(di Alfredo Castelli e Franco Bignotti)
Nei numeri tredici e quattordici della serie dedicata a Martin Mystère, (Un vampiro a New York e La maledizione) si accantonano temporaneamente i grandi enigmi della storia per dedicarsi a una delle figure principe della letteratura e del cinema gotico e horror: parliamo ovviamente del vampiro.
Dopo una sorta di spiegazione scientifica del fenomeno del vampirismo, legata ai sintomi della malattia della rabbia, è l'ispettore Travis a farla da padrone nella prima parte della storia. Dopo essersi consultato con l'amico Martin proprio sull'argomento vampiri, genere di cose che solitamente esulano dal campo d'interesse del concreto poliziotto, Travis torna a occuparsi dell'indagine che sta riempiendo le sue giornate, quella su un assassino seriale ribattezzato l'assassino del pugnale. Però l'interesse quasi maniacale di Travis per la figura del vampiro fa nascere più di un sospetto all'interno del piccolo gruppo composto da Martin, Java e Diana.
La figura del vampiro viene qui descritta da Castelli in maniera più umana e scientifica rispetto a quanto siamo abituati a vedere a proposito di questo tema, crisi d'astinenza, impulsi incontrollabili completamente slegati da qualsivoglia moto di malvagità e sopraffazione, a parte l'argomento trattato la costruzione di questo dittico di storie è abbastanza canonico, rientra nel genere del racconto d'investigazione con alcune immancabili sequenze d'azione, come affermato dallo stesso Castelli nei redazionali dell'albo, vengono accantonate per un paio di mesi quelle che sono le caratteristiche fondanti della serie di Martin Mystère per avvicinarsi un po' di più ad atmosfere che, seppur ripulite, sembrerebbero più adatte al collega Dylan Dog.
Onestamente una coppia d'albi tra i meno interessanti prodotti fino a questo punto per la serie, privi di spunti di interesse realmente degni di nota, anche il lavoro di Bignotti si assesta in una medietà poco entusiasmante, personalmente non amo in modo particolare le tavole di questo disegnatore che, seppur spesso abbastanza adeguate, non colpiscono il mio interesse né lasciano il segno. C'è poco da aggiungere per questa sortita nel mondo del detective dell'impossibile, ancora una volta non si può fare a meno di notare come alcune cose del buon vecchio zio Marty siano implacabilmente invecchiate con il passare degli anni.
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sabato 30 settembre 2017
martedì 22 agosto 2017
MARTIN MYSTÈRE - LA DONNA LEOPARDO
(di Andrea Carlo Cappi, 2017)
A volte si ha l'impressione di trovarsi in mano un prodotto che, per dirla con una frase fatta, non ha né il sapore di carne né quello di pesce. La donna Leopardo, romanzo con protagonista il detective dell'impossibile creato da Alfredo Castelli, fa rimpiangere la mancanza del comparto visivo del mezzo per il quale Martin Mystère è stato creato (il fumetto, ovviamente) e, a mio modesto parere, non offre il livello di spessore minimo (e non mi riferisco né al numero di pagine né alla caratura intellettuale dell'opera, sia ben chiaro) che si dovrebbe richiedere alla lettura di un buon libro.
Sulla carta la mossa della Sergio Bonelli Editore poteva essere anche indovinata, un'ulteriore strada da provare a percorrere per far muovere il mercato, l'iniziativa era da sostenere e testare, e così ho fatto. Inoltre Martin Mystère è sempre stato uno dei miei personaggi preferiti di casa Bonelli e quindi...
Evitando di parlare del prezzo del volume che volendo possiamo anche considerare adeguato, il risultato di questo esperimento mi è sembrato davvero deludente a partire dall'identità ambigua del prodotto anche a livello fisico. Una copertina adatta più a uno speciale a fumetti, graficamente mangiata completamente o quasi dal titolo, foliazione e tempo di lettura accettabili ma poco soddisfacenti, parecchi refusi e la scelta davvero poco accattivante dell'impaginazione su due colonne. Ma, come è giusto che sia, quel che importa è il succo in fin dei conti, non la confezione. Purtroppo su questo versante la delusione non può che crescere, la vicenda narrata da Cappi non presenta grandi spunti di interesse, senza nulla togliere all'impegno e alla passione dell'autore, al libro manca il giusto ritmo, Martin, Java e Diana sembrano essere semplici comparse all'interno di una vicenda che non ci lascia nessun protagonista memorabile, non una bella sequenza, un'emozione, un colpo di scena, nulla... la classica lettura disimpegnata (nonostante i richiami storici che comunque ci sono) che lascia però davvero troppo poco. Se questo deve essere il livello della proposta molto meglio allora recuperare un paio di albi della serie a fumetti, molti dei quali di maggiore qualità e graziati anche dalla possibilità di ammirare il lavoro di un disegnatore all'opera. Capisco che questo sia un prodotto diverso, nato con altre intenzioni rispetto a uno degli albi della serie mensile, va tutto bene, semplicemente per me non vale la pena dedicare tempo e denaro a questa iniziativa. L'ho fatto, non lo rifarò ancora.
Questa poteva essere una testa di ponte per volumi futuri, magari ad altri piacerà e l'iniziativa per Bonelli funzionerà, personalmente me lo auguro, ma la sensazione di aver buttato soldi e tempo (per fortuna non molto) rimane. Un'occasione sprecata.
Per chi fosse interessato riporto la sinossi della quarta di copertina: Martin Mystère, il Detective dell'Impossibile, è in procinto di localizzare la tomba della "Bao Nu", la "Donna Leopardo". Ma qualcuno l'ha violata e si è impadronito del suo contenuto: già durante la Seconda Guerra Mondiale i Servizi Segreti giapponesi, tedeschi e americani ricercavano infatti un leggendario Strumento che si sarebbe trovato in Cina, i cui formidabili poteri avrebbero determinato le sorti del conflitto. C'è però chi è convinto che il misterioso oggetto sia in possesso di Martin Mystère ed è disposto a tutto pur di averlo, così una mortale partita iniziata nella Shanghai degli anni '30 si dipana fino alla New York dei tempi recenti.
A volte si ha l'impressione di trovarsi in mano un prodotto che, per dirla con una frase fatta, non ha né il sapore di carne né quello di pesce. La donna Leopardo, romanzo con protagonista il detective dell'impossibile creato da Alfredo Castelli, fa rimpiangere la mancanza del comparto visivo del mezzo per il quale Martin Mystère è stato creato (il fumetto, ovviamente) e, a mio modesto parere, non offre il livello di spessore minimo (e non mi riferisco né al numero di pagine né alla caratura intellettuale dell'opera, sia ben chiaro) che si dovrebbe richiedere alla lettura di un buon libro.
Sulla carta la mossa della Sergio Bonelli Editore poteva essere anche indovinata, un'ulteriore strada da provare a percorrere per far muovere il mercato, l'iniziativa era da sostenere e testare, e così ho fatto. Inoltre Martin Mystère è sempre stato uno dei miei personaggi preferiti di casa Bonelli e quindi...
Evitando di parlare del prezzo del volume che volendo possiamo anche considerare adeguato, il risultato di questo esperimento mi è sembrato davvero deludente a partire dall'identità ambigua del prodotto anche a livello fisico. Una copertina adatta più a uno speciale a fumetti, graficamente mangiata completamente o quasi dal titolo, foliazione e tempo di lettura accettabili ma poco soddisfacenti, parecchi refusi e la scelta davvero poco accattivante dell'impaginazione su due colonne. Ma, come è giusto che sia, quel che importa è il succo in fin dei conti, non la confezione. Purtroppo su questo versante la delusione non può che crescere, la vicenda narrata da Cappi non presenta grandi spunti di interesse, senza nulla togliere all'impegno e alla passione dell'autore, al libro manca il giusto ritmo, Martin, Java e Diana sembrano essere semplici comparse all'interno di una vicenda che non ci lascia nessun protagonista memorabile, non una bella sequenza, un'emozione, un colpo di scena, nulla... la classica lettura disimpegnata (nonostante i richiami storici che comunque ci sono) che lascia però davvero troppo poco. Se questo deve essere il livello della proposta molto meglio allora recuperare un paio di albi della serie a fumetti, molti dei quali di maggiore qualità e graziati anche dalla possibilità di ammirare il lavoro di un disegnatore all'opera. Capisco che questo sia un prodotto diverso, nato con altre intenzioni rispetto a uno degli albi della serie mensile, va tutto bene, semplicemente per me non vale la pena dedicare tempo e denaro a questa iniziativa. L'ho fatto, non lo rifarò ancora.
Questa poteva essere una testa di ponte per volumi futuri, magari ad altri piacerà e l'iniziativa per Bonelli funzionerà, personalmente me lo auguro, ma la sensazione di aver buttato soldi e tempo (per fortuna non molto) rimane. Un'occasione sprecata.
Per chi fosse interessato riporto la sinossi della quarta di copertina: Martin Mystère, il Detective dell'Impossibile, è in procinto di localizzare la tomba della "Bao Nu", la "Donna Leopardo". Ma qualcuno l'ha violata e si è impadronito del suo contenuto: già durante la Seconda Guerra Mondiale i Servizi Segreti giapponesi, tedeschi e americani ricercavano infatti un leggendario Strumento che si sarebbe trovato in Cina, i cui formidabili poteri avrebbero determinato le sorti del conflitto. C'è però chi è convinto che il misterioso oggetto sia in possesso di Martin Mystère ed è disposto a tutto pur di averlo, così una mortale partita iniziata nella Shanghai degli anni '30 si dipana fino alla New York dei tempi recenti.
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| Andrea Carlo Cappi |
venerdì 14 aprile 2017
IL TESCHIO DEL DESTINO
(di Alfredo Castelli e Claudio Villa)
Dietro l'affascinante copertina disegnata da Giancarlo Alessandrini si cela ancora una volta una buona storia sviluppata nell'arco di due albi, quello citato nel titolo del post e il successivo All'ombra di Teotihuacan. Un Martin spigoloso, plastico, in posizione di difesa, stagliato su uno sfondo dai motivi precolombiani, fissa preoccupato un teschio ridente, all'apparenza trasparente e che ricorda il volto del famoso Fantaman dei cartoni animati. C'è tutto il talento di un disegnatore che senza abusare in tratteggi e lacchezzi compone immagini evocative e intriganti apparentemente con una semplicità disarmante.
Questa volta spunto della vicenda imbastita da Castelli non è un mystero molto celebre, tutt'altro, si parla del Teschio del Destino, un teschio a grandezza naturale in cristallo che sembra essere scolpito in un unico pezzo, senza aggiunte o incastri, ritrovato nel 1927 a Lubantuun e, sembra, risalente alla civiltà Azteca, epoca in cui la realizzazione di un manufatto simile sarebbe stata per niente semplice. Nella storia di Martin Mystère il teschio, conservato al Museum of Mankind di Londra (si trova lì anche nella realtà) ha particolari poteri e influenze negative su alcuni individui, qui una ragazza in particolare che si convince di essere lo spirito del dio Teotihuacan. La vicenda è un poco intricata e ben allestita, prima di trovarsi coinvolto nell'affaire del teschio di cristallo Martin Mystère avrà a che fare con una vendita da cortile, con delle diapositive di famiglia e con un equivoco pubblicitario, una sequenza di eventi che lo porterà in Messico dove incontrerà il suo vecchio amico Lopez e dove si svolgerà il grosso della vicenda (o almeno la parte più action per i nostri eroi).
Non male questo dittico di storie che mi ha permesso di conoscere il teschio di cristallo (di cui non ero a conoscenza, e no, non ho visto il relativo Indiana Jones e nemmeno so se possa essere attinente all'argomento) e che si è rivelato lettura piacevole, qui il punto di grande interesse sta nelle matite di un Claudio Villa, che non è il reuccio che qui è omaggiato, ma l'artista che siamo abituati ad associare più a Tex che non a Martin Mystère.
Villa è indubbiamente un ottimo disegnatore, quello che colpisce è la cura che il disegnatore mette nel tratteggiare anche le comparse e le persone che sono solo sfondo nelle sue vignette, volti ben caratterizzati, che hanno personalità, espressivi come espressivi in maniera convincente sono i protagonisti della storia in ogni situazione. Il teschio è minaccioso, i panorami sontuosi, Martin molto elegante, Java un vero neandertaliano. Dinamico negli scontri, negli inseguimenti, Villa trasmette tutto l'impegno per un lavoro artigianale fatto con passione, anche se non tutte le vignette possono considerarsi al top, la professionalità e il talento del disegnatore sono innegabili.
Dietro l'affascinante copertina disegnata da Giancarlo Alessandrini si cela ancora una volta una buona storia sviluppata nell'arco di due albi, quello citato nel titolo del post e il successivo All'ombra di Teotihuacan. Un Martin spigoloso, plastico, in posizione di difesa, stagliato su uno sfondo dai motivi precolombiani, fissa preoccupato un teschio ridente, all'apparenza trasparente e che ricorda il volto del famoso Fantaman dei cartoni animati. C'è tutto il talento di un disegnatore che senza abusare in tratteggi e lacchezzi compone immagini evocative e intriganti apparentemente con una semplicità disarmante.
Questa volta spunto della vicenda imbastita da Castelli non è un mystero molto celebre, tutt'altro, si parla del Teschio del Destino, un teschio a grandezza naturale in cristallo che sembra essere scolpito in un unico pezzo, senza aggiunte o incastri, ritrovato nel 1927 a Lubantuun e, sembra, risalente alla civiltà Azteca, epoca in cui la realizzazione di un manufatto simile sarebbe stata per niente semplice. Nella storia di Martin Mystère il teschio, conservato al Museum of Mankind di Londra (si trova lì anche nella realtà) ha particolari poteri e influenze negative su alcuni individui, qui una ragazza in particolare che si convince di essere lo spirito del dio Teotihuacan. La vicenda è un poco intricata e ben allestita, prima di trovarsi coinvolto nell'affaire del teschio di cristallo Martin Mystère avrà a che fare con una vendita da cortile, con delle diapositive di famiglia e con un equivoco pubblicitario, una sequenza di eventi che lo porterà in Messico dove incontrerà il suo vecchio amico Lopez e dove si svolgerà il grosso della vicenda (o almeno la parte più action per i nostri eroi).
Non male questo dittico di storie che mi ha permesso di conoscere il teschio di cristallo (di cui non ero a conoscenza, e no, non ho visto il relativo Indiana Jones e nemmeno so se possa essere attinente all'argomento) e che si è rivelato lettura piacevole, qui il punto di grande interesse sta nelle matite di un Claudio Villa, che non è il reuccio che qui è omaggiato, ma l'artista che siamo abituati ad associare più a Tex che non a Martin Mystère.
Villa è indubbiamente un ottimo disegnatore, quello che colpisce è la cura che il disegnatore mette nel tratteggiare anche le comparse e le persone che sono solo sfondo nelle sue vignette, volti ben caratterizzati, che hanno personalità, espressivi come espressivi in maniera convincente sono i protagonisti della storia in ogni situazione. Il teschio è minaccioso, i panorami sontuosi, Martin molto elegante, Java un vero neandertaliano. Dinamico negli scontri, negli inseguimenti, Villa trasmette tutto l'impegno per un lavoro artigianale fatto con passione, anche se non tutte le vignette possono considerarsi al top, la professionalità e il talento del disegnatore sono innegabili.
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| Il teschio di cristallo |
giovedì 9 marzo 2017
IL TRIANGOLO DELLE BERMUDE
(di Alfredo Castelli, Franco Bignotti e Angelo Maria Ricci)
Dopo il finale della storia iniziata ne La fonte della giovinezza, da pagina 35 questo nono numero di Martin Mystère presenta una nuova avventura legata a uno dei misteri più noti, affascinanti e privi di spiegazione che il mondo possa offrire, enigma che ancor oggi non manca di suscitare la mia curiosità: quello relativo alle numerose sparizioni avvenute nella zona denominata triangolo delle Bermude (il lembo di mare compreso all'incirca tra le Bermude, Portorico e il sud della Florida).
Ne approfitto qui per sottolineare come la seconda e la terza di copertina degli albi della serie sfoggino sempre articoli molto interessanti, a volte quanto e più della storia stessa narrata da Castelli. Sono queste un'ottima fonte di approfondimento e allo stesso tempo spunto per ricerche ulteriori sugli argomenti trattati all'interno dell'albo in questione.
Qui la storia prende il via il 7 Maggio del 1915 con l'affondamento del Lusitania, tragedia (provocata) alla quale scampò l'allora giovane Peter Morton, che in tempi decisamente più recenti, una volta adulto, avrà modo di conoscere proprio Martin Mystère. L'arzillo signore racconta al detective dell'impossibile una storia dura da digerire, legata a un carico molto particolare scortato nel 1915 dal padre del signor Morton stesso, un agente segreto inglese, proprio a bordo del Lusitania nel corso di un'operazione top secret che portava proprio il nome di Martin Mystère. Ovviamente al nostro viene il prurito e non potrà far altro che indagare sulla vicenda, andando in cerca, insieme a Java, Diana e al signor Morton, del famoso relitto del Lusitania, vicenda che si svilupperà e terminerà nel corso del decimo albo della serie: Il segreto del Lusitania.
Offrendo le consuete nozioni storiche (l'affondamento del Lusitania), spiegazioni tecniche e divulgative su attrezzature e metodi di recupero dei relitti, ipotesi fantastiche e una teoria che va a collegarsi al mistero di turno e una buona dose di avventura, Castelli ancora una volta riesce a regalare al lettore più di un motivo per ritenersi appagato dalla lettura delle sue storie. Le matite di Ricci si adattano molto bene ai passaggi puramente informativi, creati più che altro da vignette simili a illustrazioni slegate una dall'altra, alle sequenze d'azione così come alle numerosissime scene di dialogo, riuscendo a imporre una progressione dinamica alla storia senza particolari momenti di stanca.
Nonostante un'impostazione da fumetto oggigiorno considerato un po' demodè, il dittico di episodi si legge bene ancora oggi e offre ottimi spunti per alimentare o soddisfare le proprie curiosità. Tralasciando per un attimo l'impianto stilistico, oggi non so quanti fumetti possano vantare tali qualità.
Dopo il finale della storia iniziata ne La fonte della giovinezza, da pagina 35 questo nono numero di Martin Mystère presenta una nuova avventura legata a uno dei misteri più noti, affascinanti e privi di spiegazione che il mondo possa offrire, enigma che ancor oggi non manca di suscitare la mia curiosità: quello relativo alle numerose sparizioni avvenute nella zona denominata triangolo delle Bermude (il lembo di mare compreso all'incirca tra le Bermude, Portorico e il sud della Florida).
Ne approfitto qui per sottolineare come la seconda e la terza di copertina degli albi della serie sfoggino sempre articoli molto interessanti, a volte quanto e più della storia stessa narrata da Castelli. Sono queste un'ottima fonte di approfondimento e allo stesso tempo spunto per ricerche ulteriori sugli argomenti trattati all'interno dell'albo in questione.
Qui la storia prende il via il 7 Maggio del 1915 con l'affondamento del Lusitania, tragedia (provocata) alla quale scampò l'allora giovane Peter Morton, che in tempi decisamente più recenti, una volta adulto, avrà modo di conoscere proprio Martin Mystère. L'arzillo signore racconta al detective dell'impossibile una storia dura da digerire, legata a un carico molto particolare scortato nel 1915 dal padre del signor Morton stesso, un agente segreto inglese, proprio a bordo del Lusitania nel corso di un'operazione top secret che portava proprio il nome di Martin Mystère. Ovviamente al nostro viene il prurito e non potrà far altro che indagare sulla vicenda, andando in cerca, insieme a Java, Diana e al signor Morton, del famoso relitto del Lusitania, vicenda che si svilupperà e terminerà nel corso del decimo albo della serie: Il segreto del Lusitania.
Offrendo le consuete nozioni storiche (l'affondamento del Lusitania), spiegazioni tecniche e divulgative su attrezzature e metodi di recupero dei relitti, ipotesi fantastiche e una teoria che va a collegarsi al mistero di turno e una buona dose di avventura, Castelli ancora una volta riesce a regalare al lettore più di un motivo per ritenersi appagato dalla lettura delle sue storie. Le matite di Ricci si adattano molto bene ai passaggi puramente informativi, creati più che altro da vignette simili a illustrazioni slegate una dall'altra, alle sequenze d'azione così come alle numerosissime scene di dialogo, riuscendo a imporre una progressione dinamica alla storia senza particolari momenti di stanca.
Nonostante un'impostazione da fumetto oggigiorno considerato un po' demodè, il dittico di episodi si legge bene ancora oggi e offre ottimi spunti per alimentare o soddisfare le proprie curiosità. Tralasciando per un attimo l'impianto stilistico, oggi non so quanti fumetti possano vantare tali qualità.
giovedì 26 gennaio 2017
L'UOMO CHE SCOPRÌ L'EUROPA
(di Alfredo Castelli, Cassaro e Franco Bignotti)
Nella prima parte del settimo albo dedicato a Martin Mystère si conclude la vicenda iniziata in Delitto nella preistoria di cui parlammo la scorsa volta. A seguire, la prima parte di una nuova avventura che proseguirà nell'albo successivo, La fonte della giovinezza, e andrà a concludersi solo nella prima metà del nono albo della serie: Il triangolo delle Bermuda.
Rileggendo ora, a distanza di anni, questi tre albi, devo proprio dire che quella sensazione di spezzatino nelle storie, con un inizio su un albo, il corpo centrale sul successivo e il finale in principio di un terzo numero, è qualcosa di davvero insensato e fastidioso. L'unico punto a favore di una gestione simile poteva essere la totale libertà concessa agli autori nella creazione delle loro storie (qui i riferimenti sono a Castelli) non imbrigliate in un tot di pagine predefinito. Per il lettore però ne vien fuori una fruizione disordinata che sfocia nel fastidio per il lettore occasionale che si trova in un albo pezzi di storie all'apparenza buttate a caso, il finale di una e l'inizio di un'altra senza la possibilità di leggere qualcosa di completo. Non so bene fino a che anno e a che numero sia andato avanti questo andazzo, sarà curioso scoprirlo proseguendo nella lettura.
Questa nuova storia ideata da Alfredo Castelli prende spunto più che da un misterioso enigma da una vera e propria leggenda, o più probabilmente da un miscuglio di più leggende: quella del regno del Prete Gianni e quella della Fonte della giovinezza. Come accade spesso nelle storie di Mystère, che poi è anche il bello della serie, si parte da una curiosa domanda: molti si sono chiesti chi sia stato il primo europeo a porre piede in America. Ma nessuno si è mai domandato chi fu il primo americano a porre piede in Europa. Castelli data l'avvenimento al 1140 d.c., ben prima del viaggio di Colombo in senso opposto, sarà un pellerossa della Florida ad attraversare l'Oceano per portare a Papa Onorio il resoconto delle meravigliose scoperte effettuate dal Prete Gianni, evangelizzatore ante litteram in terra d'America, lì giunto in seguito a un viaggio avventuroso.
Ai giorni nostri sarà l'attempato amico di Martin Mystère, lo studioso Vincent Von Hansen, a trovare traccia di questi strani eventi e chiederà al più giovane collega di accompagnarlo in una spedizione alla scoperta della fonte della giovinezza, descritta proprio nei documenti del famoso Prete Gianni.
Questo è solo l'incipit di una lunga storia, ancora una volta forse un po' troppo lunga, che mette molta carne al fuoco. È quasi difficile ammettere come alcune storie di Martin Mystere, personaggio da me molto amato, siano invecchiate con il tempo e risultino ora un poco verbose e farraginose nella struttura, sempre interessantissime nei contenuti, però a volte faticose nella costruzione. Rispetto ai primi albi di un Dylan Dog comparso solo quattro anni più tardi, sembra di leggere fumetti provenienti da due diverse epoche, fatto sicuramente attribuibile ai diversi approcci alla narrazione dei due creatori dei personaggi.
Riscatta l'incedere un po' lento un finale molto indovinato che apre le porte a simpatici scenari da esplorare in futuro. Pregi e difetti nelle tavole di Bignotti che in linea generale non mi fa impazzire ma al quale riconosco diversi meriti nelle vedute d'insieme e nei passaggi più onirici. Una lunga storia di passaggio in attesa di episodi più riusciti.
Nella prima parte del settimo albo dedicato a Martin Mystère si conclude la vicenda iniziata in Delitto nella preistoria di cui parlammo la scorsa volta. A seguire, la prima parte di una nuova avventura che proseguirà nell'albo successivo, La fonte della giovinezza, e andrà a concludersi solo nella prima metà del nono albo della serie: Il triangolo delle Bermuda.
Rileggendo ora, a distanza di anni, questi tre albi, devo proprio dire che quella sensazione di spezzatino nelle storie, con un inizio su un albo, il corpo centrale sul successivo e il finale in principio di un terzo numero, è qualcosa di davvero insensato e fastidioso. L'unico punto a favore di una gestione simile poteva essere la totale libertà concessa agli autori nella creazione delle loro storie (qui i riferimenti sono a Castelli) non imbrigliate in un tot di pagine predefinito. Per il lettore però ne vien fuori una fruizione disordinata che sfocia nel fastidio per il lettore occasionale che si trova in un albo pezzi di storie all'apparenza buttate a caso, il finale di una e l'inizio di un'altra senza la possibilità di leggere qualcosa di completo. Non so bene fino a che anno e a che numero sia andato avanti questo andazzo, sarà curioso scoprirlo proseguendo nella lettura.
Questa nuova storia ideata da Alfredo Castelli prende spunto più che da un misterioso enigma da una vera e propria leggenda, o più probabilmente da un miscuglio di più leggende: quella del regno del Prete Gianni e quella della Fonte della giovinezza. Come accade spesso nelle storie di Mystère, che poi è anche il bello della serie, si parte da una curiosa domanda: molti si sono chiesti chi sia stato il primo europeo a porre piede in America. Ma nessuno si è mai domandato chi fu il primo americano a porre piede in Europa. Castelli data l'avvenimento al 1140 d.c., ben prima del viaggio di Colombo in senso opposto, sarà un pellerossa della Florida ad attraversare l'Oceano per portare a Papa Onorio il resoconto delle meravigliose scoperte effettuate dal Prete Gianni, evangelizzatore ante litteram in terra d'America, lì giunto in seguito a un viaggio avventuroso.
Ai giorni nostri sarà l'attempato amico di Martin Mystère, lo studioso Vincent Von Hansen, a trovare traccia di questi strani eventi e chiederà al più giovane collega di accompagnarlo in una spedizione alla scoperta della fonte della giovinezza, descritta proprio nei documenti del famoso Prete Gianni.
Questo è solo l'incipit di una lunga storia, ancora una volta forse un po' troppo lunga, che mette molta carne al fuoco. È quasi difficile ammettere come alcune storie di Martin Mystere, personaggio da me molto amato, siano invecchiate con il tempo e risultino ora un poco verbose e farraginose nella struttura, sempre interessantissime nei contenuti, però a volte faticose nella costruzione. Rispetto ai primi albi di un Dylan Dog comparso solo quattro anni più tardi, sembra di leggere fumetti provenienti da due diverse epoche, fatto sicuramente attribuibile ai diversi approcci alla narrazione dei due creatori dei personaggi.
Riscatta l'incedere un po' lento un finale molto indovinato che apre le porte a simpatici scenari da esplorare in futuro. Pregi e difetti nelle tavole di Bignotti che in linea generale non mi fa impazzire ma al quale riconosco diversi meriti nelle vedute d'insieme e nei passaggi più onirici. Una lunga storia di passaggio in attesa di episodi più riusciti.
sabato 10 dicembre 2016
DELITTO NELLA PREISTORIA
(di Alfredo Castelli, Gaspare e Gaetano Cassaro)
Arrivati alla sesta uscita della collana, Alfredo Castelli decide di puntare le luci dei riflettori su Java (lo farà ancora in seguito in albi divenuti poi celebri), il neanderthaliano assistente di Martin Mistère. La teoria sulla quale riflettere, discutere e discettare questa volta è la seguente: come mai dopo l'avvento dell'Homo Erectus, sulla Terra comparvero, più o meno simultaneamente tenendo conto delle datazioni storiche approssimate, sia l'Homo Sapiens che l'Uomo di Neanderthal? E se le due specie non furono una diretta discendente dell'altra, come mai l'Homo Sapiens sopravvisse a lungo mentre la stirpe dei Neanderthal scomparve in un lasso di tempo relativamente breve? La teoria più accreditata sembra quella della scomparsa dovuta all'incapacità dei Neanderthal di costruire un proficuo codice di comunicazione, inadatti a parlare avrebbero lasciato il passo ai più evoluti Homo Sapiens.
In seguito a un'interessante ritrovamento da parte del Professor Maubert la teoria in vigore rischia di vedersi assestato un profondo scossone, e se la scomparsa dei Neanderthal fosse attribuibile a un loro sterminio a opera proprio dei "concorrenti" rappresentati dell'Homo Sapiens? Di fronte all'esposizione di questa teoria, ma soprattutto davanti all'esibizione di un'arma in particolare usata dall'Homo Sapiens, Java comincia a mostrarsi sempre più nervoso, lasciandosi andare a numerosi scatti di violenza per lui quantomeno inusuali. Purtroppo l'insolito comportamento di Java diviene ottimo pretesto per il commissario Charlier, poliziotto arrogante in cerca di un capro espiatorio nel corso di una spiacevole indagine. Java diviene così l'uomo (di Neanderthal) in fuga, un criminale braccato dalla legge costretto a rifugiarsi in una sorte di corte dei miracoli sui generis.
In questa storia, che occuperà anche diverse pagine dell'albo seguente, Castelli ripropone una vicenda di largo respiro, strutturata e densa di elementi, forse anche troppi e compressi in maniera innaturale nello spazio a disposizione. La teoria sulle specie primitive, il caso di omicidio, le strane reazioni di Java, la sequenza della corte dei miracoli e il collegamento con il passato del Professor Maubert; in tutta franchezza forse la carne al fuoco è troppa e tutta la parte dedicata ai reietti del sottosuolo a mio avviso si poteva evitare. Rimangono comunque ottime le suggestioni storiche, le teorie che garantiscono l'appetibilità di una serie come questa, sempre capace di regalare stimoli e curiosità, approfondimenti nelle due paginette di redazionali miste a buon intrattenimento.
Ho gradito molto il lavoro dei due Cassaro ai disegni, oltre alla resa di volti poco canonici e sempre interessanti, si evince una naturale dimestichezza a trasporre sulla carta i luoghi della storia, in questo caso Parigi e il quartiere di Pigalle con i sexy shop, il Moulin Rouge, i vicoli più malfamati e il Centre Pompidou, ottima anche la dinamicità nelle sequenze più action e la resa delle scene con le automobili (che a dire il vero sanno molto d'America anche in terra francese).
Per costruzione probabilmente Delitto nella preistoria non rientra tra le storie migliori scritte da Castelli, presenta lungaggini non necessarie ma anche ottimi spunti. Da sottolineare quanto fosse all'epoca fastidiosa l'abitudine di spezzare le storie facendole terminare a metà albo o a un terzo dello stesso, gestione degli spazi davvero terribile e abusata in Bonelli per anni. Fortunatamente le cose più avanti cambiarono rotta.
Arrivati alla sesta uscita della collana, Alfredo Castelli decide di puntare le luci dei riflettori su Java (lo farà ancora in seguito in albi divenuti poi celebri), il neanderthaliano assistente di Martin Mistère. La teoria sulla quale riflettere, discutere e discettare questa volta è la seguente: come mai dopo l'avvento dell'Homo Erectus, sulla Terra comparvero, più o meno simultaneamente tenendo conto delle datazioni storiche approssimate, sia l'Homo Sapiens che l'Uomo di Neanderthal? E se le due specie non furono una diretta discendente dell'altra, come mai l'Homo Sapiens sopravvisse a lungo mentre la stirpe dei Neanderthal scomparve in un lasso di tempo relativamente breve? La teoria più accreditata sembra quella della scomparsa dovuta all'incapacità dei Neanderthal di costruire un proficuo codice di comunicazione, inadatti a parlare avrebbero lasciato il passo ai più evoluti Homo Sapiens.
In seguito a un'interessante ritrovamento da parte del Professor Maubert la teoria in vigore rischia di vedersi assestato un profondo scossone, e se la scomparsa dei Neanderthal fosse attribuibile a un loro sterminio a opera proprio dei "concorrenti" rappresentati dell'Homo Sapiens? Di fronte all'esposizione di questa teoria, ma soprattutto davanti all'esibizione di un'arma in particolare usata dall'Homo Sapiens, Java comincia a mostrarsi sempre più nervoso, lasciandosi andare a numerosi scatti di violenza per lui quantomeno inusuali. Purtroppo l'insolito comportamento di Java diviene ottimo pretesto per il commissario Charlier, poliziotto arrogante in cerca di un capro espiatorio nel corso di una spiacevole indagine. Java diviene così l'uomo (di Neanderthal) in fuga, un criminale braccato dalla legge costretto a rifugiarsi in una sorte di corte dei miracoli sui generis.
In questa storia, che occuperà anche diverse pagine dell'albo seguente, Castelli ripropone una vicenda di largo respiro, strutturata e densa di elementi, forse anche troppi e compressi in maniera innaturale nello spazio a disposizione. La teoria sulle specie primitive, il caso di omicidio, le strane reazioni di Java, la sequenza della corte dei miracoli e il collegamento con il passato del Professor Maubert; in tutta franchezza forse la carne al fuoco è troppa e tutta la parte dedicata ai reietti del sottosuolo a mio avviso si poteva evitare. Rimangono comunque ottime le suggestioni storiche, le teorie che garantiscono l'appetibilità di una serie come questa, sempre capace di regalare stimoli e curiosità, approfondimenti nelle due paginette di redazionali miste a buon intrattenimento.
Ho gradito molto il lavoro dei due Cassaro ai disegni, oltre alla resa di volti poco canonici e sempre interessanti, si evince una naturale dimestichezza a trasporre sulla carta i luoghi della storia, in questo caso Parigi e il quartiere di Pigalle con i sexy shop, il Moulin Rouge, i vicoli più malfamati e il Centre Pompidou, ottima anche la dinamicità nelle sequenze più action e la resa delle scene con le automobili (che a dire il vero sanno molto d'America anche in terra francese).
Per costruzione probabilmente Delitto nella preistoria non rientra tra le storie migliori scritte da Castelli, presenta lungaggini non necessarie ma anche ottimi spunti. Da sottolineare quanto fosse all'epoca fastidiosa l'abitudine di spezzare le storie facendole terminare a metà albo o a un terzo dello stesso, gestione degli spazi davvero terribile e abusata in Bonelli per anni. Fortunatamente le cose più avanti cambiarono rotta.
giovedì 27 ottobre 2016
LA CASA AI CONFINI DEL MONDO
(di Alfredo Castelli e Angelo Maria Ricci)
La casa ai confini del mondo, storia in realtà iniziata già nell'albo precedente della serie, è stato uno di quegli episodi che mi hanno fatto innamorare in via definitiva di Martin Mystère. Lo recuperai in anni successivi rispetto alla sua prima pubblicazione, con tutta probabilità neanche grazie alla serie regolare ma in virtù di un recupero delle prime storie dedicate al detective dell'impossibile sulle pagine del Tutto Martin Mystère.
Ogni cosa di quell'albo, a partire dalla splendida copertina di Alessandrini, mi affascinò, e penso prevalentemente al connubio tra fumetto, letteratura e incubo che le pagine de La casa ai confini del mondo riuscivano a rendere piacevole in virtù di un amalgama perfetto, coinvolgente e inquietante.
Per arrivare al nocciolo della questione Alfredo Castelli la prende alla larga, solleticando il palato dei lettori con una disamina veloce sui casi di teleportazione (dei quali si trovano ancora tracce sul web), per poi partire da uno di essi per introdurci nella vicenda vera e propria quando, grazie al racconto dell'ispettore Travis, Martin e Java apprendono di come un noto delinquente, Carlos Agreda, fosse improvvisamente apparso nel bel mezzo della Gran Central station di New York, pochissimo tempo dopo essersi macchiato di un atroce delitto in quel di Providence, città sita non proprio dietro l'angolo. Appurato che ogni spiegazione vagamente logica non trova conferma, al dinamico duo non resta che organizzare una spedizione in quel di Providence, trasferta grazie alla quale Martin Mystère riesce a rimandare ancora una volta un certo discorsetto che alla sua fidanzata Diana preme molto.
La casa in cui Agreda sembra essersi smaterializzato si trova in periferia, è una costruzione da incubo, degna della famiglia Addams o del più tetro Edward Hopper, è la casa dove tempo prima sorgeva un'abitazione a quella del tutto identica appartenuta allo scrittore Howard Phillips Lovecraft. Da qui una discesa agli inferi imperdibile per tutti gli amanti delle prospettivi impossibili, degli antichi e dei miti di Chtulu.
Ancora una volta Castelli riesce a unire un sano intrattenimento popolare a spunti letterari, argomenti misteriosi a sprazzi di cultura, uno dei punti di forza di sempre della serie. Questa volta è aiutato dalle matite di Ricci che oltre a offrire un'ottima prova si esibisce in interessanti soluzioni grafiche nelle sequenze più surreali.
La casa ai confini del mondo è uno di quegli albi che ti lasciano con la piacevole sensazione di aver letto qualcosa di più di un semplice fumetto d'avventura.
La casa ai confini del mondo, storia in realtà iniziata già nell'albo precedente della serie, è stato uno di quegli episodi che mi hanno fatto innamorare in via definitiva di Martin Mystère. Lo recuperai in anni successivi rispetto alla sua prima pubblicazione, con tutta probabilità neanche grazie alla serie regolare ma in virtù di un recupero delle prime storie dedicate al detective dell'impossibile sulle pagine del Tutto Martin Mystère.
Ogni cosa di quell'albo, a partire dalla splendida copertina di Alessandrini, mi affascinò, e penso prevalentemente al connubio tra fumetto, letteratura e incubo che le pagine de La casa ai confini del mondo riuscivano a rendere piacevole in virtù di un amalgama perfetto, coinvolgente e inquietante.
Per arrivare al nocciolo della questione Alfredo Castelli la prende alla larga, solleticando il palato dei lettori con una disamina veloce sui casi di teleportazione (dei quali si trovano ancora tracce sul web), per poi partire da uno di essi per introdurci nella vicenda vera e propria quando, grazie al racconto dell'ispettore Travis, Martin e Java apprendono di come un noto delinquente, Carlos Agreda, fosse improvvisamente apparso nel bel mezzo della Gran Central station di New York, pochissimo tempo dopo essersi macchiato di un atroce delitto in quel di Providence, città sita non proprio dietro l'angolo. Appurato che ogni spiegazione vagamente logica non trova conferma, al dinamico duo non resta che organizzare una spedizione in quel di Providence, trasferta grazie alla quale Martin Mystère riesce a rimandare ancora una volta un certo discorsetto che alla sua fidanzata Diana preme molto.
La casa in cui Agreda sembra essersi smaterializzato si trova in periferia, è una costruzione da incubo, degna della famiglia Addams o del più tetro Edward Hopper, è la casa dove tempo prima sorgeva un'abitazione a quella del tutto identica appartenuta allo scrittore Howard Phillips Lovecraft. Da qui una discesa agli inferi imperdibile per tutti gli amanti delle prospettivi impossibili, degli antichi e dei miti di Chtulu.
Ancora una volta Castelli riesce a unire un sano intrattenimento popolare a spunti letterari, argomenti misteriosi a sprazzi di cultura, uno dei punti di forza di sempre della serie. Questa volta è aiutato dalle matite di Ricci che oltre a offrire un'ottima prova si esibisce in interessanti soluzioni grafiche nelle sequenze più surreali.
La casa ai confini del mondo è uno di quegli albi che ti lasciano con la piacevole sensazione di aver letto qualcosa di più di un semplice fumetto d'avventura.
giovedì 8 settembre 2016
LA STIRPE MALEDETTA
(di Alfredo Castelli, Franco Bignotti e Angelo Maria Ricci)
Per il quarto appuntamento con il detective dell'impossibile, Alfredo Castelli decide di condurci attraverso i misteri dell'antica Etruria portando così per la prima volta Martin Mystère nel nostro bel paese e ancora una volta bastano poco più di una sessantina di pagine al nostro autore per delineare e sviluppare una nuova avventura del buon vecchio zio Marty.
Riguardare ora queste tavole a distanza di anni e anni fa un effetto straniante, è curioso vedere come il disegnatore Bignotti si sia prodigato, nella prima tavola ad esempio, a tratteggiare l'auto guidata da Beverly Howard (già incontrata ne La vendetta di Ra) con le sembianze di una Ritmo, auto protagonista (più o meno) delle nostre infanzie e ormai da tempo dimenticata. È proprio vero che non stiamo ringiovanendo!
La teoria è quella più volte accennata tra le pagine di Martin Mystère e cioè quella che sostiene l'influenza di civiltà tecnologicamente avanzate sui popoli primitivi, primitivi in senso lato (in questo caso gli etruschi), e da questi scambiati per dei o divinità varie, divinità che in qualche modo hanno portato la conoscenza, che sia questa legata alla scrittura, alle tecniche agricole o a concetti più astratti come la proprietà privata.
Ritroviamo Beverly Howard dopo la morte del padre avvenuta nel secondo episodio della serie. La bella ragazza è alla volta di Viterbo alla ricerca di un tombarolo che era in contatto epistolare con il Professor Howard e che apparentemente avrebbe dovuto comunicargli importanti scoperte legate agli studi portati avanti dal professore sulla civiltà etrusca. Le cose ovviamente non fileranno proprio lisce ma per fortuna di Beverly (e con rammarico da parte della gelosa Diana) anche Martin e Java si trovano in Italia, pronti ad accorrere in suo aiuto.
La vicenda si svolge nella zona di Macchia Grande dove strani avvenimenti e fenomeni inspiegabili si susseguono con radici che affondano nel passato remoto.
Il pregio maggiore dell'episodio, meno affascinante di altri a dirla tutta, è quello di costruire un accenno di continuity nella serie, con i personaggi ricorrenti ma soprattutto con il riproporre teorie e simbologie che sembrano assumere una certa importanza nell'economia della serie.
Nella seconda parte dell'albo trova posto Orrore a Providence, storia che si concluderà nell'albo successivo e della quale si parlerà magari la prossima volta.
Per il quarto appuntamento con il detective dell'impossibile, Alfredo Castelli decide di condurci attraverso i misteri dell'antica Etruria portando così per la prima volta Martin Mystère nel nostro bel paese e ancora una volta bastano poco più di una sessantina di pagine al nostro autore per delineare e sviluppare una nuova avventura del buon vecchio zio Marty.
Riguardare ora queste tavole a distanza di anni e anni fa un effetto straniante, è curioso vedere come il disegnatore Bignotti si sia prodigato, nella prima tavola ad esempio, a tratteggiare l'auto guidata da Beverly Howard (già incontrata ne La vendetta di Ra) con le sembianze di una Ritmo, auto protagonista (più o meno) delle nostre infanzie e ormai da tempo dimenticata. È proprio vero che non stiamo ringiovanendo!
La teoria è quella più volte accennata tra le pagine di Martin Mystère e cioè quella che sostiene l'influenza di civiltà tecnologicamente avanzate sui popoli primitivi, primitivi in senso lato (in questo caso gli etruschi), e da questi scambiati per dei o divinità varie, divinità che in qualche modo hanno portato la conoscenza, che sia questa legata alla scrittura, alle tecniche agricole o a concetti più astratti come la proprietà privata.
Ritroviamo Beverly Howard dopo la morte del padre avvenuta nel secondo episodio della serie. La bella ragazza è alla volta di Viterbo alla ricerca di un tombarolo che era in contatto epistolare con il Professor Howard e che apparentemente avrebbe dovuto comunicargli importanti scoperte legate agli studi portati avanti dal professore sulla civiltà etrusca. Le cose ovviamente non fileranno proprio lisce ma per fortuna di Beverly (e con rammarico da parte della gelosa Diana) anche Martin e Java si trovano in Italia, pronti ad accorrere in suo aiuto.
La vicenda si svolge nella zona di Macchia Grande dove strani avvenimenti e fenomeni inspiegabili si susseguono con radici che affondano nel passato remoto.
Il pregio maggiore dell'episodio, meno affascinante di altri a dirla tutta, è quello di costruire un accenno di continuity nella serie, con i personaggi ricorrenti ma soprattutto con il riproporre teorie e simbologie che sembrano assumere una certa importanza nell'economia della serie.
Nella seconda parte dell'albo trova posto Orrore a Providence, storia che si concluderà nell'albo successivo e della quale si parlerà magari la prossima volta.
venerdì 3 giugno 2016
OPERAZIONE ARCA
(di Alfredo Castelli, Giancarlo Alessandrini e Angelo Maria Ricci)
Nel terzo albo di Martin Mystère si conclude l'avventura iniziata nel numero precedente, La vendetta di Ra. Il finale della storia e l'incontro con la nemesi Sergej Orloff è l'occasione buona per l'accoppiata Castelli e Alessandrini per narrare al lettore alcuni dei retroscena del rapporto tra i due studiosi che, con il passare del tempo, hanno intrapreso strade così diverse l'una dall'altra.
Veniamo a sapere così dei trascorsi italiani del buon vecchio zio Marty, filone che verrà in seguito ripreso in maniera più approfondita sulla serie che dedicherà diversi numeri proprio ai misteri italiani, di quelli indiani e dell'apprendistato in Tibet presso il maestro Kut Humi. Finalmente qualcosa in più viene rivelato anche sulle due pistole avveniristiche consegnate ai due, una capace di stordire (in possesso di Mystère) l'altra di uccidere (Orloff). Nell'assegnazione delle armi la natura dei due colleghi (presto ex) è palesata, il loro destino da avversari ormai scolpito nella roccia.
Se la conoscenza, lo stupore, il senso della curiosità e il piacere della divulgazione sono i motori che muovono il nostro protagonista, Orloff è di contro mosso da avidità e smania di potere.
Sul finale della storia la presentazione di Orloff e lo scontro con Mystère finiscono per mangiarsi anche l'affascinante teoria per la quale Egizi e Maya incrociarono le loro strade e le loro culture.
È solo a pagina 35 che inizia la storia che dà il titolo all'albo, Operazione Arca viene portata a termine in poco più di una sessantina di pagine da Castelli e Ricci senza che la vicenda narrata soffra di passaggi frettolosi e senza dare l'impressione di essere stata poco approfondita.
L'argomento in questo caso è la ricerca dell'arca perduta, nella fattispecie l'arca di Noè. Come spiega il professor Berger a Martin Mystère e Java, in tutte le tradizioni e religioni più conosciute si parla del diluvio (o di una catastrofe legata all'acqua e all'inondazione), dal cristianesimo alla tradizione degli indios dell'Amazzonia, dai miti australiani fino a quelli islandesi. Bene, il professore sostiene di aver trovato l'arca sepolta all'interno del monte Ararat, chiede così a Mystère di partecipare a una spedizione per ottenere conferma. Ma dietro a questa iniziativa si celano le macchinazioni della CIA, dell'FBI (rappresentata da Bud Spencer?) e trame da guerra fredda tra sovietici e U.S.A.
In mezzo a questo parapiglia ci sarà l'occasione per i protagonisti di capire qualcosa in più sulla famosa arca e per Mystère di far luce e trovare qualche conferma su alcune delle sue teorie più rivoluzionarie, ma il momento di divulgarle non è ancora arrivato.
Nel terzo albo di Martin Mystère si conclude l'avventura iniziata nel numero precedente, La vendetta di Ra. Il finale della storia e l'incontro con la nemesi Sergej Orloff è l'occasione buona per l'accoppiata Castelli e Alessandrini per narrare al lettore alcuni dei retroscena del rapporto tra i due studiosi che, con il passare del tempo, hanno intrapreso strade così diverse l'una dall'altra.
Veniamo a sapere così dei trascorsi italiani del buon vecchio zio Marty, filone che verrà in seguito ripreso in maniera più approfondita sulla serie che dedicherà diversi numeri proprio ai misteri italiani, di quelli indiani e dell'apprendistato in Tibet presso il maestro Kut Humi. Finalmente qualcosa in più viene rivelato anche sulle due pistole avveniristiche consegnate ai due, una capace di stordire (in possesso di Mystère) l'altra di uccidere (Orloff). Nell'assegnazione delle armi la natura dei due colleghi (presto ex) è palesata, il loro destino da avversari ormai scolpito nella roccia.
Se la conoscenza, lo stupore, il senso della curiosità e il piacere della divulgazione sono i motori che muovono il nostro protagonista, Orloff è di contro mosso da avidità e smania di potere.
Sul finale della storia la presentazione di Orloff e lo scontro con Mystère finiscono per mangiarsi anche l'affascinante teoria per la quale Egizi e Maya incrociarono le loro strade e le loro culture.
È solo a pagina 35 che inizia la storia che dà il titolo all'albo, Operazione Arca viene portata a termine in poco più di una sessantina di pagine da Castelli e Ricci senza che la vicenda narrata soffra di passaggi frettolosi e senza dare l'impressione di essere stata poco approfondita.
L'argomento in questo caso è la ricerca dell'arca perduta, nella fattispecie l'arca di Noè. Come spiega il professor Berger a Martin Mystère e Java, in tutte le tradizioni e religioni più conosciute si parla del diluvio (o di una catastrofe legata all'acqua e all'inondazione), dal cristianesimo alla tradizione degli indios dell'Amazzonia, dai miti australiani fino a quelli islandesi. Bene, il professore sostiene di aver trovato l'arca sepolta all'interno del monte Ararat, chiede così a Mystère di partecipare a una spedizione per ottenere conferma. Ma dietro a questa iniziativa si celano le macchinazioni della CIA, dell'FBI (rappresentata da Bud Spencer?) e trame da guerra fredda tra sovietici e U.S.A.
In mezzo a questo parapiglia ci sarà l'occasione per i protagonisti di capire qualcosa in più sulla famosa arca e per Mystère di far luce e trovare qualche conferma su alcune delle sue teorie più rivoluzionarie, ma il momento di divulgarle non è ancora arrivato.
lunedì 11 aprile 2016
LA VENDETTA DI RA
(di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini)
Per questo secondo appuntamento con i vecchi albi di Martin Mystère, più che sulla storia in sé, vorrei spendere due parole su alcuni degli elementi chiave che hanno contribuito a decretare poi il successo dell'albo del buon vecchio zio Marty. Ricordiamo intanto che si era al principio degli anni '80 e che ogni singolo albo costava 700 delle vecchie lire. Del look del personaggio e della cifra artistica della serie, a partire dalle copertine, abbiamo già accennato la volta scorsa a proposito del lavoro di Alessandrini. Da dove partire dunque? A rischio di ripetersi un pochettino prendiamola pure larga ribadendo l'approccio cultural misterioso alle storie, capaci di garantire e amalgamare al meglio il piacere della conoscenza (fruibile come mero intrattenimento ma anche come spunto per approfondimenti vari) al thrilling del mistero. I misteri trattati nei vari albi acquistano grande fascino soprattutto in virtù del fatto di essere basati su teorie realmente ipotizzate da studiosi e archeologi e su dilemmi sui quali ancora oggi spesso non è stata fatta piena chiarezza. Se a tutto questo aggiungiamo l'interpretazione fantastica e avvincente data da Castelli ai diversi argomenti trattati il gioco è bello che fatto.
Nell'albo in questione ad esempio Martin e Java sono alle prese con la teoria che vuole gli abitanti dell'antico Egitto capaci di viaggiare oltre oceano procurando di conseguenza contatti e influenze culturali tra la loro civiltà e quelle Maya del Centro America. Un primo elemento si identifica quindi con una matrice divulgativa e portatrice di conoscenza. Infatti, oltre ad approfondire le teorie attorno alle quali ruotano le storie, non è inusuale grazie alla lettura di Martin Mystère ampliare il proprio sapere nelle materie più disparate: storia, geografia, curiosità, antiche civiltà, etc...
Ma non di sola cultura vive l'uomo, ecco quindi la giusta dose di azione e intrighi che si confà al fumetto popolare italiano (e non solo). Secondo elemento interessante, proprio in quest'ottica, sono gli avversari che dopo solo un paio di numeri si propongono come agguerriti e insidiosi. Abbiamo già detto degli uomini in nero, in questo numero appare per la prima volta, prima celato e poi in tutto il suo splendore, l'arcinemico Sergej Orloff, un tipaccio di cui ancora poco si conosce se non la certezza di turbolenti trascorsi col nostro Mystère. Già da questo numero la presenza di Orloff, seppur velata per l'intero albo, risulta già incombente e minacciosa.
Diversi sono invece i tormentoni che andranno a caratterizzare la serie spesso sobbarcandosi il compito di sdrammatizzare, divertire e fungere da interludio. Vediamone qualcuno. Spesso il protagonista, a causa della sua professione di scrittore misterioso (poi di divulgatore televisivo), verrà tacciato di cialtroneria dai più scettici, questo non impedirà al buon Martin di essere ambito tra le esponenti del gentil sesso (tanto le giovani quanto le vecchie). Da qui la ricorrente gelosia della bellissima fidanzata Diana, tanto collerica quanto incline alle pubbliche scenate.
Non sono secondari gli elementi scenici come la bella casa nell'elegante sede di Washington Mews al numero 3 (New York) e la Ferrari guidata dal protagonista. Spostandoci nel campo del fantastico si può accennare alle due pistole, altro elemento in comune tra loro, possedute da Mystère e da Orloff di fattura indubbiamente aliena.
Altro tema fondamentale è il viaggio, l'esplorazione e la conoscenza di luoghi lontani ed esotici. In soli due numeri abbiamo già visitato New York, la Grecia, fatto un salto in Messico e in Guatemala (con tanto di incontro con un attempato Jerry Drake) per poi approdare in Belize.
Insomma, gli elementi per imbastire storie valide e divertenti sono molti, Castelli e Alessandrini hanno saputo sfruttarli al meglio per diverso tempo, ma soprattutto Martin Mystère rappresenta il fascino della conoscenza, un fascino praticamente inesauribile.
Per questo secondo appuntamento con i vecchi albi di Martin Mystère, più che sulla storia in sé, vorrei spendere due parole su alcuni degli elementi chiave che hanno contribuito a decretare poi il successo dell'albo del buon vecchio zio Marty. Ricordiamo intanto che si era al principio degli anni '80 e che ogni singolo albo costava 700 delle vecchie lire. Del look del personaggio e della cifra artistica della serie, a partire dalle copertine, abbiamo già accennato la volta scorsa a proposito del lavoro di Alessandrini. Da dove partire dunque? A rischio di ripetersi un pochettino prendiamola pure larga ribadendo l'approccio cultural misterioso alle storie, capaci di garantire e amalgamare al meglio il piacere della conoscenza (fruibile come mero intrattenimento ma anche come spunto per approfondimenti vari) al thrilling del mistero. I misteri trattati nei vari albi acquistano grande fascino soprattutto in virtù del fatto di essere basati su teorie realmente ipotizzate da studiosi e archeologi e su dilemmi sui quali ancora oggi spesso non è stata fatta piena chiarezza. Se a tutto questo aggiungiamo l'interpretazione fantastica e avvincente data da Castelli ai diversi argomenti trattati il gioco è bello che fatto.
Nell'albo in questione ad esempio Martin e Java sono alle prese con la teoria che vuole gli abitanti dell'antico Egitto capaci di viaggiare oltre oceano procurando di conseguenza contatti e influenze culturali tra la loro civiltà e quelle Maya del Centro America. Un primo elemento si identifica quindi con una matrice divulgativa e portatrice di conoscenza. Infatti, oltre ad approfondire le teorie attorno alle quali ruotano le storie, non è inusuale grazie alla lettura di Martin Mystère ampliare il proprio sapere nelle materie più disparate: storia, geografia, curiosità, antiche civiltà, etc...
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| La scenata di Diana |
Diversi sono invece i tormentoni che andranno a caratterizzare la serie spesso sobbarcandosi il compito di sdrammatizzare, divertire e fungere da interludio. Vediamone qualcuno. Spesso il protagonista, a causa della sua professione di scrittore misterioso (poi di divulgatore televisivo), verrà tacciato di cialtroneria dai più scettici, questo non impedirà al buon Martin di essere ambito tra le esponenti del gentil sesso (tanto le giovani quanto le vecchie). Da qui la ricorrente gelosia della bellissima fidanzata Diana, tanto collerica quanto incline alle pubbliche scenate.
Non sono secondari gli elementi scenici come la bella casa nell'elegante sede di Washington Mews al numero 3 (New York) e la Ferrari guidata dal protagonista. Spostandoci nel campo del fantastico si può accennare alle due pistole, altro elemento in comune tra loro, possedute da Mystère e da Orloff di fattura indubbiamente aliena.
Altro tema fondamentale è il viaggio, l'esplorazione e la conoscenza di luoghi lontani ed esotici. In soli due numeri abbiamo già visitato New York, la Grecia, fatto un salto in Messico e in Guatemala (con tanto di incontro con un attempato Jerry Drake) per poi approdare in Belize.
Insomma, gli elementi per imbastire storie valide e divertenti sono molti, Castelli e Alessandrini hanno saputo sfruttarli al meglio per diverso tempo, ma soprattutto Martin Mystère rappresenta il fascino della conoscenza, un fascino praticamente inesauribile.
giovedì 17 marzo 2016
GLI UOMINI IN NERO
(di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini)
Se, come dicevo nel post dedicato al primo numero di Dylan Dog, nell'86 avevo poco più di undici anni e pochi soldi in tasca, nell'aprile del 1982 di anni non ne avevo neanche sette e i soldi a malapena sapevo a cosa servissero (ah, che bei tempi). Forse è in quella data, ancor più che con la successiva uscita nelle edicole italiane dell'indagatore dell'incubo, che in casa Bonelli cambiò qualcosa, proprio grazie al primo albo di Martin Mystère: Gli uomini in nero.
Si passava dall'avventura classica ai generi, dal western di Tex e dalle peripezie di Zagor e Mister No (che qualche spallata già l'aveva data), ai temi colti di Martin Mystere, all'horror di Dylan Dog, alla fantascienza di Nathan Never, al poliziesco di Nick Raider e così via. I protagonisti diventavano più complessi, le atmosfere e le psicologie meglio costruite, la proposta andava a variegarsi.
A prescindere dall'età anagrafica di ciascuno di noi, a prescindere dalle storie che oggi leggiamo con maggiore piacere rispetto ad altre, a dispetto dei generi trattati, ognuno di noi appassionati di fumetto, chi più chi meno, porta nel cuore il suo personaggio Bonelli, quello al quale è più legato. Per mio padre questi è sicuramente Tex, per lo zio che foraggiava i primi albi negli anni dell'infanzia sarà stato con tutta probabilità il Comandante Mark, per me è Martin Mystère. Nonostante siano anni che non leggo più le sue avventure a tutt'oggi rimane il mio personaggio Bonelli. All'epoca, quando lo leggevo con regolarità, oltre a divertirmi e intrattenermi mi dava l'impressione di insegnarmi un mucchio di cose. Ovviamente l'incontro con Martin avvenne ad avventura editoriale già inoltrata, poi il recupero dei Tutto Mystère, etc...
Ora, a mente fredda, l'esordio del buon vecchio zio Marty mi sembra non abbia la forza che riesco ancora ad attribuire a un albo come L'alba dei morti viventi del collega Dylan Dog. A fare la differenza è proprio la necessità di calarsi con calma nelle vicende di Mystère, di coglierne tutti gli spunti legati alla nostra realtà e ai misteri della nostra Storia, di capire il motore che muove i personaggi (caratteristica comune a diverse serie a dire il vero) e, in questo primo albo soprattutto, carpire qualche elemento chiave.
Quello fondamentale qui sono gli uomini in nero, organizzazione con ramificazioni praticamente ovunque dedita a preservare lo status quo, il potere consolidato. In un mondo fatto di misteri e relative scoperte, alcune delle quali capaci di cambiare o evolvere le conoscenze a disposizione dell'umanità, ci sarà sempre chi gioca sull'assunto che sapere è potere, di contro, ovviamente non sapere è non potere. Non potere cambiare le cose, non potere dare maggiori possibilità ai più, l'imperativo è quindi occultare, insabbiare, preservare. Per questo ci sono gli uomini in nero.
Castelli si prende i suoi tempi per costruire la storia, quindici pagine di prologo e altre venti di sequenza subacquea solo al termine della quale vedremo per la prima volta in volto Martin Mystère e il sodale Java. Dal Mar delle Azzorre ai monti della Grecia sarà il mito del continente perduto a farla da padrone in questa prima avventura nella quale Mystère si troverà di fronte la temibile organizzazione, mentre molte basi di quella che sarà una serie di grande successo vengono gettate da Castelli e Alessandrini che già dal primo numero crea lo stile grafico di riferimento per il personaggio, sua la versione che più o meno tutti ricordano ancora oggi dopo tanti anni, e il prossimo Aprile (2017) ne saranno passati trentacinque da quel lontano esordio.
Se, come dicevo nel post dedicato al primo numero di Dylan Dog, nell'86 avevo poco più di undici anni e pochi soldi in tasca, nell'aprile del 1982 di anni non ne avevo neanche sette e i soldi a malapena sapevo a cosa servissero (ah, che bei tempi). Forse è in quella data, ancor più che con la successiva uscita nelle edicole italiane dell'indagatore dell'incubo, che in casa Bonelli cambiò qualcosa, proprio grazie al primo albo di Martin Mystère: Gli uomini in nero.
Si passava dall'avventura classica ai generi, dal western di Tex e dalle peripezie di Zagor e Mister No (che qualche spallata già l'aveva data), ai temi colti di Martin Mystere, all'horror di Dylan Dog, alla fantascienza di Nathan Never, al poliziesco di Nick Raider e così via. I protagonisti diventavano più complessi, le atmosfere e le psicologie meglio costruite, la proposta andava a variegarsi.
A prescindere dall'età anagrafica di ciascuno di noi, a prescindere dalle storie che oggi leggiamo con maggiore piacere rispetto ad altre, a dispetto dei generi trattati, ognuno di noi appassionati di fumetto, chi più chi meno, porta nel cuore il suo personaggio Bonelli, quello al quale è più legato. Per mio padre questi è sicuramente Tex, per lo zio che foraggiava i primi albi negli anni dell'infanzia sarà stato con tutta probabilità il Comandante Mark, per me è Martin Mystère. Nonostante siano anni che non leggo più le sue avventure a tutt'oggi rimane il mio personaggio Bonelli. All'epoca, quando lo leggevo con regolarità, oltre a divertirmi e intrattenermi mi dava l'impressione di insegnarmi un mucchio di cose. Ovviamente l'incontro con Martin avvenne ad avventura editoriale già inoltrata, poi il recupero dei Tutto Mystère, etc...
Ora, a mente fredda, l'esordio del buon vecchio zio Marty mi sembra non abbia la forza che riesco ancora ad attribuire a un albo come L'alba dei morti viventi del collega Dylan Dog. A fare la differenza è proprio la necessità di calarsi con calma nelle vicende di Mystère, di coglierne tutti gli spunti legati alla nostra realtà e ai misteri della nostra Storia, di capire il motore che muove i personaggi (caratteristica comune a diverse serie a dire il vero) e, in questo primo albo soprattutto, carpire qualche elemento chiave.
Quello fondamentale qui sono gli uomini in nero, organizzazione con ramificazioni praticamente ovunque dedita a preservare lo status quo, il potere consolidato. In un mondo fatto di misteri e relative scoperte, alcune delle quali capaci di cambiare o evolvere le conoscenze a disposizione dell'umanità, ci sarà sempre chi gioca sull'assunto che sapere è potere, di contro, ovviamente non sapere è non potere. Non potere cambiare le cose, non potere dare maggiori possibilità ai più, l'imperativo è quindi occultare, insabbiare, preservare. Per questo ci sono gli uomini in nero.
Castelli si prende i suoi tempi per costruire la storia, quindici pagine di prologo e altre venti di sequenza subacquea solo al termine della quale vedremo per la prima volta in volto Martin Mystère e il sodale Java. Dal Mar delle Azzorre ai monti della Grecia sarà il mito del continente perduto a farla da padrone in questa prima avventura nella quale Mystère si troverà di fronte la temibile organizzazione, mentre molte basi di quella che sarà una serie di grande successo vengono gettate da Castelli e Alessandrini che già dal primo numero crea lo stile grafico di riferimento per il personaggio, sua la versione che più o meno tutti ricordano ancora oggi dopo tanti anni, e il prossimo Aprile (2017) ne saranno passati trentacinque da quel lontano esordio.
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