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sabato 18 marzo 2023

NIENTE DA NASCONDERE

(Caché di Michael Haneke, 2005)

Michael Haneke apre il suo Niente da nascondere con una delle sequenze meglio riuscite del cinema del nuovo millennio, lo fa senza dispendio di mezzi, tramite un piccolo inganno, una messa in discussione della veridicità dell'immagine, dell'occhio dello spettatore, instillando un dubbio che tornerà a ripetersi nel corso della narrazione donando al suo film fin dalle prime battute un'ambiguità che non si dissiperà fino alla fine e in realtà nemmeno allora. Camera fissa: dall'interno di una piccola strada, Rue des Iris, guardiamo la traversa prospicente e l'agglomerato urbano che la sovrasta. Di fronte una casa bassa, un cancelletto, delle automobili parcheggiate sul davanti; alle spalle alcuni condomini più alti. Su questo sfondo si compongono i credits del film, rumori di fondo, nessuna musica. Noi spettatori siamo lì, in Rue des Iris, insieme al regista guardiamo il civico 49 della strada di fronte; un uomo entra da destra nell'inquadratura, attraversa lo schermo, ne esce a sinistra. Dopo qualche istante Juliette Binoche esce di casa, si allontana nella stessa direzione verso la quale è andato l'uomo, da lì arriva un ciclista, si infila in Rue des Iris e ci passa accanto, si sentono delle voci, lui chiede "dov'era", in riferimento a qualcosa, lei risponde "in una busta di plastica davanti alla porta", la via si anima un po': un'auto, un paio di passanti. L'inquadratura si sposta, più vicina alla porta del 49, più laterale, dalla casa esce Daniel Auteuil, è evidentemente il padrone della voce maschile, subito dopo ne esce anche Juliette Binoche; ma non era già uscita qualche istante prima? Auteuil attraversa la strada, si ferma all'imbocco di Rue des Iris, guarda nella direzione in cui noi spettatori eravamo fino a pochi secondi prima, cerca perplesso qualcosa con lo sguardo, non trovandolo torna in casa insieme alla Binoche. L'inquadratura, e noi con essa, torna alla posizione originaria, la coppia scambia ancora qualche battuta fuori campo (loro ormai sono in casa). Qui cambia tutto, l'immagine si increspa, l'inquadratura è chiaramente una registrazione su videocassetta ora mandata avanti velocemente, noi spettatori non siamo mai stati in Rue des Iris, siamo sempre stati in casa anche noi, con loro, davanti al televisore a guardare la registrazione effettuata da qualcuno che da Rue des Iris ha spiato e ripreso la casa e i movimenti dei due protagonisti. Ma a che scopo?

Tutto il film di Haneke è una messa in discussione, non solo di ciò che vediamo ma anche di ciò che i protagonisti dicono, raccontano, ricordano. È una messa in discussione del loro passato, della loro onestà, dei loro rapporti. Georges (Daniel Auteuil) è un affermato conduttore televisivo, sua moglie Ann lavora nell'editoria; i due sono una coppia benestante, alta borghesia come Haneke ci fa capire dalla loro casa: benessere, pareti che straripano di cultura, familiarità, begli amici. La loro serenità è sconvolta da queste videocassette che mostrano chiaramente che qualcuno sta spiano la famiglia Laurent, Georges, Ann, ma anche loro figlio Pierrot (Lester Makedonsky). Poi arrivano i disegni, il volto di un bambino che all'apparenza sputa sangue. A questi disegni si accavallano flash enigmatici che mettono in dubbio la reale inconsapevolezza di George di fronte a questi nuovi eventi in seguito ai quali muta non solo il comportamento dell'uomo ma anche il suo rapporto con la verità, con il rimosso del suo passato, con la stessa Ann. Per Haneke il fulcro del film non sarà più (non è stato mai) lo scandagliare il mistero, la ricerca di un colpevole, di un motivo, quanto il rapporto che il suo protagonista instaurerà con gli eventi, con la nuova situazione che lo porterà a tornare alla madre, al suo passato di bambino nel quale c'era un amico di giochi che potenzialmente avrebbe potuto diventare qualcosa di più.

Haneke, come già in altre suo opere, racconta le sue storie con grande lucidità e freddezza, qui ammanta tutto in un'ambiguità celante, una sensazione di dubbio e incertezza che permarrà per tutto il film e nello spettatore anche oltre, così come alcune cose si svolgono nel film fuori dal quadro, per chi guarda alcune supposizioni si svilupperanno oltre il prodotto, a visione ultimata e digerita. Nessuna risposta, solo ipotesi, niente da nascondere ma nemmeno nulla da rivelare, almeno non apertamente. In realtà tornano i temi di una classe agiata (come in Funny games) travolta dall'esterno all'improvviso da un atto violento (sempre Funny games) anche se qui non fisico. Si sgretolano le sicurezze, le imperturbabilità, affiora un senso di minaccia, di agitazione e l'incapacità di far fronte alle crisi che l'altro ci presenta in conto (succede tutti i giorni su scala più ampia di quella familiare) da parte di una società appagata, egoista e finanche crudele nei confronti dell'altro da sé. All'apparenza Niente da nascondere può sembrare più semplice e meno finito di altre opere di Haneke, riletto a freddo si rivela invece come un'opera ricca di contenuti e incredibilmente compiuta.

lunedì 27 giugno 2022

FUNNY GAMES

(Funny games U.S. di Michael Haneke, 2007)

Era il 1997 quando Michael Haneke girava per la prima volta il suo Funny games, lo faceva in Austria, sua patria adottiva (il regista nasce in realtà in Germania a Monaco di Baviera) con attori di lingua tedesca. Il film fu poi presentato al cinquantesimo Festival di Cannes dove passò inosservato senza riscuotere particolare successo. Dieci anni più tardi il regista decide (accetta?) di farne un remake statunitense per offrire alla sua opera la possibilità di arrivare a un pubblico più vasto, si passa quindi alla lingua inglese e si punta su un cast di grandi star all'interno del quale spiccano i nomi di Naomi Watts, Tim Roth e Michael Pitt. Haneke sceglie la via del rifacimento fotocopia, gira il suo remake scena per scena ricostruendo con precisione il film di dieci anni prima cambiandone ovviamente location e protagonisti, un po' la stessa operazione in cui si imbarcò Gus Van Sant con il rifacimento dello Psycho di Hitchcock, operazione indubbiamente coraggiosa con la quale Van Sant si prese una buona dose di rischio. Per Haneke la situazione era un poco diversa, non andava a scomodare nessun mostro sacro e metteva mano a materiale già di sua proprietà con il vantaggio di aumentarne la diffusione e se possibile aggiungere qualche chiave di lettura alla sua opera tutta da decifrare, Funny games ha infatti generato una serie di interpretazioni e la ricerca di chiavi di lettura da parte della critica e di quel pubblico più attento alle intenzioni degli autori e ai livelli di significato nascosti all'interno delle loro creazioni.

Una famigliola felice è in auto diretta verso la loro casa di villeggiatura in riva al lago, papà George (Tim Roth) e mamma Ann (Naomi Watts) giocano a indovinare gli autori di arie d'opera estratte dai loro cd, il piccolo Georgie (Devon Gearhart) dal sedile posteriore li guarda divertito. Una volta al lago i due George si dedicano alla manutenzione della loro piccola barca a vela, Ann inizia a sistemare delle cose in casa. Dopo qualche minuto alla porta si presenta il giovane e goffo Peter (Brady Corbet) in perfetta tenuta da golfista, il ragazzo è ospite dei vicini di casa ed è venuto a chiedere ad Ann delle uova per conto appunto della vicina. Dopo che Peter ha combinato qualche pasticcio con le uova ed è riuscito a far perdere la pazienza ad Ann sulla porta si presenta il suo compare Paul (Michael Pitt), anche lui in tenuta da golfista; per mezzo di quelle che sembrano delle provocazioni studiate ad arte i due ragazzi diventano sempre meno educati e la tensione in casa sale, nel frattempo rientrano anche il marito e il figlio di Ann. Dopo qualche alterco la situazione ben presto precipita, i due ragazzi si rivelano per quello che sono, due squilibrati ben disposti a usare violenza e a esercitare ogni tipo di crudeltà per ottenere un po' di quello che considerano una sorta di malato divertimento. I due coniugi e il loro bambino si troveranno in una situazione d'impotenza dalla quale sarà difficile uscire.

Funny games è un film a tema che ha come punto nodale la violenza, in questo caso gratuita, e ancor di più la violenza e il suo consumo nella cultura di massa e in particolare nelle visioni cinematografiche o domestiche, ne consegue tutto un discorso su quanto possa essere deleterio (o almeno punto su cui riflettere) il fatto che a questa violenza lo spettatore si sia ormai assuefatto e abituato, tanto da non provare più nessuna emozione di fronte a episodi come quelli mostrati nel film che, a dispetto di tutto, mantiene appunto un registro molto freddo e distaccato. Non è l'unico film in cui Haneke ci fa riflettere, senza mostrarcela apertamente, sulle conseguenze del rapporto che ognuno di noi ha con la violenza, ne è un esempio il pluripremiato Il nastro bianco, film di tutt'altro genere che arriverà un paio d'anni dopo questo Funny games ma che ha delle connotazioni che riverberano in armonia con il suo predecessore. Come accadeva con il film appena citato anche Funny games è un film che acquista valore a posteriori, quando la riflessione su ciò che il regista ha messo in scena è ormai in moto; in entrambi i casi per me è possibile affermare di aver apprezzato l'idea e le intenzione alla base dei film di Haneke, anche molto nel caso de Il nastro bianco, ma di non aver amato in modo particolare nessuna delle due opere. Haneke ci catapulta in quello che dovrebbe essere un film appartenente al filone dell'home invasion privando però lo spettatore del conflitto, la direzione degli eventi è qui a senso unico e anche quando arriva il momento del possibile tripudio per lo spettatore, tripudio ovviamente legato a un po' di (in)sana violenza, Haneke scombina le carte in tavola tornando alla sua struttura a tema, spezzando le regole della narrazione classica, ergendosi così a deus ex machina di una vicenda che già in precedenza aveva mostrato regole libere con la rottura della quarta parete. Film interessante su cui riflettere, ben girato ma che nonostante le ottime prove dei suoi interpreti, tutti in gran forma (anche se Roth ha dichiarato che girare Funny games è stata un'esperienza davvero dura), sembra infilarsi più nel cervello che non nel cuore o nella pancia, scelta con tutta probabilità cercata da Haneke. Personalmente continuo a preferire cuore e pancia alla testa, in base alle inclinazioni di ognuno Funny games potrà essere considerato un gran film o solo un buono spunto per riflessioni interessanti (che, per carità, non è poco), non resta che scegliere quale delle due opzioni sposare.

giovedì 21 febbraio 2019

IL NASTRO BIANCO

(Das weiße Band - Eine deutsche Kindergeschichte di Michael Haneke, 2009)

Sebbene semplice nella costruzione, Il nastro bianco è un film sul quale è necessario riflettere, anche a posteriori, per cogliere appieno il lavoro intellettuale che il regista e sceneggiatore Haneke ha elaborato per la stesura dell'opera che a una prima visione, magari superficiale, potrebbe risultare meno stratificata di quel che in realtà è. Nello sviluppo del film non c'è nulla di incomprensibile, anzi, è tutto abbastanza semplice e lineare, magari finanche un po' noioso; è nelle metafore, nel significato che va ricercato il senso del lavoro del regista, un significato che pur se indubbiamente interessante, non basta a garantire al film lo status di "capolavoro" che da alcuni gli è stato tributato (Il nastro bianco ha vinto la Palma d'oro a Cannes, ciò nonostante mi ha lasciato qualche perplessità, un po' come mi è accaduto di recente con la visione di Roma di Cuarón). Il problema di film come questi, anche molto validi e interessanti se analizzati con la dovuta calma, è che rischiano di far cadere nel tedio lo spettatore, cosa che non accade durante la visione di opere anche molto più impegnative (e penso al primo Heimat di Edgar Reitz ad esempio) ma meglio riuscite.

Siamo alle porte della Prima Guerra Mondiale in un paesino della Germania del nord, le prime avvisaglie della Grande Guerra ancora non si avvertono nella piccola comunità di cui ci racconta la voce narrante, una voce che proviene dal futuro rispetto alla vicenda a cui stiamo per assistere; è la voce del maestro del villaggio (Christian Friedel), ormai vecchio, che ricorda alcuni accadimenti legati alla sua gioventù. Nel paese in questione, solitamente tranquillo, iniziano ad accadere dei fatti insoliti, primo tra questi la caduta da cavallo del medico del paese (Rainer Bock): la sua cavalcatura inciampa in una corda tesa tra due alberi provocandogli ferite che lo costringeranno a un periodo di lontananza, ospite dell'ospedale della città più vicina. In seguito gli episodi strani e violenti si succederanno con una certa frequenza: bambini picchiati e umiliati, infanti trovati quasi assiderati, suicidi, incendi... insomma il tranquillo borgo diventa un posto non troppo rassicurante. La violenza, perpetrata e subita, che poi è il cardine su cui ruota la riflessione di Haneke, coinvolge tutti, adulti e bambini, tutti vittime (in special modo le donne), tutti carnefici in qualche maniera; sono i prodromi di quello che sarà il cambiamento di un intero Paese che nel corso delle due Guerre Mondiali, appena di là da venire, trascinerà in un'ondata di caos e violenza l'intera Europa. Quegli abitanti, gretti e meschini, il loro esempio sulle generazioni in formazione, sono lo scheletro del futuro Paese, sono la metafora con cui il regista ci mostra cosa sono stati capaci di creare sopruso, odio e sopraffazione. L'unica scintilla di speranza sembra essere data proprio dal giovane maestro, un animo candido, insieme a quella che potrebbe diventare la sua futura moglie, la bambinaia Eva (Leonie Benesch).


Haneke non ci mostra mai la violenza, in fondo anche nella Storia non è ancora scoppiata in tutta la sua furia, ce la lascia solo intendere, l'atto prepotente rimane chiuso dietro una porta, in una stanza alla quale non abbiamo accesso, oppure è già accaduto e ne vediamo solo le conseguenze. La messa in scena è pudìca, la scelta di un bianco e nero dal sapore antico ci porta in maniera naturale ai primi decenni del Novecento, un'epoca in cui l'autorità era sopruso, la religione era sopruso, i legami paterni erano sopruso, l'uomo, il maschio era spesso sopruso. Certo, non sempre, ma Haneke sembra metterci in guardia e ricordarci che i semi della tragedia possono crescere dai piccoli atti storti, sempre pronti a ingrandirsi e crescere a dismisura. Tutto questo ci viene narrato con lentezza, forse troppa, con rispetto e con un uso della regia delicato e graziato da una fotografia sul bianco e nero incisiva ma mai artificiosa. A pensarci bene Il nastro bianco (che nel film rappresenta la purezza) è un'opera di valore che certamente ha il suo perché, sarebbe bello che opere di questo tipo un po' più spesso non ci costringessero a combattere con Morfeo e i suoi scagnozzi: i colpi di sonno!

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