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martedì 16 settembre 2025

MEGALOPOLIS

(di Francis Ford Coppola, 2024)

Francis Ford Coppola torna al cinema dopo ben tredici anni di silenzio; la sua ultima opera, Twixt, risale al lontano 2011. Con Megalopolis Coppola sembra aver finalmente realizzato uno di quei sogni-progetto che accompagnano gli artisti visionari per una vita intera; sembra infatti che le prime idee embrionali, poi confluite in Megalopolis, siano germinate addirittura sul set di Apocalypse Now, uno dei capolavori del regista nato a Detroit, film uscito nel 1979. Questo significa tornare indietro nel tempo di più di quarantacinque anni — una vita, appunto — a un’epoca in cui Coppola, insieme ad altri, già contribuiva a trasformare i linguaggi e le forme del cinema di allora. Megalopolis sembra quindi essere molto più di un film: è la materializzazione di un’ossessione creativa, di un’idea rimasta sospesa nel tempo, alimentata dalla visione di un artista che ha sempre inseguito il proprio cinema, indipendentemente dalle convenzioni dell’industria. E come spesso accade per questi progetti bigger than life, il risultato non può che essere divisivo oltre che, a volte, portare a una perdita catastrofica di denaro. Costato circa centoventi milioni di dollari, parte dei quali recuperati dallo stesso regista costretto a vendere alcune sue proprietà pur di finanziare il film, Megalopolis ha fatto registrare un incasso totale che non supera i quindici milioni, generando così un flop macroscopico che presumibilmente neanche i passaggi successivi su piattaforma riusciranno a colmare. Pur se maltrattato, anche aspramente, da più di un critico, Megalopolis ha quantomeno il pregio di arrivare nelle sale contemporanee come un oggetto non identificato che si porta dietro la capacità di spiazzare lo spettatore chiamato a confrontarsi con un’opera non banale, una di quelle che non capita di vedere al cinema proprio tutti i giorni (e nemmeno tutti i mesi). Magari non sarà un “cinema del futuro”, se vogliamo può essere visto come un cinema che fu “del futuro” nel momento in cui venne concepito, ora sorpassato da quella maledetta velocità delle cose alla quale noi tutti siamo tenuti quotidianamente a star dietro. Megalopolis è qualcosa di “fuori norma”, di “fuori scala”, e questo già gli consente di ritagliarsi almeno un minimo della nostra attenzione di appassionati della settima arte. Poi, effettivamente, il film di Coppola può anche non piacere, ma questo è un altro discorso.


New Rome è una sorta di New York del futuro, una città decadente che presenta diverse caratteristiche mutuate dall’antica Roma, non ultimi alcuni dei protagonisti della nostra storia che richiamano quelli della Roma imperiale. Tra questi c’è Cesar Catilina (Adam Driver), una sorta di architetto visionario con il potere di fermare il tempo. Catilina ha in mente per New Rome (o almeno per uno dei suoi quartieri più malfamati) una sorta di rinascita utopistica, un’idea di “città del futuro” rafforzata dalla sua scoperta di un materiale duttile e resistente: il megalon. A spalleggiare la visione di Catilina c’è suo zio Hamilton Crasso (John Voight), proprietario della più importante banca di New Rome. I due sono in aperto contrasto con l’attuale sindaco della città, Francis Cicero (Giancarlo Esposito), un tradizionalista intenzionato a rilanciare la città con la miope visione del guadagno facile (un casinò nella fattispecie) e con i soliti cemento e acciaio. Nel contrasto tra un sogno di benessere condiviso e quello di un egoismo opportunistico, si inseriscono più di una variabile: la bellissima Julia (Nathalie Emmanuel), figlia di Cicero che sposa però la causa di Catilina, l’invidioso cugino di quest’ultimo, Clodio (Shia LaBeouf), un avido idiota, e l’arrivista, giornalista e soubrette Wow Platinum (Audrey Plaza), prima legata a Catilina, poi a Crasso. Il conflitto tra queste fazioni porterà a una serie di alleanze, tradimenti e rivelazioni, mentre sullo sfondo New Rome si prepara a un possibile punto di svolta destinato a cambiarne per sempre il volto.


Non sono d’accordo con il pensiero ricorrente che vuole Megalopolis come un film che invita agli estremi, come uno di quei film da amare o da odiare senza vie di mezzo. È piuttosto necessario capire, più che dove il film voglia andare a parare, a che tipo di opera il regista volesse in realtà dar vita. L’impressione che rimane a visione ultimata non è tanto quella di un autore intento a veicolare messaggi o letture, queste a volte davvero troppo scoperte (la giustizia che crolla, le tavole delle leggi distrutte, etc...), quanto quella di un uomo che si balocca con il suo sogno, magari barocco, fuori fuoco e scentrato, e che si industria, anche rimettendoci del suo, per portarlo alla luce, costi quel che costi, piaccia o non piaccia (e spesso non piace). In quest’ottica Megalopolis merita tutto il nostro rispetto, sulla sua riuscita possiamo discutere, a parere di chi scrive ci si trova di fronte a un’opera non “bella” quanto “affascinante” per tutti i motivi detti sopra. Il risultato è visivamente straniante con i suoi toni ocra e il contrasto tra una città futuribile (ma in realtà già vista) e il degrado di quella che sembra a tutti gli effetti la New York attuale. Il film è infarcito di citazioni letterarie e cinematografiche, di metafore da fine impero (l’America oggi come la vecchia Roma?), di discorsi su corruzione, disparità sociale, populismo, di simbolismo, di figure archetipiche; su tutto ciò si può discutere, ampliare il discorso, ragionare. Ma è davvero importante? È questo il senso di Megalopolis? Oppure, ancora una volta, il nodo è il rincorrere un sogno, il mettersi in gioco per tentare (magari fallendo) di spostare l’asticella, di trovare una via nuova. Coppola vuole offrire un grande spettacolo, a ognuno di noi decidere se ci è riuscito. Megalopolis non sarà il film dell’anno, almeno non credo, ma, forse, un domani sarà qualcosa. Solo il tempo, ammesso che nessuno lo fermi, saprà dirci di preciso che cosa.

mercoledì 7 giugno 2017

LA CONVERSAZIONE

(The conversation di Francis Ford Coppola, 1974)

C'è una bellissima sequenza iniziale sui titoli di testa di questo film di Coppola, una panoramica dall'alto di una piazza di San Francisco circondata dal verde (Union Square), la folla, un mimo che cerca di guadagnarsi da vivere, la musica inframezzata da suoni indecifrabili, incatalogabili, quasi alieni. Disturbi. L'occhio dello spettatore, quello della camera, scende progressivamente verso l'asfalto, la gente passeggia, il mimo cazzeggia. Rumori, cani. Si stringe sul mimo che inconsapevole si avvicina a Harry Caul (Gene Hackman) protagonista del film, il mimo lo lascia, la camera lo segue, è lui l'artefice indiretto di tutti quegli strani suoni che si odono, il massimo esperto d'intercettazioni in un'America post Watergate paranoica fino al parossismo. Tra la folla una coppia, giovani amanti osservati a vista, spiati, occhi, microfoni direzionali, sistemi d'amplificazione, un furgone per la registrazione, auricolari. Quattro uomini al lavoro, stralci di conversazione, l'impiego di forze e tecnologia allora all'avanguardia lascia pensare a un grande complotto politico, ma forse è soltanto la paranoia o sono i primi assaggi di un voyerismo di futura diffusione? Per Harry è solo lavoro, né più, né meno.

Con in mente i numi tutelari Hitchcock e Antonioni, rispettivamente per quel che riguarda l'impianto giallo anticonvenzionale e per il rapporto dello stesso con la tecnologia, Coppola ci presenta un paese impaurito, paranoico, che attraversa un momento non facile, impressione confermata anche dalla fotografia che restituisce una San Francisco lontana dall'essere una metropoli scintillante, e lo fa concentrando tutto il possibile nella figura di Harry Caul, un uomo che si porta un trauma grosso sulle spalle, una perdita dell'innocenza, forse l'ennesima se rapportata a quella di un paese messo in ginocchio dalle malefatte del suo Presidente, una perdita di fiducia e un enorme senso di colpa.

Questi drammi si traducono nella vita privata di Caul in una sola parola: solitudine. A nulla servono le fugaci compagnie femminili, i convegni, le festicciole improvvisate con quelli che sono colleghi e non amici. Ciò che resta al calar del sole è solo solitudine. E paranoia, strisciante, impalpabile, un pericolo che si annida ovunque: alle spalle, sotto la tappezzeria, nelle intercapedini dei muri, sotto le assi di un pavimento di legno, nel passato, nel senso di colpa incancellabile. Solitudine e un sax.


L'intreccio giallo passa in secondo piano davanti alla messa in scena di un personaggio magnifico interpretato da un Gene Hackman inappuntabile, perfetto, qui supportato dal bel volto di John Cazale e da un giovanissimo e infido Harrison Ford. Coppola è bravissimo a rendere al meglio un'atmosfera pesante dove sembra aleggiare quasi una presenza incorporea sulle sorti della coppia d'amanti e sulla sanità mentale dello stesso Harry, a poco valgono le brevi sequenze oniriche nel rafforzare un sentimento di per sé espresso già benissimo nelle scene "canoniche".

Ma il giallo ha una sua funzione, ci spiazza, ci riporta ancora e ancora sugli stessi elementi, su quegli stralci di conversazione, a quel pomeriggio di sole a San Francisco nella piazza di Union Square. Si ascolta, si riascolta, si ricostruisce. Percezione. Inganno. Tutto si traduce in una discesa agli inferi veicolata da una paranoia senza misure, accompagnata dalla musica, fino al suo stadio terminale.

La conversazione è Cinema maiuscolo, d'altri tempi come oggi si fatica a fare. Palma d'oro a Cannes, candidato all'Oscar come miglior film, si arrese solo davanti a Il padrino parte II, neanche a dirlo dello stesso Francis Ford Coppola quell'anno in totale stato di grazia.

mercoledì 16 settembre 2015

TERRORE ALLA TREDICESIMA ORA

(Dementia 13 di Francis Ford Coppola, 1963)


Nonostante il film (da considerare quasi un esordio alla regia per Coppola) presenti alcune sequenze virate all'horror, non fatevi trarre in inganno dalla locandina di questo Terrore alla tredicesima ora (locandina che alla fine non ho inserito nel post). Siamo nel 1963 e sebbene la pellicola fuoriesca dalla factory di Roger Corman, il taglio della stessa vira in maniera decisa sul versante del thriller gotico con risvolti psicologici. Esperimento di sicuro interesse, in misura ancor maggiore se si considera che Coppola girò il film con pochissimi soldi avanzati da Corman dal budget di un altro film. Stessa location, un paio di attori pescati dal set precedente, resto del cast reclutato in loco (siamo in Irlanda) ai minimi sindacali e via che si va, semaforo verde e carta bianca per il futuro big del cinema mondiale.

Alla fine della fiera Corman poi non sarà così contento dei risultati, farà girare qualche scena in più, aggiungerà un po' di minutaggio ma tant'è... l'esordio alla regia di Coppola è servito. Ma che cosa prevedeva questo film girato in quattro e quattro otto?

Intanto, nella migliore tradizione del gotico, un bel bianco e nero portatore della giusta tensione, sollecitato alla bisogna dagli effetti sonori di maniera atti a destare l'attenzione dello spettatore su passaggi particolari. Alcune sequenze davvero ben girate, compresa un'avvincente ripresa subacquea con protagonista una poco vestita Luana Anders e una trama tutto sommato intrigante, anche se si intuisce facilmente dove si voglia andare a parare.


Louise (Luana Anders) è sposata con John Haloran (Peter Read) e mira all'eredità della di lui madre, facoltosa matriarca degli Haloran. Quando John muore d'infarto, Louise ne occulta il cadavere facendo credere alla famiglia che John è in viaggio per lavoro, questo allo scopo di prendere tempo e convincere la signora, con metodi subdoli, a includerla nel suo testamento. Ma nel tetro castello irlandese dove la famiglia risiede, le cose non sono poi così normali. La signora Haloran (Eithne Dunne) e i suoi due figli Richard (William Campbell) e Billy (Bart Patton) vivono nel ricordo della defunta sorellina Kathleen (Barbara Dowling) annegata nel lago della tenuta ormai da sette anni. Ogni anno la famiglia rievoca il giorno della morte della bambina, tra incubi, svenimenti e inevitabili sensi di colpa.

Louise, intenzionata a sfruttare la morbosa situazione a proprio vantaggio, non sa bene a cosa sta per andare incontro.

Coppola riesce a infondere al film il giusto grado di tensione e, pure se reclutati al risparmio, i componenti del cast sono calati perfettamente nelle loro parti. A mio avviso il film è ben riuscito, gli si rimprovera appunto uno scioglimento di sviluppo un poco prevedibile, la visione comunque risulta più che soddisfacente.


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