(Le crime du 3e étage di Rémi Bezançon, 2026)
Con Il delitto del terzo piano il regista parigino Rémi Bezançon, classe 1971, mette in scena un divertissement dallo scoperto sapore cinefilo che ha tutta l’aria del gioco e dell’omaggio da parte di un innamorato al cinema di Sir Alfred Hitchcock, inserendo in esso lo scontro tra i sessi all’interno della coppia (ormai usurata) e un gusto quasi didattico per quelle che sono alcune delle più battute forme del cinema, finanche nei corsi universitari, proprio come accade nelle lezioni tenute dalla protagonista interpretata da una Laetitia Casta pienamente a suo agio, ma anche come avviene realmente negli atenei italiani dove si tengono corsi dedicati alla settima arte. Come riprova di quanto appena detto la presenza della “lezione” impartita da Hitchcock in merito alla differenza, al cinema, tra suspense e sorpresa, dove la seconda è subitanea ed emotivamente meno carica e significativa, mentre la prima, la suspense, permette al pubblico di avere maggiori elementi di conoscenza rispetto ai protagonisti del film, acuendo così la tensione del pubblico stesso che rimane in attesa, per un certo tempo, del realizzarsi di un evento atteso dagli esiti più o meno nefasti per gli eroi del film. È certo che questa è una di quelle citazioni che ancor oggi i professori di cinema citano più che volentieri ai loro studenti durante le loro lezioni. Così, tra commedia, giallo, citazioni a Psycho, La finestra sul cortile (soprattutto) e La donna che visse due volte, Bezançon confeziona un’opera leggera, godibile ed immediata con cui anche lo spettatore solo “mediamente” cinefilo si può divertire con pochissimo sforzo.Colette (Laetitia Casta) è una docente universitaria specializzata nel cinema di Alfred Hitchcock. La donna conduce un’esistenza sempre più distante da quella del compagno François (Gilles Lellouche), scrittore di gialli storici ormai prigioniero delle proprie abitudini (la vita in pigiama) e di una quotidianità monotona (il divano). L’arrivo di un nuovo vicino di casa, l’affascinante (ma noioso a teatro) attore Yann Kerbec (Guillaume Gallienne), sembra però rompere l’equilibrio del loro palazzo. Una sera, osservando dalla finestra l’appartamento di fronte, Colette è convinta di assistere a una violenta lite che culmina nell’omicidio della moglie dell’uomo. Nonostante lo scetticismo iniziale di François, la donna decide di indagare, trascinando il compagno in un’improbabile e rocambolesca inchiesta fatta di indizi ambigui, sospetti e continui rimandi ai grandi thriller hitchcockiani. Mentre il mistero si infittisce e la verità appare sempre più ingarbugliata, la coppia si trasforma in un’improvvisata squadra di detective, riscoprendo lungo il percorso una complicità che sembrava ormai perduta.
Rémi Bezançon lavora senza nascondere nulla e senza ammantare il suo film di false pretese. La finestra sul cortile (più finestra che cortile) è richiamato chiaramente, il regista francese gioca con Hitch, lo sfrutta, ce lo spiattella davanti anche in I.A., ci porta nella doccia di Psycho, veste la Casta, ancora radiosa, come Kim Novak in Vertigo, scompagna un poco le carte mandando François e non Colette a indagare nell’appartamento del vicino, ovviamente di nascosto e con situazioni a rischio, inserisce un falso cameo del regista inglese, ci propone spiegoni sul McGuffin e gioca anche con Poirot e la Christie nelle sequenze dove si inscenano le avventure narrate nei libri di François che scrive appunto romanzi ottocenteschi con un investigatore tanto abile quanto inetto nei rapporti con la bella Rebecca (come la prima moglie di hitchcockiana memoria). Se guardiamo a Truffaut, l’amore dei francesi per Hitchcock è dichiarato da sempre, in questo si accoda chiaramente e con trasporto anche Rémi Bezançon, palese amante del Maestro fin dai primi minuti con i titoli di testa in stile Saul Bass. Dentro il giallo, sempre spruzzato di generose dosi di commedia, c’è la crisi di una coppia che si conosce da molto (troppo?) tempo, che non riesce più a vedersi, situazione raddoppiata dai protagonisti dei romanzi scritti da François nei quali lo schema si ripete con delle variazioni. E se Hitch voleva essere ricordato come il regista della coppia più che del giallo, Bezançon asseconda questo suo desiderio, ravvivando la tensione tra i due compagni grazie alle avventure, al rischio, al gioco e alla finzione che la coppia mette in atto per scoprire se Kerbec ha o non ha davvero ucciso la moglie. Nel rischio, nel gioco, la passione si riaccende, come se indossare, almeno per un poco, una maschera, potesse dare nuova vita a ciò che pare irrimediabilmente usurato.




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