sabato 20 giugno 2026

PER UNO SOLO DEI MIEI DUE OCCHI

(Nekam achat mishtey eynay, di Avi Mograbi, 2005)

Documentari come Per uno solo dei miei due occhi sembrano, purtroppo, essere sempre opere di grande attualità; nonostante il film del regista israeliano Avi Mograbi sia stato prodotto ormai più di vent’anni fa, se guardiamo la situazione internazionale, focalizzandoci sulla Striscia di Gaza, in fin dei conti sembra di essere ancora fermi lì, anzi, sembra che le cose siano oggi decisamente peggiorate. La razza umana non impara proprio mai, ci vuole davvero poco a rendersene conto. Era il 2005, si era alla fine della seconda intifada, in un periodo in cui tra i vertici dei popoli israeliano e palestinese figuravano rispettivamente Ariel Sharon e Yasser Arafat. Mograbi, israeliano, mostra come il suo stesso popolo, il suo esercito, i suoi governanti, adottino nei confronti del popolo palestinese, non soltanto come risposta alla serie di attacchi terroristici che in quegli anni costarono la vita a numerosi civili israeliani, un atteggiamento prepotente e punitivo. Attraverso le parole di un suo amico palestinese, il regista ci lascia intendere con buona dose di chiarezza come il comportamento sistematico di Israele stesse portando moltissimi giovani palestinesi a radicalizzarsi e a cercare una soluzione violenta al conflitto con gli israeliani. Perché quando rendono la tua vita impossibile, quando ti tolgono tutto ciò per cui vale la pena vivere, quale può essere la paura di morire in un attentato suicida? Quale può essere il motivo capace di impedire a un giovane di compiere l’insano gesto? È la conseguenza della stupida convinzione che solo la propria vita conti, che solo la propria gente conti, che solo la propria cultura conti, che solo la propria religione conti, che solo la propria terra conti, e che il resto sia tutto senza valore, comprese le vite degli altri.

Sono tre le linee del racconto che il documentarista Avi Mograbi decide di seguire per costruire il suo film. La prima è legata ai miti di Israele come quello di Sansone e quello di Masada. Gruppi di israeliani predicano ad ascoltatori diversi, spesso gruppi di giovani, facendo riferimento all’episodio in cui Sansone, accecato dai filistei, chiede a Dio di dargli la forza per abbattere il tempio in cui è imprigionato facendo così morire, insieme a lui, tutti i suoi nemici. È in questa occasione che Sansone pronuncia la frase “per uno solo dei miei due occhi”. Altro racconto ricorrente è quello degli occupanti la fortezza di Masada che resistettero a un lungo assedio da parte dell’esercito romano e, una volta vistisi sconfitti, decisero di togliersi la vita piuttosto che sottomettersi all’invasore. Sono miti che alimentano la spirale di violenza e vendetta, in particolar modo quello di Sansone, che impedisce  alla terra abitata da israeliani e palestinesi di trovare pace. Al torto, alla violenza, si risponde con atti estremi, con altra violenza, cosa che per un Paese meglio armato ed economicamente più avanzato come quello di Israele, diventa viatico di prepotenze e vessazioni sulla gente di Palestina, anche tutta quella estranea ad atti violenti. La seconda linea narrativa è proprio questa, le condizioni di vita impossibili a cui sono costretti i palestinesi da parte dell’esercito israeliano: confini chiusi, bambini impossibilitati a tornare a casa da scuola, ambulanze che non riescono a soccorrere donne in difficoltà, abusi e prepotenze perpetrate con pretesti vari e di poco conto. Tutta l’amarezza del palestinese medio traspare sia dalle immagini sia dalla terza linea narrativa, quella focalizzata sulle telefonate tra Mograbi e un suo caro amico palestinese, stanco della vita, pronto alla morte pur di liberarsi da questo strazio a cui Israele ha condannato il suo popolo.

Mograbi chiude il suo documentario con una bellissima dedica che è anche, in qualche modo, un augurio per il futuro: “A mio figlio e ai suoi amici che rifiutano di imparare ad uccidere”. È un augurio che purtroppo molti, come abbiamo avuto modo di constatare, non hanno colto, la terra di Palestina continua a essere martoriata dall’odio e dalla violenza. Mograbi attraversa con calma il suo documentario, fino al finale quando una giusta collera lo assale e lo porta a inveire con toni più accesi contro rappresentanti ottusi dell’esercito del suo stesso Paese. Il primo piano su una bambina che piange esausta, forse scelta facile, colpisce più di tanto altro, ma in fondo dietro le scelte di spietata politica internazionale e di odio etnico, ci sono persone, bambini, a cui è impedito vivere, tutto ciò Per uno solo dei miei due occhi non ha paura di mostrarlo.

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