quella per un'alleanza infausta e soprattutto paga ancora il trauma delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Non è facile per i giapponesi tornare con la memoria a quei tempi, anche perché, seppur di facciata, la dinastia regnante all'epoca della guerra è la stessa che rappresenta il Giappone ancora oggi. Yamada critica apertamente la gestione degli eventi storici da parte del suo Paese, lo fa narrandoci ancora una volta una storia familiare, un microcosmo che rappresenta la parte per il tutto. Sono diversi gli aspetti presi in esame da Yamada: la mancanza di libertà d'espressione che in quegli anni portava a pene severissime per i trasgressori, quanto le "colpe" dei dissidenti si riversassero sui familiari, qui vediamo ad esempio il suocero di Tobei, ufficiale di polizia, venire colpito dall'onta di avere un cognato considerato un traditore. E ancora gli stenti e soprattutto il dolore che questa guerra farà cadere sui giapponesi come un macigno, sia a causa delle perdite subite durante gli scontri con la flotta americana ma soprattutto a causa della devastazione nucleare, argomenti sempre lambiti dal regista con un tocco delicato. Anche la regia si mantiene discreta, al servizio della narrazione, senza eccessi, gioca sul bel lavoro di ricostruzione d'epoca, su luoghi e costumi, un lavoro difficile da giudicare per l'occidentale non esperto di cultura nipponica ma sicuramente funzionale e dal giusto impatto.

Il centro della narrazione sono ancora una volta le persone, la forza di una madre che si carica sulle spalle il peso della famiglia in un periodo straziante, ancora una volta affiora l'amore, come in tutti i film di Yamada visti finora, c'è il legame tra le generazioni, la famiglia, la solidarietà. Altro esito felice per questo ottantanovenne con alle spalle un mare vasto di produzioni, un altro grande vecchio che al Cinema ha lasciato tanto, qui da noi ancora tutto da riscoprire.

domenica 26 luglio 2020

THE LITTLE HOUSE

(Chiisai ouchi di Yoji Yamada, 2014)

Prosegue l'esplorazione del Cinema di Yoji Yamada. Con The little house il regista adatta un romanzo di Kyoko Nakajima che narra le vicende legate a una coppia sposata che vive a Tokyo in una bella casa dal tetto rosso; siamo negli anni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale, in quel tempo il Giappone era in guerra con la Cina mentre mese dopo mese si muovevano gli eventi che avrebbero portato il Paese allo scontro aperto con gli Stati Uniti d'America.

La storia si svolge su tre piani temporali: nel presente l'ormai anziana Taki (Chieko Baisho) arriva alla fine dei suoi giorni; dopo la cerimonia funebre il suo affezionato nipote Takeshi (Satoshi Tsumabuki) inizia a ripercorrere con la memoria l'ultimo periodo della vita della zia (secondo piano temporale) che negli ultimi anni di vita aveva preso a scrivere la sua autobiografia, racconto che porta la narrazione su un terzo piano temporale, la sua giovinezza, in un'epoca in cui una giovane Taki (Haru Kuroki) lasciò la prefettura di Yamagata per trasferirsi a Tokyo a servizio della famiglia Hirai. Il Signor Hirai (Takataro Kataoka) è un dirigente di un'azienda di giocattoli, uomo molto tradizionalista è sposato alla bella Tokiko (Takako Matsu), i due hanno un figlio, il piccolo Kyoichi alla cui guarigione dalla poliomielite contribuiranno molto le cure offerte proprio da Taki che pian piano diventerà una di famiglia. Un giorno, durante un incontro tra colleghi alla casa dal tetto rosso, il Signor Hirai presenta alla famiglia l'ultimo acquisto dell'azienda, un nuovo creativo, giovane, sensibile, un po' sognatore e scapolo, molto diverso dai barbosi amici che di solito frequenta il Signor Hirai, il suo nome è Shoji Itakura (Hidetaka Yoshioka) e molto presto, in modi diversi, entrerà nei cuori di Taki e di Tokiko.


Il film di Yamada mantiene un tono molto letterario, pur non sapendo a priori che il film è tratto da un libro, l'informazione la si può dedurre semplicemente godendo dell'incedere del racconto, messa in scena lievemente patinata rispetto ad altre opere del regista, sguardo comunque sempre accattivante e amorevole nei confronti dei personaggi, soprattutto quelli femminili, bello sguardo sui luoghi che vanno sempre a impreziosire i racconti messi in scena dal regista, qui inoltre c'è un bellissimo lavoro sui costumi d'epoca, sulla ricostruzione della casa, sugli accessori come gli ombrelli della tradizione giapponese, gli arredi, gli spazi. Molto curioso il contrasto sull'aspetto storico narrato dal punto di vista di una giovane Taki, una donna che ha praticamente vissuto sempre in casa, in un ambiente chiuso, con notizie riportate, spesso filtrate dalle opinioni degli uomini che frequentavano casa Hirai, e che pur avendo vissuto quei tempi ne conserva un'idea parziale rispetto a quella del nipote Takeshi che pur non avendoli vissuti ne conosce meglio le implicazioni geopolitiche per averle apprese lungo il suo percorso di studi, questo contrasto uscirà più volte nel corso della lettura dell'autobiografia della zia da parte di Takeshi. Al centro della narrazione una, forse due, storie d'amore delicate, trattenute, quasi impossibili nella società giapponese degli anni 30/40, raccontate con garbo da un regista del quale ormai, dopo soli tre film, posso ammettere di essermi invaghito.


La delicatezza, la serenità di sguardo, il rispetto, caratterizzano opere che corrono come un fiume placido e si lasciano amare senza riserve, peccato che dell'immensa produzione di Yamada solo poche opere siano disponibili o facilmente reperibili nel nostro paese.

lunedì 13 luglio 2020

TOKYO FAMILY

(Tōkyō kazоku di  Yoji Yamada, 2013)

Di Yoji Yamada e del suo rapporto con il Cinema di Yasujirō Ozu abbiamo parlato brevemente qualche giorno fa in occasione della visione di Kyoto Story, progetto del 2010 portato a termine da Yamada con la collaborazione di Tsutomu Abe e di alcuni studenti universitari. Se con Kyoto Story l'omaggio era legato a un periodo felice della cinematografia nipponica, con Tokyo family in maniera più diretta si celebra il Cinema del maestro Ozu di cui Yamada in gioventù fu assistente, il film è infatti il remake di Viaggio a Tokyo di Ozu, considerato non solo uno dei migliori esiti della Settima Arte giapponese ma in assoluto uno dei film "da vedere" del Cinema tutto. Il taglio è intimista, se nell'originale i protagonisti uscivano dagli orrori della guerra mondiale e della bomba atomica qui la vicenda è ambientata dopo l'incidente nucleare di Fukushima; la tragedia non è al centro del film, la narrazione si concentra sui rapporti dei vari membri della famiglia Hirayama, tratteggiandone alcuni passaggi di crescita, di maturazione, riflettendo parallelamente sulla società moderna giapponese, sui suoi ritmi, sul contrasto tra questa e uno stile di vita sorpassato, ormai appannaggio di pochi anziani, più lento e rispettoso dell'essere umano. Dallo spaccato di una famiglia si arriva a temi universali propri non solo del Paese del Sol Levante.


Il signor Shukichi Hirayama (Isao Hashizume) e sua moglie Tomiko (Kazuko Yoshiyuki) lasciano la loro isola alla volta di Tokyo per andare a trovare i tre figli che nella capitale hanno costruito la loro strada. Il primogenito, Koichi (Masahiko Nishimura), è uno stimato medico che gestisce il suo ambulatorio, è sposato e ha dato due nipotini maschi ai suoi genitori, Shigeko (Tomoko Nakajima) è la figlia di mezzo, per ammissione della stessa madre è cresciuta un po' viziata dalla benevolenza del padre, gestisce un salone di parrucchiere insieme al marito Kozo (Shôzô Hayashiya), uomo dal temperamento frivolo. Il figlio minore è Shoji (Satoshi Tsumabuki) all'apparenza più superficiale e ancora incerto su che strada prendere per il futuro, proprio per la sua indole indecisa è malvisto dal padre con il quale non ha mai avuto un grande rapporto mentre invece adora incondizionatamente la madre. La scusa per intraprendere questo viaggio è quella di portare le condoglianze alla moglie vedova di un vecchio amico del signor Hirayama, i due anziani ne approfitteranno per passare qualche giorno ospiti dei due figli più grandi, i quali però non dimostreranno di avere troppo tempo da passare insieme ai genitori. Quando gli accadimenti della vita metteranno di fronte la famiglia a una dura prova sarà proprio Shoji a dimostrare maggiore sensibilità e a riservare ai suoi genitori qualche piccola sorpresa, cosa che riuscirà a far breccia anche nel cuore del burbero e anziano signor Hirayama.


Lo sguardo di Yamada è sereno, rispettoso dei personaggi, persone comuni con i loro pregi e i loro difetti, la coppia di anziani protagonisti, con i loro piccoli acciacchi e le loro idee precostituite (soprattutto nel caso del padre) avranno modo di rivedere le loro posizioni, sorprendersi inaspettatamente alla loro età, constatare, anche in maniera un poco amara, che i figli sono presi ormai da altro e che in questo Giappone moderno la vita deve correre, i clienti non aspettano, i ritmi non sono prevedibili, il guadagno influenza le scelte e spesso prevale sui sentimenti. La regia è diligente, si prende i suoi tempi (146 min.), li gestisce al meglio senza mai far affiorare un attimo di noia. Ci si appassiona alle vicende semplici di questa famiglia, per noi occidentali c'è in più l'occasione di immergersi in un mondo e in una cultura lontane dalla nostra. Nell'arco dei pochi giorni in cui si svolge la vicenda c'è un bel lavoro di mutazione su almeno tre o quattro personaggi fondamentali tra i quali la ragazza di Shoji, Noriko (Yu Aoi), della quale i genitori del ragazzo non sono a conoscenza, che regalano momenti di forte presa e commozione. Ottimo anche il ritorno al mondo rurale, per arrivare al quale si deve superare il mare, quasi una metafora della lontananza di due stili di vita ormai quasi inconciliabili.

Un altro ottimo film di Yamada la cui produzione si può esplorare su Raiplay gratuitamente a patto di sforzarsi nell'approccio ai film in lingua originale con sottotitoli in quanto la gran parte dell'opera del regista non gode di una distribuzione nel nostro paese. Lo sforzo comunque verrà ricompensato.

sabato 27 giugno 2020

KYOTO STORY

(Kyōto Uzumasa monogatari di Yoji Yamada e Tsutomu Abe, 2010)

Yoji Yamada (qui coadiuvato da Tsutomu Abe) è un nome storico del Cinema giapponese, indicato come uno dei maggiori discepoli del maestro Yasujirō Ozu, lungo la sua carriera di regista ha inanellato una serie infinita di pellicole, ben quarantasei delle quali facenti parte di una stessa serie, quella di Tora-San, una delle più longeve della Settima Arte. Legato storicamente alla casa di produzione cinematografica Shochiku, fondata a Tokyo nel 1895, con Kyoto Story Yamada pennella un ritratto affettuoso del quartiere Uzumasa di Kyoto, in particolar modo di un frammento di quel quartiere, la Daiei Shopping Street, strada commerciale che prende il nome dagli ormai dismessi studi cinematografici della Daiei, rivale storica delle produzioni Shochiku. È uno sguardo tenero quello che ha Yamada per il quartiere e per le sue storie, l'impianto di Kyoto Story è finzionale, il regista ci racconta le vicende sentimentali della giovane Kyoko le quali sono inframezzate da brevi interviste in forma documentaristica ai negozianti della Daiei shopping street, uomini e donne che sono anche i vicini e i parenti dei protagonisti della storia; non mancano gli accenni al passato glorioso degli studi di produzione che vivono ancora come attrazione del quartiere e dove si è fatta la storia del jidai-geki, il film di stampo storico della tradizione giapponese, lustro per la Daiei il Leone d'oro a Venezia e l'Oscar a miglior film straniero per Rashomon di Akira Kurosawa, film girato proprio negli studi della Daiei.


Sorge l'alba di un nuovo giorno sulla Daiei shopping street, il cielo è ancora rosa, il traffico inizia a muoversi, il tram scivola sui binari nel quartiere dei vecchi studi cinematografici, Kyoko (Hana Ebise) corre fino alla lavanderia dei suoi genitori, pronti per un'altra dura giornata di lavoro, la bottega e la casa coesistono in simbiosi, un po' come accade per i locali di tutti i piccoli commercianti della zona, i produttori di tofu genitori di Kota (Yoshihiro Usami), il ragazzo di Kyoko, o i proprietari del piccolo ristorante di zona che una volta serviva le star venute a girare negli studios. Si respira un'aria di serenità, le chiacchiere di quartiere, gente che lavora duro, la scuola, i sogni. Kyoko lavora part-time nella biblioteca dell'università, nel resto della giornata dà una mano in lavanderia, Kota si è ritagliato un po' di tempo per sfondare nel mondo dello spettacolo, per diventare un comico, non ha intenzione di seguire le orme dei genitori e rilevare l'attività di famiglia. A Kota però manca il talento per poter davvero arrivare da qualche parte, il suo rifiuto di prendere in considerazione un'attività dignitosa come quella dei suoi genitori indispettisce un poco Kyoko che comunque ha sempre incoraggiato il ragazzo che passa da un'audizione fallimentare a un'altra. Un giorno Kyoko incontra in biblioteca uno studioso di antichi ideogrammi, Enoki (Sôtarô Tanaka), un uomo maturo ma estremamente goffo ed esagerato nei modi, un carattere stridente in mezzo al contegno pudico ed educato degli abitanti di Kyoto. Passerà poco prima che Enoki perda la testa per la bella Kyoko. Così tra testimonianze veritiere (i negozianti della shopping street lo sono sul serio) e sguardi nostalgici a un passato glorioso si sviluppa la delicata storia di Kyoko che la porterà a dover prendere qualche importante decisione.


A colpire in Kyoto Story è il senso di pace che permea tutta la pellicola, nonostante la città conti circa un milione e mezzo di abitanti Kyoto sembra un paese a misura d'uomo, Yamada effettua alcune splendide riprese che ne accentuano la bellezza, puntando proprio su un sentore di serenità incorniciato dai bei colori della natura cittadina. Nonostante il film presenti un buon ritmo (di breve durata e non ha momenti di stanca pur essendo costruito principalmente su dialoghi) nulla sembra mai frenetico, nemmeno il treno ad alta velocità Shinkansen. Yamada mette in scena un percorso di crescita per i suoi personaggi che è anche l'occasione per omaggiare un passato importante per il Cinema del sol levante senza mai mettere in secondo piano i suoi personaggi, riempie il quartiere di grande dignità e poggia uno sguardo sicuramente romantico sulle sue strade come sui giovani protagonisti di questo Kyoto Story. Siamo di fronte a un film che mette di buon umore, ottimo viatico e porta d'ingresso per scoprire il Cinema di un autore da noi ancora poco noto di cui è reperibile altro materiale, parte di questo probabilmente più ostico di Kyoto Story, altro ancora quasi impossibile da recuperare.

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