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lunedì 2 febbraio 2026

MINE

(di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, 2016)

Sono passati ormai una decina d’anni dall’uscita di Mine, produzione internazionale finanziata con capitali provenienti da Stati Uniti, Italia e Spagna, eppure a oggi non sono molti i tentativi coraggiosi come questo di esplorare i generi da parte di autori italiani. I due registi, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro (in arte Fabio&Fabio), milanesi di nascita, hanno alle spalle diverse esperienze nella direzione di cortometraggi e videoclip musicali, così come nella produzione e nella cura delle sceneggiature dei loro lavori. Con Mine i due registi guardano più al cinema d’oltreoceano che non alla nostra tradizione, tentando di ibridare un thriller dai chiari aspetti tensivi con il war movie e con lo scavo psicologico sui personaggi — sul personaggio in realtà — e sul loro portato, destinato inevitabilmente a influenzarne i comportamenti presenti. In un panorama nel quale la proposta preponderante è quella della “commedia media”, al di là del risultato finale sicuramente perfettibile, Mine è da annoverare tra la ristretta schiera di quei film che almeno ci hanno provato e che, a conti fatti, non se la sono cavata poi così male. Il film ha ricevuto tendenzialmente critiche negative, soprattutto fuori dai nostri confini, sentenze tutto sommato ingenerose per un esordio nel lungometraggio che comunque non manca di proporre soluzioni interessanti, alcune delle quali anche parecchio riuscite.

Deserto del Nord Africa. Due marines statunitensi, Mike (Armie Hammer) e Tommy (Tom Cullen), devono portare a termine una missione, un assassinio in realtà, che però fallisce a causa dei tentennamenti e degli scrupoli morali di Mike. Costretti a inoltrarsi nel deserto senza l’appoggio dei loro commilitoni, i due finiscono inavvertitamente in territorio minato. Mentre Tommy ha la peggio fin da subito, Mike rimane bloccato con un piede su una mina ormai innescata, impossibilitato a compiere anche un solo passo per il timore di saltare in aria. A causa di uno scontro a fuoco che tiene il resto della squadra impegnata altrove, e in vista dell’arrivo imminente di una tempesta di sabbia sulla zona, Mike potrà essere recuperato solo dopo un paio di giorni, due giorni e due notti da incubo durante i quali, immobilizzato, dovrà affrontare la tempesta, il sole implacabile, la disidratazione, le presenze animali che emergono nel deserto notturno, ma soprattutto i propri demoni interiori e l’ironia di un peculiare berbero, Muhammad (Clint Dyer), figura costantemente in bilico tra l’incoraggiamento alla resistenza e la canzonatura. È in questa condizione estrema, sospesa tra immobilità fisica e conflitto interiore, che il film concentra il proprio discorso sul dramma psicologico del protagonista, trasformando l’attesa in un vero e proprio campo di battaglia emotivo.

Il film Mine di Resinaro e Guaglione si regge su (almeno) due anime. La prima è quella del film calato in uno scenario pseudo bellico (di grandi battaglie non ne vediamo) capace di giocare molto bene con la costruzione della tensione che si acuisce nel momento in cui Mike poggia il suo piede su quella maledetta mina. La seconda è quella che scava nel passato del protagonista, nei suoi demoni interiori rendendo tutta la situazione relativa all’impossibilità dell’uomo di compiere ulteriori passi una chiara metafora della condizione di un uomo bloccato nella vita dai suoi traumi mai superati che affondano le radici nei tempi della sua infanzia. Alla fine, seppur lecito, (bisognava pur riempire i tempi di un lungometraggio), l’espediente della metafora è fin troppo didascalico e scoperto, diciamo che in sede di sceneggiatura i due registi non hanno proprio lavorato di fino, c’è però da dire che la tensione, all’interno di una struttura narrativa davvero rischiosa, tiene bene per l’intera durata del film donando a Mine un suo perché, a dispetto anche di ulteriori ingenuità. Tra queste quella abbastanza scontata del soldato umano che manda a monte una missione per non rovinare un matrimonio (elemento che in qualche modo ritorna nel finale), oppure la gestione del personaggio di Tommy, un soldato da cui ci si aspetterebbe un minimo di acume e attenzione in più rispetto a quelli mostrati dal personaggio. Interessante, anche se a tratti irritante, la figura del berbero, una sorta di coscienza, di moto interiore, una figura che potrebbe essere reale come no, una scintilla indisciplinata che spinge Mike, ancora una volta metaforicamente, a fare il classico “one step beyond” di madnessiana memoria. Nel mezzo ci sono poi i ricordi gestiti in flashback, le varie minacce che fanno tentennare Mike ma che allo stesso tempo lo rinforzano, la contrapposizione tra due tipi di pensiero diversi e l’insinuazione che, forse, i problemi che noi ci creiamo sono spesso fondati sul nulla. Tra simbolismi un poco “facili” e un comparto tecnico realmente ben curato (montaggio, fotografia), Mine riesce a tener desta l’attenzione su uno scenario che rischiava di diventar presto molto noioso. Pericolo scampato grazie alla perizia dei due registi, critiche al film tutto sommato parecchio ingenerose.

martedì 12 agosto 2025

QUO VADIS, AIDA?

(di Jasmila Žbanić, 2020)

Quo vadis, Aida? della regista bosniaca Jasmila Žbanić, è stato il primo film a raccontare il genocidio di Srebrenica durante il quale furono assassinati più di ottomila bosgnacchi, una minoranza bosniaca di religione musulmana. Nonostante il film sia uscito cinque anni fa e i fatti risalgano a quell’orribile 1995 diventato una ferita indelebile per le popolazioni della ex Jugoslavia, Quo vadis, Aida? resta, purtroppo, un film di drammatica attualità. È il resoconto di un eccidio recente che dialoga con le cronache odierne, mettendo a nudo l’incapacità degli esseri umani e dei governi di ricordare, di imparare e di migliorare loro (noi) stessi, continuando invece a ripetere la barbarie, a rinnovare l’odio e a promuovere tutto il peggio che la nostra specie è in grado di produrre, per poi magari vergognarsi di usare parole come GENOCIDIO (scriviamolo in maiuscolo, vedi mai…) o di ammettere la complicità dell’occidente nei più vili massacri che la Storia recente continua a presentarci. Proprio riguardo alla complicità dell’occidente nella stesura di alcune delle pagine più nere della Storia europea (e non solo), il film della Žbanić non teme di mostrare in maniera diretta e inequivocabile le colpe del contingente olandese di caschi blu dell’ONU che si rese complice, voltandosi dall’altra parte e aggrappandosi a flebili e indegni cavilli burocratici, della morte di migliaia di uomini e ragazzi innocenti, un atto vile mai troppo ricordato e condannato. La regista ha dichiarato di essersi ispirata, per imbastire il soggetto, alla vera storia del traduttore bosniaco Hasan Nuhanović, qui trasformato nella Aida Selmanagic protagonista della vicenda.

Durante la guerra nell’ex Jugoslavia del 1995 le truppe serbo-bosniache comandate dal generale Ratko “il macellaio” Mladić (Boris Isaković) conquistano la città di Srebrenica, provocando la fuga di moltissimi bosniaci di religione musulmana, una fetta di popolazione che troverà rifugio all’interno della base presidiata dal contingente olandese dei caschi blu dell’ONU sotto il comando del tenente colonnello Thom Karremans (Johan Heldenbergh). Tra loro c’è l’insegnante Aida Selmanagić (Jasna Đuričić) che lavora come interprete per l’ONU. Aida è una donna decisa ad aiutare la sua gente ma che trova, con il passare delle ore, sempre meno collaborazione da parte di un contingente ONU composto da ragazzi inesperti, soldati cavillosi e più legati ai manuali dei regolamenti che non all’umana pietà e da ufficiali che oscillano tra la codardia e un’ambigua tolleranza verso un esercito serbo che ostenta comportamenti disumani. Tra l’impotenza di Karremans che continua a chiedere un attacco aereo che non arriverà mai, e l’arroganza delle truppe serbe, Aida comincia a intravedere un destino nefasto per la gente di Srebrenica, inizia così la sua corsa disperata contro il tempo per tentare di mettere in salvo almeno il marito Nihad (Izudin Bajrović) e i suoi due figli Hamidja (Boris Ler) e Sejo (Dino Bajrović) mentre intorno a lei si consuma uno dei peggiori crimini di guerra del dopoguerra europeo.

Jasmila Žbanić costruisce un film di stampo classico che cerca, riuscendoci, di unire i fatti di cronaca (che ancora una volta testimoniano le brutture senza fondo di cui è capace l’uomo) al privato di una storia singola che in maniera naturale diviene subito collettiva. La macchina da presa aderisce ai volti, alle paure e soprattutto all’impotenza della protagonista - e di noi tutti - di fronte alla violenza e all’insensatezza della pulizia etnica. E in questo sguardo ravvicinato, nel movimento nervoso e incessante di Aida che corre senza mai trovare un approdo, si condensa tutta la potenza del film, un'opera straziante, politica, necessaria. La tragedia non viene mai spettacolarizzata, e proprio per questo assesta un colpo vivo, forte, pur senza mai mostrare la violenza di questa barbarie, una violenza che si intuisce nel fuoricampo, in quegli squarci di futuro che mostrano la vita spezzata dei sopravvissuti. La regista bosniaca mette al centro del film la sua protagonista, una donna forte e onnipresente, intorno a lei crea un ritmo serrato e un crescendo di tensione che ci fa penare per tutti i perseguitati (di cui già conosciamo il destino purtroppo) attraverso le sorti, quelle incerte per noi spettatori, della famiglia di Aida. Più che cinema alto alta testimonianza, memoria, cuore, denuncia, un insieme di forze vitali che sono valse al film diverse nomination in giro per l’Europa e la vittoria agli European Film Award dei premi come miglior film, miglior regia e miglior attrice protagonista alla splendida Jasna Đuričić.

domenica 18 agosto 2024

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE

(Hacksaw Ridge di Mel Gibson, 2016)

Da sempre molto legato alla religione e a personaggi che con la fede intavolano un certo rapporto, per la sua a oggi ultima regia Mel Gibson trova un feeling naturale con la vera storia del soldato Desmond Doss, obiettore di coscienza dell'Esercito degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, un ragazzo che si arruolò volontario e che durante il suo percorso da militare non imbracciò mai un'arma, servendo il suo Paese in qualità di medico, salvando vite invece di spezzarne, perché come fatto notare dallo stesso Doss, "in un mondo impegnato a farsi a pezzi da solo, non è una cattiva idea tentare di rimetterlo insieme pezzo dopo pezzo". Così Gibson trova il suo eroe perfetto, motivato da una fede sincera e incrollabile (Doss è un avventista del settimo giorno); il suo protagonista unisce coraggio e statura da eroe alle più giuste delle motivazioni, tutto inserito nella roboante epica della guerra e della battaglia, una visione che in molti rimproverano a Gibson, accusato di giustificare la propensione alla guerra dell'uomo e di darne una visione distorta e a senso unico, una visione che vede l'americano, anche il più ottuso e guerrafondaio, come colui che è nel giusto, riducendo gli avversari a figurine, cattivi da pulp magazines d'accatto, privi di motivazioni e mossi da insensata violenza e crudeltà. Tutti sappiamo che le cose non stanno proprio così, tutto è sfumato, quelli che a volte sembrano "i buoni" sono spesso i peggiori tra gli elementi. Gibson narra la storia di un pacifista convinto (figura comunque non semplice né banale) che aborre la violenza, un protagonista inserito all'interno di una struttura narrativa spettacolare che rende merito al più classico del cinema hollywoodiano di guerra, in questo Gibson gira a tutti gli effetti un gran bel film.

Il giovane Desmond Doss (Andrew Garfield) cresce in una famiglia con qualche problema: la madre (Rachel Griffiths) è una fedele della Chiesa avventista del settimo giorno e trasmette i valori cristiani a Desmond e al fratello Harold, il padre è un reduce traumatizzato della Prima Guerra Mondiale, un uomo a tratti violento che non riesce a superare le perdite e le brutture viste negli anni della guerra e che nella maniera più assoluta, avendo già vissuto l'esperienza, aborre l'idea che i suoi figli possano arruolarsi e andare a distruggere le proprie vite sul fronte del secondo conflitto mondiale. Convinto dei suoi insegnamenti cristiani, rafforzati da un incidente di gioventù durante il quale Desmond rischiò di togliere la vita al fratello, in seguito all'attacco di Pearl Harbor il giovane decide di arruolarsi nell'esercito in qualità di medico rifiutando però in maniera categorica il contatto con le armi e avvalendosi della possibilità garantita dalla Costituzione agli obiettori di coscienza di respingere ogni forma di violenza. A dispetto della volontà del padre (Hugo Weaving) e della sua ragazza Dorothy (Teresa Palmer) Desmond inizia il suo percorso di addestramento che si rivelerà essere un vero inferno proprio a causa del suo rifiuto di toccare la armi e all'ostilità dei suoi superiori, tra i quali il sergente Howell (Vince Vaughn) e il capitano Glover (Sam Worthington), e quella dei suoi compagni. La determinazione di Desmond riuscirà a fargli superare umiliazioni e difficoltà fino a che l'esercito si troverà costretto a mandarlo in battaglia al fianco dei suoi compagni nella campagna di Okinawa dove la sua divisione dovrà prendere l'altura di Hacksaw Ridge. Qui Desmond si guadagnerà l'affetto, il rispetto e la gratitudine di tutti, commilitoni e superiori.

Film di stampo classico girato magistralmente da Gibson che in alcuni passaggi per qualità ci riporta ai primi venti minuti del Salvate il soldato Ryan di Spielberg; a conferma della qualità tecnica de La battaglia di Hacksaw Ridge ci sono l'Oscar al miglior montaggio e quello al miglior sonoro, premi entrambi più che meritati che si uniscono ad altri riconoscimenti ottenuti in giro per il globo (Bafta, National Board of Review, etc...). Al di là dell'eccezionale riuscita dell'aspetto tecnico, Gibson gestisce bene anche la costruzione dei personaggi, quello di Desmond e quello di suo padre nella prima parte ma anche, e non sempre è cosa semplice, il lavoro sulla pletora di commilitoni e superiori dell'esercito, ognuno capace di ritagliarsi una propria identità e un proprio ruolo che farà pesare ancor più la perdita di alcuni di loro durante la terza parte del film, quella della battaglia vera e propria. È vero che la narrazione della vicenda di questo pacifista che ripudia la violenza, e che quindi si propone come esempio indiscutibile di modello positivo anti-bellico, è immersa nell'epica della guerra, spesso manichea nel definirne le parti, un'epica che probabilmente si confà al sentire del regista, non si può negare che sotto il punto di vista strettamente cinematografico La battaglia di Hacksaw Ridge sia un gran film, un'immersione totale nel caos e nella violenza di un guerra che, al netto di qualsiasi pensiero diffuso negli U.S.A., non può non muovere a repulsione lo spettatore, soprattutto in un contesto attuale in cui il dramma della guerra lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Film di valore sia come war movie sia come biopic, non sarà facile dimenticare la figura dello smilzo Desmond Doss dopo averla conosciuta, in chiusura interviste con i reali protagonisti (alcuni) della storia narrata a impreziosire il tutto.

sabato 6 maggio 2023

DOVE OSANO LE AQUILE

(Where eagles dare di Brian G. Hutton, 1968)

Se per convenzione facciamo risalire la nascita del blockbuster moderno al 1975, anno di uscita de Lo squalo di Steven Spielberg, scelta che ha tutte le ragioni di essere, non si può non tenere conto di come negli anni precedenti già ci fossero film pensati a puro scopo di intrattenimento e nei quali altri aspetti venivano messi in secondo piano, film nei quali "lo spettacolo" veniva prima di tutto, pensiamo a pellicole come L'inferno di cristallo, che precede solo di un anno il film di Spielberg, ma anche a episodi un po' meno noti ma comunque ben riusciti come questo Dove osano le aquile di Brian G. Hutton. Il regista di New York, classe 1935 e scomparso nel 2014, non ha lasciato grandi segni nella storia del cinema: inizia come attore e solo dopo passa dietro la macchina da presa e forse proprio questo Dove osano le aquile rimane la sua opera migliore e più conosciuta per la quale il regista porta a termine un buon lavoro, soprattutto nelle sequenze d'azione e nella gestione della tensione. A ogni modo nel corso della sua carriera, oltre ai qui presenti Clint Eastwood e Richard Burton, Hutton ha diretto attori del calibro di Elizabeth Taylor, Frank Sinatra, Donald Sutherland, Michael Caine, Telly Savalas, le sue piccole soddisfazioni in qualche modo è riuscito a togliersele e questo film in particolare ancora oggi è in grado di fornire un buon intrattenimento, almeno per quel pubblico che non ha deciso a priori che il cinema datato non è più da considerarsi degno di visione.

Seconda Guerra Mondiale. Un manipolo di soldati inglesi aiutati dal tenente statunitense Morris Schaffer (Clint Eastwood), reclutato a bella posta per questa missione, viene inviato tra le Alpi austriache per liberare il generale Carnaby, un ufficiale a conoscenza di molti segreti che non devono cadere in mano ai nazisti. Il commando è guidato dal maggiore John Smith (Richard Burton) che dovrà riuscire a infiltrare il gruppo all'interno dello Schloß Adler, un castello fortezza dove il generale Carnaby è tenuto prigioniero. Il gruppo, dopo essersi paracadutato tra i boschi innevati nei dintorni del castello, inizia a preparare la sua azione di infiltrazione, purtroppo alcuni dei membri del gruppo vengono misteriosamente uccisi, la situazione si fa sempre più tesa mentre Smith e i suoi possono contare su alcuni collaboratori già infiltrati in precedenza in zona come Heidi (Ingrid Pitt), la cameriera della taverna locale, o la sua presunta cugina Mary (Mary Ure), altro agente inglese in incognito. Entrare nel castello non sarà un'impresa facile, ma ancor più complicato sarà liberare Carnaby, portare a termine il reale compito che alcuni dei componenti del gruppo sono in realtà chiamati ad assolvere (non tutto è lineare come sembra) e soprattutto uscire dal castello, una fortezza collegata al resto del mondo da una funivia sospesa su metri e metri di freddo e ostile vuoto.

Dove osano le aquile è un film d'ambientazione storica che non nasce con pretese di veridicità o plausibilità, è un blockbuster ante litteram che si pone lo scopo di intrattenere lo spettatore mantenendo caratteristiche proprie del cinema dell'epoca, soprattutto nella gestione di alcuni passaggi che si concedono i loro tempi (vedere la sequenza iniziale con l'aereo che si avvicina ai monti austriaci), senza rinunciare a sequenze spettacolari, anzi trovandovi i suoi punti di forza, magari appunto poco plausibili, ma indubbiamente accattivanti e ben costruite. Si distingue in particolar modo tutta la parte finale del film dove la via di fuga dal castello sembra limitata all'uso di quella funivia sospesa sul vuoto e pericolosissima, ma prima tutta una serie di macchinazioni, inganni e contro inganni ingarbugliano la vicenda per tenerla viva; poi nazisti tagliati con l'accetta come l'uomo della Gestapo, il maggiore Von Hapen (Derren Nesbitt) e sparatorie in campi ristretti, un Eastwood post western, un Burton solido (ma non così accattivante) e una regia dinamica il giusto per garantire la buona riuscita di un film che non sarà un caposaldo del war movie ma che ancora oggi fa la sua discreta figura, magari con un tocco d'ironia in più avremmo avuto un film da tenere ancora in maggior considerazione.

giovedì 7 aprile 2022

HAMBURGER HILL: COLLINA 937

(Hamburger Hill di John Irvin, 1987)

Il cinema sulla guerra del Vietnam ha prodotto tantissimo, sia in maniera diretta con i film ambientati in toto o almeno in parte al fronte, sia in modo indiretto occupandosi delle proteste e dello sdegno dell'opinione pubblica dell'epoca (da poco abbiamo parlato di Ciao America! di De Palma per dirne uno). Il problema di Hamburger Hill, film più che dignitoso, è quello di inserirsi all'interno di un gruppo nutrito nel quale spiccano diversi capolavori e numerosi film di livello, venendone schiacciato in maniera quasi inevitabile. Per i più smemorati, ma anche solo per il piacere di farlo, ricordiamo che il film di Irvin è stato preceduto da opere come Un mercoledì da leoni di Milius, Il cacciatore di Cimino, Apocalypse now di Coppola, Rambo e Fratelli nella notte di Kotcheff, Platoon di Stone, Full metal jacket di Kubrick, Good morning Vietnam di Levinson ed è stato poi seguito da De Palma con Vittime di guerra, da Tsui Hark con A better tomorrow III e ancora Stone con Nato il quattro Luglio, dallo splendido e durissimo Bullet in the head di John Woo e chissà da quanti altri ancora. Capite che emergere qua in mezzo diventa veramente dura per tutti, ciò nonostante, soprattutto di questi tempi dove ricordare la brutalità e la mancanza di senso di ogni conflitto armato è doveroso, Hamburger Hill vale la visione per la capacità di Irvin d'indagare i personaggi, quei ragazzi catapultati nella mischia, e tirarne fuori gli aspetti più intimi, nonostante il film si svolga nel mezzo dell'azione e nell'inferno delle giungle del Vietnam (in realtà sono quelle delle Filippine dove è stato girato il film).

Episodio storico. 1969, Vietnam del Sud ai confini con il Laos. L'esercito americano sta da tempo tentando di conquistare la valle di A Shau, un nome che per la 101ª divisione aviotrasportata del sergente Franz (Dylan McDermott) fa ancora accapponare la pelle. Sono state diverse le operazioni tenutesi in questa zona, ai veterani della divisione e alle nuove reclute toccherà tornare su quelle alture per tentare di conquistare la vetta 937, posizione strategica e ben difesa dall'esercito nordvietnamita, all'apparenza fondamentale per i capoccia che dirigono le manovre con il sedere bene al caldo. Prima del trasporto nella valle e dell'assalto alla cima i componenti della divisione hanno tempo di conoscersi meglio tra di loro, di scambiarsi le proprie opinioni sulla sporca guerra, di tornare con la mente a casa, alle loro famiglie, alle donne che (forse) li aspettano, nascono poi contrasti e amicizie, si affronta la questione razziale sottoposta con continuità al gruppo dal medico di colore Doc (Cortney B. Vance), supportato da Washburn (Don Cheadle) e da Motown (Michael Boatman), si familiarizza con la popolazione locale, soprattutto con le belle vietnamite che fanno la professione più vecchia del mondo. Poi arriva l'ordine, la missione prende forma e sarà un'insensata macelleria dove molti dei corpi straziati di questi giovanissimi ragazzi rimarranno a terra donando poi alla collina 937 il triste nome di Hamburger Hill.

È un buon film Hamburger Hill, non fa sconti su quanto atroce sia la guerra, è diretto e, seppur molto riflessivo nella prima parte, quando si entra nel vivo dell'azione Irvin non fa sconti: insensatezza degli ordini, disorganizzazione, fuoco amico, strazio dei corpi, tutto l'orrore legato a giovani vite gettate nel cesso per niente, per interessi e decisioni prese da vili burattinai, tutte cose che purtroppo continuiamo a vedere ancora oggi. Un po' retorica, magari anche comprensibile ma poco condivisibile, la tirata sul sacrificio dei soldati, giovani eroi morti per il proprio Paese. A questa visione è ora di dire basta se si vuole pensare a un mondo di pace, che non si può costruire con gli eserciti, con le armi, con gli eroi e con i 2% di Pil. Queste non sono soluzioni, sono vergogne. Molto buona la regia di Irvin che crea un'ottimo rapporto tra camera e luoghi: i paesaggi sono magnifici, l'immersione negli stessi dei membri del cast riesce a donare interesse sia alle riprese dei momenti più pacati, con i tanti dialoghi tra i componenti della squadra, sia a quelle dinamiche dell'attacco alla collina, postazione che nella realtà si rivelò inutile e presto abbandonata dall'esercito americano, dopo che la sua conquista valse la vita di più di settanta soldati e altri quattrocento feriti. Ottima scelta del cast che vanta qualche nome noto ma nessuna star (Cheadle all'epoca non era famoso come oggi), ben giostrate le dinamiche tra i vari caratteri dei numerosi ragazzi in scena, colonna sonora da sottolineare con Otis Redding, The Spencer Davis Group, Percy Sledge, gli Animals e parecchi altri nome di valore. Certo, film miglior sul 'Nam ne abbiamo visti, parecchi anche, ma ciò non toglie meriti a un film che riesce a stare con una sua dignità all'interno di un segmento davvero molto ingombrante.

venerdì 25 giugno 2021

LA CRUNA DELL'AGO

(Eye of the needle di Richard Marquand, 1981)

Richard Marquand è un nome che potrebbe non dire molto anche a parecchi amanti della Settima Arte, il regista gallese scompare infatti prematuramente nemmeno cinquantenne a causa di un ictus lasciando poco più di una manciata di titoli, è uno di quei registi che hanno siglato almeno un film di grandissimo successo ma che nessuno ricorda, sua è infatti la regia de Il ritorno dello Jedi sotto la supervisione di Lucas, tra le altre sue opere quella di maggior credito è proprio questo La cruna dell'ago, un war movie di stampo spionistico tratto da uno dei meglio riusciti libri di Ken Follett grazie alla cui regia Lucas decise di scegliere proprio Marquand per il terzo (o sesto se preferite) capitolo della saga di Star Wars. La cruna dell'ago è un film di stampo molto classico che riesce a sintetizzare al meglio il libro di Follett e che ne cattura molto bene lo spirito, senza eccedere nella messa in scena e soprattutto nella descrizione dei personaggi sui quali si lavora in maniera molto accurata e con un'attenzione che veicola il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Seconda Guerra Mondiale. Henry Faber (Donald Sutherland) è una spia tedesca infiltrata nella società britannica; conosciuto come l'Ago per la sua abitudine a eliminare chi gli intralcia la strada con uno stiletto, Faber ha il compito di capire da dove l'esercito americano stia pianificando di sbarcare in Europa e attaccare le forze di Hitler. Dato che il fuhrer sembra fidarsi solo di lui, nel momento in cui scoprirà dello sbarco in Normandia Faber avrà il compito di portare di persona l'informazione in Germania. Nel tentativo di raggiungere un sottomarino alleato la spia fa però naufragio su un'isola abitata da sole quattro persone: un ex pilota dell'aviazione britannica ora invalido (Christopher Cazenove), sua moglie Lucy (Kate Nelligan), il vecchio e sempre ubriaco guardiano del faro Tom (Alex McCrindle) e il figlioletto ancora piccolo della coppia. Raccontata una storia di copertura la spia si troverà a dover affrontare il sospettoso ex militare e allo stesso tempo gestire un'amicizia destinata a diventare qualcosa di più con la di lui moglie, insoddisfatta del suo matrimonio e dei rapporti ormai assenti con il marito invalido, tutto mentre incombe la necessità di contattare il sottomarino alleato e non far scoprire alla coppia che lo ospita il suo secondo fine.

Oltre alla vicenda che inserisce La cruna dell'ago nel filone dei film di spionaggio, ciò che risulta interessante sono i contraddittori tra i due personaggi principali, Faber e Lucy. L'uomo è l'unico consapevole di tutti i risvolti della situazione, fino all'incontro con Lucy freddo, efficiente, calcolatore, critico con il regime di Hitler eppure fedele alla Germania nazista, aspetto che rimarrà tale per tutta la durata della storia. L'incontro con una donna inglese per cui Faber sembra provare più di qualcosa non può fermare il soldato, la spia, seppure in qualche modo Lucy riesca a fare breccia nell'uomo. Di contro Lucy è sincera, inconsapevole, il suo cruccio è tra la fedeltà a un marito distante e un uomo capace di darle le giuste attenzioni e anche quell'appagamento carnale assente da troppo tempo. Prima o poi però i nodi verranno al pettine e le carte andranno scoperte, è qui che la tensione si alza e i personaggi acquistano ancora spessore aiutati da una sceneggiatura ben calibrata e una regia diligente al servizio di personaggi e narrazione ma che non si preclude qualche sequenza più spettacolare (quella della tempesta ad esempio). Sicuramente molto classico, il film rispetta il libro pur non potendolo eguagliare, le descrizioni di alcuni passaggi messe nero su bianco da Follett donano al romanzo una maggiore profondità, nell'inevitabile cesura per il passaggio tra carta e video si è però operato un ottimo lavoro, dovendo scegliere il bilancino pende a favore del romanzo, il film però merita assolutamente una visione, magari previa lettura dove possibile.

domenica 30 agosto 2020

1917

 (di Sam Mendes, 2019)

1917 è un capolavoro di tecnica, soprattutto per ciò che concerne il comparto sonoro, caratteristica del film che contribuisce in maniera forte a un'esperienza sensoriale immersiva, insieme a una fotografia indovinata e ai lunghissimi pianosequenza (non è uno solo come si è detto, probabilmente anche più dei due raccordati da quella virata al nero ben visibile) che donano l'impressione, falsa, di vivere insieme ai due protagonisti la loro vicenda in tempo reale. Al netto di qualche espediente il risultato è impressionante ed encomiabile, nonostante una sceneggiatura semplicissima l'uso pregevole della tecnica insieme a un'ottima calibrazione della tensione costruisce un war movie godibilissimo e a più riprese angosciante. Proprio su questo versante gli effetti sonori contribuiscono alla tensione meglio dei più riusciti jump scare in campo horror, più di una volta si salta sulla poltrona (il film è da guardare in cuffia assolutamente) avvinti da ogni gesto, anche minimo, che può scagliare i due protagonisti improvvisamente nell'inferno scatenato dallo scenario di guerra, ogni evento, anche quelli all'apparenza lontani, può creare una situazione di pericolo potenzialmente mortale.

Prima Guerra Mondiale, territorio delle Fiandre. Ai caporali Blake (Dean-Charles Chapman) e Schofield (George MacKay) viene affidato un incarico molto importante dal Generale Erinmore (Colin Firth). All'apparenza i tedeschi battono in ritirata, in realtà una nuova linea di difesa, ben strutturata e organizzata, sta attirando in una trappola mortale il Secondo Battaglione del Devonshire, più di 1500 uomini stanno andando verso morte certa tra i quali anche il Tenente Blake (Richard Madden), fratello di uno dei due caporali che hanno il compito di raggiungere il battaglione e portare al Colonnello Mackenzie (Benedict Cumberbatch) l'ordine del Generale di cessare l'attacco.

La trama è semplicissima, una missione estremamente pericolosa attraverso le linee nemiche, due soldati con l'unico compito di non farsi ammazzare per evitare il massacro di innumerevoli loro commilitoni. Mendes parte da subito con questo fantastico pianosequenza che segue i due soldati per la quasi totalità della loro missione, lo stratagemma porta lo spettatore sul campo di battaglia, sensazione acuita dal sonoro spettacolare di cui si accennava prima e da un lavoro sopraffino sulle scenografie e le location. Lo spettatore si ritrova in mezzo al fango insieme a Blake e Schofield, in trincea, all'interno dei rifugi tedeschi, sotto un cielo solcato dai caccia da guerra, tutte le sensazioni sono vivide. 1917 mischia i sentimenti dei due caporali, quello di estrema decisione di Blake che deve avvisare suo fratello prima che incorra nella trappola mortale, in barba a tutti i rischi e i pericoli, e quello di grande timore di Schofield consapevole di essersi imbarcato in un'azione dalla quale difficilmente uscirà vivo. La camera è quasi sempre molto ravvicinata ai protagonisti, la tensione è palpabile, l'orrore della guerra, la paura di questi ragazzi emergono e colpiscono come un pugno allo stomaco, la sensazione di angoscia per le sorti di questi due giovani, più di quella degli altri 1600, è reale e concreta.

Ottimo film, seppur costruito su una trama esile assesta diversi punti di scarto anche a opere come il Dunkirk di Nolan comunque apprezzato da queste parti, coinvolgimento totale, emotivo, capace di lasciare il segno. Meritatissimi gli Oscar tecnici portati a casa dal film (fotografia, effetti speciali, sonoro), ottimo cast, insieme agli attori già nominati anche Andrew Scott e Mark Strong, regia di altissimo livello che agli Oscar non ha trionfato solo perché la cinquina era spietata (Bong Joon-ho, Tarantino, Scorsese, Mendes e il Phillips di Joker). In fondo, è anche l'ennesimo film che sottolinea, come è giusto e necessario che sia, l'orrore di una guerra che per il genere umano sembra irrimediabilmente senza fine.

lunedì 2 settembre 2019

LEBANON

(di Samuel Maoz, 2009)

Negli ultimi decenni sono stati prodotti numerosi film che ci hanno mostrato la guerra e gli orrori a questa legati sotto gli aspetti più diversi: dagli abusi dei soldati narrati in Redacted di De Palma allo stress post traumatico dei reduci di American Sniper di Eastwood, dalla resistenza del privato ne Il giardino di limoni di Riklis fino alle tragedie della popolazione civile in Sotto le bombe di Aractingi, passando per The hurt locker della Bigelow, Green Zone di Greengrass e da una pletora di altri titoli ancora. In ognuno di questi film, sviluppato in maniera diversa, si assorbe, anche inconsciamente volendo, un messaggio che della guerra e della sua disumanità ci fa avere orrore, un messaggio che dunque è sempre utile ripetere, a fini educativi (universalmente validi) e con scopi conoscitivi, questi sì differenziati a seconda del film che si va a vedere. Nel calderone affollato dei film di guerra Lebanon si ritaglia un posto d'onore, il film Leone d'Oro a Venezia è uno degli esiti più interessanti del filone, sia per le scelte di regia inusuali e molto riuscite, sia per i contenuti morali legati alla sfera delle emozioni dei protagonisti del film.

Lo scenario è quello della prima guerra del Libano, 1982. Agli ordini dell'ufficiale Jamil (Zohar Shtrauss) ci sono quattro ragazzi di leva, tutti componenti dell'equipaggio di un carro armato dell'esercito israeliano. Schmulik (Yoav Donat) è l'ultimo arrivato, il novellino incaricato di far fuoco e di attivare le armi del carro, compito delicato in quanto il ragazzo dovrà coprire l'avanzata del drappello di fanteria che procede allo scoperto. Assi (Itay Tiran) è il capocarro, quello che dà gli ordini, un giovane con poco carattere, Hertzel (Oshri Cohen) è l'uomo di fatica, carica le armi, carattere ribelle ma anche il più lucido del gruppo, Ygal (Michael Moshonov) è il pilota del carro. In poco tempo quella che doveva essere una serie di piccole missioni volte a far attraversare alla pattuglia diversi centri abitati si trasforma in un vero e proprio scenario d'orrore, sempre più incerto e pericoloso e psicologicamente insostenibile.


La scelta del regista è forte, Maoz ci narra l'intera vicenda dall'interno dell'abitacolo del carro, un luogo poco illuminato, sporco, spesso in movimento e poco stabile, uno spazio claustrofobico nel quale dovranno convivere quattro paure, tutto quello che accade all'esterno lo vediamo attraverso il puntatore del carro, anche questo con una visibilità molto ridotta, uniche concessioni al mondo fuori sono la prima e l'ultima inquadratura del film su un campo di girasoli. Anche i contatti con il comandante della truppa e con un altro paio di personaggi avvengono sempre grazie all'ingresso di questi nel carro, nulla di ciò che accade fuori viene ripreso se non passando dal puntatore di Schmulik. Ottima la regia di Maoz che costretto in spazi angusti riesce a inventare anche qualche bella trovata, qualche bel movimento di macchina, vedi ad esempio una delle primissime sequenze, l'ingresso nel carro di Schmulik, ripreso dal basso in quello che sembra un carro allagato d'acqua, si scopre subito una visuale ingannevole, un solo centimetro d'acqua sul fondo del carro e la macchina piazzata a dovere dona alla scena un effetto spiazzante, così tra piccoli accorgimenti e piani ravvicinatissimi sui protagonisti Maoz porta a casa una sfida non così facile da vincere con ottimi risultati. Ottimo lavoro psicologico sui personaggi, ragazzi giovani e inesperti che si trovano a rischiare la vita senza sapere per cosa e nella situazione di dover decidere in pochi secondi se uccidere o meno quello che sembra il loro nemico, a volte ragazzi, donne, vecchi, civili innocenti. Poi ci sono la coscienza, il rimorso, l'orrore, la paura, il legittimo desiderio di tornarsene semplicemente a casa. Dietro l'angolo la follia che aspetta.


Ottima direzione di un cast indovinato, tensione palpabile, dilemmi morali a profusione e quello che è il sentimento più comune che si evince da molti film di questo tipo: un'ingiusta e ingiustificata, folle e irricevibile passione della razza umana per la guerra che continua a rovinare vite in maniera impietosa e indiscriminata. Concetto noto che in Lebanon viene presentato in maniera molto forte (non mancano diversi pugni allo stomaco) attraverso le esperienze di quattro ragazzi, tramite i loro dialoghi, il terrore, la paura, il rimorso. Un film non solo necessario ma anche pregevole dal punto di vista artistico.

mercoledì 29 maggio 2019

DUNKIRK

(di Christopher Nolan, 2017)

Tra tutte le sequenze pressanti, dinamiche, angoscianti, tecnicamente ineccepibili con le quali Nolan ci racconta l'episodio storico del salvataggio di Dunkerque, il cuore del film, il suo centro, lo troviamo negli occhi lucidi e commossi di Kenneth Branagh, nell'inquadratura in cui il Comandante Bolton realizza la grandezza dello spirito del suo Paese, del suo Popolo, le lacrime non scendono, resistono, e qui sta il nocciolo di Dunkirk, il suo significato, la memoria, la celebrazione di ciò che di buono vive nell'animo della gente comune. Dunkirk prima che un film bellico - e che film bellico - è un'emozione, un punto d'orgoglio per tutta l'Inghilterra, per lo stesso Nolan anche lui inglese, è il filo rosso dell'appartenenza e della solidarietà. Questo nocciolo è avvolto da un'impressionante messa in scena dove le maestranze e tutto il comparto tecnico vincono su tutti i fronti, dietro la produzione di Dunkirk c'è un dispiego di mezzi non indifferente: pellicole di diverso formato, innovazioni tecnologiche con allo stesso tempo una drastica riduzione degli effetti in CGI, un recupero ampio di mezzi d'epoca tra i quali navi, aerei, imbarcazioni civili e un intreccio di riprese da togliere il fiato. Il film gode di un sonoro immersivo da far paura, visto con le cuffie il film regala un'esperienza talmente coinvolgente che sembra di essere stati catapultati improvvisamente sulla costa francese in quel Maggio del 1940.


La Storia narrata si riassume facilmente. Parte dell'esercito britannico, insieme ad altre migliaia di soldati francesi, è bloccato sulla spiaggia di Dunkerque schiacciato dall'avanzata tedesca. Le speranze di salvare la pelle sono poche, le forze tedesche sembrano soverchianti, il territorio non lascia vie di fuga, le navi che tentano di salpare verso la costa inglese vengono bombardate dagli Stuka della Luftwaffe, l'aviazione tedesca, e silurate dai sottomarini U-Boot, la fanteria è bloccata, gli Spitfire inglesi fanno in cielo tutto quel che possono. Attraverso le ore concitate di alcuni soldati, di un paio di piloti della RAF (Royal Air Force) e di diversi ufficiali della marina inglese assistiamo al tentativo dei vertici dell'Esercito Inglese di riportare a casa i propri uomini (ragazzi) e salvarli da morte certa. La distanza dalla patria è tanto breve quanto all'apparenza incolmabile, saranno le imbarcazioni private e il cuore grande di un paese a salvare quasi 350.000 uomini.


Il resto è puro Cinema, immagine in movimento che lascia senza fiato. I protagonisti non sono delineati più di tanto, poche pennellate per tratteggiarne i caratteri, sono campioni di un'entità più vasta e per lo più anonima, impegnata per vie diverse semplicemente a sopravvivere, a schivare le pallottole, le bombe, le schegge, a non rimanere intrappolata in una nave che cola a picco, a evitare che il proprio aereo si schianti in mare. In Dunkirk c'è un po' d'eroismo, un po' di sacrificio ma soprattutto c'è la voglia di vedere un altro giorno, anche a costo di azioni non sempre nobili. La forza del film rimane però nelle riprese, nell'esperienza della visione, Nolan riesce a ricreare un'angoscia e una tensione palpabili e costanti per tutta la durata del film, la sorte crudele che tocca ad alcuni soldati attanaglia lo spettatore, il regista sceglie di mostrarci la guerra senza farci vedere una sola goccia di sangue, eppure la barbarie è palpabile, l'inutilità dei sacrifici immonda, le sequenze riprese sulle navi che affondano sono claustrofobiche come quelle che ha ben presente chi aveva visto al cinema il Titanic di Cameron, a memoria non ricordo riprese aeree così coinvolgenti. La partecipazione è totale e questo aspetto è quello che distingue Dunkirk da molte altre pellicole di stampo bellico. Nel cast corale, oltre a Branagh, il pilota interpretato da Tom Hardy, nascosto per tutto il film dietro i suoi occhiali da aviatore all'interno della carlinga del suo Spitfire, il soldato Harry Styles, leader del gruppo pop One Direction, Cillian Murphy e quello che potrebbe essere individuato come il protagonista principale, Fionn Whitehead.

Emozione e perfezione stilistica a braccetto, un risultato tutt'altro che semplice da raggiungere.

sabato 16 marzo 2019

GREEN ZONE

(di Paul Greengrass, 2010)

Armi di distruzione di massa. Quante volte leggendo articoli sulla guerra in Iraq, ascoltandone le cronache ai telegiornali, abbiamo sentito nominare questo spauracchio che in seguito si è rivelato solo opportunistico fumo negli occhi? Paul Greengrass parte da questo spunto, tutt'altro che secondario, per darci la sua visione della guerra praticamente in tempo reale, il film esce nelle sale addirittura prima della chiusura ufficiale del conflitto che terminò con la deposizione di Saddam Hussein a favore di un nuovo governo iracheno fortemente voluto dagli Stati Uniti d'America. Quella di Paul Greengrass è una visione morale del conflitto, critica nei confronti del Governo U.S.A. e dei poteri forti, rispettosa del singolo individuo (perché è vero che non è tutto oro ciò che luccica ma è anche vero che nelle situazioni difficili non sempre tutto è marcio o corrotto), è solidale con le vittime, la popolazione irachena che della Guerra avrebbe volentieri fatto a meno, giusto per usare un eufemismo. Questa visione della Seconda Guerra del Golfo, analizzata (ma neanche troppo) dalla giusta distanza, è soprattutto l'occasione per realizzare in maniera impeccabile un film di guerra energico ed adrenalinico che, al di là di riflessioni e prese di posizione, trova nella formula action il suo nodo centrale e meglio riuscito. La trama è lineare, prevedibile, ricorda per alcuni versi lo sviluppo del Cinema d'inchiesta giornalistico, quello in cui il marcio affiora poco a poco fino a venire allo scoperto e a travolgere i suoi stessi artefici divenendo il caso del momento. Un caso molto grave nella fattispecie, dato il numero di morti che si contano da ambo le parti dovuti al solito tornaconto politico ed economico degli americani. Quello che impressiona maggiormente è invece lo stile registico dinamico e quasi ansiogeno con il quale il regista ammanta l'intera pellicola. Tantissime riprese a terra con camera a mano ad inseguire i protagonisti, immagine sempre mobile, stacchi continui e rapidi, sensazioni di caos e confusione nelle sequenze d'azione ma tenute sempre sotto controllo, un comparto audio di altissimo livello che dona realismo a riprese già di per sé molto credibili, il tutto senza mai togliere chiarezza di lettura agli eventi, un risultato di tutto rispetto, vero pregio di questo Green Zone.


L'esercito americano ha preso Baghdad, Roy Miller (Matt Damon) è a capo di un'unità dell'esercito incaricata di esplorare diversi siti indicati come possibili nascondigli delle armi di distruzione di massa delle quali il regime iracheno sembra essere in possesso. Dopo diverse missioni il gruppo è ancora fermo al palo, i siti indicati dall'intelligence si rivelano sempre vuoti e le informazioni un buco nell'acqua dopo l'altro. Miller inizia a sospettare che qualcosa di anomalo sia da ricercarsi nelle fonti delle informazioni, esterna i suoi dubbi durante una riunione con i vertici suscitando fastidio in Clark Poundstone (Greg Kinnear), rappresentante del Governo U.S.A. in Iraq, e interesse in Martin Brown (Brendan Gleeson), agente C.I.A. che ha lo stesso punto di vista del militare. Miller così inizia a lavorare e ad indagare sul campo, si avvale della collaborazione di un informatore del posto, Freddy (Khalid Abdalla), grazie al quale riuscirà ad arrivare al Generale Al-Rawi (Ygal Naor), uno dei principali ricercati del famoso mazzo di carte usato dai soldati americani, e a dipanare la matassa che si è creata dietro ai motivi dell'intervento in Iraq.


Il protagonista del film è un uomo che ancora crede nella giusta causa, che ad ogni reazione debba corrispondere una motivazione valida, indiscutibile e moralmente accettabile. Miller, interpretato al meglio da Matt Damon, attore versatile che con la sua faccia comune sembra adattarsi ad ogni ruolo, non è in Iraq per accettare ciecamente le bieche manovre del suo Governo, è un soldato pietoso rispettoso della popolazione locale dalla quale, tramite la figura di Freddy, attraverso pochissime frasi che colpiscono come dei diretti al volto fortissimi, capirà quanto la posizione del suo Paese sia sbagliata e prepotente, lezioni di morale e umanità che purtroppo nell'economia di una guerra internazionale non contano niente. In questi episodi, forse gli unici di contenuto vero, Damon è bravissimo a incassare i colpi, le parole sembra colpiscano davvero più delle pallottole, il resto è costruzione e messa in scena di Storia nota nella cornice di un film di genere molto ben realizzato.

mercoledì 21 novembre 2018

AMERICAN SNIPER

(di Clint Eastwood, 2014)

I dubbi sulla bontà di un film come American sniper, se ce ne sono, sono tutti di natura ideologica, etica e morale. È riconosciuto quasi all'unanimità dalla critica professionistica come Eastwood sia uno dei maggiori registi viventi: il vecchio sa come si dirige un film, sa come far girare una storia al meglio, sa piazzare sullo schermo le immagini giuste, sa a quali tecnici affidarsi, sa come portarsi a casa il risultato. American sniper non fa eccezione, è un ottimo film che punta i riflettori più sull'individuo Chris Kyle (Bradley Cooper) che non sulla guerra in Iraq vista come evento storico, economico e politico; ciò non toglie che il contesto sia importantissimo nell'economia di un film che ha suscitato parecchie critiche e qualche polemica. Che Clint da sempre sia un Repubblicano con lo sguardo rivolto a destra lo sanno tutti, che questo automaticamente lo renda un "fascistone" come spesso viene apostrofato rimane tutto da dimostrare, anche perché molti dei suoi film non offrono il fianco a queste accuse, a meno che non si voglia strumentalizzare in maniera facile e superficiale il suo Cinema, in questo caso allora potremmo affermare tutto e il contrario di tutto. Indubbiamente alcune delle critiche mosse a questo film, soprattutto se lo sguardo appartiene a uno spettatore non-americano, potrebbero risultare condivisibili, una su tutte la tesi, questa si un po' superficiale, che il nemico sia in ogni caso il "cattivo" della situazione, il selvaggio crudele al quale i ragazzoni americani imbottiti di torta di mele e buoni sentimenti vanno ad insegnare come si sta al mondo. Fuori dai confini statunitensi più o meno tutti sanno che i ragazzoni americani così pieni di salute sono una manica di rompicoglioni che spesso avrebbero fatto bene a starsene buoni buonini a casa loro; il Cinema Hollywoodiano riguardo a questo non è miope: di quanto i soldati americani possano essere dei bastardi senza scrupoli ce lo racconta De Palma con Redacted, dell'incuranza del Grande Paese nei confronti dei suoi figli, dei danni che la guerra procura loro (al netto delle morti) se ne occupa la Bigelow in The hurt locker e via di questo passo, gli esempi potrebbero essere molti; anche Clint, partigianeria a parte, non manca di sottolineare la crudeltà e le brutture alle quali le situazioni narrate conducono, da ambo le parti. Probabilmente, anzi, in maniera certa, se un paese come l'Iraq avesse un'industria cinematografica come quella di Hollywood avremmo la possibilità di vedere degli eroi iracheni combattere l'americano brutto, sporco e cattivo, ma l'Iraq questa industria non ce l'ha (o comunque non è così influente) e quindi...


Come da tradizione americana, con uno sguardo tutto a stelle e strisce (e non sempre è stato così nei film di Eastwood, vedi Letters from Iwo Jima ad esempio), al centro della storia c'è l'eroe, il singolo, il cavaliere solitario, in questo caso visti gli occhi azzurri di Cooper e la provenienza di Kyle abbiamo anche il nostro texano dagli occhi di ghiaccio, l'eroe della frontiera, l'individuo capace di cambiare le sorti di una storia. È la figura di Kyle che Eastwood ci racconta: tipico prodotto degli stati del sud, Chris Kyle decide di arruolarsi sulla scia emotiva degli attentati dell'11/09. Sottoposto al durissimo addestramento dei Seal, Kyle ne esce trasformato nel miglior cecchino che l'esercito statunitense abbia mai dispiegato in campo; per Kyle la missione in Iraq consiste nel proteggere la sua Patria, almeno a livello astratto e ideologico, nel concreto il suo compito è quello di coprire le spalle ai marines che rastrellano i dintorni e la città di Falluja, salvando a ripetizione le loro vite. Ad aspettarlo a casa la giovane moglie Taya (Sienna Miller) e il loro primo figlio.


Rimarcando ancora una volta come la separazione della dicotomia bene/male non sia così netta come Eastwood ce la propone, c'è da dire che il regista non manca di sottolineare le scelte difficili e crudeli alle quali Kyle si è dovuto sottoporre. Perché anche in guerra, comunque lo si voglia chiamare, l'omicidio di un bambino rimane l'omicidio di un bambino, l'omicidio di una donna resta l'omicidio di una donna. Diventa difficile giustificare con lo sventolio di una bandiera, per quanto bella e affascinante possa essere, atti di questa portata. In questo Eastwood non fa sconti, se le motivazioni possono sembrare quelle giuste le azioni rimangono dubbie, anche le più terribili non vengono sottaciute dal regista che una volta ancora dimostra di applicare un'onestà di fondo che è doveroso attribuirgli. E se alcuni commilitoni fanno di Kyle una sorta di mito moderno, non mancano da parte di altri, compreso il fratello del protagonista, le sacrosante critiche all'insensatezza di una guerra che nulla di buono potrà mai portare. Le conseguenze infatti, e Eastwood ce le mostra tutte, gli uomini le portano sui corpi mutilati e nella testa, lo stesso Kyle non riesce ad abbandonare l'Iraq, nemmeno quando è a casa, con i figli, tra le braccia della moglie, i postumi da stress post-traumatico, diffusissimi tra i reduci, non sono facili da gestire per nessuno, nemmeno per la "Leggenda".

A conti fatti American sniper si rivela un bel film, sicuramente di parte ma che presenta anche tutti gli elementi per poter interpretare in maniera lucida ciò che accade sullo schermo. Formalmente ineccepibile, magari prevedibile, con un Bradley Cooper mastodontico come ottimo protagonista. Ancora una volta Clint non tradisce, esplorando la sua filmografia sicuramente abbiamo modo di trovare diverse opere di maggior valore di questa che comunque si rivela un ulteriore e ottimo tassello in una carriera invidiabile. Con o senza cappello.

mercoledì 18 aprile 2018

LA NOTTE DELL'AQUILA

(The eagle has landed di John Sturges, 1976)

Sul finire degli anni 70 il regista John Sturges dà l'addio alle scene proprio con questo La notte dell'aquila, dopo aver lasciato al Cinema alcuni titoli decisamente noti e apprezzabili quali L'assedio delle sette frecce, Giorno maledetto, Sfida all'O.K. Corral, I magnifici sette e La grande fuga. L'addio del regista alla Settima Arte è sancito da un'ultima prova di tutto rispetto, La notte dell'aquila è un film che si inserisce con onore nel filone bellico hollywoodiano del decennio precedente distinguendosi dai più illustri predecessori se non proprio per il livello qualitativo, almeno per quello dell'originalità. Parecchio inusuale infatti vedere in un film bellico statunitense (coprodotto con il Regno Unito) un manipolo di soldati tedeschi come protagonisti assoluti, dipinti tra l'altro come soldati fieri, fedeli alla propria Patria e al proprio esercito, in larga misura disgustati dagli eccessi di insensata crudeltà mostrati dai più illustri gerarchi nazisti. Un punto di vista poco battuto che non è l'unico elemento di discontinuità da altri film del genere. Nonostante il cast stellare manca qui la pletora di protagonisti da reclutare, tutti quei caratteri così diversi tra loro che andranno a formare la squadra perfetta utile per portare a termine la missione designata, come accadeva per esempio in Quella sporca dozzina o ne La grande fuga. Questo scarto dai film precedenti rende La notte dell'aquila più diretto, più lineare, forse anche meno ironico di altri, mantenendo però sempre un buon ritmo e riuscendo a creare nello spettatore la giusta empatia con i protagonisti, nonostante le forze dell'esercito tedesco non piacciano giustamente (quasi) a nessuno.


La sceneggiatura guarda all'omonimo libro scritto da Jack Higgins e prende le mosse dall'idea del Fuhrer di rapire Winston Churchill per ribaltare le sorti della Seconda Guerra Mondiale in favore della Germania. Un folle Himmler, interpretato da un Donald Pleasence sopra le righe, sposa subito l'idea e incarica l'Ammiraglio Canaris (Anthony Quayle) di organizzare l'impresa. Questi è personaggio storico realmente esistito, proprio uno di quei soldati tedeschi che arrivarono a disprezzare i metodi disumani del regime nazista, il Canaris della nostra realtà partecipò anche all'organizzazione di uno degli attentati a Hitler che furono spunto per altre pellicole belliche come il più recente Operazione Valchiria. Ma torniamo alla finzione. Canaris ritiene che l'idea di Hitler sia una sorta di ridicola barzelletta difficilmente realizzabile, purtroppo mettersi contro il volere del Fuhrer e di Himmler può rivelarsi cosa pericolosa assai, incarica così di dar seguito all'idea il Colonnello Radl (Robert Duvall) anch'egli poco entusiasta del folle piano. L'idea inizia a prendere forma concreta quando al Colonnello Radl giunge notizia di una futura visita di Churchill in un paesino sperduto nelle campagne del Norfolk in Inghilterra. I tedeschi hanno di stanza nel paesino una spia ben addestrata, tal Joanna Grey (Jean Marsh) e possono contare sull'aiuto di Liam Devlin (Donald Sutherland, immancabile in questi film), un irlandese che ha in odio l'avversario inglese. Il grosso della missione che prevede il rapimento e l'estradizione del premier inglese, sarà affidato al reparto di paracadutisti tedeschi del Colonnello Kurt Steiner (Michael Caine), militare pluridecorato anche lui avverso alle posizioni più estreme del partito nazista. A complicare la missione dei tedeschi ci sarà un distaccamento dell'esercito americano di stanza a Studley Constable agli ordini del Colonnello Pitts (Larry Hagman).


Come si può notare dalle poche righe riportate qui sopra il film presenta un cast pieno di grossi calibri, se l'Himmler di Pleasence ricorda il dottore mezzo matto interpretato dall'attore in Altrimenti ci arrabbiamo, sono inappuntabili le performance di Duvall e Caine, prototipi del militare tutto d'un pezzo dalle vedute non troppo ristrette, si concedono invece diversi momenti di leggerezza Donald Sutherland, che con quel suo sorriso sghembo viene facile farlo deviare dalla retta via, e soprattutto Larry Hagman, il celebre J.R. della soap opera Dallas, qui nella parte di uno di quei militari pieni di sé ma totalmente inesperti e inclini all'errore.

La trama è solida e compatta, Sturges non concede troppe divagazioni, anche la messa in scena sembra essenziale solo per esplodere poi con vigore in alcune sequenze d'azione all'interno del piccolo paesino del Norfolk, sequenze molto avvincenti e girate con ritmo e visione d'insieme invidiabili. Oltre alla bella costruzione rimane del film una visione diversa di una parte dell'esercito tedesco, composto da uomini che per forza di cose, anche nella realtà, non saranno stati tutte bestie crudeli e che anche qui, come già accadeva ne La grande fuga, non fanno parte delle SS o della Gestapo ma delle forze aeree della Luftwaffe. La notte dell'Aquila rientra in una vera e propria cifra stilistica tanto battuta nel cinema dei 60, più che in quello dei 70, ne è forse un episodio tardivo che non fa rimpiangere ciò che si era visto negli anni precedenti, un'ottima chiusura di carriera per quello che ancora oggi viene considerato uno dei più celebri mestieranti dell'industria di Hollywood.

lunedì 22 gennaio 2018

LA GRANDE FUGA

(The great escape di John Sturges, 1963)

Per moltissimi aspetti La grande fuga mi ha ricordato il più celebre filmone bellico Quella sporca dozzina, diversi gli elementi in comune tra i due film per i quali è doveroso sottolineare che è proprio La grande fuga ad essere stato realizzato per primo, se c'è stata quindi ispirazione tra le due opere è quest'ultima che ha figliato in qualche modo il grandissimo film di Robert Aldrich. L'episodio che sta alla base delle vicende narrata ne La grande fuga ha moltissimi elementi di verità storica, il film, trasposizione del libro di Paul Brickhill, racconta quella che è stata una delle più ardite evasioni da un campo di prigionia tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, nella fattispecie quella degli aviatori inglesi trattenuti dalla Luftwaffe nel campo Stalag Luft III a Sagan (attuale Polonia). La parte iniziale de La grande fuga presenta toni molto scanzonati, quasi da commedia, ci mostra l'arrivo di tutta una serie di personaggi, alcuni sopra le righe, appartenenti all'aviazione inglese e rinchiusi in un campo di prigionia gestito dagli ufficiali dell'aviazione tedesca. È chiaro fin da subito come l'unico interesse di pressoché tutti i militari inglesi (e qualche americano) sia la fuga, fuga tra l'altro già tentata da tutti loro in altri campi di prigionia, ragion per cui l'esercito tedesco decide di raggrupparli in un unico campo altamente sorvegliato. Il rapporto descritto da Sturges tra inglesi e tedeschi è però di massimo rispetto, c'è una gestione dei prigionieri da parte della Luftwaffe molto lasca che dà adito quindi a quella contaminazione tra il bellico e la commedia che così bene ha funzionato anche per Quella sporca dozzina. Appurato che il nodo centrale del film, come sottolineato banalmente anche dal titolo, sarà la realizzazione di una grande fuga, non resta che procedere all'assemblaggio di una squadra che realizzerà il piano per portare fuori dal campo il maggior numero di prigionieri, e si parla di un'evasione di circa duecentocinquanta uomini, almeno nelle intenzioni.


Anche in questo caso il cast è ricco, il volto simbolo del film è sicuramente quello di Steve McQueen nel ruolo del Capitano Virgil Hilts, che più volte fungerà da diversivo e da prezioso informatore, sue alcune delle scene più belle e iconiche del film, quelle della famosa fuga sulla motocicletta tra le verdi campagne tedesche. In film come questo non può mancare il volto imbronciato di Charles Bronson, uno degli addetti alla costruzione dei tunnel per la fuga, ovviamente claustrofobico, tutto il piano è coordinato da Richard Attenborough che si affida tra gli altri anche al falsario interpretato da Donald Pleasence, incaricato di fornire tutti i documenti necessari agli uomini che riusciranno ad evadere dal campo, all'attrezzista interpretato da James Coburn incaricato di costruire tutto il necessario per attuare il piano di fuga e al maneggione tuttofare interpretato da James Garner. Tra i numerosi altri volti spicca ancora quello di David McCallum, insomma sugli attori messi in campo (di prigionia) non ci si può proprio lamentare. La storia segue tappe obbligate, la regia non è mai invadente ma ci regala diverse sequenze spettacolari, il film si lascia guardare con piacere nonostante i 172 minuti di durata siano effettivamente un po' troppi, probabilmente qualcosa si poteva accorciare apportando ancora maggior beneficio alla tenuta globale dell'operazione. Come spesso accade in film di questo stampo, che sembrano prendere anche il volo con toni scanzonati e leggeri, arriva poi il pugno nello stomaco, perché la vicenda è reale, l'argomento maledettamente serio e i comparti tedeschi delle SS e della Gestapo erano sicuramente meno concilianti degli ufficiali della Luftwaffe. Come spesso accade in film di questo stampo alla fine, è inevitabile, si contano i morti, i cadaveri delle vittime venutesi a trovare di fronte alla barbara e insensata crudeltà del nemico. La grande fuga verrà tentata da molti, saranno molti meno quelli che riusciranno a portarla a termine con un esito positivo.

Dopo il successo ottenuto nel 1960 con I magnifici sette, John Sturges, che si porterà dietro anche parte del cast, riesce a fare il bis con La grande fuga, altro bell'esempio di come la Hollywood di quegli anni riusciva a portare in scena film spettacolari e prestigiosi con ottimi risultati.

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