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sabato 10 agosto 2024

YAKUZA APOCALYPSE

(di Takashi Miike, 2015)

È davvero difficile inquadrare un regista come Takashi Miike o anche solo ipotizzare cosa possa passargli per la testa quando decide di girare un film. Il regista giapponese, classe 1960, può contare su una filmografia quasi sterminata che, prendendo in considerazione i soli lungometraggi prodotti per cinema e televisione, inanella qualcosa come una novantina di opere alle quali vanno aggiunti cortometraggi, serie e miniserie tv e anche un paio di spettacoli teatrali, una mente iper prolifica per valutare l'ingegno della quale si dovrebbe analizzare un monte ore di girato proibitivo, cosa che io non ho fatto nemmeno in minima parte avendo all'attivo giusto qualche titolo e la sua incursione nei Masters of Horror di qualche tempo fa (2005). In qualche modo però i film visionati, il Dead or alive del 1999 ad esempio, non mancano di attitudini comuni che possono divertire lo spettatore così come lasciarlo perplesso e spaesato se non addirittura infastidito. Yakuza Apocalypse è un miscuglio di elementi che vede Miike unire il gangster movie con uno scenario dove la Yakuza la fa da padrona, all'horror (blando) a tema vampirico, il grottesco e il fantastico con personaggi surreali e spiazzanti a un piglio citazionista che arriva a riecheggiare da lontano temi e personaggi del western revisionista che fu, con un occhio di riguardo al nostrano Django di Sergio Corbucci. Ad ogni modo...

Genyo Kamiura (Lily Frank) è un boss della Yakuza che gestisce con mano ferma ma giusta il suo territorio; l'uomo rispetta e fa rispettare ai suoi sottoposti un codice d'onore per il quale i civili del suo territorio non vanno toccati, anzi, il boss tenta quando possibile di dare una mano agli abitanti della zona che è caduta in una seria fase di recessione economica. Quando il giovane Akira Kageyama (Hayato Hichihara) incontra per la prima volta il boss e vede in un bagno pubblico il suo tatuaggio di appartenenza all'organizzazione, decide di voler diventare anche lui uno yakuza e si mette a servizio di Kamiura. Un giorno, dopo un periodo lungo il quale Kageyama ha preso confidenza con il suo ruolo, un'organizzazione che arriva da fuori territorio manda due strani individui a intimare Kamiura di rientrare nel giro e lasciar perdere il suo buonismo. Questi sono Bateren (Tei Ryushin), una sorta di prete ottocentesco che gira con una piccola bara (omaggio a Django?) contenente un fucile ad impulsi elettrici (?), e Kyoken (Yayan Ruhian), un letale combattente dal look improbabile. Nello scontro viene fuori che Kamiura è una sorta di vampiro che ha abiurato la sua sete di sangue, nel momento del bisogno contagia il suo discepolo Kageyama per dargli una possibilità di sopravvivenza e vendetta. Inizierà uno scontro senza quartiere dagli sviluppi imprevedibili e molto lontani dall'avere il più blando sentore di senso compiuto.

C'è poco da dire, il film in sé non avrebbe nessun motivo di essere, eppure alcune sequenze sono demenzialmente magnifiche. La prima comparsa dell'uomo rana (un tizio in un costume da rana tipo quello del Gabibbo) che si rivela essere un combattente con i fiocchi è impagabile, così come quella dello scontro tra il ranocchio e Kageyama, semplicemente da applausi seppur senza senso alcuno. Miike, come già fatto in passato, sembra non darsi nessun confine né limiti, mischia arti marziali, folklore giapponese con tocco demente, sequenze grottesche e completamente libere da freni, personaggi surreali e situazioni assurde. Come poter dimenticare il folletto kappa con l'alitosi o quella sorta di prete becchino che si porta la cassa da morto sulle spalle come fosse uno zainetto, il capo yakuza interpretato da Reiko Takashima alla quale si scioglie il cervello che di tanto in tanto spruzza fuori dalle orecchie o il ragazzino imbestialito munito di ascia. È un cinema di pura anarchia, una commistione di generi che non va, e probabilmente non a interesse ad andare, da nessuna parte; Miike gira bene, è consapevole di quel che realizza e ha tutte le carte in regola per costruire dell'ottimo cinema che è però troppo fuori dagli schemi, almeno in questo come in altri casi, per essere preso sul serio, alla sensibilità di ogni spettatore quanto il cinema di Miike, che è sicuramente fuori dai fogli, possa calzargli a pennello. Probabilmente Miike (e per fortuna) non lo si può addomesticare, Yakuza Apocalypse è probabile non rientri nella lista dei top film di nessuno, eppure è possibile che, con il taglio di qualche minuto, il film avrebbe potuto anche rivelarsi una piacevole visione per una fetta di pubblico abitualmente uso ad altre suggestioni. Per chi ama le cose fuori da ogni schema.

giovedì 28 agosto 2014

DEAD OR ALIVE

(Deddo oa araibu: Hanzaisha di Takashi Miike, 1999)

Dando un'occhiata in giro per la rete mi è sembrato che a proposito di Dead or alive di Takashi Miike non si possa fare a meno di parlare della tonitruante sequenza iniziale del film e della sorprendente (per idiozia?) scena conclusiva. Questo perché probabilmente tutto quello che sta nel mezzo non è poi così degno di nota, dovute eccezioni a parte ovviamente. Non sapevo cosa aspettarmi dal cinema di Miike, lo sapevo eccessivo ma al momento l'unica visione che mi ero concesso tra le numerosissime opere del regista giapponese era stata quella di un episodio (quello si bello tosto) della serie collettiva Masters of horror.

Partiamo dall'inizio allora. L'apertura, in effetti originale, vede i due antagonisti e protagonisti del film, Ryuchi (Riki Takeuchi) e Jojima (Sho Aikawa) accovacciati sulla sponda di un fiume cittadino nell'atto di declamare un breve conto alla rovescia alla fine del quale parte, supportata da una colonna sonora incalzante e tamarra, la scena iniziale di cui sopra. Montaggio (post?)moderno, ritmi sincopati, saturazione dell'eccesso per un risultato d'effetto che mi è sembrato però più stucchevole che provocatorio o realmente disturbante, una composizione barocca non nella migliore accezione del termine. In sei minuti sei abbiamo: omicidi, defenestrazioni, sangue, morti, droga, sesso, criminali tamarri, locali di lap dance, prepotenze, streap tease, musica, coca, cibo, sodomia, sgozzamenti, ancora sangue, sparatorie, distruzione, schifo e almeno una battuta d'effetto. Tutto scandito dal ritmo della musica e dal montaggio di cui sopra, una sorta di dichiarazione d'intenti estrema che solo in minima parte verrà mantenuta nel corso del film. Il tono spesso grottesco di immagini e situazioni stemperano la ferocia del contesto, con il passare dei minuti il film si normalizza (e questo non sarebbe neanche un male) lasciando campo all'intreccio e alle vicende personali dei due protagonisti, in particolar modo a quelle dell'ispettore di polizia Jojima.


Ryuchi è un cane sciolto d'origine cinese che con i suoi amici tenta la scalata al potere nell'ambiente della malavita. Di fronte si troverà un'alleanza tra yakuza giapponesi e triadi cinesi. Abituati ad avere campo libero, le varie forze del male si indispettiranno per le intrusioni dell'ispettore Jojima. Lo scontro tra i due avversari sarà inevitabile e tutto si risolverà nella già citata scena finale. Nel mezzo un po' di caratterizzazione spicciola dei protagonisti, qualche scena forte almeno nelle intenzioni e anche qualche sprazzo di noia probabilmente dovuta all'accumulo.

Poi c'è quella scena finale che ha veramente del demente, non ve la anticipo tranquilli, mal realizzata visivamente e con un paio di uscite da manicomio, una di quelle scene che ti fa lanciare il telecomando urlando un bel "ma va a cagare, va!".

La ciliegina sulla torta. Spulcio su wikipedia per leggermi due dati, nomi degli attori, etc... e cosa leggo? Attenzione, testuali parole: Dead or alive, nelle intenzioni dei produttori, doveva essere la versione giapponese di Heat - La sfida. Coooooooooosa? Vabbè, ora vi lascio, vado in bagno a creare la mia versione personale della cioccolata Venchi.


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