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giovedì 14 aprile 2022

FREAKS OUT

(di Gabriele Mainetti, 2021)

Il cinema italiano ha bisogno di gente come Gabriele Mainetti, un ambizioso (nel senso più positivo del termine) innamorato della settima arte che non si lascia imbrigliare dalla difficoltà del "fare cose" in un sistema Italia dove molto probabilmente si recuperano fondi e ci si muove in maniera più macchinosa che in altre parti del mondo e dove è comunque difficile tirar su una produzione multimilionaria per scommettere su un genere nuovo o comunque da noi poco battuto e, prima dell'arrivo di Mainetti, lambito anche con scarsi risultati. Invece Mainetti tira dritto e cerca di ricreare quella Hollywood sul Tevere che per noi spettatori dello stivale altro non può essere se non un sogno, un'idea di cinema che sembra non appartenerci ma che in fondo, il regista ce l'ha mostrato già due volte, è tutto sommato possibile. Tutto sta nel fare quel che fanno con risorse decisamente più ampie i colossi d'oltreoceano, Disney con il brand Marvel per esempio o la Warner con quello DC, credendoci e mantenendo un'idea di identità nazionale, una sensibilità nostrana molto forte, capace di rendere almeno per il pubblico italiano i personaggi di questi film molto più umani, reali e vicini di quello che potrebbero sembrare sulla carta (carta intesa come "idea alla base" e non come fumetto, anche se vedere i Freaks o Jeeg Robot su tavola sarebbe curioso e interessante). L'approccio di Mainetti ha davvero pochi eguali in Italia (per alcuni versi qualche sortita di Garrone) ma anche in Europa non ci sono molti esempi di produzioni simili, l'unico nome che al volo viene alla mente è quello di Luc Besson, unica "superpotenza" europea con l'ardire di rivaleggiare con gli americani sul loro stesso terreno (animazione, action movies, fantascienza con un certo dispendio di risorse). Per tutta una serie di ragioni il cinema di Mainetti sarebbe da supportare a prescindere, che poi quelli del regista romano siano anche degli ottimi film è tutto grasso che cola, peccato il flop in sala di questo Freaks out che ha pagato l'onda lunga della pandemia incassando (secondo i dati disponibili) circa due milioni e mezzo di euro sui tredici spesi per la realizzazione, ma siamo convinti che Mainetti non si lascerà turbare da questo.

Roma, seconda guerra mondiale. In un clima di terrore e incertezza nel futuro il circo Mezzapiotta dell'ebreo Israel (Giorgio Tirabassi) riesce a donare al suo pubblico un senso di meraviglia altrimenti minacciato dalla realtà incombente, qualche brivido, molte risate e tanta emozione. A esibirsi ci sono il colosso forzuto coperto di peli Fulvio (Claudio Santamaria), l'albino e puzzolente Cencio (Pietro Castellitto), capace di comandare gli insetti, il nano magnetico Mario (Giancarlo Martini) e la giovane e innocente Matilde (Aurora Giovinazzo), una conduttrice d'elettricità incapace di governare pienamente il suo "dono". Mentre il conflitto diventa sempre più cruento e i rastrellamenti nazisti sempre più frequenti Israel pianifica un trasferimento in America per i suoi freaks, Fulvio però non è d'accordo e vorrebbe unirsi al Berlin Zircus, un circo lussuoso e prestigioso fondato dal nazista Franz (Franz Rogowski), un sublime pianista, sei dita per mano, dotato anche del potere della preveggenza, ossessionato dai fenomeni mutati in una delle sue visioni preconizza il suicidio di Hitler e vede la salvezza del Reich a opera di quattro freaks superumani. Le strade di Israel, di Matilde e degli altri tre componenti della compagnia si separano, torneranno a unirsi solo in un momento di grandissimo pericolo per tutti, in loro aiuto una stramba banda di partigiani mutilati. Il finale sarà letteralmente esplosivo.

Con Freaks out Mainetti riesce ad aggiungere ai risultati già ottimi ottenuti con il precedente Lo chiamavano Jeeg Robot anche quel senso di genuina meraviglia che sanno far nascere le favole nel cuore dei bambini, succede nelle sequenze iniziali durante l'esibizione degli artisti del circo Mezzapiotta, purtroppo il tutto dura poco, irrompe presto la guerra. Si barcamena bene tra fantastico e storico (virato al grottesco) Mainetti, aiutato dalla sceneggiatura scritta con Guaglianone, l'impianto è ovviamente fantastico e come già accadeva con il film precedente si legge la passione per il racconto supereroico, se il riferimento citato a chiare lettere è ai Fantastici 4, per spirito i nostri personaggi sono molto vicini agli X-Men, un gruppo di diversi con difficoltà a integrarsi nella società e con dei doni che sono visti da alcuni di loro come vere e proprie maledizioni, il parallelo più facile è quello tra Matilde e Rogue, entrambi personaggi con difficoltà nelle relazioni a causa dei loro pericolosi poteri e con un passato di tragedia alle spalle (ma sul finale si guarda a un'altra X-eroina). Grande intuizione anche per i cattivi, sia lo zingaro di Marinelli in Lo chiamavano Jeeg Robot che il Franz di Freaks out trovano due interpreti ottimi e tengono bene la scena donando al racconto una nemesi di peso, caratteristica fondamentale nel genere e spesso fallita anche nei film dei grossi calibri di Marvel e DC Comics. Inoltre Mainetti è meno pudico dei colleghi d'oltreoceano, e quindi le brutalità della guerra, il sesso tra mostri, le scene più truci ma anche tanta delicatezza e un principio di poesia popolare che qui in mezzo non stona. Difficile immaginare come il regista possa ancora rilanciare la sua splendida idea di cinema, sperando che nessuno gli metta i bastoni tra le ruote visti gli ultimi incassi, noi possiamo solo sostenerlo: daje Gabriele, nun mollà!

lunedì 1 novembre 2021

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

(di Gabriele Mainetti, 2015)

Da quando figurava tra i protagonisti di fiction televisive come Un medico in famiglia (il Nonno Libero con Lino Banfi) o La nuova squadra Gabriele Mainetti di strada ne ha fatta parecchia, tra televisione e cinema in qualità di attore ma soprattutto nei panni di regista, produttore e anche compositore di corti e lungometraggi, in occasione dell'uscita di Freaks out, sua opera seconda, torniamo sull'esordio al cinema del Mainetti regista con Lo chiamavano Jeeg Robot. È un film di rottura questo Lo chiamavano Jeeg Robot, importante come conferma che i generi anche da noi si possono fare e pure bene, nel supereroico alla Marvel tanto per capirci l'impresa sembrava impossibile, qualche tentativo non completamente convincente era già stato fatto (Il ragazzo invisibile di Salvatores per esempio), con Mainetti invece si centra il bersaglio in pieno, senza ovviamente poter puntare al lato spettacolare offerto dai film Disney/Marvel, il budget qui non lo permette, ma superando di gran lunga per cuore e contenuti molti dei film con protagonisti i personaggi della casa delle idee. È proprio alle origin stories della Marvel dei 60 che Mainetti guarda per la nascita di questo eroe di borgata che non arriva da Hell's Kitchen come Daredevil, dal Queens come L'Uomo Ragno e nemmeno da Harlem come Luke Cage, ma è un piccolo delinquentello di poco conto di Tor Bella Monaca, periferia di Roma. Come dicevamo spirito marvelliano, a donare i poteri al nostro Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un liquido tossico contenuto in un bidone smaltito abusivamente nel Tevere, si guarda proprio al Matt Murdock accecato da liquami radioattivi e poi divenuto il giustiziere cieco Daredevil, i riferimenti sono quelli, la vicinanza a Jeeg Robot d'Acciaio è più nominale, giustificata nella trama da una fissazione per il personaggio da parte di uno dei protagonisti che vedrà in Enzo una sorta di Hiroshi Shiba, un salvatore suo malgrado che però nulla ha a che vedere con il manga di Go Nagai (decisamente meno interessante tra l'altro, altro discorso per l'anime). 

Quello che Mainetti mette in campo è un'intelligente commistione di generi, usa bene i mezzi che ha a disposizione senza strafare in modo da non dare mai adito a dubbi o al ridicolo, immerge questa storia super nel degrado di una borgata romana mischiando accenni di poliziottesco (l'inseguimento iniziale), prese di coscienza tipiche dei fumetti di supereroi e contorno criminale nostrano assimilabile ai vari Gomorra e simili sguinzagliando, è proprio il caso di dirlo, anche la scheggia impazzita dello Zingaro (Luca Marinelli), già paragonato a personaggi fuori di testa come il Joker. La narrazione è ben strutturata grazie alla sceneggiatura di Guaglianone e Menotti, il casting è semplicemente perfetto con tre protagonisti uno più indovinato dell'altro e con due avversari all'opposto anche per stile recitativo.

Enzo (Claudio Santamaria) scappa dopo un furto finito male, braccato dalla polizia è costretto a gettarsi nel Tevere per sfuggire agli sbirri, qui incappa in un bidone pieno di scorie tossiche che lo cambiano per sempre. In principio Enzo è ignaro delle conseguenze del suo bagno imprevisto, si sente male, continua a sputare liquido nero, torna nella sua casa miserabile dove mangia solo budini e passa il tempo guardando film porno. Dopo una nottata agitata si reca da Sergio (Stefano Ambrogi), un ricettatore, per piazzare il bottino del furto. Questi, che fa parte della banda dello Zingaro (Luca Marinelli) in trattativa per entrare nel giro grosso del traffico di droga con i napoletani, propone a Enzo un lavoretto per recuperare degli ovuli di droga da due immigrati. L'affare finirà molto male, Enzo scoprirà di essere invulnerabile e di aver ottenuto una forza incredibile, si troverà però a doversi occupare della figlia di Sergio, Alessia (Ilenia Pastorelli), ormai una donna fatta e finita afflitta da disturbi psichici, Alessia vive infatti in un'altra realtà mutuata dai cartoni animati di Jeeg Robot con la convinzione che il mondo sia minacciato dalla Regina Himika, quando scoprirà dei poteri di Enzo per lei il transfert sarà automatico, in lui vedrà il suo eroe Hiroshi Shiba.

Grande lavoro sui personaggi e sulla direzione degli attori, la Pastorelli è una vera sorpresa, grande prova su un personaggio non banale con un carico di disgrazie alle spalle: lutti, abusi, malattia; Marinelli è perfetto e inquietante, crudele e folle nei panni di un criminale assetato di potere ma ancor di più di fama e visibilità, uno che non si ferma davanti a niente, nemmeno di fronte a quello che vede come un suo rivale, quel nuovo essere che scardina bancomat a mani nude e depreda portavalori soffiandoglieli da sotto il naso, guadagnando la visibilità che lui ha sempre desiderato, fin da quella comparsata a Buona Domenica! Menzione particolare per l'esibizione dello Zingaro mentre canta Un'emozione da poco di Anna Oxa, uno dei momenti migliori del film, un Marinelli davvero eccezionale. Tanto sopra le righe lui quanto stordito e spaesato Santamaria (in modo voluto ovviamente), l'interpretazione di questo delinquente che ottenute capacità straordinarie le usa subito per andare a rubare per poi comprarsi altri budini e altri porno è calibrata al millimetro, il percorso del personaggio, nella presa di coscienza ma soprattutto nel rapporto con Alessia, con la quale sbaglia e anche molto, è sempre credibile e ben scritto. Regia decisamente valida e gestione degli effetti visivi ridotta all'osso, coerente con l'atmosfera. Un ottimo film con superpoteri tutto italiano che poco ha da invidiare ai colossi americani se non il budget, esordio coi fiocchi per un regista che è stato anche capace di prendersi i suoi tempi prima di arrivare alla sua opera seconda con l'augurio che possa rivelarsi interessante quanto questa sua prima.

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