Visualizzazione post con etichetta Luchino Visconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luchino Visconti. Mostra tutti i post

domenica 20 maggio 2018

IL GATTOPARDO

(di Luchino Visconti, 1963)

Il film di Luchino Visconti tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è un prezioso documento storico, testimonianza di uno dei periodi di passaggio che hanno segnato la Storia del nostro Paese, nella fattispecie quello che vede il declino dell'aristocrazia a favore di una più aggressiva borghesia arricchita in seguito ai moti Garibaldini e all'annessione della Sicilia al Regno Sabaudo: siamo a un passo dall'unità d'Italia. Il Gattopardo è stato unanimemente riconosciuto dalla critica come uno dei film più importanti del Cinema italiano, opera da conservare e film apprezzato anche nel panorama internazionale, fatto sottolineato dalla vittoria della Palma d'oro al Festival di Cannes edizione 1963. D'altronde le firme dietro all'opera sono prestigiose: Visconti aveva all'attivo già film importanti come Bellissima, Senso e soprattutto il capolavoro sulla questione meridionale Rocco e i suoi fratelli (a mio modesto parere anche superiore a Il gattopardo), alla sceneggiatura hanno lavorato nomi come Suso Cecchi d'Amico e Pasquale Festa Campanile e le musiche sono firmate da Nino Rota. Ma forse a colpire più di ogni altra cosa sono le scenografie curate dal meno noto Mario Garbuglia, di uno sfarzo e di una ricercatezza davvero pregevoli, ma su questo ci torniamo più avanti, quando sarà il momento di partecipare al ballo.


Siamo nel 1860. I mille sbarcano in Sicilia, la situazione politica è in rapido mutamento, crolla il mondo dell'aristocrazia a discapito della nuova borghesia, dei proprietari terrieri, spesso ricchi e incolti, il Principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster) assiste con rassegnazione alla fine di un'epoca, il suo amato nipote Tancredi (Alain Delon) si unirà ai nuovi movimenti rivoluzionari, è per lui necessario "cambiare tutto perché niente cambi", necessario per mantenere i privilegi ai quali la famiglia è abituata da sempre, è necessario unirsi al nuovo che avanza per rimanere sulla cresta dell'onda e avere parte al nuovo assetto che deciderà il futuro del Paese. Ma è evidente fin da subito come la futura classe dirigente, qui rappresentata dal Sindaco Don Calogero (Paolo Stoppa), futuro suocero di Tancredi, sia corrotta e materiale, l'onore, la nobiltà anche dei gesti, la forma, vengono messe da parte, screditate in nome dell'interesse. In tutto questo, nel passaggio da una vita da nobili alla rivoluzione garibaldina, e poi da questa alle fila dell'esercito dei Savoia e al futuro Regno italiano, è inevitabile che il sentimento principe sia per chi si vede ormai sul viale del tramonto, la nostalgia. È con grande malinconia che Fabrizio di Salina vede il dissolversi di un'era, uomo che si vede ormai sorpassato, dalla società ma anche dalla vita, diventa così emblematico lo scambio di battute con la bellissima e giovane futura sposa del nipote Tancredi, interpretata da una sensualissima Claudia Cardinale. Anche dal punto di vista dei sentimenti, delle emozioni, nonostante le attenzioni della giovane, il Principe acquista consapevolezza, sa di dover cedere le armi, il suo tempo è giunto, la fine è vicina, nonostante la maestria di Visconti permetta al regista di non mostrarci la morte del protagonista, tutto è chiaro, la morte che nel libro viene descritta e che nel film ci viene mostrata a livello metaforico, è indubbiamente ineluttabile.


Come spesso usava nel Cinema di una volta, una vicenda tutta siciliana viene messa in scena da un cast di stelle internazionali. Il protagonista è interpretato dall'americano Burt Lancaster doppiato dalla bella voce di Corrado Gaipa, il nipote prediletto è il francese Alain Delon, grandissima stella già con Visconti (vero nobile ma d'origine lombarda) nel capolavoro Rocco e i suoi fratelli, la stessa Cardinale, emblema della Sicilia, è tunisina di seconda generazione e solo d'origine italiana, il Conte Cavriaghi, amico di Tancredi, è interpretato da Mario Girotti (in arte poi Terence Hill), veneziano e unico interprete al quale è stato affibbiato un doppiaggio un poco discutibile, nel cast compaiono anche dei giovani Giuliano Gemma e Ottavia Piccolo. Una ciurma eterogenea che però agli ordini del capitano Visconti risulta affiatata e in grado di dare corpo coeso a una narrazione per molti oltremodo lunga e sfilacciata. Pensiamo che la sola scena del ballo finale occupa circa un terzo della durata dell'intero film che lambisce le tre ore, eppure, ciò nonostante, si rivela essere anche la più riuscita e coinvolgente dell'intera pellicola. È qui che viene fuori la sontuosità delle scenografie, quell'attenzione al dettaglio, alla messa in scena e al decorativismo che era stata imputata al regista in riferimento ad altre sue opere precedenti, è un'attenzione che riempie gli occhi: gli arredi di palazzo, i costumi, i vestiti delle dame, le alte uniformi, i drappeggi, l'illuminazione dei luoghi, gli ambienti, finanche i movimenti dettati dai vari balli restituiscono l'impianto di un altro mondo, un mondo che oggi visitiamo per lo più al Cinema o in qualche vecchio palazzo reale adibito a museo. All'interno della lunga sequenza del ballo si sviluppa la scena che personalmente ho più apprezzato: Fabrizio di Salina contempla un quadro a tema e riflette sulla morte che quasi sente inevitabile, spiazza un poco il nipote Tancredi e la bella Angelica; la giovane adula il Principe, gli chiede di ballare, la situazione ha un pizzico di sensualità in più di quel che ci si potrebbe aspettare dal contesto, il Principe rifiuta la mazurka ma accetta un valzer, il nipote mostra del disagio, la fronte imperlata di sudore. Dopo uno splendido giro di valzer, l'occhio del Principe si attarda qualche secondo di troppo sulla fanciulla che si allontana in compagnia di Tancredi. La gioventù è andata da tempo, un'epoca è finita, anche lo stomaco non è più quello di una volta, cosa resta al Principe per potersi ancora beare della vita?

Se Il gattopardo è riconosciuto unanimemente come capolavoro per la preziosa documentazione storica di un mondo ormai scomparso, ancora una volta è il lato più umano e intimo ad assurgere ai più alti livelli d'interesse, sul finale più che a una classe in via d'estinzione, in fondo, è solo al Principe che si guarda.

lunedì 9 gennaio 2017

ROCCO E I SUOI FRATELLI

(di Luchino Visconti, 1960)

Quando si scrive un commento a un film, soprattutto se questo è noto ed è già stato fatto oggetto di analisi di ogni tipo, si ha sempre un poco di timore nell'usare termini quali capolavoro o simili (almeno a me accade così), un po' per paura di ripetersi, un po' per quella sana ritrosia a rifugiarsi in facili scappatoie linguistiche. Non di meno di fronte ad alcune opere diventa quasi inevitabile alzare il tiro, anche con faciloneria, per inquadrare la caratura di un'opera di valore altissimo; quindi per questa volta soprassediamo e spendiamocela questa parola, che tanto non ne morirà nessuno. Rocco e i suoi fratelli è un capolavoro, senza se e senza ma.

Luchino Visconti, arrivato più o meno a metà del suo percorso da regista che ha fin qui prodotto ottime prove e altre ne produrrà in futuro, affronta con visione lucida e ammantata di una drammaturgia struggente quella che venne definita la questione meridionale. La traspone sullo schermo con grande veridicità e rispetto, proprio lui che nasce al nord da una famiglia di sangue nobile e che si porta appresso una sfilza di titoli nobiliari lunga quanto lo Stivale, racconta con amore incondizionato la famiglia Parondi, gente di Lucania che alla morte del capofamiglia è costretta a trasferirsi a Milano per raggiungere il primogenito Vincenzo (Spiros Focás), unico ad avere un reddito in grado di poter ridare dignità a una famiglia intera.

A scendere da quel treno, sotto la volta metallica della stazione di Milano Centrale, ci sono mamma Rosaria (Katina Paxinou) e gli altri suoi quattro figli: Simone (Renato Salvatori), Rocco (Alain Delon), Ciro (Max Cartier) e il piccolo Luca (Rocco Vidolazzi). Come da copione, ma esattamente come accadeva nella realtà, l'inserimento e l'integrazione nella nuova città e in una nuova cultura, non saranno facili, l'impatto sarà respingente non solo da parte dei milanesi, ma anche a causa della famiglia di Ginetta (Claudia Cardinale), fidanzata di Vincenzo e meridionale anche lei.

Più che alla questione meridionale, affrontata anche nel suo aspetto più nostalgico legato alla separazione forzata dalle proprie radici e dalla propria terra e qui affidato alla mitezza e alla malinconia del personaggio di Rocco interpretato da un gigantesco Alain Delon, si plaude alla costruzione drammatica di una vicenda densa, carica di significato e dalla forza narrativa a tratti quasi irricevibile nella sua intensità. È un'epica familiare quella messa in scena da Visconti, bagnata dal conflitto atavico instaurato da Caino e Abele e diluita in dosi d'amore incrollabile e incancellabile, fatta di vizio e debolezza come di forza e virtù.


- Ti ricordi Vincè, ti ricordi o capomastro quann comincia a costruì 'na casa? Getta 'na pietra sull'ombra della prima persona che se trova a passà.
- Perché?
- Perché ce vole nu sacrificio perché la casa venga su solida.

Il sacrificio è un punto nodale dell'intera storia: il sacrificio di un amore, quello di un fratello, quello di una speranza di un'esistenza migliore, il sacrificio di una vita. Quello che colpisce, oltre all'impianto narrativo drammatico, è l'adesione a tante piccole realtà che in quegli anni numerose famiglie hanno dovuto vivere sulla loro pelle, quante volte l'impossibilità di sfamare famiglie numerose, di adeguarsi a uno stile di vita molto differente dal proprio, portava alla nascita della pecora nera, al distinguersi in negativo dell'elemento debole a scapito dell'onore di un nucleo familiare intero peraltro onestissimo (e diversi fatti di cronaca ne portarono alla ribalta i vari risvolti)?


Nel descrivere le vicende dei Parondi, Visconti tenta di dare a ogni membro della famiglia il giusto spazio, privilegiando le figure di Simone e Rocco, ma concedendo un posto al sole a tutti, tanto che il film è diviso in cinque frammenti, cinque ideali capitoli, ognuno dei quali porta il nome di uno dei fratelli Parondi, ognuno di loro emblema di un carattere e di una funzione nell'intera vicenda. Vincenzo può considerarsi il ponte tra la vecchia e la nuova vita, il motore che dà il via a tutto, Rocco è amore e altruismo sconfinato, il lato bello ma malinconico di tutte le cose, forse addirittura della vita stessa, Simone è debolezza e vizio, la fallibilità dell'essere umano, Ciro è solidità e serietà, il lato un po' rigido e inquadrato dell'uomo, Luca è l'innocenza e il futuro, in cerca di esempi, figura meno centrale ma fondamentale se riferita al compito importantissimo di tutti gli altri che da buoni fratelli maggiori hanno responsabilità infinite verso la nuova generazione. In Rocco e i suoi fratelli c'è un po' tutto l'Uomo.

C'è anche un grande cast, Delon e Salvatori su tutti, perfetti e insostituibili nei loro ruoli, impressiona per bravura un Salvatori forse troppo spesso ricordato per i suoi ruoli più leggeri in film come Poveri ma belli o I soliti ignoti (grandissimi film comunque) e che qui dimostra di essere un grande attore drammatico. Indimenticabile anche la prostituta Nadia interpretata da Annie Girardot che sarà l'ago della bilancia dell'intera vicenda, ruolo importantissimo e scritto meravigliosamente tanto, se non più, di quelli dei protagonisti maschili.

Ci sarebbe ancora tantissimo da dire, sensazioni ed emozioni da esplicitare, il mio consiglio è però quello di viverle in prima persona e, per chi non l'avesse mai fatto, quello di andare a guardarsi questo film. A me non resta che spendermi ancora una volta una sola parola: Capolavoro (sì, con la maiuscola).


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...