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martedì 25 agosto 2026

SINISTER

(di Scott Derrickson, 2012)

Quando mi trovo a scrivere di horror, sento spesso il bisogno di premettere come non sia un assiduo frequentatore del genere, né tantomeno un esperto di questo versante della cinematografia, moderna e non. Un frequentatore del genere è invece il regista Scott Derrickson, che a parte un paio di escursioni in altri territori – come il remake del fantascientifico Ultimatum alla Terra (2008) o il primo capitolo delle avventure del marvelliano Doctor Strange (2016) – si è addentrato sempre più che volentieri in narrazioni orrorifiche ad alto tasso di suspense. Una decina di titoli in venticinque anni di regie, tra i quali L’esorcismo di Emily Rose è forse il primo che viene in mente e, probabilmente, anche il primo nel quale si nota la predilezione del regista di Denver per la costruzione della suspense piuttosto che per l’esibizione esplicita dell’orrore o del “gore”, almeno a giudicare proprio da quel noto precedente e da questo Sinister. Ed è proprio sulla volontà di tenere lo spettatore in tensione e con il fiato sospeso che si muove Derrickson con Sinister; il regista lavora con il perturbante costruendo una miscela ben oliata di horror e thriller e affidandosi, come molti hanno già fatto prima di lui, a una riflessione sull’immagine e al suo sfruttamento, per creare quell’inquietudine mossa da un desiderio/tormento voyeuristico a cui il protagonista non riesce a resistere ma dal quale, allo stesso tempo, vorrebbe fuggire, andando così ad aggiungere questo Sinister al novero delle opere metacinematografiche che usano l’immagine per parlare di immagini (e quindi di cinema).

Nella cittadina di provincia di Chatford, Pennsylvania, si trasferisce lo scrittore Ellison Oswalt (Ethan Hawke) con la sua famiglia: la moglie Tracy (Juliet Rylance) e i figli Ashley (Clare Foley) e Trevor (Michael Hall D’Addario). Oswalt è uno scrittore che ebbe un ottimo successo con il suo romanzo Kentucky Blood e che ora sta attraversando un momento di crisi: la sua conversione alle indagini su delitti reali e la sua tendenza a mettere in cattiva luce l’operato delle forze dell’ordine non gli hanno garantito un’ottima accoglienza nella cittadina da parte dello sceriffo locale (Fred Thompson). In più Oswalt, all’insaputa della moglie, ha affittato una casa nella quale anni prima fu compiuto un orrendo delitto sul quale lo scrittore vorrebbe incentrare il suo prossimo libro: una famiglia intera, gli Stevenson, venne trovata impiccata a un albero del giardino mentre la loro figlia più piccola, Stephanie, sparì e non venne più ritrovata. Una sera, durante un’ispezione nella soffitta della casa, Ellison trova un baule contenente alcuni filmini in Super 8. Questi contengono le riprese dell’omicidio degli Stevenson e non solo: tutta una serie di altri truci omicidi sono ripresi nelle bobine; lo scrittore, dopo una serie di indagini, aiutato anche da un vice sceriffo suo fan, scopre che questi sono tutti collegati e hanno come denominatore comune la leggenda occulta del Bughuul, il mangiatore di bambini. Infatti in ognuno degli omicidi ricorre la sparizione del bambino più piccolo del nucleo familiare.

Devo dire che, almeno per chi come me non vive di solo horror, un film come Sinister funziona maledettamente bene e arriva a inquietare non poco. L’impianto narrativo è un horror con tocchi di soprannaturale che abbraccia, come detto sopra, la struttura del thriller. A dirla tutta, la componente thriller è abbastanza scoperta, non ci vuole un genio o un super esperto per anticipare le dinamiche degli efferati delitti proposti da Derrickson, in più il tocco sovrannaturale, il Bughuul, ha un po’ il sapore del deus ex machina pronto a risolvere passaggi altrimenti più difficili da spiegare. Ma, a dispetto di tutto questo, la tensione regge e gli spaventi, anche aiutati da mezzi risaputi e non certo nuovi, sono assicurati; questo Sinister alla fine ce lo si gode parecchio. Certo, Derrickson ricorre al sonoro per farci saltare sulla sedia, annega tutto in un buio insensato (perché cazzo Ellison non accende mai una luce?), inserisce dei McGuffin che sviano l’attenzione dello spettatore, tutti trucchetti facili se vogliamo, ma comunque il film gira bene, funziona (ok, termine abusato, ma il succo è davvero quello: funziona!). In più c’è un’apertura alla riflessione sulla manipolazione dell’immagine: Ellison ci lavora, riavvolge i filmini, li riguarda, li riporta in digitale, usa il fermo immagine: nell’alterazione dell’immagine trova la verità (o una sua verità), che è sempre stata lì, nelle immagini, una tesi che vive anche di qualche forzatura (ancora il Super 8? Davvero?). La figura del Bughuul poi è inquietante il giusto, il protagonista ha i suoi punti oscuri (cerca la verità o solamente la fama? Anche a rischio di mettere in pericolo la sua famiglia e la sua salute mentale). C’è inoltre il discorso sulla morbosità verso l’immagine forte, eccessiva, che rispecchia la realtà dei nostri tempi. Cosa è morale riprendere? Cosa è morale guardare? Magari discorsi non nuovi ma tutto sommato ancora oggi interessanti.

giovedì 10 novembre 2016

DOCTOR STRANGE

(di Scott Derrickson, 2016)

I cinecomics di Marvel e Dc Comics, quando gestiti bene, possono rivelarsi il giusto traino per far conoscere più o meno a tutti personaggi secondari, affascinanti e magari poco sfruttati, ma che nella loro particolarità potrebbero invece giocarsi bene le loro carte e avere ancora molto da dire. Doctor Strange è il chiaro esempio di come un progetto cinematografico possa ridare luce a un character relegato fino a poco tempo fa a ruolo di comprimario o al limite a quello di pedina, magari anche importante, di vicende però allargate e corali. Invece in questo periodo il buon dottore gode di un'esposizione mediatica prima impensabile, tra servizi in tv, il film al cinema, una serie regolare a lui dedicata (e non accadeva da un po'), ristampe in volume di vecchie storie e addirittura una collana settimanale allegata ai quotidiani con una selezione di varie sequenze dedicate al personaggio provenienti dai periodi più disparati della storia della Marvel Comics. Non male per la creatura di Steve Ditko (papà anche di Spider-Man) nata nel lontano 1963 sulle pagine di Strange Tales.

Il film di Derrickson, inserito nel Marvel Cinematic Universe, aggiorna le origini del personaggio all'epoca moderna, mantenendone intatti i punti salienti e i risvolti caratteriali. Neurochirurgo dotato, tanto brillante quanto vanesio e arrogante, Stephen Strange (Benedict Cumberbatch) si preoccupa più che altro della sua fama e della sua carriera cercando continuamente casi in grado di donargli maggiore prestigio. In seguito a un incidente d'auto, causato dalla sua stessa arroganza, le sue mani vengono irrimediabilmente compromesse, il miglior neurochirurgo del mondo non può più operare ne guarire nessuno. Inizia la personale discesa agli inferi di uno Stephen Strange che ha perso tutto ciò che per lui aveva importanza, incapace di apprezzare le cose che realmente possono riempire una vita, a partire dalla devozione della bella collega Christine Palmer (Rachel McAdams). Ma dove non può arrivare la medicina può arrivare lo spirito, Strange viene a conoscenza di uno strano culto sito a Kamar-Taj in grado di compiere miracoli, qui il buon (?) dottore si trasformerà da neurochirurgo a guardiano mistico, un combattente sulla strada per divenire il nuovo stregone supremo.

Con Benedict Cumberbatch, già a suo agio nei panni di personaggi altezzosi grazie al suo Sherlock, il Marvel Cinematic Universe guadagna non solo un ottimo Doctor Strange ma probabilmente anche il miglior attore messo finora sotto contratto, tenendo conto della latitanza di Samuel L. Jackson negli ultimi film e della tendenza di Robert Downey Jr. a gigioneggiare un po' troppo nei panni di Tony Stark. La sceneggiatura del film presenta una struttura classica nell'ambito del film di supereroi nel quale è necessario narrare una storia d'origine e far quindi conoscere il personaggio alle masse. Il maggior pregio dei Marvel Studios in occasioni come queste è la linearità e la chiarezza che porta in video a uso e consumo dei suoi spettatori che, senza problema alcuno, a fine visione possono affermare di conoscere il Dottor Strange, certo non in tutti i suoi risvolti, ma questa è già una gran cosa.


A stupire e a lasciare a bocca aperta è l'impianto visivo, un uso degli effetti speciali a dir poco spettacolare, probabilmente mutuato dalle sequenze parigine di Inception di Nolan, quelle dova la città si accartocciava su se stessa, ottimamente realizzato sia nelle sequenze urbane sia nella resa dei diversi piani di realtà visitati da Strange, prima tra tutte la dimensione oscura dominata dall'entità malevola Dormammu. Le realtà alternative si rifanno all'idea di Ditko di creare un universo fantastico, colmo di colori sgargianti, creature incredibili, prospettive distorte e realtà nascoste che all'epoca legarono il fumetto al movimento della psichedelia in voga in quegli anni, nel film omaggiato anche dalla presenza in colonna sonora di Interstellar overdrive dei Pink Floyd. Rimanendo su Nolan la prima parte del film può ricordare l'addestramento di Bruce Wayne in Batman begins, ma in effetti l'origine di Strange prevedeva qualcosa di molto simile. Presenti anche qui i soliti siparietti ironici, più che altro affidati alla cappa della levitazione di Strange, il cameo di Stan Lee, le usuali scene al termine dei titoli di coda (qui ce ne sono due) e la consueta dose di azione. Da sottolineare l'ottima resa del costume di Strange, ben inserito nel contesto, e l'apporto di un bel cast che con Benedict Wong, Tilda Swinton, Mads Mikkelsen e Chiwetel Ejiofor trova degli ottimi interpreti.

Ora si guarda a Logan (anche se non rientra nel MCU) che dovrebbe essere, speriamo, l'ultima pellicola per ora dedicata a Wolverine.


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