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mercoledì 18 dicembre 2024

L'IMPERO

(L'empire di Bruno Dumont, 2024)

Immaginiamo un racconto di fantascienza che veda opposte due fazioni aliene in lotta tra loro per il predominio su un pianeta terzo; ipotizziamo ora che lo scenario che funge da sfondo alle vicende narrate non sia per una volta ubicato in una galassia lontana lontana ma qui da noi, sulla cara e vecchia Terra, quella che, vista dall'alto, appare ancora come una meravigliosa sfera verde e blu. Detto questo, dove potremmo pensare che le due razze rivali possano scegliere di darsi battaglia? Il nostro immaginario ci porta in maniera quasi naturale a pensare a New York: grattacieli in fiamme, gente urlante in fuga nei canyon di cemento, collegamenti in tempo reale con la Casa Bianca a Washington per gestire la crisi, magari con Donald Trump pronto a chiamare Bruce Willis o Will Smith (entrambi, per motivi diversi, al momento fuori causa) al fine di salvare il salvabile. Poi, per carità, perché no? in un impeto di nazionalismo potremmo figurarci l'invasione incombere sugli assolati cieli di Roma, potremmo immaginare navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni dell'Ardeatino, raggi B balenare nel buio vicino alle porte dell'Asinaria e via discorrendo. Oppure potremmo pensare, con un inaspettato colpo di genio, di ambientare la nostra ipotetica faida galattica sulla Côte d'Opale, sul lato francese della Manica, di fronte a Dover, dalle parti di Calais, non troppo lontano dalla Piccardia, una zona ricca di spiagge e che vanta un bel verde e un bellissimo blu, distese piatte che ben si prestano alla nostra avventura spaziale. Come? Non ci avevate pensato? Beh, poco male, perché ci ha pensato Bruno Dumont al posto vostro.

Siamo in un piccolo villaggio sulla Côte d'Opale, nord della Francia; qui il giovane Jony (Brandon Vlieghe) vive di piccola pesca, un'attività che sembra non dare troppo frutto in questa zona e in questi tempi. I dintorni sono caratterizzati da spiagge ampie e spesso deserte, la giovane Line (Lyna Khoudri) le trova ideali per far prendere colore a sedere e tette, tanto a guardarla lì non c'è mai nessuno. Quando Jony e Line si incontrano per la prima volta scambiano due chiacchiere sui rispettivi operatori telefonici, sul fatto che non si siano mai visti prima e su amenità del genere. Dopo essersi allontanata per un breve momento Line torna sui suoi passi e, guardando verso la casa di Jony, scorge alla finestra l'anziana madre del ragazzo e il suo figlioletto, un bimbo piccolo biondo e paffutello. Line inizia a comportarsi stranamente, si inchina al cospetto del bambino, interrogata sul suo comportamento da Jony la ragazza si inchina anche a lui chiedendogli se il Margat fosse nato. Jony le risponde in una lingua aliena, i due sono esponenti della razza extraterrestre degli 0, inviati sulla Terra in corpo umano per garantire l'ascesa del Margat, il bimbetto di cui sopra, portatore della malvagità più pura destinata a fecondare le anime degli appartenenti alla razza umana. Nella più classica delle contrapposizioni binarie gli 0 sono contrastati dagli 1, altra razza aliena decisa a preservare l'umanità e rappresentata nella nostra storia dalla bellissima Jane (Anamaria Vartolomei) e dal bizzarro Rudy (Julien Manier).

Il cinema di Bruno Dumont non rientra nei canoni della "normalità" (diciamo così per convenzione, in fondo cos'è normale?), ne parlammo già in passato in occasione del commento al suo Jeannette, musical in chiave heavy metal che metteva in scena la filosofica giovinezza di una Giovanna d'Arco ancora nel pieno della sua infanzia. Con L'impero Dumont stranisce lo spettatore affondando le mani nella fantascienza e stravolgendone le atmosfere, lo fa giocando sui luoghi, sui toni, sui caratteri in un mondo che non è come te lo aspetti ma non è nemmeno come te lo aspetteresti se si potesse dare per buono l'assunto che due razze aliene venissero in incognito a sfidarsi sulla Terra. Dumont scarta da tutto quello che abbiamo già visto e mescola le carte: nella sua storia c'è un pescatore (che nella realtà fa il meccanico) e ci sono le spade laser, le distese deserte del nord della Francia assieme ad astronavi imponenti modellate, con un tocco di genio, sullo stile della Sainte Chapelle di Parigi e su quello della nostrana Reggia di Caserta (che evidentemente alla fantascienza piace), c'è la bella Jane e c'è il rude Jony che, schierati sui fronti opposti di una battaglia poco movimentata se non sul finale, non possono che provare fortissima attrazione l'uno per l'altra. A parere di chi scrive non si può dire, come si è detto, che L'impero sia una mera parodia di Star Wars o di qualsiasi altra saga fantascientifica, è altro, dirvi con precisione cosa sia però non è impresa semplice, chissà se almeno Dumont sarebbe in grado di illuminarci a questo proposito. Dumont riesce a far rivivere i suoi spazi, il suo lembo di esagono, sempre in maniera differente (la mia Francia è differente!, neanche fosse la banca); nella dicotomia 0/1, bene/male, in relazione anche a una nuova figura dal potenziale messianico e religioso (il bimbo biondo, il Margat) ogni spettatore può andare a leggere intenzioni e significati più o meno velati all'interno di un film all'apparenza molto immediato se non didascalico. Come già per Jeannette, anche L'impero non soddisferà tutti i palati, sicuramente curioso, diverso, coraggioso, non per forza coinvolgente, appassionante, memorabile. Ai posteri l'ardua sentenza nell'attesa di capire se L'Impero colpirà ancora.

domenica 14 novembre 2021

JEANNETTE

(Jeannette, l'enfance de Jeanne d'Arc di Bruno Dumont, 2017)

Perché accontentarsi di un Jesus Christ Superstar qualsiasi quando si può avere una piccola Giovanna D'arco nel pieno della sua estasi religiosa a contestare l'operato di Dio su tappeto heavy metal mentre pratica del buon headbanging contornata da una doppia apparizione della monaca Madame Gervaise?

Ovviamente la frase d'apertura è una piccola boutade, i due film non sono paragonabili e difficilmente questo Jeannette (seguito da Jeanne del 2019) diverrà nel tempo un cult come è accaduto per Jesus Christ Superstar; detto questo il film di Bruno Dumont si rivela essere una scheggia impazzita nel panorama cinematografico recente, almeno per chi, come chi scrive, non conosce in maniera approfondita il cinema del regista francese. Jeanette nasce come progetto per la televisione, l'ispirazione arriva da due testi di Charles Péguy dedicati alla pulzella d'Orléans ai quali Dumont guarda per mettere in scena quello che è un musical sui generis che pur rientrando nel genere sicuramente non ne rispetta i canoni declinandolo in una forma originale che per molto pubblico risulterà alla lunga parecchio ostica. Scelte radicali nella messa in scena di un film molto parlato, molto cantato, coreografato e dove pensieri e parole la fanno da padrone sull'azione: fede, assilli teologici ed esistenziali di una bambina (si inizia con Jeannette a otto anni) che si pone questioni molto più grandi di lei in preda a un dolore sincero per la sofferenza che vede assillare i suoi compaesani, siamo nel 1425 durante la Guerra dei cent'anni con una Francia in scacco sotto il tallone degli eserciti inglesi.

Il film è diviso in due parti, nella prima una Jeannette (Lise Leplatt Prudhomme) ancora piccola, guardiana di pecore, discute con la sua amica e coetanea Hauviette (Lucile Gauthier) del comportamento del Signore nei confronti della povera gente oppressa dalla guerra, Jeannette colma di fede non capisce però il mancato intervento di Dio nell'alleviare la sofferenza dei suoi concittadini, dei suoi connazionali e desidera un approccio più interventista, del Signore, degli stessi francesi, per riprendere in mano il proprio paese e la pace tanto agognata. Dal canto suo Hauviette non si sente proprio di mettere in dubbio il volere e l'operato (o il non operato) del Signore e sostiene che il compito dei cristiani sia solo quello di pregare e affidarsi in maniera totale a Dio. Nella seconda parte del film la bambina è cresciuta, da giovane ragazza diventa Jeanne (Jeanne Voisin), prende coscienza che il suo tumulto interiore è una chiamata, del Signore, alle armi, non è chiaro, fatto sta che la convinzione di essere il condottiero che il Signore vuole per la liberazione della Francia si afferma, Jeanne partirà aiutata dallo zio (Nicolas Leclaire) alla volta dell'assediata Orléans, il film termina prima dell'incontro della pulzella con le armi e con i campi di battaglia.

Bruno Dumont adotta una messa in scena all'apparenza molto povera, essenziale, poche location, attrici e attori non professionisti e scelte artistiche che donano un sapore irreale all'intera opera, come le apparizioni della Madame Gervaise sdoppiata o quelle stralunate di Santa Caterina, Santa Margherita e San Michele che sembrano forme di un presepe dell'assurdo (pur non avendo nulla a che fare con la natività). Le parti cantate, quasi continue, non godono di precisione tecnica essendo protagoniste ragazzine non professioniste, tutto è molto spontaneo, non artificioso, nelle coreografie a tratti c'è l'impressione di assistere all'esibizione della recita scolastica, eppure tutto trova una sua coerenza, un suo stile scarno che viene valorizzato dalle musiche atipiche e molto originali per il genere e per il tema trattato a cura del musicista Igorrr che si carica sulle spalle gran parte della riuscita del film. Si sperimenta con un metodo del tutto particolare per il cantato che avviene in presa diretta mentre gli attori ascoltano le musiche di Igorrr tramite auricolari, il tutto rende il film ancora più straniante sottolineando le scelte già poco usuali per il genere del compositore francese che arriva dal death metal. Nonostante Jeannette sia un film che verrà percepito con esiti differenti in base al gusto personale dello spettatore data la sua particolarità, è innegabile che vedere la giovane e futura Giovanna d'Arco lanciarsi in riflessioni altissime a ritmo di heavy metal, fare headbanging e portare a compimento coreografie moderne, slegate da ogni riferimento al musical classico, è quantomeno una bella soddisfazione. Le musiche di Igorrr sono trainanti e indovinate per tener desta l'attenzione su un progetto non facile che sui minuti finali non manca di far accusare un lieve velo di stanchezza nonostante l'impegno a scombinare le carte in un mood già scombinato di suo (il giovane zio che parla solo rappando). Opera coraggiosa, sperimentale se vogliamo, a inquadrare in maniera nuova quello che per la Francia è un vero simbolo nazionale, discorso da riprendere più avanti con la visione del successivo Jeanne del 2019.

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