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sabato 9 maggio 2026

CALIBRO 9

(di Toni D’Angelo, 2020)

Nel 1972 a sparire era una valigetta piena di soldi. Erano i tempi di Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo, uno dei più celebri poliziotteschi degli anni Settanta che consegnò all’immaginario dell’epoca il volto di Gastone Moschin nei panni del duro Ugo Piazza e l’inusuale Barbara Bouchet in atmosfere noir (inusuale in quanto siamo portati a ricordarla per altro). Oggi a sparire è valuta immateriale: capitale, davvero ingente, di rimbalzo da un conto cifrato all’altro; denaro che il disonesto avvocato Fernando Piazza (Marco Bocci), figlio dell’Ugo di cui sopra, riesce a far sparire con l’aiuto di un’abilissima hacker informatica. Peccato che quei soldi, all’insaputa di Piazza fossero di proprietà delle ‘ndrine del crimine organizzato calabrese, gente ben più preparata di Piazza, anche sul versante informatico, e mille volte più spietata. Nel momento in cui decide di restituire agli ‘ndranghetisti il maltolto, l’avvocato scopre che il denaro è sparito davvero, insieme alla sua “fidata” hacker. Inizia quindi una fuga rocambolesca durante la quale l’uomo dovrà dimostrare la sua innocenza nei confronti della malavita; ad aiutarlo una sua ex fiamma, l’avvocato Alma Corapi (Ksenija Rappoport), originaria proprio di una delle due principali ‘ndrine calabresi della vicenda, i Corapi e gli Scarfò, da sempre in guerra tra loro. Tra Milano e l’ultimo dei paesini calabresi, il viaggio della “strana coppia” sarà quantomeno accidentato.


Nasce come omaggio a Milano Calibro 9 il film del regista napoletano Toni D’Angelo, figlio del più celebre Nino. Ed è una produzione questa fatta da figli: di Toni abbiamo già detto, in fase di sceneggiatura compare anche Gianluca Curti, amministratore delegato di Minerva Pictures (che produce) e figlio di Ermanno Curti che produsse l’originale nel 1972. L’altro figlio è ovviamente il protagonista interpretato da Marco Bocci, volto prevalentemente televisivo, qui discendente in linea diretta dal mitico Ugo Piazza di Moschin. Non si fermano qui gli omaggi: Piazza si chiama Fernando come il regista di Milano Calibro 9, Fernando Di Leo, e Di Leo è il cognome del commissario che indaga su tutta la vicenda interpretato da Alessio Boni (personaggio piuttosto marginale nell’economia del film). Torna anche la Bouchet che riprende il ruolo storico di Nelly, già suo nell’originale. Calibro 9 si pone quindi come un sequel del film del 1972, aggiornando la vicenda a sensibilità e tecnologie dell’oggi, con tanto di passaggio dall’analogico al digitale. Dell’originale rimangono alcuni momenti di ferocia, l’eliminazione sistematica dei sospettati, stralci di trama, musiche; più originale in Calibro 9 è invece lo sviluppo action che in più passaggi, soprattutto nella scelta di location e stili formali, ricorda momenti da fiction Rai (L’ispettore Coliandro per esempio, pur con toni nettamente distinti).


Non privo di buone soluzioni, il film di Toni D’Angelo non regge il confronto con l’originale (come potrebbe?) ma tutto sommato si difende bene, pur al netto di cadute di tono evidenti (la scena delle schegge di vetro costruita in quella maniera non si può più guardare). Il cast, impreziosito da Michele Placido che riprende il ruolo di Rocco Musco che fu del compianto Mario Adorf (scomparso lo scorso aprile), presenta volti interessanti e protagonisti che ben si adattano alla situazione. In un’epoca che vive di remake, reboot, sequel, prequel, midquel e tutto ciò che può venirvi in mente riguardo la spremitura di idee vecchie o vetuste, il film di D’Angelo ha almeno il merito di non essere andato a pescare qualcosa visto l’altro ieri, riuscendo a riproporre in maniera dignitosa, prendendosi grossi rischi, un pezzetto del Nostro cinema passato, quello capace di tirare fuori con i generi prodotti interessanti quando non addirittura memorabili come accaduto nel caso di Milano Calibro 9. A conti fatti sarebbe potuta andare molto, molto peggio.

domenica 5 marzo 2017

UNA NOTTE

(di Toni D'Angelo, 2007)

Opera d'esordio di Toni D'Angelo, figlio del più celebre Nino, qui anche attore. Una prima prova interessante, girata con pochi denari, che mette al centro del racconto l'uomo (o la donna) in rapporto al trascorrere del tempo, al passare degli anni, raccontando di aspirazioni mancate, amori interrotti, esistenze trattenute, nostalgie, malinconie, piccoli e grandi fallimenti, delusioni. Anche qualche sprazzo di felicità, scintille di gioia che arrivano però come da una voce fuoricampo, da Raffaele (Nino D'Angelo), tassista di notte estraneo ai protagonisti della vicenda, quasi un Virgilio che conduce e accompagna i cinque amici nel viaggio di una notte, una notte durante la quale, e al termine della quale soprattutto, i cinque amici tireranno qualche somma e faranno il bilancio di esistenze non sempre felici.

Un gruppo di vecchi amici che non si vedono da anni si ritrova a Napoli in occasione della morte di uno di loro. Alla veglia si incontrano Riccardo (Riccardo Zinna) che dirige l'azienda di famiglia a Milano, il timido Alfonso (Alfonso Postiglione) perso nel suo lavoro, Salvatore (Salvatore Sansone) e Annamaria (Stefania Troise) che in passato ebbero una storia d'amore e che ora vivono entrambi a Roma per esigenze familiari. Tornano in una Napoli notturna, lontana dai soliti stereotipi sulla città, viva ma sicuramente più vivibile di come appare nel caos delle ore del giorno, ma più che un ritorno alle proprie radici, per il gruppo di amici questo sarà un ritorno al passato, ai legami di un tempo, ai sogni perduti. Accompagnati dal tassista Raffaele i quattro si mettono in cerca di Luigi (Luigi Iacuzio), ultimo membro del vecchio gruppo assente alla veglia, lo troveranno in un locale di periferia dove intrattiene il pubblico cantando.


Io son cresciuto tra questi palazzi, qui nessuno ti regala niente, devi imparare da solo e da solo devi capire quale è giusto tra tutti gli sbagli che fai. Qui si raccontano sogni, ma si raccontano perché non costa niente raccontarli, e i sogni diventano poi numeri da giocare. Pure mia madre, mia madre giocava i numeri, e quando non uscivano diceva sempre la solita frase scontata: "sfortunata al gioco, fortunata in amore". In effetti lei era sia sfortunata al gioco che in amore, a papà non l'ho conosciuto, l'aveva messa incinta a tredici anni e quando ha saputo che stava per arrivare un figlio non si è fatto più vedere. Ma la mia è una storia d'altri tempi dottò, almeno a me mi rimane mia madre. Ora si fanno i figli e si buttano nei bidoni dell'immondizia. Dottò in verità, io comunque mi sento un uomo fortunato.

In mezzo a tanta amarezza, annaspando tra i rimpianti, gli unici scampoli di positività, banale, scontata e stereotipata quanto si vuole, coerente e in linea con il personaggio, arrivano proprio da Raffaele, uomo semplice, povero, in contrapposizione al gruppo di amici borghesi che insieme a famiglie e carriere si portano dietro un carico di infelicità assortite. Di tanto in tanto si ride ma il racconto è amaro e universale, se non per qualche piccolo accenno dialettale è slegato dalla città di Napoli, quello di Toni D'Angelo è un racconto semplice e vero, buono a qualsiasi latitudine. Belli i volti messi in campo, adatti alla narrazione, credibili, forse non attori di primo piano o grandi eccellenze, ma tutti ben calati nella propria parte. Bene assortiti i caratteri, dallo scontroso Riccardo, sempre pronto a criticare i suoi ex concittadini, al più libero e libertino Luigi, dall'impacciato Alfonso, timido e trattenuto, al più solido e legato Salvatore, fino alla nostalgica e romantica Annamaria.

Un film piccolo, una storia semplice, temi veri, reali, vicini. A conti fatti un bell'esordio che non rivoluziona certamente il Cinema italiano ma che, vedi mai, potrebbe per molti spettatori rivelarsi più genuino e interessante di altri prodotti più spinti dai guru del marketing.

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