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mercoledì 31 dicembre 2025

FIRMA AWARDS 2025 – FILM

Arriviamo (più o meno indenni) anche alla categoria FILM dei Firma Awards 2025, quella che tradizionalmente mi dà più soddisfazioni ma anche più grattacapi, categoria che quest’anno si presenta in una veste leggermente diversa dal solito. Le posizioni infatti scendono a venti, non per pigrizia o disamore verso il cinema contemporaneo, semplicemente perché nel corso dell’anno, per questioni di studio, mi sono ritrovato a dedicare gran parte del mio tempo di visione ai grandi classici, cosa che mi ha portato inevitabilmente a ridurre il numero di titoli “moderni” finiti sotto la lente. Il risultato è quindi una classifica un filo meno corposa e forse meno sorprendente rispetto al passato, ma non per questo priva di titoli degni di nota.

Come ormai sapete anche senza bisogno di ripeterlo (ma lo ripeto lo stesso, vedi mai il lettore dell'ultimo minuto...), non si parla esclusivamente di film usciti nel corso di quest'ultimo anno solare: qui rientra tutto ciò che si è visto per la prima volta negli ultimi mesi e che è stato prodotto negli ultimi vent'anni (così, per convenzione mia, non c'è un vero motivo per cui io debba fare così, è un capriccio, una scusa in modo che chi ama o solo i film vecchi o solamente quelli più nuovi si possa orientare). Anche quest’anno la selezione è avvenuta partendo da un numero più corposo di opere rispetto a quelle citate in questa sede, il che significa che parecchi titoli resteranno fuori dalla porta. È una crudeltà necessaria, una selezione naturale, chiamatela come volete: le classifiche funzionano così, purtroppo la vita non è mai stata tenera con nessuno. Ad ogni modo devo ammettere che, per quel che riguarda i film più recenti, ai quali, ripeto, ho dovuto dedicare molto (ma molto) meno tempo del solito, è mancata la folgorazione, quel film che mi ha fatto innamorare senza riserve né ripensamenti. Ci sono state buone visioni, alcune anche ottime, ma in anni passati era andata decisamente meglio. Qualità media un filo più bassa del solito quindi.

Come sempre prendete le posizioni con la dovuta leggerezza: l’ordine è frutto di sensazioni, gusti personali, momenti e umori variabili, non di verità scolpite nella pietra. Se il vostro film preferito è qualche posto più in basso di quanto avreste voluto, respirate, contate fino a dieci e ricordate che stiamo parlando di consigli di visione, non di sentenze definitive. Commentate, discutete, dissentite pure qui o sui social, e soprattutto godetevi il percorso. 

Detto questo, si parte dalla ventesima posizione della categoria FILM.


Ventesimo classificato:
Jesus rolls - Quintana è tornato! di John Turturro (2019)
Non si capisce bene in che direzione si muova Turturro con il suo Jesus rolls, sicuramente (e forse per lui è anche un bene) non nella stessa de Il grande Lebowski, film in cui il personaggio di Jesus è nato. Forse si gira un poco a vuoto, eppure... eppure qualcosa c'è, è lì, bisogna solo saperla afferrare. E poi, lo sapete, non se escherza con Jesus!



Diciannovesimo classificato:
Quo vadis Aida? di Jasmila Žbanić (2020)
Il racconto dell'eccidio di Srebrenica e della parte di colpe che ebbe il contingente dei caschi blu dell'ONU in questo atroce massacro. Girato in maniera didascalica dalla regista bosniaca, non di meno Quo vadis Aida? rimane una testimonianza riuscita e angosciante di un episodio di Storia recente da non dimenticare.



Diciottesimo classificato:
Thunderbolts* di Jake Schreier (2025)
I Marvel Studios tornano finalmente a sfornare un buon film, nulla di indimenticabile ma almeno un tassello godibile e divertente di un Marvel Cinematic Universe ultimamente un poco stanco. Una menzione di incoraggiamento!



Diciassettesimo classificato:
Elemental di Peter Sohn (2023)
In rappresentanza di diversi buoni titoli visti quest'anno di casa Disney e Pixar citiamo i mondi di Elemental basati, come dice il titolo, sui quattro elementi e sull'incontro tra diversi. Non male però nemmeno Zootropolis 2, Strange World - Un mondo misterioso ed Elio.



Sedicesimo classificato:
Megalopolis di Francis Ford Coppola (2024)
Opera monumentale (per investimento) che si è rivelata uno dei più grandi flop della storia del cinema procurando al regista (anche produttore) un tracollo economico non da poco. Megalopolis, film altamente imperfetto, è però anche un sogno, il sogno, di un grande regista che al cinema ha dato tanto. Da rispettare comunque.



Quindicesimo classificato:
La stanza accanto di Pedro Almodóvar (2024)
Film funereo con sprazzi di vitalità per un Almodóvar newyorkese che affronta i temi di malattia e morte imminente, anticipata e inevitabile, attraverso il rapporto tra due donne interpretate da due splendide attrici.



Quattordicesimo classificato:
Berlinguer - La grande ambizione di Andrea Segre (2024)
Andrea Segre gira quello che non è solamente un biopic sulla figura di Enrico Berlinguer ma ritrae uno spaccato (nostalgico) di un tempo in cui la politica era ancora partecipazione, una "cosa pubblica" che riusciva a smuovere gente, animi, entusiasmi.



Tredicesimo classificato:
C'è ancora domani di Paola Cortellesi (2023)
Pur suscitando un clamore spropositato, spinto dalle istanze del contesto storico contingente, quello della Cortellesi alla regia è un ottimo esordio che si avvale anche di una gestione delle aspettative e del finale di racconto non scontate, e non è poco.



Dodicesimo classificato:
Here di Robert Zemeckis (2024)
Zemeckis continua a sperimentare e a provare nuove vie per spostare l'asticella del "mezzo" cinema. Qui si gioca con spazio e tempo e con la molteplicità delle inquadrature, con le potenzialità dell'I.A., e con le tecnologie possibili ma, in fondo, ciò che rimane sono sempre le emozioni.



Undicesimo classificato:
Challengers di Luca Guadagnino (2024)
Un film sul tennis che non è un film sul tennis; un'ottima regia di Guadagnino nelle scene agonistiche e una colonna sonora che detta il ritmo di Trent Reznor e Atticus Ross, e potrebbe già bastare così...



Decimo classificato:
Our body di Claire Simon (2023)
Prezioso documentario della Simon, che si mette in gioco in prima persona, che esplora patologie e bisogni del corpo (e del mondo) femminile, utile viatico, soprattutto per gli uomini, per capire meglio le necessità e le difficoltà dell'altra metà del nostro cielo.



Nono classificato:
Sotto le foglie di François Ozon (2024)
Una sorta di "giallo" familiare, di campagna, per il quale Ozon gioca con il dubbio, con l'incerto, con il non risolto, sia nei fatti, sia nelle intenzioni, in un film sui legami, sulla famiglia, sull'amore.



Ottavo classificato:
Memoria di Apichatpong Weerasethakul (2021)
È una sensibilità altra quella del regista thailandese Apichatpong Weerasethakul, una sensibilità alla quale è necessario connettersi per poter apprezzare i suoi film. Se si riesce a farlo il viaggio sarà quantomeno interessante...



Settimo classificato:
Generazione romantica di Jia Zhangke (2025)
Opera girata nell'arco di vent'anni che è una vera e propria summa del lavoro del regista cinese. Sarebbe anche un capo d'opera, richiede però una conoscenza pregressa di ciò che Jia Zhangke ha girato nel corso degli anni. In caso, recupero consigliatissimo!



Sesto classificato:
Fuori di Mario Martone (2025)
Attraverso un cast tutto al femminile Mario Martone racconta, con approccio ondivago, sregolato, un tratto di vita della scrittrice siciliana Goliarda Sapienza, autrice de L'arte della gioia. Il carcere, le amicizie maturate "dentro", vere, vive, e poi il "fuori", duro, artefatto, meno sincero...



Quinto classificato:
Gasoline rainbow dei Ross Brothers (2023)
Arrivano dal documentario Bill Ross IV e Turner Ross e con questo loro primo lungo di finzione ci presentano un road movie della Gen Z vitale e spontaneo. Gasoline rainbow ci riporta tutti a quell'età in cui tutte le possibilità sembrano ancora aperte lì davanti, nel futuro. Un sogno per i giovani, un film probabilmente amaro per molti adulti. 



Quarto classificato:
Giurato numero 2 di Clint Eastwood (2024)
Altro film "morale" di Eastwood che ci mette di fronte ai dilemmi etici di un uomo chiamato a far parte di una giuria e col forte sospetto di star per condannare un innocente. Giustizia, superficialità nel giudizio, convenienze personali, il passato che non ci si riesce a scrollare dalle spalle, tutti temi importanti da un Grande Vecchio del cinema classico.



Terzo classificato:
Parthenope di Paolo Sorrentino (2024)
Un film sulla vita e sulla bellezza, quella della splendida Celeste Dalla Porta e quella di Napoli (d'altronde il titolo parla). Non è sempre facile capire dove si stia dirigendo Paolo Sorrentino, ma in fondo è davvero così fondamentale saperlo finché lo fa con immagini come queste?



Secondo classificato:
Aragoste a Manhattan di Alonso Ruizpalacio (2024)
Film politico sulla disuguaglianza sociale nel sistema del capitale retto dallo sfruttamento dei sottopagati. In una cucina multietnica sogni e difficoltà si alternano al privato di alcuni dei protagonisti. Bellissima sorpresa diretta con mano decisa (e in uno splendido bianco e nero) dal messicano Ruizpalacio.



Primo classificato:
No other land di Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal (2024)
Vincitore morale. Premiato come miglior documentario alla Notte degli Oscar, No other land magari non sarà il film migliore di tutti ma è di certo il più giusto, per non dimenticare che laggiù ancora si muore.

domenica 28 dicembre 2025

FIRMA AWARDS 2025 – FILM CLASSICI

Dopo essermi perso in riflessioni più o meno sensate e aver messo nero su bianco la classifica delle letture di quest'anno, è finalmente arrivato il momento di affrontare una delle categorie a me più care, quella che per comodità (e per puro spirito di contraddizione) continuo a chiamare FILM CLASSICI. Come da tradizione, anche quest’anno è bene chiarire subito un punto fondamentale: la definizione di “classico” utilizzata qui dentro non ha molto a che fare con quella comunemente accettata dal resto dell’umanità. O meglio, ne ha una parentela molto lontana.

Quando un film diventa un classico? Quando entra nei manuali? Quando smette di essere discusso e inizia a essere venerato? O magari quando lo trasmettono il pomeriggio in tv e tu lo guardi comunque fino alla fine? Non ne ho la più pallida idea, e probabilmente nemmeno mi interessa troppo averla. Ai fini dei Firma Awards, infatti, la nozione di “film classico” resta una convenzione puramente numerica, arbitraria e comodissima, che mi permette di fare ordine nel caos delle visioni annuali.

Dal momento che queste classifiche non si limitano mai alle sole uscite dell’anno in corso, ho deciso anche stavolta di dividere il grande calderone dei film in due tronconi distinti, così da dare un po’ più di spazio e dignità a opere molto diverse tra loro. La regola è semplice e immutabile: nella categoria FILM CLASSICI finiscono tutti i film visti nel corso del 2025 che abbiano più di vent’anni sulle spalle (quindi dai fratelli Lumière fino al 2005 compreso); tutto ciò che è stato prodotto dal 2006 in avanti troverà invece posto nella classifica dedicata ai FILM “moderni”, classifica che pubblicherò nei prossimi giorni.

Come sempre, queste classifiche vanno prese con le dovute precauzioni del caso, quest'anno più che in passato. La selezione, anche visti i miei recenti studi, è di quelle davvero da urlo. Le posizioni non sono frutto di un algoritmo infallibile, ma di una miscela piuttosto instabile di gusto personale, sensibilità cinefila, ripensamenti successivi e tempo trascorso dalla visione. Per questo motivo non è raro che l’ordine finale non coincida perfettamente con i voti assegnati a caldo su Loudd: alcuni film crescono col tempo, altri si sgonfiano, altri ancora resistono stoicamente al passare dei mesi.

Quest’anno la classifica sarà composta da dieci titoli, più una menzione speciale dedicata a un rewatch particolarmente significativo. Uno di quei film che, indipendentemente da quante volte tu l’abbia già visto, riesce sempre a colpire nel segno, a riattivare qualcosa, a ricordarti perché il cinema può essere una cosa meravigliosa. E per il 2025, la menzione speciale è andata a…


Menzione speciale, laurea ad honorem, cittadinanza di Firmalandia a:
Fuoco cammina con me di David Lynch (1992)
Nell'anno della morte di questo magnifico autore al quale non smetteremo MAI di volere bene è impensabile non tributargli il giusto omaggio, non poteva esserci nessun altro a occupare questo posto d'onore.



Decimo classificato:
Rapacità di Erich von Stroheim (1924)
Uno di quei film considerati maledetti, la cui versione primigenia, quella desiderata dal suo autore, è andata irrimediabilmente persa; si vocifera di un girato che lambiva le dieci ore per un film rivoluzionario per la sua spinta naturalistica e per la sua durezza (in rapporto ai tempi, of course). Magari, prima o poi, ciò che è perduto salterà di nuovo fuori...



Nono classificato:
2046 di Wong Kar-wai (2004)
A tratti disorientante, ma chi ha amato quel capolavoro che è stato, ed è ancora, In the mood for love, non può esimersi dall'immergersi nel mondo di questo 2046, sorta di costola di quello che a oggi è il miglior film del maestro Wong Kar-wai.



Ottavo classificato:
La passione di Giovanna d'Arco di Carl Theodor Dreyer (1928)
Tra i capolavori del cinema muto (come Rapacità e altri che seguiranno), l'opera di Dreyer è tra le prime ad avere un respiro realmente internazionale, un melting-pot di stili che abbracciano la recitazione sempre in primo piano di una Falconetti non facile da dimenticare.



Settimo classificato:
La storia di una donna che potrebbe essere la storia di due donne, la storia di un (grandissimo) amore che potrebbe essere la storia di due amori, prende (prendono) vita grazie alla magnifica presenza della splendida attrice cinese Zhou Xun, una piccola poesia lungo le sponde dello Suzhou river.



Sesto classificato:
Tarda primavera di Yasujirō Ozu (1949)
Una delle opere migliori del maestro giapponese in rappresentanza della magnifica retrospettiva che il Fuori Orario della RAI gli ha dedicato quest'anno. Fondamentale compendio della società nipponica di quegli anni con un Giappone che muove verso l'apertura alla modernità e all'occidentalizzazione dei consumi. Imperdibile.



Quinto classificato:
Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau (1922)
Uno dei massimi capolavori dell'espressionismo tedesco, uso magistrale (e inquietante) delle ombre e del chiaroscuro per uno dei primissimi horror della storia del cinema. La figura del vampiro come un "male naturale", nato in un contesto (tedesco) di grande difficoltà, metafora dei tempi e occasione per Murnau di sviluppare un utilizzo del "mezzo cinema" che si studia ancora oggi.



Quarto classificato:
M - Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang (1931)
Siamo agli albori dell'epoca del sonoro e Fritz Lang si staglia già nell'Olimpo dei pionieri della nuova tecnica: uso superbo del sonoro fuoricampo che qui diventa elemento essenziale anche nello sviluppo della trama, il tutto con un "cinema parlato" che muoveva davvero i primi passi. Genio.



Terzo classificato:
L'infernale Quinlan di Orson Welles (1958)
Sono passati diversi anni dall'uscita di Quarto potere, considerato uno dei migliori film della storia del cinema un po' da tutti, e Welles si dimostra ancora un gigante, sia dietro che davanti la macchina da presa. Piano sequenza iniziale da urlo, inquadrature distorte e deformanti, una presenza scenica claustrofobica per uno dei migliori noir di sempre. Chapeau!



Secondo classificato:
Nascita di una Nazione di David Wark Griffith (1915)
Razzista quanto volete (e lo è, senza dubbio) ma capolavoro senza se e senza ma. Griffith riesce a inventare una concezione di cinema narrativo valida ancora oggi. Ovviamente non tutto nasce dal nulla ma nessuno prima aveva mai lavorato come lui, un insieme di tecniche e innovazioni per le quali qui non c'è neanche lo spazio sufficiente per elencarle. Un Maestro, razzista, ma pur sempre un Maestro.



Primo classificato:
Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene (1920)
Il vero capolavoro dell'espressionismo tedesco (a parer mio ovviamente), anche più del Nosferatu di Murnau; un lavoro incredibile sulle scenografie tutte costruite per richiamare la pittura espressionista, personaggi inquietanti e caricati, un uso del doppio costante e all'epoca sicuramente spiazzante e sconvolgente (certo, oggi siamo abituati a tutto), contestualizzato nei suoi anni, Caligari è una sequela di colpi di genio. Imperdibile.




Come avrete potuto intuire, annata ricchissima di film classici, e sono rimasti fuori pezzi da novanta in quanto ho voluto premiare anche cose un poco più recenti e meno ostiche, altrimenti avrei potuto inserire cose come Ottobre di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (oggi un po' duro da digerire), o Il trionfo della volontà della Riefenstahl, due ore di propaganda nazista ma cinematograficamente ineccepibili. Insomma, tantissima roba, non fatevi fermare dal timore "del vecchio", andando indietro nel tempo è possibile scovare una mole di capi d'opera davvero impressionante. A breve per i FILM un poco più moderni.

sabato 27 dicembre 2025

FIRMA AWARDS 2025 - LIBRI

Come ogni fine anno che si rispetti, eccoci arrivati a quel momento in cui il calendario decide per noi che è tempo di rallentare, guardarci alle spalle e fare un minimo di ordine mentale. Il 2026 incombe, l’anno si accartoccia su sé stesso e, quasi senza accorgercene, scatta la tentazione di tirare una riga e vedere cosa c’è rimasto sopra e cosa sotto.

Questo rito collettivo assume forme diverse: c’è chi si dedica a bilanci esistenziali più o meno attendibili, chi prova a convincersi che dal primo gennaio tutto seguirà traiettorie più virtuose e chi, molto più semplicemente, preferisce mettere ordine nei propri ricordi culturali. Ed è proprio qui che entrano in gioco le immancabili classifiche di fine anno: il meglio di questo, il meglio di quello, album, film, serie, libri, fumetti e qualsiasi altra cosa sia passata sotto i nostri occhi negli ultimi dodici mesi.

Ma, ormai lo sapete, la mia storia è differente! Quella che trovate qui non è una classifica nel senso classico del termine. Non è un resoconto puntuale delle uscite del 2025, né tantomeno pretende di esserlo. Per quello esistono già diverse guide sparse in rete, potete tranquillamente andare là fuori a cercarvele. Questo spazio è invece un taccuino personale, un elenco di cose che mi hanno accompagnato, divertito o sorpreso quest'anno, senza particolare attenzione alla loro data di uscita. Vecchio, nuovo, recente, antico: se ha funzionato per me. allora merita di essere citato e, probabilmente, funzionerà anche per voi.

L’idea, insomma, è più quella del recupero consapevole che dell’aggiornamento compulsivo. Si pesca liberamente (a cazzo?), si mescolano epoche e formati e ci si concede il lusso di parlare di ciò che più ci piace, punto. Con leggerezza, senza pretese e con una buona dose di autoindulgenza.

Si parte quindi dai LIBRI: sette titoli che coprono un arco temporale piuttosto ampio. Nessuna graduatoria rigida, nessuna ansia da prestazione. Solo consigli, ricordi e un po’ di sano (?) entusiasmo. Cominciamo?


Settimo classificato:
Una stella di nome Henry di Roddy Doyle (1999)
Un Roddy Doyle più denso, più "epico" e meno ironico del solito ci racconta un pezzo di Storia della sua Irlanda, primo tassello di una trilogia che si completerà negli anni successivi. Un Doyle che sente il peso della Storia, meno leggero e più impegnato del consueto, toccato anche da una punta di disillusione nei confronti di uno dei più importanti movimenti rivoluzionari dell'Europa recente.



Sesto classificato:
Il mondo nuovo/Ritorno al mondo nuovo di Aldous Huxley (1932/1958)
Distopia fantascientifica di Huxley capace di anticipare teorie ancor oggi moderne e immaginare futuri che, al contrario, non si sono mai realizzati. Un'opera di grande interesse ulteriormente impreziosita dal saggio Ritorno al mondo nuovo, scritto circa una trentina d'anni dopo alla luce delle scoperte scientifiche maturate durante il gap temporale intercorso tra i due scritti.


Quinto classificato:
The great when - Il grande quando di Alan Moore (2024)
Il bardo di Northampton si sposta dalla sua città natale alla capitale del Regno e ci presenta non una ma ben due Londra, una più interessante dell'altra: quella bombardata dai tedeschi nel secondo dopoguerra e la Long London, quella nascosta, misteriosa, pericolosa, magica! Pur mantenendo la solita prosa ricca ed elegante, The great when è una delle opere di Moore più abbordabili anche per il pubblico non "abituato" alla non sempre facile penna dell'autore inglese.


Quarto classificato:
La locanda dei gatti e dei ricordi di Yuta Takahashi (2020)
Il giapponese Yuta Takahashi cesella il dolore della perdita con una delicatezza tutta orientale capace di essere insieme consolazione e ricordo; lo fa con un'attenzione particolare ai gesti minimi, soprattutto per quelli legati alla preparazione del cibo, elemento centrale in tanta narrazione giapponese. La locanda dei gatti e dei ricordi è un libro perfetto per "sentirsi meglio".



Terzo classificato:
Cinema speculation di Quentin Tarantino (2022)
Il piccolo "Quinto" è un grandissimo intrattenitore, non solo al cinema ma anche tra le pagine di questo libro sul suo cinema, quello amato da lui. Un racconto personale d'infanzia e formazione artistica come non lo troverete da nessun'altra parte. Forse Tarantino potrebbe non essere il professore più ortodosso per spiegare la materia, ma di certo sarebbe uno di quelli più adatti per farvici appassionare!



Secondo classificato:
Ologramma per il re di Dave Eggers (2012)
Attraverso una crisi personale, Dave Eggers tratteggia la crisi del moderno sistema del capitale, in particolare di quello statunitense, fatto di delocalizzazioni, esuberi e perdita di competenze e capacità industriali. Romanzo appassionante calato in un'atmosfera di stasi rarefatta.



Primo classificato:
Pastorale americana di Philip Roth (1997)
Uno dei capolavori di Roth. Nathan Zuckerman, alter ego dello scrittore, è qui voce narrante per riflettere sulle facciate della famiglia (di origini ebraiche) e della società americana, dietro le quali si celano inquietudini e infelicità represse, ricacciate dietro la classica "mano di bianco" a uso e consumo di amici, vicini e conoscenti. Densissimo, sentito, imperdibile.




E per la categoria LIBRI è più o meno tutto, ci sentiamo a breve (?) per quel che riguarda i FILM CLASSICI.

venerdì 27 dicembre 2024

FIRMA AWARDS 2024 - FILM

Chiudiamo (forse) l'edizione 2024 dei Firma Awards con la categoria più nutrita che andrà a segnalare trenta FILM trenta meritevoli d'esser recuperati nelle vostre future visioni domestiche se questi ancora dovessero mancare alla vostra personale cultura cinematografica "moderna". Mettiamo il "moderna" tra virgolette perché come ormai sanno anche i muri qui non si premia solo materiale uscito nel corso del 2024 ma tutto ciò che è uscito negli ultimi vent'anni da me visionato solo quest'anno (roba comunque posteriore alla fine dello scorso millennio, quindi moderna). La scelta è stata effettuata prendendo in esame un numero molto cospicuo di opere, rimarranno quindi fuori dai giochi parecchie altre pellicole meritorie, ma così è la vita, dura, durissima, purtroppo non si può vincere sempre. Come per gli anni passati prendete le posizioni con le molle, tutto è personale, mitigato da un giudizio soggettivo, non ci sono assoluti (beh, qualcuno sì, per forza di cose, ma ci siamo capiti), non prendetevela se preferite la posizione ventisette alla quindici (numeri gettati lì a caso, è solo un esempio), stilare una classifica di merito così fitta è duro anche per me, ve lo garantisco. Prendete ciò che trovate qui sotto come semplici consigli di visione, lasciate pure qui o su FB commenti su come avreste distribuito voi i titoli proposti (se li avete visti), godetevi il viaggio e andiamo a cominciare dalla trentesima posizione della categoria FILM.


Trentesimo classificato:
Il Paradiso probabilmente di Elia Suleiman (2019)
Allontanandosi dalla sua Palestina Suleiman sembra perdere un po' il fuoco, ciò nonostante il pellegrinaggio muto tra Parigi e New York del regista (che interpreta sé stesso) sottolinea ancora una volta le storture del conflitto che coinvolge da decenni il suo Paese allargando il discorso al mondo occidentale tutto. L'opera dell'autore israelo-palestinese rimane sempre meritoria.



Ventinovesimo classificato:
This closeness di Kit Zauhar (2023)
Interessante voce giovane e femminile che mette al centro delle sue storie le difficoltà di una generazione di giovani (trentenni all'incirca) nell'affrontare le sfide della vita: incomunicabilità, confusione, ansie, mancanza di direzione, peso delle aspettative e relazioni interpersonali fotografate da un cinema indipendente, minimale e schietto. Consigliato anche il recupero del suo esordio Actual people (2021).



Ventottesimo classificato:
Le paludi della morte di Ami Canaan Mann (2011)
Figlia di cotanto padre, con Le paludi della morte Ami Mann anticipa di qualche anno le atmosfere che esploderanno, in altri luoghi ma piuttosto simili, nella splendida True Detective di Pizzolatto. Ottimo lavoro di scrittura sui personaggi, la Mann ci porta nei territori abitati da quel white trash a volte capace dei crimini più efferati. Ottima incursione nel genere.



Ventisettesimo classificato:
Great freedom di Sebastian Meise (2021)
Prison movie molto anomalo quello di Sebastian Meise che seguendo gli sviluppi nel corso del tempo del Paragrafo 175 del Codice Penale tedesco (che condannava i rapporti omosessuali tra uomini) narra le vicende del protagonista Hans Hoffmann, uomo risoluto a difendere la sua dignità e la sua natura, la sua voglia di amore e sesso libero, nel corso dei decenni fino all'abolizione di quel maledetto paragrafo. Doloroso.



Ventiseiesimo classificato:
I predatori di Pietro Castellitto (2020)
Davvero una bella sorpresa i due primi film di Pietro Castellitto (il secondo è Enea del 2023), due opere magari non perfettamente compiute ma di una vitalità divertente ed entusiasmante che lasciano intravedere una bella promessa per il futuro; per ora bene così, bravo Pietro!



Venticinquesimo classificato:
Cemetery of splendour di Apichatpong Weerasethakul (2015)
Un altro cinema. Il percorso personale del regista thailandese presenta una sensibilità peculiare per la costruzione delle storie e delle immagini, una sensibilità magica, spirituale per un racconto in bilico tra i mondi. Un'esperienza da affrontare, destinata a crescere nel tempo, non fatevi scoraggiare dalle prime impressioni nel caso queste risultassero avverse.



Ventiquattresimo classificato:
Cattive acque di Todd Haynes (2015)
Cinema d'inchiesta realizzato da Todd Haynes con tutti i crismi, doveroso perché ogni tanto indignarsi per storie magari dimenticate fa pure bene. L'avidità del sistema del capitale che non si ferma mai, nemmeno davanti alla perdita di vite umane, un ottimo Mark Ruffalo nella parte del Davide (ben supportato) contro Golia.



Ventitreesimo classificato:
Tokyo sonata di Kiyoshi Kurosawa (2008)
La crisi economica del 2008 flagella anche Tokyo e il Giappone, un Paese dove l'orgoglio e l'onore hanno un sapore e una valenza del tutto particolari. La difficoltà di un padre di famiglia ad affrontare il dramma della perdita del lavoro, le vicissitudini degli altri membri del nucleo familiare come specchio delle problematiche di un Paese. Contemporaneo.



Ventiduesimo classificato:
Winter boy - Le Lycéen di Christophe Honoré (2022)
Passaggio molto difficile nella vita di un ragazzo adolescente francese che si trova a dover elaborare il lutto per la morte prematura del padre e ad affrontare il suo desiderio d'amore omosessuale, fame di vita e pulsioni di morte da far conciliare con l'aiuto della famiglia. In parte biografico per il regista, colto in gioventù dalla stessa tragedia vissuta dal suo protagonista.



Ventunesimo classificato:
Dune (part one and part two) di Denis Villeneuve (2021/2024)
Villeneuve conferma d'avere il polso per la fantascienza; nonostante una partenza con il freno a mano tirato nella prima parte, comunque visivamente ineccepibile, con la seconda unisce forma e contenuto per una saga epica di cui si attende il seguito con trepidazione. Possiamo finalmente dimenticare l'inciampo di Lynch.



Ventesimo classificato:
Babylon di Damien Chazelle (2022)
Film a tratti fuori misura ma capace di veicolare l'amore (crediamo) sincero che Damien Chazelle prova per l'arte del cinema attraverso quella Babilonia hollywoodiana che fu l'industria all'epoca dell'arrivo del sonoro. Imperdibile comunque per tutti gli amanti della settima arte.



Diciannovesimo classificato:
Azor di Andreas Fontana (2021)
Fabrizio Rongione attraversa in maniera sublime un film nel quale il regista Fontana racconta un periodo terribile, quello della dittatura Argentina, senza mai mostrarne le brutture, un'opera originale e riuscita che in qualche modo ci mostra se non un linguaggio nuovo almeno una maniera inusuale e indovinata di adoperarlo. Intelligente.



Diciottesimo classificato:
Transamerica di Duncan Tucker (2005)
Ottima commedia on the road confezionata da Duncan Tucker, regista poi sparito dalle scene (peccato), una Felicity Huffman perfetta interpreta un uomo alla ricerca della sua identità sessuale che all'improvviso si scopre padre/madre. Il rapporto con suo figlio, ignaro di tutto, sarà da scoprire poco a poco sulle strade di un'America marginale.



Diciassettesimo classificato:
La battaglia di Hacksaw Ridge di Mel Gibson (2016)
Film di guerra classicheggiante secondo gli stilemi di Hollywood diretto con mano sapiente da un Mel Gibson che narra la storia di un pacifista al fronte, medico e obiettore di coscienza che attraverserà i campi di battaglia, tra bombe e proiettili, senza mai imbracciare un'arma. Dalla vera storia di Desmond Doss.



Sedicesimo classificato:
Madeline's Madeline di Josephine Decker (2018)
La regista Josephine Decker ibrida in maniera riuscita le arti di cinema e teatro, trova una bellissima protagonista (Helena Howard) che riesce con forza e naturalezza a portare in scena, nel film e a teatro, una condizione di instabilità mentale dinamica e non chiarificata. Ottimo sviluppo del personaggio, film che cresce mentre sedimenta.



Quindicesimo classificato:
Inside out 2 di Kelsey Mann (2024)
Per il film di casa Pixar il giudizio dalle nostre parti non è potuto essere imparziale; chi sa cosa voglia dire avere una figlia adolescente in lotta continua con ansia, aspettative e attacchi di panico non può sottovalutare la potenza emotiva dell'opera di Mann che coglie in pieno difficoltà e dolori di un'età molto difficile. 



Quattordicesimo classificato:
Diaz - Don't clean up this blood di Daniele Vicari (2012)
Il Diaz di Vicari è già un film della memoria per non dimenticare mai la macelleria di Stato, uno dei crimini più aberranti che possano esserci (e spero non si debba spiegarne le ragioni). Per un senso di giustizia che oggi sembra sempre più necessario.



Tredicesimo classificato:
Capitalism: A love story di Michael Moore (2009)
Torniamo pure al senso di giustizia di cui sopra, concetto totalmente estraneo alla società del capitale; in un documentario sicuramente di parte e spesso divertente Michael Moore ci mostra ingiustizie, storture e idiozie di un sistema da arginare senza perdere altro tempo.



Dodicesimo classificato:
Il sacrificio del cervo sacro di Yorgos Lanthimos (2017)
Colpa e contrappasso nella narrazione glaciale e allo stesso tempo terribile del talentuoso regista greco Yorgos Lanthimos. L'espiazione apre al caos vite altoborghesi altrimenti protette e ordinatissime, ci si rifà nel titolo al mito di Ifigenia in Aulide.



Undicesimo classificato:
L'amico di famiglia di Paolo Sorrentino (2006)
Fa il paio con Le conseguenze dell'amore, film che trovate nella categoria "classici", il "primo periodo" di Sorrentino regala grandissimi film e personaggi uno più indovinato dell'altro; questo Geremia 'de Geremei e il Titta Di Girolamo di Servillo rimarranno negli annali del cinema italiano.



Decimo classificato:
Quando hai 17 anni di André Téchiné (2016)
André Téchiné torna all'adolescenza e ai temi dell'omosessualità, argomenti già affrontati in passato dal suo cinema, con la sofferta e sentita storia d'amore tra due giovani, Tom e Damien, non parimenti disposti ad accettare le loro inclinazioni sessuali. Sceneggiatura di Cèline Sciamma.



Nono classificato:
I delinquenti di Rodrigo Moreno (2023)
Sulle note di Adónde está la libertad? dei Pappo's Blues il regista argentino Rodrigo Moreno sembra volerci dire che quella libertà non stia nella schiavitù reiterata del lavoro, imbastisce così per i suoi protagonisti vite alternative che passeranno da esperienze poco usuali ma fortemente significative. Bellissima sorpresa.



Ottavo classificato:
Top Gun: Maverick di Joseph Kosinski (2022)
Con Maverick si vola altissimo sull'onda della nostalgia; per godere appieno dell'opera di Kosinski (fruibile ovviamente da tutti) è quasi necessario aver vissuto in prima battuta quel Top Gun del 1986, tutto è al suo posto, la storia si ripete, le emozioni riemergono. Noi invecchiamo, Tom Cruise anche, ma lui sembra non darlo a vedere. Mito.



Settimo classificato:
Anatomia di una caduta di Justine Triet (2023)
Anatomia di una caduta che in assenza di uno dei due protagonisti diventa anatomia di un matrimonio, di un rapporto di coppia. La morte è un punto di partenza per esplorare altro, la Triet gioca benissimo sui piani di lettura di un film pensato più con e per la testa che non per il cuore. Come può una parte terza entrare e giudicare dall'esterno dinamiche di coppia (e relative conseguenze) consolidate da anni? Incetta di premi e Palma d'oro a Cannes.



Sesto classificato:
My first film di Zia Anger (2024)
Ottima costruzione per un film indipendente che lavora sulla struttura della narrazione in maniera originale e propone vie nuove o quantomeno poco battute dell'atto del guardare, già per questo operazione preziosa che acquista ancor più valore una volta appresa la genesi del progetto. Una delle rivelazioni del mio anno da spettatore.



Quinto classificato:
Sick of myself di Kristoffer Borgli (2022)
La ricerca di visibilità e attenzione, la mania di protagonismo portate fino agli eccessi in un film intelligentissimo e crudele del norvegese Kristoffer Borgli, dinamiche di coppia malate nelle quali i rispettivi ego sgomitano per emergere su tutto. Cinico e terribile ma anche divertente.



Quarto classificato:
Killers of the flower moon di Martin Scorsese (2023)
Scorsese, e chi meglio di lui?, torna al concetto di un Paese, gli Stati Uniti d'America, costruito sul sopruso e sulla violenza, nella fattispecie narrandoci come la popolazione Osage, proprietaria di territori carichi di petrolio, è stata ingannata ed estromessa dalla partita, poco a poco, da parte dell'avidità nota dei bianchi. Ancora Di Caprio protagonista per un altro tassello d'eccezione nella carriera di uno dei più grandi registi viventi.



Terzo classificato:
Joker: Folie à deux di Todd Phillips (2024)
Film spiazzante e divisivo con il quale Phillips va per la sua strada fregandosene di quel che il pubblico adorante del primo capitolo avrebbe potuto pensare di questa nuova sortita di Arthur Fleck, un sempre grandissimo Joaquin Phoenix. Film intelligentissimo e impossibile da condensare in due righe, una delle opere dell'anno se la si vuole guardare sotto una certa luce. Avercene.



Secondo classificato:
Il ragazzo e l'airone di Hayao Miyazaki (2023)
Quello che forse nelle intenzioni del Maestro Miyazaki voleva essere un film testamento (in realtà sembra che Miyazaki sia di nuovo al lavoro) racchiude tantissimi elementi del suo cinema e deflagra in una parata immaginifica senza rivali. Lo Studio Ghibli si conferma ancora una volta la vera eccellenza dell'animazione con pochissimi rivali al mondo. Incrociamo le dita per il futuro.



Primo classificato:
Aftersun di Charlotte Wells (2022)
I cedimenti del cuore, la profondità dei sentimenti, soprattutto quelli dolorosi, vincono su tutto. L'ultima estate della piccola Sophie con suo padre, un uomo con la cui assenza la bambina, poi la ragazza e infine la donna dovranno convivere per sempre. Film struggente, straniante, costruito in potenza e fatto di piccoli ricordi di una vacanza e sull'amore tra padre e figlia. Meraviglioso e dolente.



Per quest'anno è tutto, vedremo se ci saranno ancora la forza e la voglia di parlare anche di fumetto.
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