Visualizzazione post con etichetta A-Z. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta A-Z. Mostra tutti i post

giovedì 21 dicembre 2017

A-Z: A PERFECT CIRCLE - MER DE NOMS

Incrocio di numerosi talenti gli A Perfect Circle, sorta di progetto parallelo per più d'uno dei suoi componenti che fanno cerchio intorno alla figura carismatica e talentuosa di Maynard James Keenan, cantante e frontman del gruppo californiano dei Tool. In principio del nuovo millennio, complice un temporaneo stop forzato della sua band principale, Keenan riprende i fili di un discorso iniziato anni prima con Billy Howerdel, vero ispiratore della nascita della band. Howerdel è un tecnico del suono con collaborazioni più che prestigiose in curriculum, durante un tour a seguito della band dei Fishbones avviene il primo contatto tra i due, Billy lascia qualcosa di suo da ascoltare a Maynard, i due si piacciono, l'incontro porterà i suoi frutti solo alcuni anni più tardi, quando le condizioni saranno propizie e i tempi maturi per la nascita degli A Perfect Circle. Coperti i ruoli per la voce della band e per una chitarra, non resta che trovare gli altri membri utili per andare a comporre un cerchio perfetto. Il produttore Troy Van Leeuwen, in seguito in forza anche ai Queens of the Stone Age, prende in mano una seconda chitarra, il basso viene ceduto alla presenza femminile di Paz Lenchantin, preparazione classica alle spalle, bassista autodidatta che qui si adopera anche nell'uso del violino e ricama sulle seconde voci, a completare il tutto il batterista Josh Freese, turnista di lusso e componente dei The Vandals già dal 1990. Il talento c'è, l'incrocio di influenze anche, il gruppo promette davvero bene e alla resa dei conti, con l'uscita dell'esordio Mer de Noms nel maggio del 2000, la band non delude. Sull'album indubbiamente aleggia continuo il richiamo al sound originale e inconfondibile dei Tool, diverse sono le differenze ma molte anche le similarità tra le due band, non ultima certamente la voce caratterizzante di Maynard James Keenan che entrambi i progetti hanno in comune, Mer de Noms ha il pregio di essere appetibile per tutti i fan dei Tool ma soprattutto ha quello di aver reso un certo tipo di suono, particolare, oscuro, probabilmente più accessibile per una fetta di pubblico potenzialmente più ampia, pur mantenendo grandissima onestà artistica e un livello qualitativo complessivo decisamente alto (io poi continuo a preferirgli i migliori album dei Tool, ma questo è un altro paio di maniche).

L'attacco è deciso, la metrica dei versi, il cantato di Keenan, l'incedere del brano d'apertura - The Hollow - non possono non far pensare alla band madre del cantante, anche le atmosfere, comunque meno malate di quelle solitamente evocate dai Tool, riportano ad ascolti già noti pur avendo il giusto tocco di freschezza, e subito alla mente tornano i movimenti a scatti degli inquietanti omini visti in diversi video del gruppo di Maynard, un'ottima apertura per un brano costruito in maniera impeccabile, perfetta la sezione ritmica dettata dalla batteria vivace di un Freese in gran spolvero. Il basso oscuro della Lenchantin ci introduce al mantra cadenzato di Magdalena, un misto di sacro e profano, tema importante per il versante delle liriche presenti nell'album, giocano qui un ruolo importante anche le chitarre di Van Leuween e Howerdel nell'attivare il giusto coinvolgimento emotivo improvvisamente troncato solo per traghettare l'ascoltatore dentro Rose, altro pezzo riuscito che alterna sezioni delicate e inserti di acustica a parti più aggressive e rabbiose, alleggerite nella coda finale dal violino della Lenchantin. Judith è forse tra i brani più vicini allo stile dei Tool fra quelli incisi per l'album, presenta versi forti a tematica religiosa subito stemperati da quelli più affascinanti della successiva Orestes, pezzo più riflessivo, più lento ma che mantiene una coerenza di stile apprezzabile. Intro sognante per una composizione di classe, 3 Libras, aperta dall'acustica e dal violino e contraddistinta da una linea melodica avvolgente e sensuale, brano che accelera nel finale e che rimane uno dei più riusciti all'interno di un lavoro più che valido dalla prima all'ultima traccia. La versione malata de La bella addormentata (Sleeping beauty) riporta la band sui binari a lei più consoni e battuti, Thomas si distingue per le parti acustiche, per il resto risulta essere tra gli esiti meno interessanti del lotto. Un sapore orientale aleggia tra le note della strumentale Renholdër: arpeggi delicati, archi in sottofondo, vocalizzi suadenti e un bel lavoro trattenuto sulle percussioni, ottimo intermezzo ben costruito che precede l'attacco di Thinking of you, ossessione mentale e bruciante, altro pezzo ben strutturato, caldo e attraente, mantra inquieto e insano che sfocia nella più speranzosa Breña, canzone dalle belle armonie. Si chiude con la minimale Over costruita su note di piano e M'bira, strumento dell'Africa sud orientale.

È un disco compatto Mer de Noms, intrigante, ben studiato e strutturato, una di quelle uscite capaci di attrarre a sé un pubblico eterogeneo, non solo amante del rock più oscuro e pesante. È soprattutto un album ben suonato, con professionalità ed eleganza, in grado di mostrare ed esibire una capacità compositiva d'eccellenza senza mai sfociare in sterili virtuosismi, tutto è calibrato al punto giusto, senza eccessi ne cadute di tono. È un rock alternativo, personale che si sviluppa in territori che ogni tanto è piacevole ritrovarsi a battere.



Mer de noms, 2000 - Virgin Records

Maynard James Keenan: voce
Billy Howerdel: chitarra, basso, tastiere, piano
Troy Van Leeuwen: chitarra
Paz Lenchantin: basso, violino
Josh Freese: batteria, percussioni

Tracklist:
01  The hollow
02  Magdalena
03  Rose
04  Judith
05  Orestes
06  3 libras
07  Sleeping beauty
08  Thomas
09  Renholdër
10  Thinking of you
11  Breña
12  Over

mercoledì 1 novembre 2017

A-Z: ANTLER - NOTHING THAT A BULLET COULDN'T CURE

Per diversi aspetti che a breve andremo ad elencare, il secondo lavoro degli Antler potrebbe spiazzare l'ascoltatore che già conosce le origini della band, così come l'ignaro curioso che si avvicina all'album fidandosi a occhi chiusi di ciò che promettono titolo e copertina del disco (e che non mantengono, non completamente almeno). Tutto ciò è male? Non necessariamente, non necessariamente...

Cover virata al marrone, il colore della terra, della polvere e del cuoio, quello dei cinturoni, il marrone degli stivali, del pelo di molti cavalli. In primo piano l'impugnatura di una colt: il calcio, il tamburo, il grilletto. Il font che recita "Antler" è quello classico delle insegne del vecchio West. All'interno la mano di un morto, gli stivali di un cowboy (o di un killer) non lasciano dubbi, siamo proprio nel selvaggio ovest americano. Un titolo indovinato: "Nulla che un proiettile non possa sistemare", sembra di sentir parlare Tex Willer. Insomma, ti aspetti un poco la musica del Sud, magari un bel gruppo southern figlio degli Allman, degli Skynyrd o al limite atmosfere desertiche più moderne, vicine all'ultimo Garwood o allo stoner dal quale arrivano diversi membri della band: Ian Ross (chitarra), Craig Riggs (voce) e Tim Catz (chitarra), tutti ex Roadsaw, band stoner già sotto contratto da metà degli anni 90 con la stessa Small Stone Records che ha pubblicato anche questo Nothing that a bullet couldn't cure nel 2006. Ai tre ragazzi di cui sopra si uniscono per il progetto Antler anche il bassista Marc Schleicher, il batterista Brian Strawn e il tastierista Dave Unger.

In realtà la proposta degli Antler risulta più fresca ma anche decisamente più leggera di quel che ci si possa aspettare, pone le sue basi sui classici stilemi dell'hard rock, fatti di riff granitici e soli di chitarra, non disdegna i territori del Sud degli Stati Uniti, lambisce pochissimo lo stoner delle origini ma contamina il tutto con un sound che ricorda molto rock dei 90 con inserti di strumenti aggiunti che ravvivano l'insieme di questo secondo lavoro della band.

Il pezzo d'apertura, The gentle butcher, è un hard rock sanguigno, diretto e onesto, al lavoro classico svolto dalle chitarre si affianca da subito la voce di Craig Riggs che dona aperture molto melodiche al brano, passaggi che spesso riportano alla mente lo Scott Weiland degli ultimi Stone Temple Pilots o addirittura il Neal Morse degli Spock's Beard, ben dosati gli innesti dei fiati di John Fraser che donano vivacità a un brano altrimenti davvero tanto canonico. La coda dell'opening track sfocia nell'attacco bondiano di Deep in a hole, ancora hard rock, rimandi ai primi Black Crowes grazie anche all'armonica di Rob Lohr, la band risulta coesa e compatta andando a creare un sound se non proprio personale almeno piacevole da ascoltare. Le influenze dei nineties si fanno sentire molto in a Little goes a long way, sorta di ballad energica e dolce allo stesso tempo, si rallenta ancora con Behind the key, pezzo leggermente più lisergico che guarda parecchio più indietro nel tempo tenendo i piedi sempre ben ancorati all'interno di un sound molto riconoscibile per chi ha amato i Pilots post Purple e Core, bei suoni e assolo lungo a impreziosire il pezzo. Finalmente le tastiere si ritagliano il loro spazio in They know I'm the one, ci sarebbero piaciute forse più invadenti e soprattutto avremmo voluto sentirle un poco di più nell'intera economia del disco, accontentiamoci per ora, prima di passare a Frozen over che ha tanto il sapore del filler senza particolari guizzi da offrire. Le successive Remind me of a way e Black eyed stranger richiamano ancora i riferimenti di cui abbiamo già detto, allontanandosi anche un po' dal versante più tradizionale, forse nei testi si respira un po' di quella polvere cara al vecchio west, come dimostra il titolo See me hang, brano che inizia in maniera molto soft, una bella ballata sulla quale continua ad aleggiare il fantasma di Weiland, in fondo Riggs come epigono non è poi neanche malaccio e l'ascolto dell'album risulta quindi piacevole. Ci si avvia alla conclusione con la più tirata My favorite enemy e con la dolcezza di A river underground.

Pescano un po' qua e un po' là gli Antler per confezionare questo prodotto, pulito, ben suonato, potenzialmente piacevole per diversi segmenti di pubblico, Nothing that a bullet couldn't cure, a prescindere dal titolo bellissimo, è uno di quei dischi che non cambierà la vita a nessuno, che non resterà impresso nella storia della musica e nemmeno nella nostra memoria, potrebbe però regalare diverse ore di piacevole ascolto a più d'uno di voi (noi). Una possibilità possiamo anche dargliela.



Nothing that a bullet couldn't cure, 2006 - Small Stone Records

Brian Strawn: batteria
Ian Ross: chitarra solista
Craig Riggs: voce
Dave Unger: tastiere
Marc Schleicher: basso
Tim Catz: chitarra

Tracklist:
01  The gentle butcher
02  Deep in a hole
03  A little goes a long way
04  Behind the key
05  They know I'm the one
06  Frozen over
07  Reminds me of a way
08  Black eyed stranger
09  See me hang
10  My favorite enemy
11  A river underground

sabato 7 ottobre 2017

A-Z: ANTIMATTER - LIGHTS OUT

È una sirena d'allarme quella che ci introduce al secondo lavoro della band britannica degli Antimatter, un suono che riporta alla mente gli allarmi preposti alle evacuazioni, i segnali d'annuncio di un attacco aereo imminente, tutte cose poco serene e rassicuranti, così come non lo sono le otto tracce contenute nell'album Lights out - "Luci spente" - titolo rappresentativo di una perdita di fiducia e di speranza senza possibilità di recupero.

Il progetto Antimatter nasce nel 1998 dall'incontro del musicista Mick Moss con l'ex membro degli Anathema Duncan Patterson, entrambi compositori capaci di attingere a fonti d'ispirazione comuni nonostante la loro abitudine nel creare pezzi in maniera del tutto individuale e non collaborativa, pezzi che trovano poi, quasi incredibilmente, un amalgama perfetto all'interno di album dalla cifra stilistica assolutamente coerente. La via delle composizioni separate viene percorsa dal duo per l'assemblaggio del loro album d'esordio Saviour (2002) e riproposta l'anno successivo per questo Lights out.

L'album si apre con l'inquieta sirena già citata, il suono si scioglie progressivamente in un ingresso evocativo di tastiere ed elettronica minimale, la voce di Hayley Windsor ci introduce alle atmosfere pessimistiche delle liriche, contrastata in maniera perfetta dalle splendide chitarre acustiche di Patterson e Moss, di quando in quando il bip di uno strumento per monitorare i battiti cardiaci scandisce una tensione palpabile, fredda e rassegnata ad una visione nera dell'animo umano, puntuali raddoppi vocali e un verso significativo (Lights out and you hit the ground) chiudono la titletrack. Con Everything you know is wrong arriva il primo gioiello dell'album, giocato tra l'incedere di un piano oscuro, accenni di trip hop e voci misurate volte ad esprimere tutto il disincanto e la perdita di riferimenti che Moss, autore del brano, sintetizza in maniera ficcante nelle poche parole del titolo del pezzo che si concede anche una bella coda space rock. È ancora la voce della Windsor a illuminare l'oscura elettronica di The art of a soft landing, questo terzo pezzo conferma come l'ascolto al buio, in cuffia, sia quello migliore per apprezzare al meglio i raddoppi delle voci, le atmosfere oscure, i passaggi più tesi e corposi così come quelli più delicati di un album dal potenziale enorme, in questo brano brevi squarci industrial e passaggi che richiamano anche i Tool dello strambo (e sicuramente più ironico) Message to H.M. Expire richiama i suoni dei Massive Attack, una discesa nel disagio, forse nella follia verso una terribile soluzione finale: I've a solution, final solution. I passaggi da un brano all'altro sono calibrati alla perfezione lungo la creazione di un mosaico di pezzi dalle sfumature diverse ma con incastri a orologeria che uno dopo l'altro funzionano senza intoppi con precisione svizzera. L'uso sapiente dei tappeti elettronici e delle belle linee melodiche, le improvvise accelerate, gli ottimi inserti di basso (vedi In stone)  che contribuiscono a comporre un album di sicuro interesse, vengono compromesse soltanto, se proprio vogliamo trovare un difetto a questo Lights out, dall'assenza di luce nei toni e nei testi dei brani, composizioni di un pessimismo che potenzialmente potrebbe rivelarsi duro da digerire per diversi ascoltatori. Reality Clash segue i binari tracciati da diversi brani precedenti, presenta brevi passaggi di chitarra di forte impatto e sfocia ancora una volta in un misto di elettronica e trip hop. Con Dream, vera perla dell'album, si apprezza al meglio la seconda voce femminile presente in Lights out, quella di Michelle Richfield, fugacemente apparsa in Expire e In Stone, brano questo forse più canonico ma di grandissima bellezza. In chiusura la strumentale Terminal, pezzo che nasce delicato per andarsi via via a scomporre in passaggi più cupi e angoscianti per chiudersi ancora sul suono di un battito cardiaco filtrato da una fredda macchina.

Come sta a dimostrare la copertina del disco, la luce è flebile ed è lontana, persa in un mare d'oscurità, starà a noi trovarla in mezzo alla bellezza dei suoni oscuri propostici da Moss e Patterson, poi ci sono momenti in cui crogiolarsi in stati d'animo meno solari e sorridenti non si rivela per forza una brutta cosa. Allora, Antimatter, Lights out... spegnete le luci.



Lights out, 2003 - Prophecy

Duncan Patterson: voce, basso, chitarre, tastiera
Mick Moss: voce, basso, chitarre, tastiera
Hayley Windsor: voce (brani 1, 2, 3)
Michelle Richfield: voce (brani 4, 5, 7)
Jamie Cavanagh: percussioni addizionali

Tracklist:
01  Lights out
02  Everything you know is wrong
03  The art of a soft landing
04  Expire
05  In stone
06  Reality clash
07  Dream
08  Terminal

lunedì 12 giugno 2017

A-Z: AEROSMITH - TOYS IN THE ATTIC

L'ultima sortita degli Aerosmith in studio di registrazione ha prodotto esiti poco entusiasmanti, partorendo quel Music from another dimension (2012) che ha un po' l'aria della fiera del riciclo, album che con oggettiva onestà pensiamo non abbia elementi tali da poter essere ricordati nel prossimo futuro. Lasciamo quindi perdere le altre dimensioni e accontentiamoci di fare un salto nel passato, torniamo indietro nel tempo per tirare fuori i vecchi giocattoli dalla soffitta, e poi... just push play (o, ancor meglio, giù la puntina del giradischi).

Il balzo è di quelli lunghi, dal 1975 a oggi sono ormai passati quarantadue anni ed è impressionante (ri)scoprire come Toys in the attic, terzo album della band di Boston, abbia ancora oggi il sapore di una bella boccata d'aria fresca. Il mondo era diverso all'epoca, il rock era diverso, più giovane se vogliamo, meno eroso dal passar del tempo anche se già ben delineato per quel che riguarda il suo versante più classico. Steven Tayler (voce), Joe Perry (chitarra), Brad Withford (chitarra), Joey Kramer (batteria) e Tom Hamilton (basso) non erano degli innovatori (non lo sono mai stati), onesti e appassionati artigiani del rock, solo in seguito vere rockstar, aspettavano ancora il grande salto che era lì lì per manifestarsi, erano a un passo dal successo planetario che arrise alla band per ben due volte, degni esempi del modello americanissimo di ascesa, caduta e risalita.

Per delineare la caratura dell'album basti pensare all'uscita del primo singolo, quella Sweet Emotion che veniva pubblicata lo stesso giorno in cui chi scrive veniva alla luce, non solo per questo brano da me personalmente molto apprezzato. L'uso del talk box di Perry unito alla linea di basso di Hamilton (autore del brano insieme a Tyler) rendono l'intro del brano indimenticabile e immediatamente riconoscibile andando a siglare un piccolo pezzo di storia dell'hard rock più apprezzato dalle masse. Non anticipano, non inventano nulla gli Aerosmith, arrivano dopo nomi grandissimi, Zeppelin, Stones in primis ma chissà quanti altri, eppure incantano con un rock energico, sanguigno, immediato e melodico, dirompente come la title track dell'album, un pezzo di puro hard rock, impossibile classificarlo diversamente. Come ripete più volte lo stesso Joe Perry "in fondo le cose semplici sono spesso le più riuscite", così, senza fronzoli e orpelli, gli Aerosmith mettono sul piatto di milioni di americani un attacco fulminante e i cinque ragazzi di Boston si ritagliano la loro nicchia nella storia del rock (Toys in the attic rimarrà il loro maggior successo di sempre). Con l'eccezione di Joey Kramer, gli altri componenti del gruppo, Perry e Tyler in testa, contribuiscono tutti alla stesura dei pezzi connotando l'album di una forte carica sensuale con liriche che non sono nemmeno tra le più banali del vasto carrozzone del rock, i brani che si susseguono hanno tutti la loro giusta funzione all'interno di un album che si rivela buono come il classico maiale di cui non si butta via niente, nemmeno un pezzo, un maiale con una mela rossa infilata in bocca, la mela del peccato originale.

Impossibile non accennare a Walk this way, altro brano apprezzatissimo dal pubblico quanto importante per la band, ottimo successo nei 70 e motore della loro rinascita negli 80 dopo i vari disastri combinati dai Toxic Twins Tyler & Perry, grazie alla nuova incisione del brano insieme alle icone del rap di quegli anni: i Run DMC. Il pezzo presenta quello che è uno dei riff più famosi di tutti i tempi e un attacco di batteria riconoscibile fin dalla prima battuta, altro pezzo di storia. La band ha carattere, il loro sound si riversa in maniera armonica anche nella cover di Big Ten Inch Record, pezzo di matrice blues registrato nel '52 da Bull Moose Jackson, reso splendidamente in maniera sexy e accattivante dai cinque bostoniani. Toni più tesi e duri in chiusura di album con una poco conosciuta Round and round stemperati poi nella comunque energica ballad finale (You see me crying). Ancora oggi, a quasi quarantacinque anni dal loro debutto, sono ancora questi gli Aerosmith che ci piace ricordare e soprattutto riascoltare.


Toys in the attic, 1975 - Columbia

Steven Tyler: voce, armonica, percussioni, piano
Joe Perry: chitarra solista, talkbox
Tom Hamilton: basso
Joey Kramer: batteria, percussioni
Brad Whitford: chitarra ritmica e solista

Tracklist:
01 Toys in the attic
02 Uncle Salty
03 Adam's apple
04 Walk this way
05 Big Ten Inch record
06 Sweet emotion
07 No more no more
08 Round and round
09 You see me crying

mercoledì 4 maggio 2016

A-Z: ANTHRAX - AMONG THE LIVING

Probabilmente è proprio così, citando il buon vecchio Danny Glover posso ormai affermare che "sono troppo vecchio per queste stronzate!". Per quanto album come questo Among the living, reputato tra l'altro da molti il miglior lavoro degli Anthrax, possano aver avuto un valore assoluto in un dato periodo e per un dato movimento o genere musicale, io adesso come adesso non riesco più ad ascoltarli con una briciola di interesse, eccezion fatta per quelli che sono stati i miei ascolti più assidui dell'epoca, fenomeno ovviamente dettato da nostalgia e vissuto personale. L'album preso così e riascoltato ora come ora... mah! Cose che in qualche modo non mi appartengono più. Bisogna prenderne atto, nessuno ringiovanisce, né io, né gli Anthrax, né il loro sound datato 1987.

Ammetto che per me il gruppo newyorkese è sempre stato un ascolto saltuario e secondario anche per quel poco di passione metal che mi colse in più giovane età, nonostante venissero indicati come i mammasantissima dello speed/trash insieme a Metallica, Slayer e Megadeth a me non hanno mai convinto più di tanto, gli preferivo anche i Testament per dirne una (sempre inquadrando il tutto nell'ottica di ascolti comunque sporadici e poco assidui).

L'album contiene tutti gli elementi per fare la gioia di orecchie alla ricerca di furia trash, dagli intro inquietanti alle ritmiche più pese, dalle galoppate buone per l'headbanging spezzacollo alla doppia cassa sbatacchiata con precisione da piedi instancabili. Qua e là spiccano delle buone armonizzazioni tra gli strumenti e diversi passaggi dotati di energia coinvolgente. Eppure, ora come ora, mi sembra che nessun brano catturi in particolare l'attenzione e si elevi sopra la media (dell'album e del genere) tranne forse per Indians che magari a fine post ci ascoltiamo.

Spesso anche le liriche, pur nascendo da spunti interessanti o quantomeno sfiziosi, si perdono nella banalità e in costruzioni di testo incerte, in più il cantato dell'osannato (dai fan più che altro) Belladonna non mi sembra niente di eccezionale. Ma ripeto, sono io che sono troppo vecchio per queste stronzate. Se cercate il trash qui ne troverete a pacchi.

La cosa più interessante dell'album è la continua ricerca di spunti e la stesura di omaggi a vari personaggi, reali e non, provenienti dalla cultura pop, probabilmente amata da diversi dei componenti della band. Il pezzo d'apertura e che dà il titolo all'album è ispirato al personaggio di Randall Flagg, protagonista negativo de L'ombra dello scorpione di Stephen King (in rete si asserisce anche come il personaggio venga citato nel brano, cosa che a me invece non risulta) mentre sulla copertina del disco compare il reverendo Kane dal film Poltergeist II. Omaggio al celebre (almeno in Inghilterra più che da noi) Giudice Dredd è il brano I am the law che racconta le peripezie del personaggio tratto dai fumetti presentati sulla rivista 2000 AD mentre Efilnikufesin (leggetelo al contrario) è stata scritta con cordoglio per ricordare il bassista dei Metallica, Cliff Burton, perito in un incidente mortale. Ancora Stephen King come fonte di ispirazione per il pezzo Skeleton in the closet (dal racconto Un ragazzo sveglio dalla raccolta Stagioni diverse).

Deve piacere, però se avete bisogno di darvi una svegliata...



Among the living, 1987 - Island Records

Joey Belladonna: voce
Dan Spitz: chitarra solista
Scott Ian: chitarra ritmica
Frank Bello: basso
Charlie Benante: batteria, percussioni

Tracklist:
01  Among the living
02  Caught in a mosh
03  I am the law
04  Efilnikufesin (N.F.L.)
05  A skeleton in the closet
06  Indians
07  One world
08  A.D.I./Horror of it all
09  Imitation of life

giovedì 18 febbraio 2016

A-Z: ANT TRIP CEREMONY - 24 HOURS

Gli Ant Trip Ceremony furono una rock band dedita alla creazione di musica psichedelica nata in uno dei periodi più promettenti per il genere. Siamo nel 1967 e il gruppo nasce e muore nell'arco di un paio d'anni legando indissolubilmente la sua breve vita all'esperienza al college di uno dei suoi fondatori, tal Steve Detray. La band come già detto durerà ben poco e non lascerà segni significativi nella storia della musica e nemmeno in quella più ristretta legata alla sola psichedelia. Unica testimonianza rimasta del loro passaggio è proprio questo primo e ultimo album dal titolo 24 hours, un titolo quasi profetico che in maniera beffarda sembra preannunciare la vita così effimera della band. E sì che la leggenda vorrebbe l'album prodotto addirittura dal noto David Crosby, cosa che non è, la voce nasce da un semplice caso di omonimia. Eppure la poca fortuna della band, che si scioglie senza tragedie in maniera del tutto naturale con l'esaurirsi dell'esperienza di studio di Detray, non trova riscontro nelle loro esibizioni live a cavallo del '67 e del '68, periodo in cui i loro show sembra fossero molto apprezzati per la capacità del gruppo di proporre celebri cover dilatandole a dismisura durante le loro esibizioni e dando un sapore fortemente psichedelico a brani nati più classicamente rock o blues. Purtroppo ben poco di questa loro attitudine traspare dalle tracce dell'album, dove il brano più esteso supera di poco i sette minuti (lo strumentale Elaborations) e dove anche le cover presentate non sfociano in improvvisazioni e rielaborazioni che avrebbero potuto rivelarsi degne di nota.

Non per questo l'album non può dirsi comunque piacevole sebbene nel complesso risulti forse un po' troppo uniforme. Però 24 hours ha il sapore giusto, quello necessario a trasportarti indietro nel tempo, sensazione aiutata probabilmente dai suoni dei vari strumenti usciti da una produzione già all'epoca non delle più moderne. I suoni suadenti e strascicati si uniscono alla voce debosciata di Roger Goodman, un insieme capace di cullare l'ascoltatore che intravede viaggi mentali, portali aperti su tunnel di luci e oscurità, ponti mentali verso luoghi piacevoli e avvolgenti, sensazioni di calore fomentate all'epoca sicuramente da roba buona. A dare quel tocco in più entra l'armonica, il mood è quello risaputo della psichedelia meglio esplorato da giganti che a farne qui i nomi si proporrebbero paragoni troppo scomodi e ingiustificati. Anche le cover riconducono allo stile Ant Trip Ceremony, a volte per la voce vibrata del cantante a volte grazie ai suoni di tutto il gruppo, tra pezzi lenti e qualche accelerata l'album scorre lungo il suo percorso nonostante non manchino gli imbastardimenti del rock di Hendrix, del blues di Willie Dixon o del funky soul di Allen Toussaint.

Non è stato il pezzo che ha cambiato la psichedelia e nemmeno mai lo sarà, un buon ascolto per chi apprezza il genere e un pezzo da collezione per i cultori, in origine 24 hours fu stampato in sole 300 copie, poi la band svanì e buonanotte ai suonatori.



24 hours, 1968 - Collectables

Steve Detray: chitarra solista
George Galt: strumenti vari
Roger Goodman: voce
Gary Rosen: basso
Jeff Williams: batteria
Mark Stein: percussioni

Tracklist:
01  Locomotive lamp
02  What's the matter now
03  Violets of dawn
04  Riverdawn
05  Hey Joe
06  Outskirts
07  Little baby
08  Get out of my life
09  Four in the morning
10  Sometimes I wonder
11  Pale shades of grey
12  Elaborations

giovedì 29 ottobre 2015

A-Z: THE ANIMALS - THE BEST OF THE ANIMALS

Nel giro di pochissimi anni, dal 1964 al 1966, assistiamo all'esordio, al successo e al primo scioglimento di una delle band più celebri della cosiddetta British Invasion, band che ancora oggi è annoverata negli annali della storia della musica per alcuni celeberrimi arrangiamenti di pezzi classici e per la voce inconfondibile del frontman Eric Burdon.

Come usava all'epoca, in questa prima fase di carriera durante la quale i The Animals pubblicarono nel Regno Unito tre album (in America anche di più), la band presenta un misto di cover e pezzi tradizionali che guardano davvero molto al blues più classico con divagazioni sporadiche in altri territori. The best of The Animals è un breve vademecum ottimo per conoscere e apprezzare la passione riversata sugli strumenti dal gruppo di Newcastle in quei primi anni di attività.

Passione testimoniata anche dalle molte date live negli U.K., i successi al Downbeat Club e al Club A Go Go di Newcastle e al Crawdaddy di Londra indirizzano gli Animals verso il loro successo americano. Purtroppo già sul finire del '65 il gruppo inizia a perdere i pezzi e dopo il '66 Eric Burdon ne rinnoverà completamente la formazione (diverranno The New Animals) e il sound, sempre più attratto dalla scena musicale della costa ovest e dalla controcultura del flower power.

Il pezzo d'apertura della raccolta, uno dei più interessanti dell'intero disco e scritto proprio per gli Animals, si ricorda per l'attacco di basso di Chas Chandler inseguito dai ricami della chitarra di Hilton Valentine, duetto semplice e riuscitissimo che caratterizza un inno di ribellione, anche questo semplice ed efficace, senza mezzi termini: It's my life and I'll do what I want, it's my mind and I'll think like I want. Cori indovinati e suoni di facile presa la rendono una hit che vedrei bene anche in qualche film del buon Quentin, almeno quell'intro...

Poi tanto, tanto blues venato a volte da echi di Yardbirds (Gonna send you back to Walker) e spostamenti bianchi al genere, coretti ariosi a condire il tutto e a far risaltare il bel cantato di Burdon, chitarre supportate dall'organo, temi cari al genere e tanto tanto amore. Qualche concessione al soul più romantico sul pezzo di Sam Cooke Bring it on home to me e poi ancora blues con Fats Domino e John Lee Hooker, praticamente degli standard.

Bravi i The Animals, bravi anche con il pop, con accenni di twist e rock 'n roll, ok l'anima nera ma dare un po' di movimento ai dischi non può far male, specie nel caso di una collection come questa, e allora ben vengano brani come Roberta o We gotta get out of this place.

E poi i due tormentoni che è impossibile non citare, pezzi coverizzati ovunque (anche da loro stessi) e che probabilmente ormai usciranno dalle orecchie a chiunque. Qui si vede il talento del gruppo che riesce a non farmi odiare l'ascolto di The House of the Rising Sun ma soprattutto il pezzo Don't let me be misunderstood che i Santa Esmeralda con tanto impegno riarrangeranno allo scopo di fracassare le palle a tutto il mondo. Brani che ascoltati nella versione dei The Animals emergono nel loro antico splendore, i Santa Esmeralda, oltre che a Nina Simone, dovranno rendere conto anche a loro.



The best of The Animals, 1966 - MGM

Eric Burdon: voce
Alan Price: tastiere
Hilton Valentine: chitarra
Chas Chandler: basso
John Steel: batteria

Tracklist:
01  It's my life
02  Gonna send you back to Walker
03  Bring it on home to me
04  I'm mad again
05  The house of the rising sun
06  We gotta get out of this place
07  Boom boom
08  I'm in love again
09  Roberta
10  I'm crying
11  Don't let me be misunderstood

mercoledì 9 settembre 2015

A-Z: ANEKDOTEN - VEMOD

Parola d'ordine: malinconia. Sicuramente l'aspetto meglio riuscito e più ricorrente nell'album d'esordio della band svedese è proprio quello del sentire malinconico così ben palesato dalla musica, dai testi e dal cantato di Jan Erik Liljestrom, dalla sua voce flebile e pacata. Un aspetto che si concretizza al meglio nella splendida ballata triste Thoughts in absence, struggente resa totale nei confronti della vita, uno dei brani più lineari (con una bella coda) e brevi dell'album, uno dei due a rimanere sotto i sette minuti di durata media.

I passaggi inquieti dell'album sono lasciati invece ai numerosi inserti di prog nervoso in stile crimsoniano e al riuscito artwork darkeggiante che a me tanto richiama alla mente la copertina di Black Sabbath. Una figura misteriosa in un prato incolto su tonalità blu violacee, sparuti alberi e un casolare sullo sfondo. Una sedia a dondolo con una vecchia bambola e una strana coltura di ferri da stiro. Un luogo dove non vorrei ritrovarmi in sul calar della sera. Ma, come dicevamo, a parte gli stacchi di prog nervoso, i cambi di tempo e i ricami di chitarra apportati da Nicklas Berg, sono le atmosfere del freddo nord a caratterizzare in maniera positiva Vemod sin dall'intro della strumentale Karelia, opening track che con incedere ciclico inizia a svelare alcuni dei volti del progetto Anekdoten.

Tra l'altro pare che Vemod in svedese significhi proprio qualcosa di simile a malinconia. E quale elemento è più vicino all'essere emblema di malinconia se non la distesa infinita del mare, elemento che ricorre nei testi del combo come compagno e avversario, veicolo di solitudine e destinazione finale. Non manca nelle composizioni del gruppo qualche passaggio prolisso facilmente abbreviabile, nel complesso però l'album dimostra una buona tenuta d'insieme anche per me che, per rimanere in tema, qui non navigo propriamente nelle mie acque, acque però nelle quali non disdegno di fare un tuffo di tanto in tanto.

Gli Anekdoten non mancano di incisività, sanno proporre una bella base ritmica con il basso di Liljestrom e la batteria di Peter Nordins dove serve o addolcire la loro proposta con passaggi acustici di Berg. Ad arrotondare i suoni ci pensano il violoncello e il mellotron di Anna Sofi Dahlberg e il piano del musicista aggiunto Peter Wiberg.

Nelle composizioni più lievi a mio avviso gli Anekdoten lasciano maggiormente il segno tra atmosfere sognanti e seducenti, ascoltate Thoughts in abscence o la strumentale Longing e sappiatemi dire.




Vemod, 1993 - Virtalevy

Nicklas Berg: chitarra, mellotron
Anna Sofi Dahlberg: violoncello, mellotron, voce
Jan Erik Liljestrom: basso, voce
Peter Nordin: batteria, percussioni

con:
Peter Wiberg: piano
Par Ekstrom: cornetta, flicorno soprano

Tracklist:
01  Karelia
02  The old man & the sea
03  Where solitude remains
04  Thoughts in absence
05  The flow
06  Longing
07  Wheel

venerdì 24 aprile 2015

A-Z: ANATHEMA - A NATURAL DISASTER

Sembra quasi impossibile che la stessa band capace di comporre un album delicato, malinconico, struggente e romantico come A natural disaster abbia mosso i suoi primi passi (anche con buon seguito e successo) nell'ambito del death metal con venature doom proponendo pezzi pesi con tanto di cantato in growl e tutte le caratteristiche del genere. C'è da dire che già nell'album d'esordio si potevano ascoltare voci eteree e belle aperture melodiche, possibili indizi degli Anathema a venire, certo che il passo fatto da Serenades (1993) a questo A natural disaster (2003) non è stato corto (ma nemmeno più lungo della gamba, anzi).

E' un viaggio intenso quello offertoci dalla band dei fratelli Cavanagh, denso di emozioni dalla prima all'ultima nota e in perfetto equilibrio tra ottime atmosfere strumentali di raccordo e picchi altissimi di grande bellezza. Un album per alcuni versi incline al pessimismo o forse solo a una visione lucida delle cose della vita, della perdita e dell'abbandono, dell'amore, un album capace di toccare corde profonde e di provocare meraviglia, caratteristiche tanto ardue da esplicitare a parole quanto infinitamente preziose. Se le atmosfere dolci e malinconiche la fanno da padrone, gli Anathema non disdegnano di tanto in tanto di adoperare suoni distorti e più ruvidi così da bilanciare ancor meglio la gamma di emozioni proposte all'ascoltatore, emozioni veicolate anche tramite passaggi ipnotici, piccole variazioni e crescendo incisivi. E anche quando le liriche non lasciano ben sperare il crogiolarsi tra le note di questo disco non può che riempire il cuore.

Una riflessione sulla vita, sul dolore che essa può provocare, sul suo senso ultimo o sulla mancanza di esso, tra voci effettate e siderali o fievoli e dolcissime, tra chitarre semplici e struggenti che esplodono in brani incantevoli capaci di provocare brividi come la splendida Are you there? Poi la voce di un bambino, il verso di un gabbiano, un passaggio delicato, tutto sembra tornare su toni più ottimistici ma ecco il basso teso, il ritorno allucinato al metal (anche se non proprio quello delle origini) che ti trascinano in un vortice di paranoia prima della sorprendente rivelazione di una sublime voce femminile che spicca alta proprio perché poco sfruttata e ben dosata.

Le perle in quest'album non sono così rare (Are you there?, A natural disaster, Flying, Electricity), un album degnamente chiuso da una predominanza di piano nell'unica vera composizione strumentale del disco. Al di là di ogni genere, semplicemente gran bella musica.




A natural disaster, 2003 - Music For Nations

Vincent Cavanagh: voce, chitarra
Daniel Cavanagh: chitarra, voce, tastiere
Les Smith: tastiere
Jamie Cavanagh: basso
John Douglas: batteria

Tracklist:
01  Harmonium
02  Balance
03  Closer
04  Are you there?
05  Childhood dream
06  Pulled under at 2000 metres a second
07  A natural disaster
08  Flying
09  Electricity
10  Violence

sabato 24 gennaio 2015

A-Z: AMORPHIS - ELEGY

Elias Lonnrot è stato diverse cose, a noi interessa sapere che è stato un celebre filologo che per anni si è dedicato, tra le altre cose, alla compilazione di una vasta raccolta di miti e leggende finniche nonché a una di canti popolari eseguiti con l'accompagnamento del kantele (Kanteletar), strumento della tradizione musicale finlandese. E' proprio a questi canti popolari che si ispirano i finlandesi Amorphis per comporre le undici tracce di Elegy, terzo album in studio della band.

Come da intento originale dell'etichetta A-Z, soffermarsi anche su album che ho ascoltato tutto sommato poco o parecchio distanti dalle guide portanti del mio percorso musicale fa parte del gioco. Ciò mi permette di riprendere in mano cose dimenticate e magari scoprire pezzi validi ormai perduti nei meandri della memoria o, più semplicemente, di diversificare gli ascolti e tornare un poco sui miei passi. Diamo un'occhiata quindi anche a questo Elegy degli Amorphis.

Se l'ispirazione e l'impianto alla base di Elegy sono di indubbia matrice folk, la componente strumentale guarda al metal progressivo di stampo death più melodico, l'alternanza di cantato growl (che io non amo per nulla) e pulito, riesce a garantire un buon equilibrio e offre composizioni fruibili anche ad orecchie poco sensibili a questo tipo di sound.

Detto questo il combo, nonostante i nuovi innesti di Pekka Kasari (batteria), Kim Rantala (tastiere) e Pasi Koskinen (voci clean), sembra affiatato e capace di produrre buone cose. Il tipo di proposta può piacere o non piacere ma è indubbio che un pezzo come Better unborn, pur con tutto il suo pessimismo, goda di un ottimo tiro in bilico tra metal e lievi sapori orientaleggianti e induca anche a cantarne il motivo (quello in clean vocals) con molto piacere. Certo, magari ci si può sentire un po' idioti a cantare cose del tipo sarebbe stato meglio per me se non fossi nato, se non fossi cresciuto, se non fossi stato messo al mondo, se non fossi venuto su questa Terra e via dicendo, a parte questo il pezzo prende.

Non mancano elementi presi di peso dal metal ottantiano, quello tanto caro agli Iron Maiden e compagnia bella, la famosa NewWaveofBritishHeavyMetal, ne la doppia cassa, le epiche cavalcate a crescere e così via. Alcuni dei temi proposti sono anche interessanti o quantomeno curiosi, vedi ad esempio il trattamento riservato alla figura della vedova qui dipinta come una sorta di strega nel brano dal titolo programmatico Against widows.

I suoni sono ben amalgamati, le tastiere mai invadenti e le chitarre girano in armonia tra loro, anche sui passaggi più pacati gli Amorphis non sembrano cedere il passo. Sono percepibili, almeno da chi come me non è solito idolatrare il genere, alcuni momenti di stanca che emergono qua e là dopo l'ascolto della prima metà del disco, l'impressione che sia presente qualche calo di tensione si affaccia alla mente. E' innegabile che la scelta di attingere al folclore dei miti del proprio paese, miti che affondano nella vecchia tradizione orale, aggiunga una dose di fascino, seppur criptico, al lavoro dei finlandesi.

In Elegy i pezzi buoni ci sono, un ascoltatore magari più vicino di me a questo tipo di suoni avrebbe potuto certamente parlare dell'album in toni più entusiastici, per me semplicemente non è più tempo, questo nulla vuol togliere all'impegno messo dagli Amorphis nel confezionare questo album che sembra abbia riscosso anche un ottimo consenso di critica e pubblico.




Elegy, 1996 - Relapse Records

Tomi Koivusaari; voce, chitarre, tamburello
Esa Holopainen: chitarra
Olli-Pekka Laine: basso
Pekka Kasari: batteria
Kim Rantala: tastiere
Pasi Koskinen: voce

Tracklist:
01  Better unborn
02  Against widows
03  The orphan
04  On rich and poor
05  My kantele
06  Cares
07  Song of the troubled one
08  Weeper on the shore
09  Elegy
10  Relief
11  My kantele (acoustic reprise)

mercoledì 12 novembre 2014

A-Z: ALTER BRIDGE - ONE DAY REMAINS

Gli Alter Bridge nascono da una costola dei Creed. Anzi no. Gli Alter Bridge sono i Creed che a un certo punto perdono una costola (che per comodità chiameremo Scott Stapp). Ma si sa, in natura nulla si distrugge e tutto si trasforma così ai Creed cresce una nuova costola (che per comodità chiameremo Myles Kennedy) e l'entità Creed si trasforma nell'entità Alter Bridge. Questa era la teoria dominante fino al 2009, poi i mezzi a disposizione della scienza si sono evoluti e la teoria è stata rivista e corretta. Secondo le correnti di pensiero più moderne l'entità Creed/Alter Bridge non subì alcuna mutazione, si trattò invece di un caso di moltiplicazione, atipico per svariati motivi. Intanto di solito sono le cellule a moltiplicarsi e non le costole, e questo resta un mistero inspiegabile. Inoltre per diversi anni l'entità Creed, pur avendo elementi in comune con la nuova entità Alter Bridge, rimase nascosta per ricomparire integra appunto nel 2009, da qui la nuova teoria. Ad oggi le due entità proseguono in maniera indipendente la loro esistenza pur avendo in comune le particelle denominate Tremonti/Marshall/Phillips (altro mistero). Si osserva come dalla nascita dell'entità Alter Bridge questa abbia preso il sopravvento sull'entità quasigemella che risulta semi-dormiente dal lontano 2009. L'evoluzione degli Alter Bridge, parliamone pure al plurale, è stata rapidissima riuscendo a trasformare nel giro di pochissimo tempo una costola in una rock band solo a volte metal oriented.

L'affaccio al mondo del rock, a discapito di quello scientifico, avviene nel 2004 con il grintoso album d'esordio One day remains al quale tocca il fardello di non far rimpiangere le prime prove dell'entità madre rimasta nei cuori dei più e all'apparenza anche più remunerativa in venali soldoni. Ma a conti fatti e con le due entità scaraventate sui piatti non del vinile ma della bilancia, sarà difficile vedere un fan della prima storcere il naso come se avesse annusato un calzino sudato dopo aver ascoltato il lavoro della seconda. I punti di contatto non mancano, come è inevitabile che sia avendo le due entità (che per comodità chiameremo da ora in avanti band) in comune le particelle di cui sopra che in entrambe le band si fanno carico di portare avanti una sezione ritmica compatta e coesa. Il talento di Myles Kennedy, al pari di quello di Mr. Ripley, è innegabile e controllato con grande maestria, l'apporto del cantante al gruppo è importante per talento ma ancor più per capacità interpretativa, qualità che in alcuni casi riesce a cambiare la faccia di brani altrimenti risaputi. Il rock della band (chiamarlo metal mi sembra esagerato anche se diverse virate in quel senso ci sono anche) gode di un impatto energico e compatto, magari non eccezionale per varietà, basato sulla formula s/r/s etc..., ma che in ogni caso funziona. I temi delle liriche girano più che altro sulla difficoltà di affrontare la vita giorno per giorno e sulla speranza di non doverle affrontare in solitaria. Niente di nuovo sotto il sole, in compenso tanta grinta stemperata da un cantato melodico e avvolgente che grazie proprio alla voce di Kennedy (reclutato anche da Slash, ma evitiamo di parlare nuovamente di costole) rende i brani alla portata di tutti o quasi. Quando il ritmo rallenta (mai troppo) è proprio quello il momento di apprezzare le doti del vocalist che raggiunge le più alte vette emozionali nel brano In loving memory esibendo un misto di dolcezza e forte coinvolgimento che non lascia indifferenti. Le dita di Tremonti funzionano bene (non tutti i Tremonti vengon per nuocere) e all'interno di un album che si ascolta con piacere (ogni tanto) i buoni pezzi non mancano.

E prima o poi si spenderanno due parole anche per i Creed.



One day remains, 2004 - Wind-up

Myles Kennedy: voce
Mark Tremonti: chitarra solista, voci
Brian Marshall: basso
Scott Phillips: batteria

Tracklist:
01  Find the real
02  One day remains
03  Open your eyes
04  Burn it down
05  Metalingus
06  Broken wings
07  In loving memory
08  Down to my last
09  Watch your words
10  Shed my skin
11  The end is here

venerdì 3 ottobre 2014

A-Z: ALICE IN CHAINS - JAR OF FLIES

Breve premessa (ovvero c'era una volta il progetto A-Z)... Per chi non fosse interessato alla breve premessa il consiglio è quello di saltare al capitolo ...ma parliamo del disco.

Come dicevo... c'era una volta il progetto A-Z. Perché ora non c'è più? In realtà il discorso potrebbe essere lungo e complesso, le motivazioni numerose e i lettori ai quali tutto ciò possa interessare probabilmente molto pochi. Diciamo che alla base dello stop di un progetto a cui tenevo moltissimo si trovano ragioni personali, un forte calo d'energie e un anno veramente da buttare nel cesso. Non andiamo oltre, spiegai già in passato come scrivere di musica mi piaccia ma in egual misura mi costi fatica. Fatto sta che l'ultimo post targato A-Z risale al 2 dicembre 2013 quando scambiammo due parole su Animamigrante degli Almamegretta (è quasi passato un anno, mamma mia!).

Oggi è stata una giornata faticosa e, diciamocelo pure, brutta piuttosto che no. Che poi quando le cose devono andare storte si sa che non ci vanno mai una alla volta. E così, in questi momenti, la musica, la stessa che in questo periodo avevo un po' messo da parte, torna a essere quel lenitivo e quel conforto capace di rimetterti in carreggiata. Ovviamente perché funzioni ci vuole il disco adatto, ciò non vuol dire un disco allegro, positivo, niente di più sbagliato, solo quello adatto al momento che, guarda caso, è il disco che mi ero ripromesso di proporvi come prossimo appuntamento di A-Z (chi non ha idea di cosa sia questo progetto che no, non è stato definitivamente accantonato, clicchi qui). Beh, ci è voluto quasi un anno ma forse ci siamo...

...ma parliamo del disco

Quanta bellezza si può tirar fuori da dolore, paura, pessimismo e solitudine? Tanta, davvero, davvero tanta. Tanta bellezza, distribuita in soli sette piccoli e brevi pezzi di musica, bastevole a soverchiare intere discografie di artisti meno talentuosi. Una bellezza triste ma consapevole, scevra d'inutili sfuriate di rabbia, matura e purtroppo profetica. Una bellezza che rimarrà per sempre ma irrimediabilmente irripetibile. Tutta questa triste bellezza è andata via con Layne Staley ormai dodici lunghi anni fa. Degli Alice In Chains, grande band che non era solo Staley (Cantrell firma tutti i pezzi di questo album per dirne una), Jar of flies è l'album al quale sono più legato, a mio avviso uno degli episodi migliori dell'intero movimento (?) grunge. Solo sette pezzi e quindi nessuna possibilità di sorta per poter inserire in un album perfetto scarti o riempitivi, unica piccola concessione l'interessante intermezzo strumentale di Whale & Wasp che presenta un ottimo arrangiamento e deliziosi contrasti tra la chitarra acida di Cantrell e la delicatezza degli archi aggiunti. A trascinare l'album, primo EP ad arrivare in cima alle classifiche di Billboard, uno tra i pezzi forse più convenzionali di questo Jar of flies ma singolo di rara presa, un brano che ancor oggi ha la capacità di portarmi indietro nel tempo, nel salotto di casa, quando si ascoltava quell'ora di rock che passavano in radio al pomeriggio, appuntamento fisso in parecchie giornate d'inverno. Il pezzo era No excuses. Gran pezzo superato però in bellezza da episodi ai quali il tocco triste di Staley infonde una magia inarrivabile, la semplice malinconica solitudine di Nutshell, a proposito di gusci, rende il brano la vera perla nascosta in questa magnifica conchiglia, altro che barattolo di mosche. Emozioni che emergono da un'atmosfera indescrivibile, il basso di Inez introduce l'ascoltatore in un mondo di note che non possono non essere apprezzate anche da chi non mastica il genere, impossibile non cadere preda del mantra ipnotico cantato dalla voce unica di Staley in Rotten Apple, musica (Musica) di sostanza lontana da orpelli e inutili tecnicismi. L'indole sperduta e fragile di Staley si palesa anche in sfumature più originali, all'apparenza più serene ma sempre malinconiche e tristi, tra armonica e passaggi in stile country e tra le righe di liriche spesso sofferte dalle quali emerge una grande solitudine. Non rimane che sperare che Layne abbia finalmente trovato quell'agognato place to call home.



Jar of flies, 1994 - Columbia

Layne Staley: voce
Jerry Cantrell: chitarra, voce
Sean Kinney: batteria, percussioni
Mike Inez: basso

Tracklist:
01  Rotten apple
02  Nutshell
03  I stay away
04  No excuses
05  Whale & wasp
06  Don't follow
07  Swing on this

lunedì 2 dicembre 2013

A-Z: ALMAMEGRETTA - ANIMAMIGRANTE

Quando sul finire del 1993 viene dato alle stampe Animamigrante, primo lavoro lungo dei napoletani Almamegretta, il loro progetto musicale è in piedi ormai da più di cinque anni. La formazione nel corso di questi anni è stata rivista e rimaneggiata, il loro frontman Raiz si unisce ai fondatori del gruppo solo nel 1991, e anche la materia trattata si evolve dal rythm and blues delle origini (che il grande pubblico non ha mai avuto modo di ascoltare)  fino ad arrivare a quel calderone tanto capiente da contenere il dub di Bristol, spruzzate di reggae proveniente dalla Giamaica, ritmi del Nordafrica e suoni elettronici mischiati all'ingrediente principale, la melodia e il cantato di Napoli, la sua lingua e la sua cultura che in un metaforico abbraccio ingloba i vicoli di spaccanapoli come le tante terre bruciate del Sud, fino a trasformarsi in un suono dal respiro internazionale.

E' fuor di dubbio un bell'esordio quello degli Almamegretta, che ha le cose giuste da dire e la capacità di farle arrivare anche oltreconfine, traguardo non facile da raggiungere per un gruppo che si esprime al 99% in dialetto napoletano. I suoni sono però quelli giusti e la passione non manca, fattori che valgono al combo anche prestigiose collaborazioni come quelle con Massive Attack e in seguito Asian Dub Foundation.

La voce di Raiz può non piacere a tutti ma il suo incedere cantilenante inframezzato da sprazzi di inatteso vigore e unito alla grande presenza fisica, caratterizza in maniera molto forte l'impatto del gruppo sul pubblico. L'album d'esordio si mantiene in perfetto equilibrio tra brani più pacati e brani ritmati caratterizzati dal basso e dall'incedere delle percussioni di Gennaro T, Le influenze europee si amalgamano in maniera perfetta con i ritmi più tribali e con l'elettronica di D.RaD.

Già dalla prima traccia di Animamigrante vengono fuori i temi che stanno a cuore alla band: disagio e ingiustizia sociale, la mancanza di opportunità che affligge alcune zone del Sud Italia ma soprattutto la sofferenza dell'uomo costretto a una vita di stenti e legata alla condanna del lavoro a sfruttamento, a uso e consumo di pochi farabutti, 'e malamente.

Traspare chiaramente l'amore per le proprie origini, per il sangue, per la terra, per la propria storia, perché se conosci la tua storia sai da dove viene il colore del sangue che ti scorre nelle vene. E ancora integrazione e razzismo, quel fastidioso scagliarsi contro i propri simili nei momenti di difficoltà scatenando la famosa guerra dei poveri che affligge il nostro paese mentre chi mangia a sbafo continua a farlo. Oggi come vent'anni fà, quando usciva Animamigrante.

A identificare in misura maggiore il legame degli Almamegretta alle origini e alla vita il dittico finale (bonus esclusi) Sole e Terra, preghiera e ringraziamento. Un esordio che avrà un seguito ancora più fortunato che confermerà anche il successo commerciale, ma questa è ovviamente un'altra storia.



Animamigrante, 1993 - Anagrumba

Raiz: voce
Orbit (Gianni Mantice): chitarra
Tonino Borrelli: basso
Gennaro T (Gennaro Tesone): batteria, percussioni, drum programming
Pablo (Paolo Polcari): tastiere, programming
D.RaD (Stefano Facchielli): programming

Tracklist:
01 'O bbuono e 'o malamente
02 Suddd
03 Figli di Annibale (?)
04 Fattallà
05 Anima migrante
06 Sanghe e anema
07 O cielo pe' cuscino
08 Sole
09 Terra
10 Fattalà dub
11 Figli di Annibale

lunedì 30 settembre 2013

A-Z: ALABAMA THUNDERPUSSY - CONSTELLATION

Ladies and gentlemen: Alabama Thunderpussy.

Ecco, uno pensa subito che il gruppo sia una di quelle band di puro southern rock provenienti proprio dall'Alabama. Beh, gli Alabama Thunderpussy sono della Virginia. Si vede che Virginia Thunderpussy suonava male. O che in Virginia non abbiano delle thunderpussy? Vabbè, non stiamo a indagare.

Comunque sia, il southern rock non è che sia proprio estraneo ai virginiani Alabama, preso e distorto a dovere e sputato fuori dagli strumenti a formare muri di riff e sonorità viscose e dense come le limacciose acque delle paludi del sud. Sui cinque ragazzacci e sul loro sound ho sentito un po' di tutto, da chi invoca il doom alla Black Sabbath a chi accenna allo stoner dei Kyuss, da chi parla genericamente di hard rock a chi spinge più il pedale sulla causa del southern. Wiki poi dice che è sludge, una sorta di commistione di tutto questo con sventagliate vocali in salsa hardcore. Ai posteri l'ardua sentenza.

Certo è che alcuni passaggi di classic southern ci sono davvero come l'intermezzo pianistico che interrompe l'attacco aggressivo di Ambition e ricorda i più blasonati Skynyrd. Non manca nei brani sempre energici del combo la giusta ricerca melodica che rende possibile seguire senza troppi problemi molti dei brani presenti in questo Constellation, terzo album della band, caratteristica questa riscontrabile anche e soprattutto in diverse linee melodiche urlate dal cantante Johnny Throckmorton.

Purtroppo poco posso dire riguardo il contenuto testuale dell'album non essendo riuscito a reperire i testi in rete, testi non presenti nel booklet del cd (si ce l'ho originale questo cd e neanche io so bene perché, non che sia male intendiamoci). Però il titolo Middle finger salute è un buon biglietto da visita, brano che tra l'altro concede un altro momento di tregua nella sua coda.

Se il lavoro sembra non brillare per varietà di suoni (anche se presenta diversi passaggi acustici) in compenso non difetta in energia. I due lati della medaglia sono evidenti: se siete in cerca della botta energica ci siamo, altrimenti si rischia di interrompere l'ascolto prima della fine della tracklist. Forse decisamente prima. Questo ad un ascolto superficiale almeno, con l'accumularsi degli ascolti il disco cresce e se ne apprezzano anche le diverse sfumature. Bisogna provare, provare, provare...



Constellation, 2000 - Man's Ruin Records

Asechiah Bogden: chitarra
Bryan Cox: batteria
Sam Krivanec: basso
Erik Larson: chitarra
Johnny Throckmorton: voce

Tracklist:
01 Crying out loud
02 Ambition
03 1/4 mile
04 Middle finger salute/1271 3106
05 6 shooter
06 Second wind
07 Obsari
08 Foul play
09 Negligence
10 155 minute drive
11 Burden
12 Keepsake
13 Country song

mercoledì 3 luglio 2013

A-Z: AIR - MOON SAFARI

Date retta a un ignorante. A volte le frasi fatte assumono sfumature diverse dal solito. Nel senso. Se state leggendo questo post nel quale tenterò di esprimere un'opinione sul debutto degli Air allora date retta a un ignorante. La prima frase non è da intendersi in senso imperativo. E' che state proprio dando retta a un'ignorante. Nel senso che finché si parla di rock e derivati ancora ancora.... ma qui con l'elettronica... non so, giusto per infilare qualche impressione ma senza conoscere le basi.

In fondo avevo promesso che avrei parlato un po' di tutto quel che mi capitava di ascoltare, così, eccoci qui.

Moon Safari è il debutto (o quasi) degli Air, duo parigino composto da Nicolas Godin e Jean Benoit Dunckel, arrivato sugli scaffali dei negozi di dischi nel 1998. I due ragazzi francesi, da subito ben accolti dalla critica, compongono un album dai sapori elettronici decisamente retrò, piacevole e di facile ascolto, prevalentemente improntato a suoni languidi e seducenti. Fin dalla prima traccia la sensazione è quella di delicato e suadente relax al ritmo di un elettropop ammaliante e distensivo dal suono quasi confidenziale. Sette minuti che introducono Sexy boy, uno dei brani più conosciuti che prende forma grazie a un attacco più acido e alla voce sensuale di Beth Hirsch che declama versi soavi e di scarsa sostanza in un flessuoso francese. Ah, che bella lingua il francese. L'album scorre all'insegna dell'easy-listening mischiando suoni classici a quelli elettronici in un miscuglio ben calibrato di musica e parole, di inglese e francese, atmosfere leggiadre e ritmi ciclici come quelli di Kelly watch the stars, brano ispirato dalla bella Kelly Garrett, la Jacklyn Smith di Charlie's Angels. Synth, chitarre acustiche, vocoder e basso fino ad arrivare ad aperture sinfoniche che richiamano echi western e score cinematografici come in Talisman (sembra che il duo dichiari addirittura debiti nei confronti di Morricone).

Non mancano episodi più ritmati o propriament poppeggianti come nel brano You make it easy che pare un estratto da un album di qualche cantautrice del ventennio precedente, il testo del brano è della stessa cantante Beth Hirsch tra l'altro. Piccolo mistero, che qualcuno di voi potrà sicuramente dipanare, attorno alla strumentale Ce matin la, pezzo che traspira buon umore e gioia capace di restituire davvero la sensazione di un felice risveglio in una giornata di sole, pezzo che in vari siti internet ho trovato corredato di tanto di testo e che a me risulta esserne completamente privo. Si rallenta ancora, forse troppo, prima del finale che chiude in maniera ottima un disco di sicuro interesse.

Ammetto che questo Moon Safari non rientra nei miei ascolti abituali ma non posso che riconoscerne il valore ora che mi ci sono concentrato con attenzione maggiore, in fondo non di solo rock vive l'uomo, qualche digressione possiamo pure concedercela.




Moon Safari, 1998 - Source/Virgin Records

Jean Benoit Dunckel: sintetizzatori, tastiere
Nicolas Godin: basso, chitarre, voce, violoncello, batteria, armonica, percussioni
P. Woodcock: chitarra acustica, tuba
Marlon: batteria
Beth Hirsch: voce
Eric Regert: organo

Tracklist:
01 Le femme d'argent
02 Sexy boy
03 All I need
04 Kelly watch the stars
05 Talisman
06 Remember
07 You make it easy
08 Ce matin la
09 New star in the sky
10 Le voyage de Penelope

mercoledì 8 maggio 2013

A-Z: AEROSMITH - TOYS IN THE ATTIC

Lasciamo perdere per un momento la musica che proviene da un'altra dimensione, torniamo indietro nel tempo, tiriamo fuori i vecchi giocattoli dalla soffitta e poi premiamo semplicemente il tasto play. Il balzo indietro è di quelli lunghi, da qui al 1975 fanno trentotto. Trentotto e trovare ancora fresco, non male ragazzi, davvero non male. Sarà follia, forse magia ma così è. Un'altra epoca, per la musica, per chi già c'era, per il mondo, per la società e per una manciata di ragazzi di Boston. Steven, Joe, Tom, Brad e Joey ancora non avevano conosciuto il successo sconfinato che era lì per arrivare, per ben due volte per di più. I ragazzi erano al terzo album e nel pieno della loro prima vita, non so se potranno contarne nove ma un paio di loro possono ringraziare di aver visto almeno la seconda. Ma torniamo alla prima e all'aprile del 1975, mese in cui uscì l'ottimo Toys in the attic. Anzi, magari saltiamo al mese successivo, il diciannove, giorno in cui quest'umile ascoltatore veniva alla luce proprio mentre il primo singolo estratto dall'album, il pezzo Sweet emotion, raggiungeva i negozi di dischi. Con il senno di poi proprio una dolce emozione, indubbiamente. Ci stiamo apprestando a premere play e ascoltare quello che sarà uno dei maggiori successi della band, siamo appunto nel 1975 è il rock si è già sentito, tra palloni volanti e pietre che rotolano non ci stupiamo, ma lasciamo perdere, non divaghiamo, non ha importanza perché già dall'attacco questo rock è di quelli che non si dimenticano facilmente. Le cose semplici sono spesso le migliori, parole di Perry e lui è uno che ne sa, ascoltatelo. La voce di Tyler non è quella del Superbowl, non stiamo parlando ancora di un giudice di American Idol ma di uno dei giudicigiuriaeboia del rock settantiano. I gemelli tossici e il combo ritmico sono di quelli che contano e lasciano il segno. Suonano i ragazzi ma scrivono anche, le liriche non sono nemmeno tra le più banali del carrozzone del rock e man mano che l'ascolto procede ci si accorge che il disco è come un maiale di quelli che non si può buttar via nulla, un maiale con infilata in bocca la mela, quella del peccato originale. E' coinvolgente, pieno d'ottimi pezzi, con quella Walk this Way grazie alla quale prenderà forma poi più avanti, grazie a quei ragazzacci neri, la loro seconda vita. C'è qualcuno che non la riconosce dopo i primi colpi di Kramer? Dico, c'è qualcuno? Prima che entri il riff di chitarra, quello da storia del rock. Allora, c'è qualcuno? No, come pensavo. Ascoltate anche la cover di Big Ten Inch Record di Fred Weismantel e ditemi se non è come se fosse loro tanto ci sono dentro. Il 19 dicevamo, Hamilton, Hamilton, Hamilton cosa ci combini? Bravi e grazie ancora, altro che basta, basta. Due piccole perle ci aspettano in chiusura: forse la misconosciuta ai più Round and round, con accenni insolitamente e apparentemente più tosti, duri nell'economia del disco stemperati nell'energica ballata finale. Forse l'abbiamo visto piangere, forse dopo l'uscita dell'ultimo lavoro e al ricordo di ciò che fu. E forse non è stato nemmeno il solo.




Toys in the attic, 1975 - Columbia

Steven Tyler: voce, armonica, percussioni, piano
Joe Perry: chitarra solista, talkbox
Tom Hamilton: basso
Joey Kramer: batteria, percussioni
Brad Whitford: chitarra ritmica e solista

Tracklist:
01 Toys in the attic
02 Uncle Salty
03 Adam's apple
04 Walk this way
05 Big Ten Inch record
06 Sweet emotion
07 No more no more
08 Round and round
09 You see me crying

sabato 23 febbraio 2013

A-Z: BARRY ADAMSON - MOSS SIDE STORY

Siamo nel 1989 quando esce l'album Moss side story, sorta di colonna sonora ideale per un'altrettanto ideale e mai realizzato film noir. Ma la carriera di Barry Adamson, nonostante questo sia il suo album d'esordio, non inizia certo qui. Nel curriculum del compositore polistrumentista compaiono trascorsi con i Magazine (al basso), con i Visage di Midge Ure già nella formazione originale e a metà degli anni '80 con i Bed Seeds di Nick Cave. Il pallino per il genere noir cinematografico muove Adamson verso una carriera solista come compositore di colonne sonore. In questa veste collabora con David Lynch (Strade perdute insieme a Trent Reznor) e Oliver Stone (Natural born killers).

Adamson è originario del Moss Side, quartiere di Manchester nel quale ambienta, grazie a questa sua prima opera, l'immaginario film noir che sarà filo conduttore di tutto l'album. Non c'è trama, non c'è film. Ci sono i titoli e c'è la musica, un'ottima composizione anche se non accompagnata da immagini, lontana dal classico score cinematografico. Il nome dell'album nasce da una commistione tra il quartiere del Moss Side e il titolo del musical West Side Story.

L'apertura con The wrong side of relaxation scatena l'immaginario dell'ascoltatore, a ognuno il suo: una grande città, vicoli bui, esterno notte, fumo bianco che fuoriesce dalle grate sull'asfalto, una donna che fugge terrorizzata (con il contributo di Diamanda Galas), tacchi che battono sul cemento, una presenza impalpabile e inquietante alle spalle. O forse non è così: "lei non ha nulla di cui preoccuparsi Mr. Adamson". La femme fatale?

Le composizioni mischiano influenze industriali a strumenti caldi, passaggi più classici a svisate sperimentali senza mai inficiare la fruibilità d'ascolto. Ritmiche insistenti come inseguimenti d'auto, stralci di misteriose telefonate, richiami a grandi compositori come Badalamenti e Mancini, scarti improvvisi come l'ingresso del sax su di un'inquieto panorama industriale su Sounds from the big house e pezzi di quelli che da un'initenzione noir non ti aspetti altro (Suck on the honey of love).

Momenti cupi, aperture romantiche e un finale aperto a tutto, un aereo in decollo e un lieto fine. O forse no?

Nelle bonus track una Alfred Hitchcock Presents con improvvisazione e The man with the golden arm.



Moss side story, 1989 - Mute Records

Barry Adamson - Tutti gli altri strumenti, campionature
Seamus Beaghen - Hammond, piano, chitarra ritmica, marimba
Audrey Riley - violoncello
Chris Tombling - violino
Philippa Holland - violino
Sonya Slany - violino
Diamanda Galas - voce
Gary Barnacle - sassofono
Marcia Schofield - tastiere, sassofono
Joe Sax - sassofono
Rowland S. Howard - chitarre
John Doyle - percussioni
Annie Hogan - vibrafono
Chris Pitsillides - viola
Enrico Tomasso - tromba

Tracklist:
01 On the wrong side of relaxation
02 Under wraps
03 Central control
04 Round up the usual suspects
05 Sounds from the big house
06 Suck on the honey of love
07 Everyting happens to me
08 The swinging detective
09 Autodestruction
10 Intensive care
11 The most beautiful girl in the world
12 Free at last
13 Alfred Hitchcock presents
14 Chocolate milkshake
15 The man with the golden arm

martedì 18 dicembre 2012

A-Z: JOHNNY ACE - MEMORIAL ALBUM

La musica di Johnny Ace è stata la giusta colonna sonora (insieme ad altro ovviamente) della mia recente trasferta in quel di Lucca in occasione del Lucca Comics and Games 2012. Perché la giusta colonna sonora? Semplicemente perché in quei giorni stavo leggendo La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, romanzo nel quale la musica nera la faceva da protagonista, in declinazioni più soul che non in quelle rythm & blues proposte da Johnny Ace, ma tant'è, l'album sembrava calzare a pennello ed essere il giusto sottofondo musicale alla storia narrata dallo scrittore di Brooklyn.

La proposta del musicista non si può certo dire varia nei contenuti, per lo più ascoltando questo Memorial album si ha la concreta sensazione di venire catapultati con una macchina del tempo (una DeLorean magari) dritti dritti negli anni '50, proprio durante la serata del ballo scolastico, quello di fine anno. I numerosi lentoni scelti per questo album commemorativo hanno il potere di piazzarti in mezzo alla pista, avvinghiato alla ragazza dei tuoi sogni e fartene quasi sentire il profumo dei capelli (esperienza tra l'altro a me estranea in quanto totalmente incapace verso qualsiasi forma di ballo e purtroppo penso di essermi perso qualcosa, quantomeno gli anni '50).

Non per nulla la traccia d'apertura, Pledging my love, compare nella colonna sonora di Ritorno al futuro e non devo certo dirvi io come questo si colleghi a quanto scritto sopra. Ma almeno dieci dodicesimi dell'album potrebbero comparire nello stesso contesto, solo un paio le tracce che richiamano i ritmi del rock 'n roll con il caratteristico incedere del piano.

Dal primo successo, My song, all'ultimo e postumo Pledging my love il filo conduttore della produzione musicale di Johnny Ace è quella del lentone di stampo nostalgico, almeno per gli ascoltatori di oggi (sai, quelle cose tipo :"questo è un pezzo un po' vecchio... almeno dalle mie parti"). Le canzoni si dividono in due filoni: amori e amori finiti. Un po' come le espressioni di Eastwood, col cappello e senza.

Nonostante la musica possa evocare sensazioni di piacevole nostalgia, e vi assicuro che lo fa, è una terribile tragedia a mettere il punto alla breve carriera di Johnny Ace.

Nato John Marshall Alexander Junior nel 1929 si fa le ossa nei Beale Streeters con gente come B. B. King e Junior Parker. E' nel 1952 per l'etichetta Duke che arriva il primo successo personale con My Song. I brani che garantiscono a Ace una menzione nella storia del R&B arrivano tutti nel giro di un paio d'anni, alcuni come Pledging my love e Anymore addirittura postumi.

E' la vigilia di Natale del 1954, dopo un concerto in compagnia della band di Big Mama Thornton, Johnny Ace perde la vita in maniera assurda. Non è chiaro se il colpo di pistola autoinflitto che gli fa saltare la testa sia conseguenza di un insensato giro di roulette russa o semplicemente un incidente dovuto allo stato d'ebrezza nel quale versava in quel momento l'artista. Sia come sia, la detonazione pone fine in maniera tragica e prematura alla promettente carriera di Ace. Johnny Ace muore all'età di venticinque anni.





Memorial Album, 1955 - Duke

Johnny Ace: voce, piano

Tracklist:
01 Pledging my love
02 Don'y you know
03 Never let me go
04 So lonely
05 I'm crazy baby
06 My song
07 Saving my love for you
08 The clock
09 How can you be so mean
10 Still love you so
11 Cross my heart
12 Anymore

giovedì 8 novembre 2012

A-Z: ACE - FIVE A SIDE

Mi capita a volte, forse più spesso di quanto dovrebbe, di accostarmi alla fruizione di un'opera, che sia un album musicale, un libro o un film, con un preconcetto ben radicato nella testa senza avere la più pallida idea di come lo stesso abbia avuto origine. Convinzioni completamente sballate dettate magari da un singolo particolare al quale ho dato troppa importanza o dall'ingiustificato gonfiarsi di un piccolo fraintendimento.

Proprio questo è successo quando per la prima volta ascoltai Five a side degli Ace, per me genuina band di southern rock dal profondo degli Stati Uniti, una sorta di Lynyrd Skynyrd minori o di piccoli cuginetti dei fratelli Allman. Chi conosce l'album degli Ace si starà chiedendo il perché. E che ne so? Vai a capire, forse il nome, forse l'immagine fuorviante in copertina che non so perché mi riportava all'immaginario southern (in realtà avevo in mente la cover di un altro loro album), forse altro ancora.

Sta di fatto che gli Ace non sono nemmeno americani, nascono a Sheffild (Gran Bretagna) nel 1972 dagli ex Clat Thyger prendendo in origine il nome di Ace Flash & The Dynamos del quale rimarrà già dal primo album solamente la prima parola. La loro canzone più famosa, How long?, è un brano soft rock davvero ben riuscito, più vicino al pop che non all'hard rock per intenderci, che poco ha a che spartire con tutto ciò che avevo in mente. Forse nei primi due pezzi dell'album qualche accenno al rock degli stati del sud ci sarebbe anche, in particolare alcuni passaggi di Rock & roll runaway mi hanno riportato alla mente i due fratelli Duke e la contea di Hazzard (e ovviamente Daisy, ah Daisy).

Per la gran parte le canzoni sono di stampo leggero, un'insieme di composizioni ben riuscite, apprezzabili soprattutto da chi riesce a concepire un rock non necessariamente lanciato a mille ma più pacato e rilassante. Io per primo ho snobbato produzioni del genere per tantissimi anni, ora che sto diventando grande ancora non ho capito nulla su dove sto andando e perché però di musica ne ascolto un po' di più facendomi qualche problema in meno. Un male? Un bene? Chi lo sa, fatto sta che così facendo sono riuscito ad apprezzare parecchio album come questo che anche se non rientrano di dirItto nelle classifiche dei miei preferiti garantiscono almeno il piacere di diversi ascolti. In più qualche accenno a questo (funkettino leggero leggero?) e a quello (cantato soul di matrice wasp?) tengono lontana la noia. E va bene così. Ascoltatevi How long? intanto.

PS: nel gruppo militava anche Paul Carrack poi con Roxy Music, Mike and the Mechanics, sessionman per Roger Waters (Radio Kaos, The Wall a Berlino) e Ringo Starr.



Five a side, 1974 - Anchor Records

Alan "Bam" King: chitarra, voce
Phil Harris: chitarra, voce
Terry "Tex" Comer: basso
Paul Carrack: tastiera, voce
Fran Byrne: batteria

Tracklist:
01 Sniffin' about
02 Rock & Roll runaway
03 How long?
04 The real feeling
05 24 hours
06 Why
07 Time ain't long
08 Know how it feels
09 Satellite
10 So sorry baby
11 Tastes like fish (bonus)

martedì 2 ottobre 2012

A-Z: ACCEPT - RESTLESS AND WILD

Restless and wild è l'album che permette alla band teutonica degli Accept di valicare i confini nazionali e proporre il loro heavy metal al resto del mondo, solo dopo il successo ottenuto dal lavoro in questione Udo Dirkschneider e soci ottengono il primo contratto con una label fuori dalla Germania.

Pubblicato nel 1982 l'album è la quarta prova in studio del combo tedesco, preceduta da Accept del '79, I'm a rebel del 1980 e Breaker uscito nel 1981. Nonostante cambi di formazione e la defezione di poco precedente alla registrazione dell'album da parte del chitarrista Jorg Fischer, Restless and wild è considerato un importante tassello per lo sviluppo dell'heavy metal non solo europeo.

La traccia di apertura, Fast as a shark viene comunemente considerata il primo pezzo speed-metal pubblicato, andando a precedere anche il lavoro fatto dai Metallica con l'album Kill 'em all. Dopo l'intro con coretti da Oktoberfest, l'urlo stridulo di Udo Dirkschneider e i riff terremotanti di Wolf Hoffmann indicano qual'è la via da seguire e bene o male la strada intrapresa non permetterà molte deviazioni nel corso delle dieci tracce che compongono l'album.

A parte la prima traccia i suoni si avvicinano molto all'heavy metal più classico, rimandi a gruppi come Iron Maiden, Judas Priest e compagnia cantante sono inevitabili, la voce di Udo permette al sound del gruppo in alcuni casi di discostarsi da quello degli illustri colleghi, ottima la prova sull'accattivante title track.

La struttura dei vari brani è abbastanza canonica, i temi dei testi sono di quelli cari al genere con conseguente difetto d'originalità e una discreta mancanza d'ironia. Disagio, ribellione, demoni e killers ma anche pessimismo e un'aura di inevitabilità. Ovviamente tra i temi anche la musica e la vita in tours. Forse tra gli episodi meglio riusciti la notturna Neon nights con un Udo che tenta in maniera convincente l'approccio più suadente.

Curioso come l'attacco di Flash Rockin' man sembri richiamare spudoratamente l'intro di 2 minutes to midnight degli Iron Maiden (come conferma alla mia impressione iniziale noto che anche wikipedia riporta la cosa) teniamo a mente però che il pezzo degli Accept precede di un paio d'anni quello del gruppo inglese.

Personalmente non ho più nè la giusta confidenza nè una grande passione per quelli che sono i suoni dell'heavy metal. Mi entusiasmano ancora, e anche molto, quei dischi che hanno accompagnato la mia giovinezza e la formazione dei miei gusti personali. Per episodi come questo che non sono tra i capisaldi della mia discografia personale il giudizio arriva con un certo distacco.

Sicuramente Restless and wild è un ottimo nonché importante album per i fan del metal classico, osservato dalla giusta distanza è un album che vive di buoni momenti (Fast as a Shark, Neon Nights, Restless and Wild per esempio) e di brani più canonici. Una certa ripetitività di fondo lo esclude dalla categoria dei masterpieces, sempre che non se ne voglia rimarcare l'indubbio valore storico. Veramente discutibile tra l'altro la scelta di troncare di netto l'ultima traccia del disco, opinione condivisa anche da alcuni membri della band.



Restless and wild, 1982 - Brain

Udo Dirkschneider: voce
Wolf Hoffmann: chitarra
Stefan Kaufmann: batteria
Peter Baltes: basso
Herman Frank: chitarra (solo accreditato, non prende parte alle registrazioni del disco)

Tracklist:
01 Fast as a shark
02 Restless and wild
03 Ahead of the pack
04 Shake your heads
05 Neon nights
06 Get ready
07 Demon's night
08 Flash rockin' man
09 Don't go stealin' my soul away
10 Princess of the dawn
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...