(di Edoardo Winspeare, 2008)
Nel corso della sua carriera, Edoardo Winspeare è riuscito a costruire un rapporto talmente stretto con la sua terra d’origine da renderla qualcosa di più di una semplice ambientazione. Non è una questione meramente geografica: non è solo l’atto del piazzare una macchina da presa in un luogo specifico per poterne rivendicare l’appartenenza; è piuttosto la capacità manifesta di cogliere le trasformazioni di un territorio, di registrarne le ferite, le contraddizioni, i cambiamenti sociali e culturali. In questo senso il Salento di Edoardo Winspeare non è molto diverso dalla Roma di Pasolini o da certe periferie laziali raccontate dai fratelli D’Innocenzo (giusto per rimanere in Italia): territori che diventano progressivamente luoghi dell'anima. Galantuomini arriva nel 2008, dopo lavori come Pizzicata e Sangue vivo, e mostra un volto della Puglia molto distante dall’immagine da cartolina che in altre opere è stato venduta e poi consumata a beneficio del turismo di massa (anche grazie alla crescente esposizione cinematografica e televisiva della regione). Il Salento raccontato da Winspeare è un territorio attraversato da tensioni profonde, un luogo nel quale la criminalità organizzata ha ormai smesso di essere un problema distante e marginale per diventare parte integrante della realtà quotidiana. Meno nota delle più cinematografiche Mafia e Camorra, la Sacra Corona Unita assurge qui a protagonista di un racconto attraversato da violenza, ambiguità morali e da quella peculiare ingenuità provinciale che Winspeare coglie con notevole precisione. Ne nasce un film riuscito, personale e più complesso di quanto una prima visione possa lasciar intuire.Ignazio (Fabrizio Gifuni), Lucia (Donatella Finocchiaro) e Fabio (Lamberto Probo) sono tre amici cresciuti insieme nelle estati assolate della Lecce degli anni Sessanta. Circa tre decenni dopo, Ignazio è diventato un magistrato ed è tornato nella sua terra dopo anni trascorsi al Nord. Lucia, per la quale Ignazio ha sempre avuto un debole, è diventata, all’insaputa dei suoi amici, una figura importante all'interno della Sacra Corona Unita. Fabio, caduto nel vizio della droga, morirà tragicamente a causa di una dose fatale. La morte dell’amico, unita al suo profondo senso di giustizia, porterà Ignazio a indagare sul traffico di droga nel leccese e su alcune morti legate all’eroina e alla criminalità organizzata, affiancato dalla sua collaboratrice Laura Muratori (Gioia Spaziani). Durante le indagini il magistrato si avvicinerà alla sua vecchia amica per la quale si riaccende la fiamma di un amore mai del tutto scomparso, ma le vite che hanno scelto di condurre e i principi che le guidano finiranno inevitabilmente per entrare in collisione una volta che le carte saranno finalmente scoperte.
Quella di Galantuomini è una struttura narrativa che potrebbe facilmente prestarsi ai meccanismi del poliziesco o del film giudiziario, ma Winspeare, per fortuna, sembra interessato ad altro. La criminalità, pur importante, non costituisce il vero centro emotivo dell'opera; ciò che interessa al regista è osservare il modo in cui il tempo modifica persone, rapporti e prospettive, lasciando dietro di sé un senso di occasione mancata che attraversa l'intero racconto. Da questo punto di vista Galantuomini è una storia sentimentale travestita da crime movie. Lo sguardo del regista torna continuamente ai suoi protagonisti, a quel legame nato nell'infanzia e mai realmente spezzato, nemmeno quando le scelte di vita li hanno collocati su fronti apparentemente inconciliabili, addirittura opposti. È proprio questa tensione tra sentimento e dovere, tra passato e presente, a fornire al film i suoi momenti migliori. Anche la scelta degli interpreti si rivela particolarmente felice. Fabrizio Gifuni e Donatella Finocchiaro riescono a dare corpo a personaggi la cui forza sta nell'essere uomini e donne prima ancora che rappresentanti della legge o del crimine, individui che portano addosso il peso delle proprie decisioni e delle proprie rinunce. Laddove molto cinema italiano sull'argomento ha spesso privilegiato la dimensione spettacolare della violenza o la ricostruzione giornalistica del fenomeno criminoso, Winspeare sembra cercare una strada diversa, più intima e malinconica. Galantuomini ci parla di criminalità organizzata, ma forse ancor di più della fine dell'innocenza, di una generazione che si ritrova adulta in un luogo che nel frattempo è cambiato, in peggio, rompendo sogni, aspettative, legami e in fin dei conti anche cuori. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un'opera sincera, profondamente legata alla propria terra e capace di raccontarne le trasformazioni senza indulgere né nel folklore né nella retorica. E forse è proprio questo l'aspetto più interessante del cinema di Winspeare: la consapevolezza che l'amore per un luogo non coincida necessariamente con la sua celebrazione. Talvolta significa anche avere il coraggio di guardarne le ferite, accettando che raccontarle sia l'unico modo possibile per continuare a sentire quel luogo come casa propria.




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