(Fort Apache di John Ford, 1948)
Dell’importanza della figura di John Ford per quel che riguarda il western e il cinema classico americano, abbiamo già parlato in occasione del pezzo su Ombre rosse, film che precede cronologicamente Il massacro di Fort Apache di circa un decennio. Come per il film precedente, anche qui Ford è consapevole di star rovistando nella materia del mito più che in quella della Storia o della mera cronaca. Il massacro di Fort Apache è ispirato alle gesta del Generale Custer e alla disfatta terribile subita dalla cavalleria americana durante la battaglia di Little Bighorn per mano di un’alleanza di tribù di nativi americani. Se in Ombre rosse, al di là della trama avventurosa e sentimentale, si assisteva a un’interessante riflessione sulle classi sociali e sulla civilizzazione di un territorio ancora libero da troppi vincoli e regolamenti, ne Il massacro di Fort Apache Ford si concentra sui valori della collaborazione, della comunità, dello spirito di corpo, dell’amicizia e dell’appartenenza (anche quando questa deve coprire qualcosa di profondamente sbagliato). Nonostante la scelta, se vogliamo anche discutibile, che il personaggio interpretato da John Wayne prende sul finale del film, sembrano abbastanza campate per aria le rimostranze mosse al film di Ford, a detta di qualcuno propagandistico e finanche poco ricevibile. Al contrario si vede qui una delle prime significative aperture nei confronti del popolo nativo, corrotto e traviato dalle cattive abitudini e dall’opportunismo dei bianchi (nella fattispecie il responsabile degli affari indiani Silas Meacham), così come le colpe dello scontro che porteranno al massacro finale ricadono in larga misura sul colonnello Turner dell’esercito degli Stati Uniti e non sugli indiani di Cochise (Miguel Inclán).A Fort Apache giunge il tenente colonnello Owen Turner (Henry Fonda), ufficiale inflessibile e ambizioso, destinato ad assumere il comando del presidio dopo una carriera compromessa da precedenti insuccessi. Questi è accompagnato dalla giovane figlia Philadelphia (Shirley Temple) che ben presto prenderà in simpatia il giovane tenente Michael O'Rourke (John Agar), rapporto fin da subito ostacolato da Turner. La vita del forte scorre secondo ritmi pacati fatti di abitudini quotidiane e rapporti di amicizia e collaborazione tra i soldati e relative famiglie: l'addestramento delle reclute, le esercitazioni, i momenti di svago, le cerimonie e i rapporti con gli ufficiali. Quando le tensioni con gli Apache guidati da Cochise si intensificano, Turner sceglie la via dello scontro, ignorando sia l'esperienza del capitano Kirby York (John Wayne) sia i suoi ragionevoli tentativi di mediazione. L'ostinazione dell'ufficiale finirà per trascinare i suoi uomini verso una tragedia annunciata, trasformando una sconfitta militare in una leggenda destinata a sopravvivere ben oltre la portata dei fatti reali.
Con Il massacro di Fort Apache John Ford inaugura quella che verrà definita la "trilogia della cavalleria", completata da I cavalieri del Nord Ovest e Rio Bravo. Pur senza rinunciare alla dimensione epica, Ford introduce uno sguardo più onesto nei confronti dei nativi americani, rappresentati con una dignità insolita per il western dell'epoca. Cochise e i suoi uomini non sono semplicemente una minaccia da eliminare, ma interlocutori con cui sarebbe possibile trovare un accordo, prospettiva caldeggiata dal personaggio equilibrato di John Wayne, resa vana dall'orgoglio votato al riscatto del Turner interpretato da Henry Fonda che offre forse l'interpretazione più memorabile del film, costruendo un personaggio rigido e tragico che finisce per oscurare persino la presenza rassicurante di John Wayne, qui investito soprattutto di una funzione morale. Ford sembra dividere il film in due parti, dove la prima è dedicata alla presentazione dei personaggi, al nascere delle simpatie tra Philadelphia e O’Rourke, all’addestramento dei soldati ritratto a più riprese in chiave comica e a tutto ciò che riguarda la vita del forte e i legami tra uomini onesti e di valore. La seconda è dedicata allo scontro, alle dinamiche sequenze d’azione e alle conseguenze di una scelta scellerata che, e qui sta il nocciolo da cui nascono le critiche, il capitano Kirby York decide di “coprire”. È quello spirito di corpo che, quando non gestito adeguatamente, crea mostri e disastri, lo vediamo accadere ancora oggi in seno alle forze dell’ordine. Sul piano visivo Ford trova nella Monument Valley uno scenario ancora una volta fondamentale, valorizzato dalla fotografia di Archie Stout, che conferisce agli esterni una qualità quasi pittorica. L'alternanza tra campi lunghi, totali e primi piani contribuisce inoltre a mettere in relazione il destino dei singoli con la vastità del paesaggio e con il movimento della Storia, in uno dei western più complessi e ambigui del regista, capace di celebrare il mito della cavalleria e al tempo stesso di interrogarsi criticamente sulle sue conseguenze.




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