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sabato 18 giugno 2022

PASOLINI

(di Abel Ferrara, 2014)

Non è così semplice riuscire a capire quali potessero essere le intenzioni di Abel Ferrara nell'intraprendere la realizzazione del suo progetto su Pasolini; il film che ne esce seppur interessante e meritorio, è poco illustrativo dello scrittore, poeta, regista, pensatore e altro ancora; chi fosse a digiuno della figura di Pier Paolo Pasolini qui non troverebbe molto per aumentarne la conoscenza nonostante Ferrara inquadri molto bene le caratteristiche e gli interessi principali, le urgenze di questo protagonista della nostra storia culturale che nei suoi anni (e poi dopo) è stato così importante e ingombrante per il suo discorso sulla situazione. Pasolini è un film che vive di frammenti, di spunti, alcuni avviati dallo stesso Pasolini e che Ferrara con il coraggio che lo contraddistingue da sempre, in piccola parte e con umile rispetto, cerca di interpretare dando vita a sequenze di quel film in nuce che non vide mai la luce (Porno-Teo-Kolossal) e che nelle intenzioni dell'autore avrebbe dovuto coinvolgere anche Eduardo De Filippo, qui interpretato da Ninetto Davoli, volto pasoliniano per eccellenza, a sua volta in Pasolini interpretato da Riccardo Scamarcio. Non resta che pensare a un'operazione concepita per rispetto, per stima profonda e anche per l'affinità che un regista come Ferrara, con un passato difficile alle spalle, può aver provato verso la figura di Pasolini, con i dovuti distinguo siamo di fronte ad autori di grande spessore, dominati in parte dai propri demoni, per Pasolini quella sorta di ricerca ossessiva di vita vera (degrado?) che, forse, lo portò a morire su quella spiaggia di Ostia, per Ferrara quel difficilissimo rapporto di dipendenza dall'eroina sublimato in quel capolavoro che è The addiction - Vampiri a New York, entrambi accomunati da quella propensione a scandalizzare e a far discutere, per Pasolini più che nota (pensiamo a Salò o le 120 giornate di Sodoma per esempio) ma anche Ferrara in questo senso non scherza, esordisce nel porno con 9 lives of a wet pussy ma si pensi anche al grandissimo Il cattivo tenente con un Harvey Keitel meraviglioso come protagonista. È un incontro a tre che da vita a questo lavoro, il terzo è un immancabile nella recente vita artistica di Ferrara, l'amico Willem Dafoe che qui diventa un Pasolini molto rassomigliante, decisamente credibile, sempre grandissimo interprete.

Si narrano le ultime ore di un Pier Paolo Pasolini inconsapevole di star andando incontro alla sua morte improvvisa, prematura e ingiusta. Scene di vita casalinga di ritorno da un viaggio in Svezia: mamma Susanna (Adriana Asti) che lo chiama in maniera affettuosa Pieruti, la visione degli impegni con la collaboratrice Graziella (Giada Colagrande), la lettura del giornale, il caffè, gli incontri con gli amici, l'attrice Laura Betti (Maria De Medeiros), il poeta e cugino Nico Naldini (Valerio Mastandrea). Entrando un po' più nel pensiero di Pasolini c'è l'intervista con Furio Colombo (Francesco Siciliano).

PPP: Le poche persone che hanno cambiato la Storia sono quelle che hanno saputo dire no. Il rifiuto è un gesto essenziale, ma deve essere grande, assoluto e assurdo. Il buonsenso non ha mai fermato "la situazione". Allora ci sono tre discorsi da fare: Qual è la situazione? Perché si dovrebbe fermarla? E in che modo?
FC: Descrivi allora "la situazione". I tuoi interventi, il tuo linguaggio, hanno l'effetto del sole tra la polvere. Un'immagine bella, ma difficile da capire.
PPP: Grazie per l'immagine del sole, ma io pretendo molto meno. Pretendo solo che tu ti guardi intorno e che ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani ma solo strane macchine che si scontrano tra loro. Una tragedia che è iniziata con l'istruzione universale e obbligatoria la quale forma tutti noi, ricchi o poveri. Essa ci spinge tutti dentro l'arena dell'avere tutto a tutti i costi. In tal modo tutti vogliono le stesse cose. Se dispongo di mezzi politici o di mezzi finanziari, uso quelli. Oppure uso una spranga. e quando uso una spranga, la uso per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che volerlo è una virtù. Esercito il mio diritto, la mia virtù. Sono un assassino e sono buono. Ma oggi... non ci si fa scrupolo ad uccidere. Il panorama è mutato, la voglia di uccidere ci lega tutti come tetri fratelli di una società fallita che fabbrica gladiatori educati a possedere e distruggere.
FC: Tu ci vorresti tutti pastorelli non istruiti, ignoranti e felici?
PPP: Messa così sarebbe una stupidaggine. Te lo dico chiaramente. Io scendo all'Inferno, e so cose che non disturbano la pace degli altri. Ma attenti, l'Inferno sta salendo da voi. È vero, indossa diverse uniformi, e porta diverse maschere. Siamo tutti vittime e tutti colpevoli. La voglia di dare la sprangata, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà a lungo l'esperienza privata di chi ha, come dire, toccato "la vita violenta". Non vi illudete. Voi, con la scuola, la tv, i vostri giornali, siete i conservatori di quest'ordine orrendo basato sull'idea di possedere e distruggere.

Ferrara spezza, immagina, apre squarci visionari, ricostruisce, riporta, nel fare tutto questo gira un film lontano dal biopic, anche da quello delle poche ultime ore, riesce comunque a risultare compatto, favorito dalla durata brevissima del film, non più di un'ora e venti minuti, forse troppo pochi per dare anche solo un'idea di chi e cosa fu Pier Paolo Pasolini, costruisce cortocircuiti interessanti: il girato esplicito delle 120 giornate e il viaggio onirico tra le sequenze di un film mai realizzato (il Porno-Teo-Kolossal già citato), affianca Ninetto Davoli in carne e ossa al Ninetto Davoli personaggio (interpretato da Scamarcio), ci mostra il pensatore fino e l'uomo in cerca di emozioni basiche tra quei ragazzi di borgata, anche questi ritratti tra gioia (il gioco del calcio) e squallore (i rapporti sessuali clandestini), l'alto e il basso, l'amore per il cinema di un regista che ha dato tanto a questa arte già dai suoi esordi (Accattone, Mamma Roma, La ricotta, tre capolavori). Accenni, frammenti a creare un ritratto con almeno una sequenza struggente, perché cosa può esserci al mondo di più straziante del dover comunicare a una mamma la morte prematura del proprio figlio?

Il Pasolini di Ferrara non è un film saggio, non è il mezzo adatto per conoscere a fondo il pilastro di cultura che è stato Pier Paolo Pasolini, è un film da leggere come gesto affettuoso, sentito, da parte di un autore che con tutta probabilità sente forte qualche connessione, qualche vicinanza, qualche affinità soprattutto verso l'uomo che è stato Pasolini, in questo il film può dirsi pienamente riuscito, per altro ci sono i saggi, gli scritti e l'opera tutta dello stesso autore.

martedì 7 maggio 2019

RO.GO.PA.G

(di Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti, 1963)

Ro.Go.Pa.G., ovvero quando il totale è meno della somma delle parti.

Spesso, quando l'incontro di più menti scatena risultati eccelsi, si dice che l'esito finale superi la somma delle singole parti. Accade spesso parlando del lavoro dei musicisti all'interno di un gruppo musicale per esempio, collaborazioni che oltre ai risultati dovuti ai vari talenti personali, producono anche una sorta di chimica, una specie di magia se vogliamo, che rende l'opera in questione ancor più riuscita. Nonostante i nomi coinvolti in questo film facciano tremare le vene e i polsi ancora oggi, in Ro.Go.Pa.G. manca l'alchimia, i quattro registi impegnati a dirigere i vari segmenti che compongono l'opera marciano in maniera solitaria, ognuno per conto proprio, all'interno di un progetto che non lega e che presenta direzioni comuni solo a volerle trovare per forza. Questo potrebbe anche non essere un male, in fondo nel Cinema italiano degli anni Sessanta non era inusuale trovare film a episodi, anzi, alcuni di questi sono veri punti fermi della commedia all'italiana, filone pregevole della nostra Storia nella Settima Arte. Il problema maggiore di Ro.Go.Pa.G. è che almeno due episodi su quattro in fondo non convincono più di tanto, resta un po' d'amaro in bocca (che in parte si tramuta in piacevole sorpresa) se uno dei due episodi più riusciti è quello di Gregoretti, il regista meno conosciuto tra i quattro, magari il più canonico ma anche quello che riesce a intrattenere al meglio lo spettatore in maniera critica e intelligente.

Ma andiamo in ordine. Intanto il titolo... nulla di misterioso, leggiamolo così: Rossellini.Godard.Pasolini.Gregoretti, insomma... niente di particolarmente originale. Andiamo oltre. Non nascondo che le aspettative, approcciando una visione con questi nomi coinvolti, fossero alte. Il primo episodio dal titolo Illibatezza è quello di Rossellini, regista di capisaldi quali Roma città aperta, Europa '51, Paisà, Il Generale Della Rovere e via di questo passo. Rossellini ci offre una prova priva di grandi spunti, poco incisiva sia sotto il punto di vista stilistico, sia sul versante della narrazione, rimane giusto l'immagine della bella Rosanna Schiaffino che interpreta la protagonista dell'episodio. Anna Maria è una hostess di linea in trasferta per un periodo con base a Bangkok. Giovane e bella ha un fidanzato meridionale, distinto ma anche un po' geloso, che la aspetta a casa. Durante il suo soggiorno asiatico viene a più riprese molestata da un americano di nome Joe (Bruce Balaban), profondamente invaghito di lei e della sua condotta innocente e irreprensibile. Per toglierselo di torno Anna Maria sarà costretta ad adottare pose e look più aggressivi. Poco altro da segnalare, se la durata contenuta rende fluidi tutti e quattro gli episodi, questo di Rossellini sembra davvero aver poco da dire.


Archiviato Rossellini si passa al francese Godard (una roba paragonabile a un cambio tra Messi e Cristiano Ronaldo in una serata poco felice per entrambi). Dal punto di vista formale e dello stile Godard si rivela sicuramente più interessante, il montaggio vivace dei primi minuti, le riprese in notturna, l'alternarsi anche sghembo di rumori e silenzi sulle prime sequenze sono tutte caratteristiche che rivelano la cifra del regista parigino che, ancora una volta, si dimostra legato al tessuto cittadino. Sempre difficile da decifrare, Godard mette in scena una Parigi post-atomica, dopo un'esplosione nucleare nei cieli della capitale francese i parigini si trovano privi delle basilari emozioni, straniti, cambiati. In maniera inspiegabile il protagonista (Jean Marc Bory) sembra essere immune alla mutazione che si riscontra forte invece nella sua ragazza, la bella Alexandra (Alexandra Stewart). Narrato prevalentemente dalla voce fuoricampo del protagonista, anche questo episodio non avvince, si lascia apprezzare per qualche scelta formale comunque non rivoluzionaria per il Cinema di Godard; un poco stupiti si guarda oltre. (L'episodio si intitola Il nuovo mondo).


La musica cambia con l'arrivo di Pier Paolo Pasolini. La ricotta si rivela l'episodio più riuscito del lotto e quello di maggior contenuto, tanto da aver fatto bloccare dalla censura l'uscita del film per vilipendio alla religione (o qualcosa di simile). Pasolini torna tra le borgate povere di Mamma Roma e di Accattone, punta il suo interesse verso gli ultimi, quella fetta d'umanità che magari considerava anche più bestiale ma sicuramente più onesta e sincera. Il protagonista è Stracci (Mario Cipriani), un povero cristo che fa una piccola comparsata in un film a tema religioso con lo scopo di accaparrarsi almeno il cestino del pranzo che viene offerto dalla produzione alla troupe. Regalato il cestino alla sua famiglia, Stracci rimane digiuno e tenterà per tutto il giorno diversi espedienti per mettere qualcosa sotto i denti. Il finale della sua giornata non sarà tra i più felici. L'episodio alterna momenti divertenti a episodi più apertamente comici, registri decisamente tragici a quelli metacinematografici. Sul versante dei contenuti il livello si alza moltissimo, si ride nel tragico, ci sono pensieri importanti e la poetica pasoliniana già nota per altre opere. Tocco di genio far interpretare il ruolo del regista del film in divenire ad Orson Welles, un punto fermo per la Settima Arte. Si notano in questo episodio alcune sequenze a colori, le uniche di tutto il film.


Si chiude con Ugo Gregoretti, la vera sorpresa, che gira un episodio (Il pollo ruspante) molto canonico e che rientra a pieno nel filone della commedia all'italiana ma che si rivela anche il più divertente e piacevole da seguire. Siamo nell'Italia post boom economico, mentre un esperto di economia espone a una platea di addetti ai lavori le tecniche persuasive con le quali indurre ignari cittadini al consumo fine a sé stesso, seguiamo le vicende della famiglia Togni, composta dal capofamiglia (Ugo Tognazzi), dalla moglie (Lisa Gastoni) e dai due figlioletti piccoli di cui uno è proprio Ricky, il vero figlio di Ugo Tognazzi. Mentre il professore spiega e spiega i Togni sono alle prese con le cambiali per l'acquisto del nuovo televisore, fantasticano sul possesso della nuova Fiat 1800 mentre viaggiano sulla loro 600, sono preda dei richiami sirenici dei prodotti dell'Autogrill, progettano di insediarsi in uno dei nuovi lotti del complesso "La Svizzera dei lombardi", il tutto, forse, a scapito della felicità o di qualcosa di più. L'episodio è una diretta presa in giro della mania per il consumo già all'epoca ben individuata (e anche pilotata) dalle teste pensanti e che ci ha portati all'oggi terribile che stiamo vivendo. Attuale.

Preso nel complesso, nonostante non manchino diversi punti di interesse, da questo film era lecito aspettarsi di più. I grossi nomi deludono parzialmente le aspettative, svetta Pasolini, Gregoretti ci mette una pezza. A ogni modo almeno una visione rimane consigliata.

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