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domenica 28 settembre 2025

SOTTO LE FOGLIE

(Quand vient l’automne di François Ozon, 2024)

È un film di sottile intelligenza il Sotto le foglie di François Ozon. L’ultimo film del regista parigino gioca con il pubblico al quale chiede di porre attenzione a tutte le situazioni e a tutti i dialoghi per non essere ingannato e per colmare i vuoti lasciati ad arte dallo stesso regista nel corso della narrazione. Sotto le foglie può essere ascritto al genere del thriller, un thriller però mai troppo giocato sulla tensione, sul disvelamento dei fatti, sulla ricerca e sulla scoperta di un colpevole. Quello di Ozon è un film sulla legge e sulla verità: sulla legge dell’uomo in contrapposizione alla legge morale, alla legge dell’animo, sulla verità dei fatti e sulle verità che ci raccontiamo e che raccontiamo agli altri (alla polizia per esempio) per preservare e proteggere felicità, serenità, desideri. Sotto le foglie è anche un film di legami familiari con una rappresentazione degli affetti non convenzionale e lasciata, per alcuni snodi chiave, nel dubbio più totale, motivo più che sufficiente per considerare quest’opera di Ozon pienamente riuscita nella volontà di indagare situazioni e ambienti senza mai fornire risposte chiare, nemmeno quelle legate al dramma centrale di questo giallo totalmente atipico, un giallo “di provincia” dove anche le forze dell’ordine sembrano avere ritmi e sensibilità diverse da quelle che il genere solitamente impone.


Borgogna. L’anziana Michelle Giraud (Hélène Vincent) vive da sola nella sua grande casa di campagna. Michelle frequenta la chiesa del paese, cura il suo orto, fa lunghe passeggiate con la sua amica Marie-Claude (Josiane Balasko) con la quale va spesso a raccogliere funghi; ogni tanto la accompagna a trovare in carcere suo figlio Vincent (Pierre Lottin). La donna vive nell’attesa delle visite dell’amato nipote Lucas (Garlan Erlos), un adolescente molto legato alla nonna la quale ha invece un rapporto molto difficile con sua figlia Valérie (Ludivine Sagnier), la madre di Lucas. Valérie sembra essere una donna molto materiale che pretende dalla madre costante aiuto economico, nonostante Michelle le abbia già lasciato la casa di Parigi nella quale Valérie risiede con il figlio. Durante una visita di figlia e nipote nella casa di campagna, Valérie si sente male dopo aver mangiato dei funghi raccolti nei boschi proprio dalla madre. Essendo l’unica a essere finita in ospedale, la donna si convince di essere stata avvelenata di proposito dalla madre e la minaccia di non farle più vedere suo nipote Lucas. Nel frattempo Vincent esce dal carcere e viene da Michelle aiutato a rimettersi in piedi: un lavoro ben retribuito nell’orto, un piccolo prestito per iniziare una nuova attività; così Vincent si propone di dare una mano a Michelle per ricucire i rapporti con la figlia e soprattutto far sì che possa tornare a vedere suo nipote. Purtroppo sembra che Vincent abbia una dote innata nel combinare disastri.


Sotto le foglie si muove con una calma apparente, quasi dimessa, ma costantemente tesa tra la quiete della vita di campagna e le fratture, sottili o profonde, che attraversano i legami familiari. Ozon gioca con l’incerto, non chiarisce, volutamente lascia più dubbi che certezze, sia nello sviluppo dei fatti sia nelle reali intenzioni dei protagonisti come nel caso dell’incidente dei funghi. La trama gira intorno alla costruzione del concetto di famiglia, si aggrappa alle reti dei legami, gioca sull’ambiguità di alcuni protagonisti, in parte su quella di Michelle, molto su quella di Vincent, interpretato dall’ottimo e interessante Pierre Lottin, ma anche, soprattutto nel finale (attenzione), su quella del piccolo Lucas. A comandare c’è la morale di ognuno dei personaggi, non la legge, non il sangue, ma l’amore, l’affetto, l’amicizia, sentimenti forti tanto da piegare (forse) i fatti fino a far prevalere ad essi la forza dei sentimenti stessi. Quello di Ozon è un incedere lento, minuzioso, avvolgente, basato su una sceneggiatura cesellata in maniera da poter arricchire di un altro tassello di valore il bel catalogo del miglior cinema d’oltralpe.

giovedì 21 marzo 2024

IL SOSPETTO

(Suspicion di Alfred Hitchcock, 1941)

Torniamo agli albori del periodo americano di Sir Alfred Hitchcock dopo aver da poco parlato de Il prigioniero di Amsterdam, film girato da Hitch nel 1940; facciamo un piccolo passo avanti, siamo nel 1941 quando il regista britannico porta a compimento il suo quarto film americano nel giro di due anni: Il sospetto con Cary Grant e Joan Fontaine che per questa interpretazione si guadagnerà il premio Oscar come miglior protagonista (gli altri due film, oltre a Il prigioniero di Amsterdam, furono Rebecca - La prima moglie del 1940 e Il signore e la signora Smith del '41). Sono anni produttivi questi per il maestro del brivido, se Il prigioniero di Amsterdam e Il signore e la signora Smith non sono tra le opere più ricordate e citate di Hitchcock, già Rebecca - La prima moglie (primissimo film targato U.S.A.) e questo Il sospetto ricorrono molto spesso nella mente dei cinefili, quest'ultimo in virtù soprattutto della celebre scena del bicchiere di latte, sequenza che ha fatto scuola grazie alla grande inventiva del regista che oltre ad aver istituzionalizzato il MacGuffin riusciva ad aguzzare l'ingegno al fine di trovare soluzioni visivamente intriganti per aumentare la suspense e dirottare l'attenzione dello spettatore, a volte ingannandolo, dove a lui più faceva comodo all'interno della scena o della scenografia. Rispetto a Il prigioniero di Amsterdam questo Il sospetto è un film narrativamente più riuscito nonostante il minor dispendio di mezzi e una storia più intima e meno dinamica di quella del film precedente.

Johnnie Aysgarth (Cary Grant), un giovane piacente e all'apparenza molto distinto e la timida e riservata Lina McLaidlaw (Joan Fontaine) si conoscono in treno; pochi giorni dopo, a dispetto di un'iniziale ritrosia, Lina accetta di uscire con Johnnie, anche per dimostrare ai suoi genitori, convinti del contrario, di essere capace di intrattenere una relazione con un uomo. Lina rimane ben presto totalmente affascinata dall'uomo, tanto da convolare con lui a nozze segrete nel giro di pochissimo tempo. Trasferitisi in una bellissima casa con tanto di cameriera a servizio, la coppia inizia la loro vita insieme. Ben presto Lina scopre la tendenza del neo marito a spendere e spandere senza essere coperto; il giovane infatti non arriva da una famiglia ricca, non ha rendite né lavoro e tenta di mantenersi con soldi a prestito e scommettendo alle corse, infilandosi così in situazioni poco rispettabili. Lina tenta di riportarlo sulla buona strada, in fondo è sinceramente innamorata di Johnnie, col passare dei giorni però inizia a nascere nella donna il sospetto che il patrimonio della sua famiglia, così come le ricchezze di alcuni amici di Johnnie, possano far gola al marito ed essere state il vero motivo della nascita della loro relazione. Poco a poco i sospetti di Lina diverranno sempre più grandi e profondi mentre lo stile di vita di Johnnie sembra continuare a seguire un percorso del tutto scriteriato.

Hitchcock gira Il sospetto andando al risparmio, forse per compensare gli investimenti più ingenti dei film precedenti, ne esce un thriller psicologico che poggia, come da titolo esplicativo, sul crescente sospetto da parte della protagonista nei confronti del suo novello sposo, insieme al suo sospetto crescono quelli dello spettatore e la generale sensazione di tensione che trova il suo apice in un paio di sequenze poste verso il finale del film, una è quella famosissima che vede Cary Grant portare un bicchiere di latte alla moglie. In un bianco e nero espressivo, diverso nello stile dalla fotografia del resto del film, Hitchcock illumina quel bicchiere (con una luce a bella posta inserita al suo interno) per dirottare su di esso l'attenzione dello spettatore così da alimentare ipotesi e sospetti, spingere a credere, magari ingannando, in un certo tipo di risoluzione finale. L'altra sequenza è quella del dinamico viaggio in auto dei due coniugi, lanciati a velocità folle sul bordo di un dirupo: torna il tema dell'altezza, della vertigine, soluzione che Hitchcock proporrà più avanti in altre sue opere. Il sospetto è costruito con un crescendo dosato in maniera ottimale, il gioco tra i due coniugi è ben alleggerito, poi aggravato, dalla presenza di Nigel Bruce che qui interpreta Beaky Thwaite, il miglior amico di Johnnie. Dopo aver alimentato dubbi su dubbi Hitchcock sceglie (pare anche costretto dalla produzione) di optare per un finale ambiguo e aperto che non permette di dissipare ogni sospetto; lo spettatore è chiamato a scegliere su quale possa essere la realtà, come se quelle di Lina e Johnnie fossero due letture della stessa storia, una sola delle quali può essere eletta a verità. Ottima costruzione, sceneggiatura ben calibrata e due attori di peso garantiscono a Il sospetto di poter rientrare nella cerchia, ampia per fortuna, delle opere meglio riuscite del maestro, vista la concorrenza non è cosa di poco conto.

mercoledì 27 settembre 2023

IL CERCHIO DEL LUPO

(Echo Park di Michael Connelly, 2006)

A pensarci bene il 1992 non è poi così lontano, in fondo sono passati poco più di una trentina d'anni da allora, una trentina d'anni lungo i quali il nostro Michael Connelly ha scodellato nelle librerie di mezzo mondo (e anche più) quarantadue romanzi, una serie di racconti e una manciata di libri da lui stesso curati, il tutto annaffiato da un filotto di premi letterari che vanno dal Premio Bancarella all'Edgar Allan Poe Award, dal Premio Nero Wolf fino a una nutrita serie di altri riconoscimenti legati al giallo, al thriller e al mystery in generale. Non si può certo dire che il ragazzo (l'ex ragazzo) di Filadelfia se ne stia a riposare sugli allori, una produzione nutrita la sua che poggia le basi sulle precedenti esperienze che Connelly ha accumulato negli anni come reporter di cronaca nera per giornali della costa est in alcuni centri della Florida, lo Stato in cui Connelly è cresciuto, prima di trasferirsi grazie a una candidatura al Premio Pulitzer alla sezione dedicata alla criminologia del Los Angeles Times. Connelly si trova così nella città degli angeli, uno dei simboli conclamati del noir (Chandler, Ellroy), e qui crea il detective Harry Bosch, ormai una delle presenze più consolidate del genere thriller, a oggi protagonista di 24 romanzi, con comparsate in una decina d'altri libri con protagonisti altri personaggi nati dalla penna di Connelly e titolare di una serie televisiva che conta ormai sette stagioni e un significativo numero di episodi. Il cerchio del lupo è il dodicesimo romanzo in cui compare il detective Hyeronimus Bosch.

Il cerchio del lupo si apre con un Harry Bosch rientrato in servizio relativamente da poco tempo, dopo una pausa dal corpo di polizia di Los Angeles il detective viene assegnato ai cold case, vecchi casi archiviati e mai risolti che periodicamente vengono riaperti per vedere se qualche nuovo elemento possa portare alla risoluzione di qualcuno di essi. Bosch è rimasto emotivamente legato a diversi casi che non è riuscito a chiudere, tra questi c'è quello della povera Marie Gesto, una giovane ragazza della quale non fu mai ritrovato nemmeno il corpo, un caso che risale all'epoca in cui Bosch ancora non aveva come partner Kiz Rider, sua attuale compagna di lavoro, ma il collega di vecchia data Jerry Edgar. Harry è ancora in contatto con i genitori della ragazza, di quando in quando, a cadenza abbastanza regolare, Bosch richiede il fascicolo della Gesto, lo studia per l'ennesima volta, prova a risentire qualche vecchio indiziato legato alla vicenda ma sempre senza ottenere risultati. Quando un collega, Freddy Olivas, chiede a Bosch proprio il fascicolo della Gesto, a quest'ultimo si drizzano le orecchie, Bosch vuole sapere a tutti i costi il motivo di questo interesse. Viene fuori che Olivas ha per le mani un condannato a morte che per tramutare la sua pena in ergastolo acconsente a confessare alcuni delitti per i quali in passato non fu mai accusato, uno di questi pare essere proprio quello della povera Marie. L'accordo però sarà reso più complesso dal fatto che le trattative sono in mano a Rick "Ricochet" O'Shea, direttore della sezione Processi Speciali e politicante in corsa per la carica di Procuratore Distrettuale.

Al di là dell'ottima costruzione che Connelly imbastisce in ogni suo singolo romanzo, ciò che funziona nelle avventure di Harry Bosch, che andrebbero lette rigorosamente nel giusto ordine, è proprio la crescita progressiva del personaggio che libro dopo libro, caso dopo caso, evolve e acquista spessore. Le dinamiche all'interno del corpo di polizia, quelle con i colleghi e con i partner più stretti, quelle con i superiori, con i giornalisti più o meno fidati, i rapporti con le vittime e con gli assassini, le relazioni con le donne e le compagne, sono tutti elementi che contribuiscono a creare un protagonista tondo, complesso e delineato in maniera fine e coerente. Inoltre Bosch è dotato di un'umanità spiccata che riesce a non risultare mai forzata e posticcia e che porta il lettore a legare con un uomo sicuramente non perfetto ma credibile (in un contesto di finzione, of course). Connelly è uno di quegli autori di cassetta che sanno come scrivere una storia, ottimi narratori ma privi di grande stile, la lettura quindi ne esce fluida e veloce aiutata da un genere che porta a divorare capitolo dopo capitolo per la curiosità di vedere al più presto gli sviluppi della storia e a quali colpi di scena sta preparando il terreno l'autore. I romanzi di Connelly sono come le scarpe vecchie o le ciabatte soffici, magari meno preziose ed eleganti di altre ma sempre molto comode, oggetti ai quali si torna sempre più che volentieri.

mercoledì 4 gennaio 2023

IL CLUB DEI MESTIERI STRAVAGANTI

(The club of queer trades di Gilbert Keith Chesterton, 1905)

È probabile che molti lettori appassionati di giallo classico conoscano il prolifico G. K. Chesterton come creatore di padre Brown, prete cattolico che grazie alla sua vispa intelligenza si adopera per risolvere enigmi assortiti, sorta di contraltare al più scientifico e deduttivo Sherlock Holmes. Chesterton in realtà ha scritto tantissimo e dei più disparati argomenti: scrittore, giornalista ma anche pensatore e filosofo Chesterton ha lavorato per diverse testate giornalistiche, ha redatto biografie, si è occupato tramite svariati saggi di politica, filosofia, economia e tanto altro, si è dedicato alla poesia e alla religione. In virtù della sua fervente conversione al cattolicesimo, in tempi recenti si è aperta anche un'indagine per una possibile beatificazione dello scrittore inglese, procedura interrottasi a causa delle presunte simpatie antisemite di Chesterton. Un intellettuale e artista a tutto tondo che con i sei racconti contenuti in questa breve antologia che va sotto il titolo de Il club dei mestieri stravaganti si concede un divertente excursus in una serie di "gialli" senza delitto, in realtà le situazioni proposte nei vari racconti qui raccolti (Le straordinarie avventure del maggiore Brown, La penosa caduta di un'illustre reputazione, L'improbabile motivo della visita del vicario, La geniale pensata dell'agente immobiliare, Lo strano comportamento del professor Chadd e L'eccentrica reclusione dell'anziana signora) sono tanto misteriose quanto bizzarre, a dipanare le ingarbugliate matasse un personaggio sui generis, l'ex giudice Basil Grant.

"Potrei sembrare uno sciocco, e in effetti tanto centrato non sono, ma non ho mai creduto a quell'uomo... come si chiamava... ah sì, Sherlock Holmes! Ogni dettaglio indica qualcosa, certo, ma spesso indica la cosa sbagliata". Questa frase ben descrive l'approccio di Basil Grant al suo "sistema investigativo" che punta più sulla filosofia e sulla conoscenza del carattere delle persone che non sulla deduzione o sulla prova scientifica. Basil Grant è un ex giudice all'apparenza improvvisamente impazzito, i suoi strani comportamenti durante le sedute della corte e il suo successivo abbandono della professione lasciano intendere chiari segni di follia. In realtà Basil ragiona ancora benissimo, l'ex giudice si può definire più bizzarro che folle, la sua eccentricità è in netto contrasto alla metodologia asettica (ma non troppo) del fratello Rupert, detective atletico e interventista che difficilmente verrebbe a capo delle situazioni strampalate che i due, insieme all'amico che qui funge da narratore, si trovano spesso e volentieri a dover sbrogliare. Nello specifico in questi sei racconti i casi sono legati ai membri del fantomatico Club dei mestieri stravaganti, un'associazione per appartenere alla quale è necessario inventarsi un nuovo mestiere, che questo sia appunto stravagante, non praticato da nessun altro, e dallo stesso guadagnare almeno una somma tale da potersi permettere una seppur minima sussistenza, ognuno dei brevi scritti riporta nel suo titolo il nocciolo della inusuale questione alla quale i nostri tre eroi dovranno di volta in volta far fronte.

I racconti contenuti in questa breve antologia non sono di certo pane per i denti di quei lettori che amano raccogliere indizi durante la lettura per tentare, con il procedere delle pagine, di svelare il mistero di turno, le soluzioni e i protagonisti qui sono tanto bislacchi da esulare da qualsivoglia credibilità, alcuni sviluppi è facile indovinarli (abbiamo in fondo più di un secolo di libri/letture a nostro vantaggio), altri quasi impossibile. Quel che a Chesterton interessa è creare una sorta di arguta presa in giro dei meccanismi del giallo classico, del mistery all'inglese, affidando di volta in volta il disvelamento del "caso" alla conoscenza da parte del (ex) giudice Grant dell'animo umano, arricchendo i racconti con spunti filosofici e situazioni grottesche. L'effetto parodico si raggiunge in maggior misura quando si mette all'opera Rupert Grant, detective che pur di far tornare i suoi ragionamenti "scientifici" azzarda collegamenti strampalati senza nesso alcuno. Libro che si legge in pochissimi giorni (a seconda del tempo a disposizione), leggerissimo, per chi scrive nemmeno così esaltante, non troppo consigliato per gli amanti del giallo duro e puro, una buona variante per chi sull'argomento vuole farsi strappare un sorriso. Per chi fosse interessato a un altro club dedito al disvelamento di misteri spesso non delittuosi il consiglio è di orientarsi sui libri dedicati da Asimov al club dei Vedovi neri e fare la conoscenza del fine ingegno del cameriere Henry Jackson.

venerdì 28 ottobre 2022

LA LINGUA DEL FUOCO

(California Fire and Life di Don Winslow, 1999)

Don Winslow è un tipo eclettico, autore di successo di libri noir, uno tra i più apprezzati negli ultimi decenni, lo scrittore è stato in passato investigatore privato, perito per diversi tipi di assicurazione, guida di safari, consulente per studi legali e altro ancora, tutte esperienze che Winslow sfrutta per dotare di un'aura di grande credibilità tutti i suoi romanzi, caratteristica che non manca di emergere nemmeno dalla lettura di questo La lingua del fuoco. Il titolo del libro, La lingua del fuoco appunto (anche se in originale è tutt'altro, California Fire and Life è il nome della compagnia assicurativa per la quale lavora il protagonista), può essere inteso in due differenti accezioni. La prima è quella più fisica: la fiammata, sfogo visibile di un incendio tanto spettacolare quanto spietato e letale, compagna di fumo e calore, la seconda è metaforica, intesa come la lingua che il fuoco parla per raccontarci cosa è successo: da cosa è stato innescato, quali danni ha fatto, se e quanto si è sviluppato in fretta, se è stato spontaneo o provocato; "la lingua del fuoco" è quell'insieme di indizi e di osservazioni, resti e conseguenze, che possono servire a un occhio esperto per capire la dinamica degli eventi, processo fondamentale per chi come Jack Wade, il nostro protagonista, ha come compito proprio quello di raccogliere informazioni sugli incendi nelle proprietà assicurate con la compagnia per la quale lavora.

Jack Wade è un perito della compagnia assicurativa California Fire and Life, lavora nel ramo incendi e il suo compito è quello di capire se questi sono spontanei, nel qual caso la compagnia risarcisce i suoi assicurati senza fare troppe discussioni, o dolosi, spesso appiccati dagli stessi proprietari proprio per truffare l'assicurazione e incassare cifre molto ingenti. Alle sue spalle Jack ha un passato da poliziotto, sempre dedicato alla sezione incendi, un'esperienza che lo ha costretto in un'occasione a piegare le regole a fin di bene allo scopo di proteggere un testimone che rischiava grosso, cosa che gli è valsa l'allontanamento dal corpo di polizia e gli ha aperto l'occasione per lavorare per la California Fire and Life grazie anche all'interessamento di Billy "Porca Puttana" Hayes, il dirigente della sezione californiana dell'assicurazione che ha visto in Wade un ottimo elemento da portare in forza all'azienda. In virtù della passata esperienza in polizia, di una preparazione nella materia di altissimo livello e di una dedizione al lavoro già sviluppata fin da ragazzo quando lavorava nell'impresa edile del padre (altra esperienza preziosa nei casi di incendi alle proprietà), Jack Wade è considerato uno dei migliori periti del fuoco in circolazione. È proprio lui che andrà a valutare la situazione al 37 di Bluffside Drive, vicino alla spiaggia di Dana Strands dove Jack ama fare surf, qui una villa di lusso è bruciata con all'interno la proprietaria, Pamela Vale, da poco separatasi dal marito Nicky; sul luogo Jack trova già Brian "accidentale" Bentley, un poliziotto pigro al quale non interessa la verità sugli eventi quanto togliersi di torno il prima possibile per andare a giocare a golf. L'indagine che si aprirà sarà per Jack tutt'altro che facile e ben presto diverrà parecchio pericolosa.

Ancora un buon romanzo per Don Winslow, tornano un protagonista con la passione del surf e l'ambientazione vicina all'oceano come ne L'inverno di Frankie Machine, Winslow dedica diverse pagine alla descrizione dell'argomento portante, il fuoco, dando un bel resoconto sulle dinamiche degli incendi, sulle tracce che questi lasciano, sulla formazione del protagonista portando il lettore a conoscenza (parziale ovviamente) di quella lingua del fuoco esplicitata nel titolo italiano. Il ritmo è ottimo e la costruzione dei personaggi ben approfondita con ampi squarci sul passato sia del perito Jack Wade, sia su quello dell'antagonista Nicky Vale, non mancano nemmeno le sorprese e i colpi di scena necessari per un titolo di genere come questo. La scrittura di Winslow garantisce una giusta dose di coinvolgimento, i capitoli sono brevi, l'incedere fluido, lo scrittore di New York ha un ottimo approccio alla descrizione dei luoghi, del vissuto che si respira in essi, creando cartoline di luoghi che si finisce per voler visitare, lo scrittore si conferma tra le penne più interessanti nel panorama del thriller, per quel che riguarda la costruzione delle storie Winslow ricorda in qualche misura il Michael Connelly di Bosch, ottimo anche lui, entrambi produttori di intrattenimento di qualità senza cadute di tono. Per i fan del genere lettura più che consigliata.

domenica 25 luglio 2021

IL SIGNOR OMICIDI

(The travesty di Donald E. Westlake, 1976)

Donald Westlake è stato il maestro del giallo umoristico, uno scrittore sistematico e indefesso che ha scritto una quantità esagerata di storie siglandole con diversi pseudonimi oltre che con il suo vero nome: i romanzi con protagonista il criminale Parker a nome Richard Stark, i racconti di fantascienza come Curt Clark, e ancora Tucker Coe, Samuel Holt, Alan Marshall e diversi altri ancora, il grosso del corpo d'opera a firma Donald Westlake. I romanzi di Westlake sono spesso impostati, come in questo caso, per dare al lettore come principale punto di vista quello del criminale, criminali che sovente non sono personaggi realmente malvagi ma uomini un poco border line, spesso affatto pericolosi, che si trovano per volontà o per caso in situazioni surreali o destinate a risvolti più divertenti che non realmente dense di thrilling, fermo restando una costruzione delle vicende sempre coerente e accattivante. Anche nel caso de Il signor omicidi la costruzione di questa breve novella (circa centoventi pagine) aderisce al punto di vista del colpevole, che il lettore conosce fin da subito, e si sviluppa in un concatenarsi di avvenimenti ben studiato e che lascia spazio anche ad alcune digressioni dalla trama principale.

Carey Thorpe è un critico cinematografico molto richiesto che scrive per diversi giornali di New York, è un uomo che piace alle donne; durante una delle sue uscite serali con Laura Penney, Thorpe ha un litigio con la donna, in seguito a una piccola colluttazione in casa di lei la donna cade e battendo la testa muore. Un incidente, non intenzionale e non dettato da motivi reconditi, il bisticcio di un momento e poi la tragedia. Thorpe non vuole rischiare la galera, accertatosi della morte della donna raccoglie le sue cose e sparisce, non sapendo di essere stato visto da un occhio privato che stava seguendo la Penney per conto del marito. L'investigatore, Edgarson, decide di non riferire nulla alla polizia ma bensì di ricattare Thorpe in modo da intascare un guadagno a suo avviso facile, nel frattempo i sergenti Bray e Staples iniziano a indagare sul delitto, il più giovane dei due, Staples, è un fan delle recensioni di Thorpe e inizia a prenderlo in simpatia, da qui poi le cose si ingarbuglieranno un poco prendendo strade spesso divertenti.

La prosa di Westlake ha in questo racconto uno stile molto classico, pubblicato nel '76 (epoca in cui è anche ambientato) Il signor omicidi tratteggia immagini e personaggi che potrebbero tranquillamente appartenere ai decenni precedenti, in realtà il protagonista dice di essere nato nel '42 e di essere stato all'università nei 60 quindi presumibilmente la storia si svolge effettivamente negli anni 70. Tutto il racconto è impregnato di cinema, sono tantissime le citazioni di film della Hollywood classica che per bocca di Thorpe riempiono le pagine del libro, sono chiamati in causa attori, registi, produttori in una ricostruzione d'epoca che sembra appunto retrodatare la storia rispetto al decennio dei 70. La struttura è divisa in capitoli, ognuno dei quali porta un titolo che sembra quello di un giallo a sé stante: L'avventura del 27 mancante, L'affare dell'amante nascosto, Il caso di Wicker e via discorrendo, alcuni lo sono davvero in quanto il protagonista sarà così bravo a sviare i sospetti della polizia che il Sergente Staples lo inviterà a partecipare in più occasioni alle indagini di altri casi, cosa che confonderà ancor di più le acque. Il tono è sempre leggero, divertito, la concatenazione di eventi intriga e ne esce una lettura veloce e decisamente sfiziosa. Devo dire che, letti ormai alcuni dei romanzi dell'autore, finora Westlake non ha mai deluso, la lettura è frizzante, l'estate è nella sua piena fase canicolare, se servisse un giusto antidoto eccovelo servito.

mercoledì 14 luglio 2021

UN MATTINO DA CANI

(Quite ugly one morning di Christopher Brookmyre, 1996)

Qualcuno si è inventato la definizione (simpatica tra l'altro) di Tartan Noir per identificare un genere riconducibile a un gruppo di autori scozzesi dediti al giallo e alle sue declinazioni, che l'accostamento forzato tra tutte queste penne sia valido o meno, pare proprio che anche Christopher Brookmyre sia stato inserito all'interno del calderone. Brookmyre è nato a Glasgow, classe '68, questo suo primo romanzo è stato pubblicato in Italia da Meridiano Zero; sulla quarta di copertina campeggiano due strilli che attraggono l'occhio del lettore: "Brookmyre è un genio!" (Venerdì) e "Brookmyre è un pazzo!" (FilmTv). A leggere questo Un mattino da cani Brookmyre non sembra né un pazzo né un genio, sicuramente eccentrico in alcune descrizioni, molto divertente spesso e volentieri, un buono scrittore a tratti sopra le righe, nella struttura del romanzo in realtà parecchio convenzionale, il genio è altro. Leggendo il primo capitolo l'impressione è quella di tornare tra le strade di Leith, in mezzo a quegli spurghi di corea tanto cari a Irvine Welsh; il romanzo è infatti ambientato a Edimburgo ma la cifra stilistica di Brookmyre non è quella di Welsh (seppure in qualche momento la richiami alla mente), siamo più dalle parti di quel racconto criminale caro a gente come i fratelli Coen o a Tarantino o ad altri ancora, per la peculiarità idiota dei suoi protagonisti, gente con un ego più grande di loro stessi ma con capacità decisamente più piccole. La scansione della narrazione è invece decisamente classica, con un'indagine portata avanti non dalle forze dell'ordine bensì da un giornalista molto particolare, quel Jack Parlabane che tornerà in seguito in altri romanzi dello scrittore scozzese.

Jack Parlabane fa ritorno a Edimburgo dopo anni passati a Los Angeles; la sua è una fuga, il giornalista scozzese in America ha pestato piedi che non doveva pestare, per evitare di finire all'altro mondo la scelta obbligata è quella di cambiare continente, da qui il ritorno a casa. Data la sua propensione per i guai e le faccende torbide Parlabane viene subito coinvolto nell'omicidio del dottor Ponsonby, un suo vicino di casa che viene trovato dall'Ispettore McGregor e dai suoi in una scena del delitto quantomeno bizzarra, condita di vomito, sangue a vagonate e la giusta dose di merda. Da testimone casuale, grazie alla complicità dell'agente Dalziel prima e della moglie di Ponsonby poi, Parlabane diventa la mente più brillante a indagare sull'omicidio, stimolato dalla curiosità professionale ma soprattutto dal fascino della dottoressa Sarah Slaughter in Ponsonby. Ne verrà fuori uno scenario che dalla violenza apparentemente insensata dell'omicidio si sposterà nel ricco mondo della sanità britannica.

Come si diceva struttura classica, molto ben studiata nell'escalation delle indagini, in parte anche prevedibile, ma intervallata da passaggi più dinamici che sfociano nel pulp e nel ridicolo volontario, momenti molto divertenti come quello della descrizione dell'omicidio del dottor Ponsonby, quella della scena del delitto, della sua dinamica, degli eventi che coinvolgeranno anche più avanti nella storia l'assassino, quello della resa dei conti finale, sono tutti passaggi che mescolano una violenza molto accentuata a sentimenti di repulsione misti a grottesco che non possono non risultare divertenti. Brookmyre mescola una parte di giallo, una di pulp e una di denuncia sociale, il racconto di genere e le descrizioni dei momenti esagerati non impediscono infatti allo scrittore di Glasgow di affrontare in maniera seria una critica agli abusi che possono celarsi dietro la gestione del sistema sanitario nazionale e in generale dietro le grosse aziende pubbliche. Corruzione, interessi personali, ingerenze e così via, al centro un protagonista, Parlabane, moralmente dalla parte giusta ma avvezzo a sistemi poco ortodossi e incurante delle buone maniere, scaltro, sboccato e molto, molto intelligente. Se non siete lettori troppo per bene Un mattino da cani potrebbe essere il libro giusto per questa estate.

venerdì 16 aprile 2021

LA RAGAZZA CHE SAPEVA TROPPO

(di Mario Bava, 1963)

Film anticipatore questo di Bava, forse più importante per il fatto di aver dato il la al filone del giallo all'italiana che non per il suo reale valore intrinseco che, a parte per la sua riuscita sul piano registico e visivo, non lascia particolari emozioni a imprimersi nella memoria dello spettatore. Non è questo l'unico film di Bava ad aver dettato la via ai suoi successori nel canonizzare questo o quell'altro genere italiano, dal gotico al giallo per passare al western più scanzonato e allo slasher, poi sappiamo che mettere punti fermi e datare l'inizio di un dato fenomeno non è sempre così semplice, Bava è considerato però proprio tra i precursori di svariati filoni del cinema di casa nostra, di questo si deve dargli atto, a questa fama ha contribuito in parte anche La ragazza che sapeva troppo, film che ha aiutato altri registi e soprattutto i critici a tracciare un'ideale scaletta per punti delle caratteristiche del genere in questione: il giallo all'italiana (punti che non stiamo ad elencare uno per uno, li si trova facilmente con una breve ricerca in rete). Pensiamo anche che si è nel 1963, sette anni prima che arrivino sugli schermi i ben più noti gialli di Dario Argento.

Il film si apre con una sequenza aerea che mostra l'arrivo in Italia, a Roma per la precisione, di un volo della TWA dal quale scende l'americana Nora Davis (Letícia Román), giovane donna giunta nel Belpaese per passare una vacanza ospite dell'anziana Ethel (Chana Coubert) la quale, malata, è accudita dal suo medico, il Dottor Marcello Bassi (John Saxon) che trova fin da subito la giovane Nora molto attraente. Il viaggio dell'americana in Italia purtroppo non inizia con i migliori auspici, già in aeroporto Nora viene coinvolta nell'arresto di un compagno di volo trafficante di droghe leggere, inoltre durante la sua prima notte a Roma la vecchia Ethel muore in seguito a un malore, durante la successiva sortita in cerca di aiuto Nora viene aggredita da un ladro che le ruba la borsa. Al termine di questa brutta esperienza in una Roma notturna e stranamente deserta (siamo comunque sulla scalinata di Trinità dei Monti), a turbare ancor più la turista arriva l'omicidio; una donna con un pugnale conficcato nella schiena si palesa davanti a Nora, inseguita dal suo assassino, al che la povera ragazza sviene non vista dal brutto ceffo. Al risveglio nemmeno l'ombra del cadavere della donna; sia la polizia che i medici che visiteranno Nora, così come lo stesso Marcello, tenteranno di convincerla che la sua esperienza è stata tutta una fantasia dettata dal trauma per la morte di Ethel e dalla successiva aggressione. Una volta tornata sul luogo del delitto Nora conoscerà Laura Torrani (Valentina Cortese), un'amica di Ethel e proprietaria di una casa prospiciente a Trinità dei Monti, la donna inviterà Nora a stare a casa sua per evitarle il soggiorno nel luogo del decesso di Ethel. Ma il delitto al quale Nora è convinta di aver assistito continuerà a tormentarla, scoprirà che lo stesso ha legami concreti che affondano nel passato...

Si apre sulle note di Furore cantata da Celentano, siamo nei 60 e Roma è una città da cartolina, il contrasto tra lo splendore della capitale e i temi foschi del film ben si amalgamano in un'alternanza luce e buio anche metaforica, le panoramiche sulla città eterna hanno valso al film diversi paragoni con il ben più celebre Vacanze Romane, allo splendore capitolino fanno da contraltare le sequenze notturne ambientate principalmente a Trinità dei Monti o nella casa dove soggiorna la protagonista. Proprio con le luci e con le ombre Bava compie il suo piccolo miracolo di estetica, ultimo film girato in bianco e nero dal regista che riesce a massimizzare i risultati di una fotografia curata da lui stesso in prima persona, esemplari le riprese sugli interni in notturna della centralissima casa della signora Torrani. L'accumulo di tensione, a dire il vero non proprio da far tenere il fiato, è costruita proprio sui giochi d'ombra e di luce e sul bel lavoro fatto sul sonoro, discreto e ben calibrato, si pecca invece in fase di sceneggiatura con alcune dinamiche facilmente intuibili e uno sviluppo non sempre esemplare. Come si diceva un film importante a suo modo per il nostro cinema, non così eccezionale rivisto oggi se non sotto gli aspetti sopra descritti, consigliato solo ai cultori del genere in questione.

martedì 2 febbraio 2021

TUTTI I COLORI DEL BUIO

(di Sergio Martino, 1972)

Tra gli anni 70 e gli 80, con qualche coda nei decenni successivi, il regista Sergio Martino si è dedicato a progetti di diverso genere rimanendo sempre nei confini di quello che viene considerato Cinema di serie B se non addirittura trash, alternando momenti capaci di costruirsi una loro dignità come il periodo del giallo/thriller al quale appartiene anche questo Tutti i colori del buio, ad altri decisamente più sbracati ai quali è possibile ricondurre parecchi titoli passati a ripetizione dalle nostrane rete private nel corso dei decenni e piccola gioia di noi un tempo preadolescenti adoranti della Fenech e di tutte le altre più celebri esponenti del chiappa e spada, per citare qualche titolo ricordiamo Cornetti alla crema, La moglie in vacanza... l'amante in città, 40 gradi all'ombra del lenzuolo e via di questo passo. Poi qualche piccolo cult (sempre nostrano, come L'allenatore nel pallone) e almeno un buon successo d'oltreoceano con 2019 - Dopo la caduta di New York. Lungi dall'essere un esperto della filmografia del regista e, pur con tutto l'affetto sincero per Banfi la Fenech e compagnia bella, probabilmente lungo la carriera di Martino non si distinguono opere destinate a entrare nelle mire del National Film Preservation Board, seppur degno di qualche interesse nemmeno Tutti i colori del buio fa eccezione.

Il film vive sull'accumulo di immagini e suggestioni, lavorando certamente meglio dal punto di vista della costruzione visivo/scenografica che non su quello della trama, puntellata questa su troppo frequenti impasse percettivi (sogno?, allucinazione?, realtà?, passato?, presente?) e diverse ingenuità, alcune ascrivibili al genere e risapute (i famosi comportamenti insensati delle donzelle in pericolo) altri legati alla location londinese che non si capisce come nei momenti più tesi possa essere sempre deserta, nemmeno fossimo a Zagarolo. La protagonista è una Edwige Fenech prima maniera, supportata da un cast che riesce a mantenere il livello attoriale vicino alla soglia di guardia e nulla più, se non si vuole poi star troppo lì a contare i difetti il film diventa anche interessante da inquadrare all'interno del filone dei gialli o thriller venati da una punta orrorifica che in quegli anni hanno portato diverse fortune al nostro Cinema.

Jane Harrison (Edwige Fenech) è tormentata da incubi e allucinazioni derivanti da due eventi traumatici: la morte violenta della madre quando Jane ancora era in tenera età e l'aborto provocatole da un incidente d'auto. Il compagno Richard (George Hilton) tenta di alleviare le pene della sua amata con beveroni di vitamine mentre la sorella Barbara (Susan Scott) insiste affinché Jane veda lo psichiatra per cui Barbara lavora, il Dottor Burton (George Rigaud). Nonostante i vari tentativi di terapia, realtà e allucinazione si confondono davanti agli occhi di Jane che continua a vedere un uomo dagli occhi di ghiaccio (Ivan Rassimov) pronto ad accoltellarla con la stessa arma che uccise sua madre. Completamente confusa e sconvolta la donna accetta l'aiuto di una vicina di casa, Mary (Marina Malfatti), che la introdurrà in un giro esoterico (giuro, in un lapsus avevo scritto esoterotico, termine altrettanto funzionale) grazie al quale a suo dire Jane dovrebbe guarire dalla sua condizione. Le cose non faranno che peggiorare.

Si lascia apprezzare la regia di Martino che offre delle belle soluzioni, mai noiosa, gioca molto sugli effetti nelle sequenze oniriche con sovrapposizioni d'immagini, set creati ad hoc per evocare momenti surreali, trucco caricato sugli attori; belle le location e le atmosfere, il versante tecnico è indubbiamente il più interessante del film di contro molto confuso sul piano della narrazione; per essere un giallo Tutti i colori del buio ha il difetto di non far tenere mai troppo il fiato allo spettatore, a conti fatti non terribile da guardare ma è indubbiamente uno di quei film dove la cornice attrae più dell'opera stessa.

sabato 26 settembre 2020

IL BORGO DEI PAZZI

 (di Mario Barale, 2019)

La terza avventura del Commissario in pensione Nanni Baretti è strettamente legata agli eventi vissuti dal personaggio nel precedente Attraverso lo specchio e, come accade nei migliori gialli, anche qui l'assassino torna sul luogo del delitto. Ci si muove quindi ancora una volta tra Torino e i dintorni di Moncalvo nell'astigiano dove in Attraverso lo specchio avevano preso letteralmente vita le malefatte del misterioso Bruno Morchia, personaggio enigmatico che trascende i limiti della comprensione, anche per uno come Nanni Baretti che alcune stranezze è stato costretto, e lo sarà ancora, a toccarle con mano. Imprescindibile in questo caso per una piena comprensione aver letto il romanzo precedente di Barale, pena la sensazione di ritrovarsi in medias res nonostante la trama di fondo rimanga leggibile a sé stante, si perderebbero però sfumature, collegamenti e rimandi preziosi per la situazione di alcuni personaggi e per lo sviluppo della trama. La storia muove come spesso accade dal ritrovamento di un cadavere, quello di Faith, una giovane e bella prostituta abbandonata senza vita sulle rive del Sangone.

Sarà la "protettrice" della ragazza uccisa, l'ormai attempata Lina Messa, maitresse d'altri tempi, a coinvolgere nell'indagine l'ex Commissario e amico Nanni Baretti, che con l'attività di Lina venne in passato ad avere a che fare più volte per ragioni di servizio. Dalla richiesta d'aiuto al momento in cui Baretti inizierà a ficcare il naso in fatti che ormai dovrebbero non essere più di sua competenza passerà un attimo, come non potrà mancare il coinvolgimento di quel terún di Caruso, Commissario lui sì ancora in servizio. Purtroppo quello che è ormai a tutti gli effetti un amico fraterno per Baretti si porta addosso i postumi dell'avventura precedente: perdita di peso, incubi, stati depressivi che tengono il poliziotto lontano dal lavoro e che lo costringono a farsi sostituire dal ben più rigido Salvo Amantea detto "rasoio" con il quale anche Baretti si dovrà confrontare trovando qualche piccola difficoltà nell'instaurare il giusto feeling.

In questo terzo romanzo si scatena prepotente il lato più occulto delle indagini di Nanni Baretti, tornano diversi personaggi che girano intorno al nome dei Morchia, un nome che richiama alla mente del commissario crudeltà, esoterismo e inquietudini molto profonde. Il lato più sovrannaturale della vicenda prosegue di pari passo alla costruzione gialla che rimane base coerente nei vari passi che porteranno Baretti e le forze dell'ordine a dipanare un'incredibile matassa che si trascina malevola da tempi immemori. Barale arricchisce il cast di comprimari con figure interessanti come Lina Messa (o Messa Lina se preferite) e il giovane Amantea, ciò che rimane invariato è lo stile di scrittura molto agile e fresco che porta il lettore a terminare anche questo libro nel giro di pochissimo tempo. Oltre al lavoro sui personaggi continua il cesello sui luoghi, con l'inserimento del paesino che dà il titolo al libro, quel Borgo dei Pazzi sul quale nulla vi svelerò e che campeggia inquieto e minaccioso sulla copertina del libro, ancora una volta realizzata dallo stesso Barale.

A volte è questione di fortuna, alla fine questo (non) eroe atipico, lontano dal canone, che sia immerso in una Torino uggiosa d'inverno, solare d'estate o negli splendidi paesaggi collinari piemontesi, non farebbe nemmeno troppa fatica a ritagliarsi un posto nelle simpatie di un pubblico televisivo, attendiamo che Yume ci regali ancora altre avventure del vecchio piemunteis.

domenica 13 settembre 2020

LA CONGIURA DEGLI INNOCENTI

(The trouble with Harry di Alfred Hitchcock, 1955)

Fino a qualche anno fa gli appassionati di Cinema che anelavano la visione domestica di un bel film, lontani ancora dalle piattaforme streaming (legali e non), impossibilitati a cercare nuovi stimoli in rete o sull'ancora inesistente Youtube, si affidavano all'home video e ancor più spesso a ciò che proponeva la tv generalista, quella cosa che molti giovani d'oggi non sanno neanche più cosa sia. In quel tempo analogico e non connesso i canali televisivi lanciavano spesso i cicli tematici: il ciclo James Bond era un classico, in sequenza, uno alla settimana, tutti i film dedicati all'agente segreto al servizio di sua maestà, immancabile d'estate e agognato dagli adolescenti il ciclo horror, mi viene in mente il contenitore dello Zio Tibia ad esempio, evento godurioso per cui l'attesa era superata solo dal ciclo chiappa e spada (ma anche solo chiappa) grazie al quale si potevano ammirare le grazie della Fenech, della Gloria Guida, della Cassini o della Bouchet (più tutte le altre, che qui non si vuol far torto a nessuno!). Tra i tanti cicli proposti quello dedicato al maestro Alfred Hitchcock si rivelava sempre tra i più interessanti anche se nel corso delle innumerevoli volte che questo è stato proposto, magari da più canali diversi, ci ha dato la possibilità di vedere più o meno sempre gli stessi titoli. All'interno di una filmografia che comprende più di cinquanta film divisi tra Cinema muto e sonoro e soprattutto tra un periodo inglese e uno americano (in base al paese dove sono stati girati i film), quelli che regolarmente passano in televisione - perché questi cicli ancora ci sono - sono circa la metà, provenienti prevalentemente dal periodo americano, con una programmazione concentrata sui film da metà anni 40 in avanti. Proprio in questi giorni ci son ben due canali televisivi in chiaro che stanno riproponendo il ciclo del "maestro del brivido", ovviamente i titoli trasmessi sono sempre i medesimi, è stata però l'occasione giusta per riguardare uno di quei film un po' rimossi dalla memoria, un esperimento che è un unicum all'interno della filmografia del regista: La congiura degli innocenti.

The trouble about Harry, questo il titolo originale, presenta diverse caratteristiche solitamente estranee alle opere di Hitchcock. Per iniziare possiamo dire di trovarci a pieno titolo di fronte a una commedia, per carità, commedia con cadavere, con un umorismo parecchio macabro e volendo con una gestione di alcune situazioni che per l'epoca, siamo nel 1955, avrà anche scandalizzato qualche benpensante, ma pur sempre una commedia. Manca totalmente la tensione, La congiura degli innocenti è un'opera del re del brivido senza brivido alcuno, anche per lo spettatore l'aspetto legato alla ricerca di un colpevole diviene residuale di fronte al succedersi di situazioni assurde e grottesche e rimane sempre in secondo piano se confrontato al piacere di vedere all'opera ottimi interpreti in un intreccio decisamente atipico per i canoni del maestro. Il film, forse proprio per questo, fu un grosso insuccesso, non piacque già all'epoca, è rimasto un caso isolato nella filmografia del regista anche se è stato poi rivalutato dalla critica con il passare degli anni e a tutti gli effetti, rivisto oggi, lo si può dire senza timore una commedia molto ben riuscita, ovviamente agli antipodi di cose come Psycho, Gli uccelli e di tutti gli altri titoli tesi che compongono la filmografia di Hitchcock. Eppure il regista si diceva molto legato a questo film, un divertissement girato in poco tempo, senza particolare ricorso a trucchi di regia, realizzato con un budget piccolo rispetto ai suoi precedenti film, immerso nelle splendide vedute autunnali del Vermont, fotografate in maniera sublime da Robert Burks, e recitato da un cast privo di grandi star: una splendida Shirley MacLaine è qui al suo debutto e lascia subito il segno, si nota la presenza di John Forsythe, un'ottima prova anche la sua, divenuto poi popolare con il ruolo di Blake Carrington nella soap opera Dynasty.

Nei pressi della cittadina (a esagerare) Highwater nel Vermont il Capitano Wiles (Edmund Gwenn) è intento in una solitaria battuta di caccia alla lepre. Poco distante il piccolo Johnny Rogers (Jerry Mathers) si imbatte nel cadavere di un uomo, vestito di tutto punto e steso nel mezzo delle colline che circondano la cittadina con una ferita alla testa. Mentre il bimbo torna a casa per avvisare sua madre anche il Capitano Wiles si imbatte nel cadavere convincendosi di essere lui stesso l'assassino che per errore, tirando alla lepre, ha invece colpito l'uomo; prenderà su due piedi la decisione di far sparire il cadavere per evitare complicazioni con le autorità locali. Prima però di riuscire a far sparire il cadavere nello stesso si imbatteranno prima la Signora Rogers (Shirley MacLaine) che si scoprirà subito essere sposata al morto, poi Miss Gravely (Mildred Natwick), una zitella di mezza età interessata al Capitano, e ancora il pittore Sam Marlowe (John Forsythe), il mezzo orbo Dottor Greenbow (Dwight Marfield) e un vagabondo di passaggio. A nessuno di questi personaggi, compresa la moglie, sembra importare un accidenti di quel cadavere (l'Harry del titolo originale) che probabilmente si troverà sballottato più da morto che quanto in un'intera vita. Il morto, che non vediamo mai in faccia, è interpretato da Phillip Truex.

L'aspetto più divertente del film è proprio l'alone di cinismo che circonda tutti i personaggi, la stessa caratteristica che valse al film più di una critica all'epoca, tutti i protagonisti di fronte a questo cadavere mostrano un interesse per lo stesso pari a zero, la moglie è sollevata di esserselo tolto di torno, tutti gli altri discutono amabilmente sull'opportunità o meno di farlo sparire dando inizio a una catena di eventi surreale ma che spesso ci fa sorridere, la vicenda assume toni scanzonati e surreali tanto che delle sorti del morto, di chi l'abbia ucciso e perché, alla fine finisce per non importare un fico secco nemmeno allo spettatore. Ottime le interpretazioni del cast, la MacLaine e Forsythe (che riscopro ottimo attore) sono una bella coppia ben supportata dagli altri coprotagonisti. Da segnalare l'ottimo accompagnamento musicale di Bernard Herrmann che da qui in avanti collaborerà più volte con Hitchcock, le musiche sottolineano magnificamente tutti i passaggi più surreali della vicenda. La congiura degli innocenti proprio per la sua unicità merita di essere visto, probabilmente non mancherà occasione tenendo d'occhio il prossimo "ciclo Hitchcock" che scommettiamo non tarderà ad arrivare.

lunedì 8 giugno 2020

CENA CON DELITTO - KNIVES OUT

(Knives out di Rian Johnson, 2019)

Dopo la sortita non troppo esaltante in quella galassia lontana lontana, il regista Rian Johnson torna sul nostro pianeta con una storia molto terrena e dagli esiti in larga misura più felici. Si recupera con questo film la tradizione del giallo classico all'inglese con tutti gli elementi del caso: una morte su cui indagare, una bella magione isolata, una serie di sospetti tutti con un movente più o meno valido per provare acredine nei confronti del morto, la polizia che indaga e che si avvale di un detective molto dotato destinato a dipanare la matassa e a raccogliere tutti gli indiziati per la più classica delle ricostruzioni finali. I modelli più lampanti sono i romanzi di Agatha Christie, ma anche le trasposizioni cinematografiche a tema, il riferimento che più facilmente torna alla mente, non fosse altro che per l'assonanza del titolo, è il classico del 1976 Invito a cena con delitto che parodiava il genere (elementi da commedia non mancano nemmeno nel film di Johnson) e proprio come accade anche in Cena con delitto sfoggiava un cast corale di gran lusso. Non dimentichiamo nemmeno Signori, il delitto è servito ispirato direttamente al gioco da tavolo Cluedo, citato anche in una battuta in questo Knives out ("Sembra la casa del Cluedo"). Proprio con la casa il regista realizza le riprese migliori, seguendone corridoi, scalinate, inquadrandone le meravigliose stanze e la maestosa biblioteca, gli arredi sontuosi e rendendo il luogo del delitto un meraviglioso set dove muovere un cast di altissimo livello.


Il capostipite di una famiglia facoltosa, Harlan Thrombey (Christopher Plummer), scrittore di successo di libri gialli e fondatore della casa editrice di famiglia, viene trovato morto nella sua stanza dalla domestica Fran (Edi Patterson). Insieme alla polizia arriva sulla scena del crimine anche il detective privato Benoît Blanc (Daniel Craig), assunto in maniera anonima da qualcuno che non crede all'ipotesi sostenuta dalla polizia, quella del suicidio. La sera del fattaccio era presente in casa tutta la famiglia, riunita proprio per festeggiare il compleanno di Harlan. Tutti sospettati quindi: la figlia Linda (Jamie Lee Curtis) e suo marito Richard (Don Johnson) con la loro prole, quella testa calda di Hugh (Chris Evans), l'altro figlio di Harlan, Walt (Michael Shannon) e la moglie Donna (Riki Lindhome) con loro figlio a seguito, lo strambo Jacob (Jaeden Martell), la nuora del defunto Joni (Toni Collette) con la figlia Meg (Katherine Langford), e ancora la domestica Fran e l'infermiera personale di Harlan, la giovane Marta (Ana De Armas). Con l'avanzare delle indagini si scoprirà che tutti avevano i loro motivi di attrito con il vecchio Harlan, quasi sempre per questioni di dipendenza economica, nessuno viene quindi escluso dalle indagini del detective Blanc, a metà strada tra genio e macchietta, il quale potrà contare sull'aiuto di un difetto congenito dell'infermiera Marta Cabrera, incapace di mentire senza vomitare copiosamente.


Sono diversi gli spunti divertenti nel film, dal lieve difetto di Marta appena accennato, al richiamo d'arredo pacchianissimo a Il trono di spade, dalla presenza dell'anziana madre di Harlan, mezza rimbambita (K Callan) fino ad arrivare al detective Benoît Blanc, comunque un tipo sui generis. Il tono seppur divertito non arriva mai alla parodia, anzi, la costruzione della vicenda è abbastanza scrupolosa, il fatto criminoso viene dipanato con dovizia di particolari e con più d'un ribaltamento di carte, come si conviene a un mystery, insieme al detective la vera protagonista è la giovane Marta, l'unica che sembra provare un sincero affetto per l'anziano capofamiglia. Cast in palla che regge a meraviglia le due ore e passa di film, non ci si annoia e si segue con piacere il lavoro di ricostruzione dei tutori dell'ordine. Ben pennellato il tratteggio di caratteri di una manica di sfaccendati arricchitisi sulle spalle del padre celebre, degli altoborghesi che si premurano di mostrarsi di aperte vedute, come fanno nei confronti di Marta, immigrata da un paese del Sudamerica (che cambia di volta in volta in base a quale membro della famiglia si interroghi), ma che alla fine si dimostrano dei semplici bifolchi attaccati ai soldi, in contrapposizione all'unica persona realmente umile e di cuore, quella che arriva da un ceto più povero e con meno diritti.

Cena con delitto ravviva in maniera intelligente e divertente un genere non proprio à la page ma che ancora una volta si dimostra essere un classico intramontabile qui celebrato degnamente con un film capace di farci dimenticare anche il brutto e abbastanza recente Assassinio sull'Orient Express diretto da Kenneth Branagh.

lunedì 30 marzo 2020

ASSASSINIO SULL'ORIENT EXPRESS

(Murder on the Orient Express di Sidney Lumet, 1974)

La filmografia da regista di Sidney Lumet è parecchio nutrita (poco più di una quarantina di titoli); nel 1974, anno d'uscita di questo Assassinio sull'Orient Express Lumet era più o meno a metà della sua produzione, l'adattamento di quello che è il romanzo più noto di Agatha Christie, all'interno della filmografia del regista, è schiacciato tra due opere di altissimo livello e di tutt'altro genere rispetto al giallo classico tanto caro alla scrittrice inglese. Nel 1973 Lumet aveva infatti portato al cinema la storia di Serpico con il grande Al Pacino nel ruolo del protagonista, con lo stesso attore nel '75 Lumet sigla Quel pomeriggio di un giorno da cani, in mezzo a queste due grandissime pellicole sembra strano veder comparire i baffetti del poco simpatico Hercule Poirot. Un Cinema completamente diverso da quello degli altri due titoli eppure Lumet non manca di far sentire forte la sua mano rendendo il viaggio di questo storico treno, così come il treno stesso, la sua locomotiva, i suoi vapori, i suoi interni, il suo sferragliare deciso verso una bufera di neve di grandi proporzioni, uno dei protagonisti di questo enigma della stanza chiusa (o meglio, del vagone chiuso).

La trama è per lo più nota, tenteremo di non offrire il fianco a spoiler a vantaggio di chi non avesse mai letto il libro e non avesse mai visto nessuna delle trasposizioni portate sullo schermo (magari nemmeno la recente porcheria firmata Branagh). Lumet (o lo sceneggiatore Paul Dehn) decide di aprire il film con un prologo assente nel libro, la ricostruzione di un vecchio accadimento delittuoso dal quale prendono le mosse gli eventi narrati in Assassinio sull'Orient Express: sul celebre convoglio sul quale sta viaggiando Poirot (Albert Finney) avviene un delitto, l'industriale Samuel Ratchett (Richard Widmark) viene trovato morto nella sua cuccetta, pugnalato nottetempo ben dodici volte. Si scoprirà che la vittima si portava dietro un passato molto oscuro, ma chi tra gli altri passeggeri dello scompartimento poteva avere motivo o interesse nell'uccidere Ratchett? Nel vagone un'eterogenea miscela di caratteri che permette a Lumet di schierare quello che per l'epoca era un vero parterre de roi, oltre ai già citati Finney e Widmark nel cast compaiono Sean Connery, Lauren Bacall, Anthony Perkins, Ingrid Bergman, Michael York, Jaqueline Bisset, Jean-Pierre Cassel (papà di Vincent), Vanessa Redgrave, Jon Gielgud e altri ancora, per chi ama il Cinema di qualche anno fa è ben chiara la portata del cast ingaggiato per l'occasione.


Proprio sulle prove d'attore si regge un film basato su uno sviluppo che per forza di cose è strutturato in maniera statica e verbosa, tra confronti, scambi d'opinione e interrogatori in un ambiente che potrebbe risultare fin troppo claustrofobico se non fosse per la capacità di Lumet di quando in quando di portare la camera all'esterno del treno, con riprese sui movimenti dello stesso e sull'incombente bufera bianca che costringerà l'Orient Express a una sosta forzata. Spicca tra tutti un Albert Finney (scomparso l'anno scorso) capace di dare all'ispettore belga una connotazione sopra le righe, a volte anche eccessiva, in mezzo a un cast di grandissimi professionisti che si accaparrò anche una statuetta nella notte degli Oscar (vinse la Bergman come non protagonista) su ben sei nomination. I ritmi non sono forsennati ma l'attenzione dello spettatore viene indubbiamente catturata nella lunga ricostruzione finale dell'investigatore. Assassinio sull'Orient Express ha un incedere d'altri tempi, oggi forse impensabile, si è provato a modernizzare il tutto con il remake di Branagh già citato sopra, anche in questo caso cast di gran lusso per un esito decisamente più sconfortante. In determinati casi più moderno non significa necessariamente migliore.

martedì 24 marzo 2020

È STATO UN ATTIMO

(di Sandrone Dazieri, 2006)

Il primo incontro con i romanzi di Sandrone Dazieri risale a un po' di anni fa, a quando il suo libro d'esordio, Attenti al gorilla, venne pubblicato all'interno della collana Le strade del giallo in allegato a Repubblica. La copertina invogliava: uno scorcio milanese, a occhio un naviglio nebbioso, che richiama da subito il poliziottesco anni 70. Serbo ancora un bel ricordo di quel primo incontro, poi un po' per la volontà di lasciare meno spazio tra le mie letture a gialli e noir soprattutto se con protagonisti seriali come il Gorilla, un po' perché preso da altro il Dazieri lo abbandonai, nonostante da diversi anni questo È stato un attimo occhieggiava dalla mia libreria. Ora, con l'intento di recuperare i libri in giacenza da tempo sui miei scaffali, ho preso in mano questo che è il sesto romanzo dell'autore (se non contiamo quello rivolto ai ragazzi) e che non vede come protagonista il Gorilla bensì un delinquentello di mezza tacca di nome Santo "Trafficante". L'aspettativa per il nuovo incontro con la prosa di Dazieri devo ammettere era alta e senza indugio posso andare a dirvi che in qualche maniera sono uscito dalla lettura di questo romanzo con un pizzico di delusione. Di per sé la vicenda di Santo Trafficante è anche ben costruita, sfrutta l'espediente del protagonista affetto da amnesia che poco a poco deve ricostruire un buco nella sua vita passata (e qui si tratta di un buco di molti anni) trovandosi nel presente a vivere l'esistenza di quella che all'apparenza potrebbe essere completamente un'altra persona, e in effetti così è per Santo che per questo nuovo sé stesso che pian piano scopre di essere non prova nemmeno troppa simpatia.

Santo detto Trafficante è un piccolo spacciatore che vivacchia di espedienti, ha il suo giro di clienti, qualche piccolo affaruccio finché un giorno incontra Max, altro delinquente come lui, i due decidono di mettersi in società, ancora droga, piccoli furtarelli, un bel giro finché Max non decide di tradire Santo, il tutto culmina con una bella botta in testa ai danni del nostro. Quando Santo si risveglia si ritrova sul pavimento di un bagno pubblico, molto elegante, non come quello del baretto di Oreste che era solito frequentare, vestito di tutto punto e circondato da elegantoni, uscendo gli viene incontro una giovane donna distinta, elegante anch'essa, che lo tratta come se fosse il suo fidanzato o suo marito, una donna che ovviamente lui non ricorda d'aver mai visto. Uscito dal bagno si rende conto d'essere all'interno del Teatro alla Scala, un luogo che mai avrebbe pensato di poter frequentare. Da quel momento Santo dovrà ricostruire il suo passato recente nei panni di una persona totalmente diversa da quel che ricordava, tra una nuova posizione, soldi a palate, amanti, accuse di omicidio e nuovi amici/nemici.

Dazieri conosce bene il mestiere, sa come dare il giusto ritmo alla narrazione per coinvolgere il lettore, capitoli brevi in ognuno dei quali succede qualcosa, piccoli cliffhanger disseminati in chiusura di quasi tutti i capitoletti che facilmente possono diventare come le ciliege che una tira l'altra. Il romanzo alla fin fine si lascia leggere, non ci sono momenti di stanca o fasi morte, per carità, tutto funziona più che bene, il problema è che non c'è nemmeno nulla di così accattivante. Nei miei ricordi ormai sbiaditi legati al romanzo d'esordio dello scrittore di Cremona c'era una descrizione d'ambiente molto avvolgente, un'atmosfera capace di catturarti che qui un po' manca, ci sono diversi riferimenti alla vecchia Milano ma il tutto non riesce a penetrare sottopelle, anche il protagonista non è così accattivante, i coprotagonisti rimangono tutti un poco distanti dal lettore, insomma, il romanzo alla fine intrattiene il giusto ma non cattura mai veramente. Per una lettura d'intrattenimento, specie in epoca di quarantene da coronavirus, È stato un attimo fa il suo dovere, per avere qualcosa di più che si debba tornare alle successive avventure del Gorilla? A letture avvenute l'ardua sentenza.

mercoledì 8 gennaio 2020

ATTRAVERSO IL SEGRETO

(di Mario Barale, 2018)

Torna Nanni Baretti, l'ex Commissario di Polizia ormai in pensione creato da Mario Barale lungo le pagine del suo primo romanzo, All'ombra del salice; torna con una nuova avventura ambientata tra Torino e l'astigiano, approfondendo temi che nel primo libro dedicato a questo piemontese vecchio stampo avevamo solamente annusato nelle sequenze finali. Nonostante Attraverso il segreto sia leggibile tranquillamente come libro a sé stante, quello di Baretti è un vero e proprio ritorno, il consiglio è quello di approcciare le sue avventure leggendo i libri in ordine d'uscita, perché se in questo episodio non abbiamo particolari legami con il libro d'esordio, non di meno sono presenti riferimenti, battute che il lettore occasionale potrebbe non godersi appieno, così come si assiste al ritorno di alcuni comprimari come quello del Commissario Caruso o quello della sorella di Baretti, la paziente e affezionata Adelina, meglio presentati nel romanzo precedente.

Già da questa seconda prova l'autore cesella un lavoro d'evoluzione sui personaggi, almeno nei loro rapporti, Baretti pur mantenendo il suo carattere diretto appare meno burbero che in passato, soprattutto nei confronti di quel terún del Commissario Caruso al quale ormai lo lega un profondo legame d'amicizia e di stima reciproca, cementificato dalle passate esperienze condivise nell'avventura ai Tetti Grigi, un rapporto che rende il collega più giovane uno di famiglia, nonostante la sua deprecabile abitudine ai parcheggi azzardati e la sua origine lontana dai territori che furono dei Savoia. Lo stile di scrittura acquisisce maggior sicurezza e dinamismo donando a questo secondo romanzo una velocità di lettura incredibile (il libro si lascia leggere in due/tre giorni), ancora una volta è possibile ammirare tra le pagine alcune illustrazioni dello stesso Barale che cura in prima persona anche le realizzazioni delle copertine dei suoi romanzi.

Per la prima quarantina di pagine di Baretti non v'è traccia, la storia si apre nel quartiere Santa Rita di Torino con Gino Martini, un restauratore di mobili ormai in pensione che partecipa alla vendita all'asta di quel che rimane del patrimonio del suo ex datore di lavoro, da poco deceduto e in possesso di una discreta collezione di mobili d'epoca. Per un caso fortuito più che per abilità o disponibilità economica, il Martini si aggiudica una vecchia angoliera del 1700, forse non il pezzo più pregiato a disposizione ma indubbiamente quello più curioso, un pezzo che fa gola anche a gente poco raccomandabile. In seguito agli accadimenti occorsi al Martini, amico di vecchia data di Baretti, quest'ultimo viene coinvolto in un'indagine alla quale prenderà parte anche Caruso e che porterà il "dinamico duo" a confrontarsi con l'ambiente degli antiquari e con quello dell'esoterismo piemontese.

In Attraverso il segreto il thriller si tinge di sovrannaturale, aspetto che ne L'ombra del salice era solo lambito seppur con una certa rilevanza almeno in una sequenza del libro, qui Barale ci conduce in territori ancora inesplorati tratteggiando personaggi e situazioni proprie di una Torino, e in generale di un Piemonte, più oscura e nascosta, costruendo un finale, senza rivelare nulla, più vicino ai topoi narrativi dell'horror che a quelli del giallo. Seconda prova superata, non ci resta che vedere come se la caverà Nanni Baretti ne Il borgo dei pazzi.

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