(The eagle has landed di John Sturges, 1976)
Sul finire degli anni 70 il regista John Sturges dà l'addio alle scene proprio con questo La notte dell'aquila, dopo aver lasciato al Cinema alcuni titoli decisamente noti e apprezzabili quali L'assedio delle sette frecce, Giorno maledetto, Sfida all'O.K. Corral, I magnifici sette e La grande fuga. L'addio del regista alla Settima Arte è sancito da un'ultima prova di tutto rispetto, La notte dell'aquila è un film che si inserisce con onore nel filone bellico hollywoodiano del decennio precedente distinguendosi dai più illustri predecessori se non proprio per il livello qualitativo, almeno per quello dell'originalità. Parecchio inusuale infatti vedere in un film bellico statunitense (coprodotto con il Regno Unito) un manipolo di soldati tedeschi come protagonisti assoluti, dipinti tra l'altro come soldati fieri, fedeli alla propria Patria e al proprio esercito, in larga misura disgustati dagli eccessi di insensata crudeltà mostrati dai più illustri gerarchi nazisti. Un punto di vista poco battuto che non è l'unico elemento di discontinuità da altri film del genere. Nonostante il cast stellare manca qui la pletora di protagonisti da reclutare, tutti quei caratteri così diversi tra loro che andranno a formare la squadra perfetta utile per portare a termine la missione designata, come accadeva per esempio in Quella sporca dozzina o ne La grande fuga. Questo scarto dai film precedenti rende La notte dell'aquila più diretto, più lineare, forse anche meno ironico di altri, mantenendo però sempre un buon ritmo e riuscendo a creare nello spettatore la giusta empatia con i protagonisti, nonostante le forze dell'esercito tedesco non piacciano giustamente (quasi) a nessuno.
La sceneggiatura guarda all'omonimo libro scritto da Jack Higgins e prende le mosse dall'idea del Fuhrer di rapire Winston Churchill per ribaltare le sorti della Seconda Guerra Mondiale in favore della Germania. Un folle Himmler, interpretato da un Donald Pleasence sopra le righe, sposa subito l'idea e incarica l'Ammiraglio Canaris (Anthony Quayle) di organizzare l'impresa. Questi è personaggio storico realmente esistito, proprio uno di quei soldati tedeschi che arrivarono a disprezzare i metodi disumani del regime nazista, il Canaris della nostra realtà partecipò anche all'organizzazione di uno degli attentati a Hitler che furono spunto per altre pellicole belliche come il più recente Operazione Valchiria. Ma torniamo alla finzione. Canaris ritiene che l'idea di Hitler sia una sorta di ridicola barzelletta difficilmente realizzabile, purtroppo mettersi contro il volere del Fuhrer e di Himmler può rivelarsi cosa pericolosa assai, incarica così di dar seguito all'idea il Colonnello Radl (Robert Duvall) anch'egli poco entusiasta del folle piano. L'idea inizia a prendere forma concreta quando al Colonnello Radl giunge notizia di una futura visita di Churchill in un paesino sperduto nelle campagne del Norfolk in Inghilterra. I tedeschi hanno di stanza nel paesino una spia ben addestrata, tal Joanna Grey (Jean Marsh) e possono contare sull'aiuto di Liam Devlin (Donald Sutherland, immancabile in questi film), un irlandese che ha in odio l'avversario inglese. Il grosso della missione che prevede il rapimento e l'estradizione del premier inglese, sarà affidato al reparto di paracadutisti tedeschi del Colonnello Kurt Steiner (Michael Caine), militare pluridecorato anche lui avverso alle posizioni più estreme del partito nazista. A complicare la missione dei tedeschi ci sarà un distaccamento dell'esercito americano di stanza a Studley Constable agli ordini del Colonnello Pitts (Larry Hagman).
Come si può notare dalle poche righe riportate qui sopra il film presenta un cast pieno di grossi calibri, se l'Himmler di Pleasence ricorda il dottore mezzo matto interpretato dall'attore in Altrimenti ci arrabbiamo, sono inappuntabili le performance di Duvall e Caine, prototipi del militare tutto d'un pezzo dalle vedute non troppo ristrette, si concedono invece diversi momenti di leggerezza Donald Sutherland, che con quel suo sorriso sghembo viene facile farlo deviare dalla retta via, e soprattutto Larry Hagman, il celebre J.R. della soap opera Dallas, qui nella parte di uno di quei militari pieni di sé ma totalmente inesperti e inclini all'errore.
La trama è solida e compatta, Sturges non concede troppe divagazioni, anche la messa in scena sembra essenziale solo per esplodere poi con vigore in alcune sequenze d'azione all'interno del piccolo paesino del Norfolk, sequenze molto avvincenti e girate con ritmo e visione d'insieme invidiabili. Oltre alla bella costruzione rimane del film una visione diversa di una parte dell'esercito tedesco, composto da uomini che per forza di cose, anche nella realtà, non saranno stati tutte bestie crudeli e che anche qui, come già accadeva ne La grande fuga, non fanno parte delle SS o della Gestapo ma delle forze aeree della Luftwaffe. La notte dell'Aquila rientra in una vera e propria cifra stilistica tanto battuta nel cinema dei 60, più che in quello dei 70, ne è forse un episodio tardivo che non fa rimpiangere ciò che si era visto negli anni precedenti, un'ottima chiusura di carriera per quello che ancora oggi viene considerato uno dei più celebri mestieranti dell'industria di Hollywood.
Visualizzazione post con etichetta John Sturges. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta John Sturges. Mostra tutti i post
mercoledì 18 aprile 2018
lunedì 22 gennaio 2018
LA GRANDE FUGA
(The great escape di John Sturges, 1963)
Per moltissimi aspetti La grande fuga mi ha ricordato il più celebre filmone bellico Quella sporca dozzina, diversi gli elementi in comune tra i due film per i quali è doveroso sottolineare che è proprio La grande fuga ad essere stato realizzato per primo, se c'è stata quindi ispirazione tra le due opere è quest'ultima che ha figliato in qualche modo il grandissimo film di Robert Aldrich. L'episodio che sta alla base delle vicende narrata ne La grande fuga ha moltissimi elementi di verità storica, il film, trasposizione del libro di Paul Brickhill, racconta quella che è stata una delle più ardite evasioni da un campo di prigionia tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, nella fattispecie quella degli aviatori inglesi trattenuti dalla Luftwaffe nel campo Stalag Luft III a Sagan (attuale Polonia). La parte iniziale de La grande fuga presenta toni molto scanzonati, quasi da commedia, ci mostra l'arrivo di tutta una serie di personaggi, alcuni sopra le righe, appartenenti all'aviazione inglese e rinchiusi in un campo di prigionia gestito dagli ufficiali dell'aviazione tedesca. È chiaro fin da subito come l'unico interesse di pressoché tutti i militari inglesi (e qualche americano) sia la fuga, fuga tra l'altro già tentata da tutti loro in altri campi di prigionia, ragion per cui l'esercito tedesco decide di raggrupparli in un unico campo altamente sorvegliato. Il rapporto descritto da Sturges tra inglesi e tedeschi è però di massimo rispetto, c'è una gestione dei prigionieri da parte della Luftwaffe molto lasca che dà adito quindi a quella contaminazione tra il bellico e la commedia che così bene ha funzionato anche per Quella sporca dozzina. Appurato che il nodo centrale del film, come sottolineato banalmente anche dal titolo, sarà la realizzazione di una grande fuga, non resta che procedere all'assemblaggio di una squadra che realizzerà il piano per portare fuori dal campo il maggior numero di prigionieri, e si parla di un'evasione di circa duecentocinquanta uomini, almeno nelle intenzioni.
Anche in questo caso il cast è ricco, il volto simbolo del film è sicuramente quello di Steve McQueen nel ruolo del Capitano Virgil Hilts, che più volte fungerà da diversivo e da prezioso informatore, sue alcune delle scene più belle e iconiche del film, quelle della famosa fuga sulla motocicletta tra le verdi campagne tedesche. In film come questo non può mancare il volto imbronciato di Charles Bronson, uno degli addetti alla costruzione dei tunnel per la fuga, ovviamente claustrofobico, tutto il piano è coordinato da Richard Attenborough che si affida tra gli altri anche al falsario interpretato da Donald Pleasence, incaricato di fornire tutti i documenti necessari agli uomini che riusciranno ad evadere dal campo, all'attrezzista interpretato da James Coburn incaricato di costruire tutto il necessario per attuare il piano di fuga e al maneggione tuttofare interpretato da James Garner. Tra i numerosi altri volti spicca ancora quello di David McCallum, insomma sugli attori messi in campo (di prigionia) non ci si può proprio lamentare. La storia segue tappe obbligate, la regia non è mai invadente ma ci regala diverse sequenze spettacolari, il film si lascia guardare con piacere nonostante i 172 minuti di durata siano effettivamente un po' troppi, probabilmente qualcosa si poteva accorciare apportando ancora maggior beneficio alla tenuta globale dell'operazione. Come spesso accade in film di questo stampo, che sembrano prendere anche il volo con toni scanzonati e leggeri, arriva poi il pugno nello stomaco, perché la vicenda è reale, l'argomento maledettamente serio e i comparti tedeschi delle SS e della Gestapo erano sicuramente meno concilianti degli ufficiali della Luftwaffe. Come spesso accade in film di questo stampo alla fine, è inevitabile, si contano i morti, i cadaveri delle vittime venutesi a trovare di fronte alla barbara e insensata crudeltà del nemico. La grande fuga verrà tentata da molti, saranno molti meno quelli che riusciranno a portarla a termine con un esito positivo.
Dopo il successo ottenuto nel 1960 con I magnifici sette, John Sturges, che si porterà dietro anche parte del cast, riesce a fare il bis con La grande fuga, altro bell'esempio di come la Hollywood di quegli anni riusciva a portare in scena film spettacolari e prestigiosi con ottimi risultati.
Per moltissimi aspetti La grande fuga mi ha ricordato il più celebre filmone bellico Quella sporca dozzina, diversi gli elementi in comune tra i due film per i quali è doveroso sottolineare che è proprio La grande fuga ad essere stato realizzato per primo, se c'è stata quindi ispirazione tra le due opere è quest'ultima che ha figliato in qualche modo il grandissimo film di Robert Aldrich. L'episodio che sta alla base delle vicende narrata ne La grande fuga ha moltissimi elementi di verità storica, il film, trasposizione del libro di Paul Brickhill, racconta quella che è stata una delle più ardite evasioni da un campo di prigionia tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, nella fattispecie quella degli aviatori inglesi trattenuti dalla Luftwaffe nel campo Stalag Luft III a Sagan (attuale Polonia). La parte iniziale de La grande fuga presenta toni molto scanzonati, quasi da commedia, ci mostra l'arrivo di tutta una serie di personaggi, alcuni sopra le righe, appartenenti all'aviazione inglese e rinchiusi in un campo di prigionia gestito dagli ufficiali dell'aviazione tedesca. È chiaro fin da subito come l'unico interesse di pressoché tutti i militari inglesi (e qualche americano) sia la fuga, fuga tra l'altro già tentata da tutti loro in altri campi di prigionia, ragion per cui l'esercito tedesco decide di raggrupparli in un unico campo altamente sorvegliato. Il rapporto descritto da Sturges tra inglesi e tedeschi è però di massimo rispetto, c'è una gestione dei prigionieri da parte della Luftwaffe molto lasca che dà adito quindi a quella contaminazione tra il bellico e la commedia che così bene ha funzionato anche per Quella sporca dozzina. Appurato che il nodo centrale del film, come sottolineato banalmente anche dal titolo, sarà la realizzazione di una grande fuga, non resta che procedere all'assemblaggio di una squadra che realizzerà il piano per portare fuori dal campo il maggior numero di prigionieri, e si parla di un'evasione di circa duecentocinquanta uomini, almeno nelle intenzioni.
Anche in questo caso il cast è ricco, il volto simbolo del film è sicuramente quello di Steve McQueen nel ruolo del Capitano Virgil Hilts, che più volte fungerà da diversivo e da prezioso informatore, sue alcune delle scene più belle e iconiche del film, quelle della famosa fuga sulla motocicletta tra le verdi campagne tedesche. In film come questo non può mancare il volto imbronciato di Charles Bronson, uno degli addetti alla costruzione dei tunnel per la fuga, ovviamente claustrofobico, tutto il piano è coordinato da Richard Attenborough che si affida tra gli altri anche al falsario interpretato da Donald Pleasence, incaricato di fornire tutti i documenti necessari agli uomini che riusciranno ad evadere dal campo, all'attrezzista interpretato da James Coburn incaricato di costruire tutto il necessario per attuare il piano di fuga e al maneggione tuttofare interpretato da James Garner. Tra i numerosi altri volti spicca ancora quello di David McCallum, insomma sugli attori messi in campo (di prigionia) non ci si può proprio lamentare. La storia segue tappe obbligate, la regia non è mai invadente ma ci regala diverse sequenze spettacolari, il film si lascia guardare con piacere nonostante i 172 minuti di durata siano effettivamente un po' troppi, probabilmente qualcosa si poteva accorciare apportando ancora maggior beneficio alla tenuta globale dell'operazione. Come spesso accade in film di questo stampo, che sembrano prendere anche il volo con toni scanzonati e leggeri, arriva poi il pugno nello stomaco, perché la vicenda è reale, l'argomento maledettamente serio e i comparti tedeschi delle SS e della Gestapo erano sicuramente meno concilianti degli ufficiali della Luftwaffe. Come spesso accade in film di questo stampo alla fine, è inevitabile, si contano i morti, i cadaveri delle vittime venutesi a trovare di fronte alla barbara e insensata crudeltà del nemico. La grande fuga verrà tentata da molti, saranno molti meno quelli che riusciranno a portarla a termine con un esito positivo.
Dopo il successo ottenuto nel 1960 con I magnifici sette, John Sturges, che si porterà dietro anche parte del cast, riesce a fare il bis con La grande fuga, altro bell'esempio di come la Hollywood di quegli anni riusciva a portare in scena film spettacolari e prestigiosi con ottimi risultati.
Etichette:
cinema,
film,
John Sturges,
war movie
venerdì 17 gennaio 2014
I MAGNIFICI SETTE
(The magnificent seven di John Sturges, 1960)
Calvera: In quanti siete qui nascosti?
Chris: In quanti bastano.
Calvera: Un nuovo muro.
Chris: Ce n'è più di uno, tutto intorno.
Calvera: Non mi impediranno di entrare qui.
Chris: Ma ti impediranno di uscirne.
Calvera: Lo sentite? Siamo presi in trappola... tutti e quaranta. Da questi tre, o forse sono quattro? Non possono averne assoldati di più.
Harry: Noi ci vendiamo all'ingrosso.
Calvera: Cinque. Anche cinque non ci daranno molta noia.
Chris: Non ti daranno noia... se te ne vai.
Calvera: Andarmene? Io devo svernare sulle montagne, dove trovo da mangiare per i miei uomini?
Chico: Prova a comprarlo!
Bernardo: Oppure coltiva la terra!
Calvera: Sette. No, non è il modo più pratico per procurarsi il cibo.
Chris: Il commercio del cibo a noi non interessa.
Vin: Noi vendiamo piombo.
Calvera: Anch'io. Trattiamo la stessa merce, eh?
Vin: Solo come concorrenti.
Il commercio del cibo a noi non interessa. Noi vendiamo piombo. A chi non piacciono scambi di battute come questo? Smargiassate piazzate sempre nel momento più opportuno. Nonostante I magnifici sette sia un film sicuramente imperfetto, come si può non apprezzarlo? Siamo a metà strada tra il western classico e il western più moderno, quello dei vari Leone o Peckinpah. La lotta contro l'indiano cattivo ce la siamo già abbondantemente lasciata alle spalle ma non siamo ancora entrati a piene mani dentro quella spirale di violenza, avidità e lerciume che contaminerà il genere da lì a poco. Qui ci sono ancora l'amicizia virile, il rispetto e soprattutto l'onore. Anzi l'Onore, e non potrebbe essere altrimenti avendo questo film come base una delle opere più celebri del maestro Kurosawa: I sette samurai.
Un film imperfetto, come dicevo, nelle scelte e nelle decisioni dei protagonisti, dure da accettare per chiunque. Ma forse gli uomini d'allora erano diversi da noi e soprattutto forse una loro parola valeva più di molto denaro.
Un villaggio di contadini messicani viene sistematicamente depredato dalla banda di Calvera (Eli Wallach). Stanchi dei soprusi, i contadini mandano una piccola delegazione in cerca di pistoleri a pagamento che possano difendere il villaggio. Per loro fortuna si imbattono molto presto in Chris (Yul Brinner) e Vin (Steve McQueen), coppia di pards appena formatasi in seguito alla riparazione di un torto. Tutto quello che i contadini hanno da offrire è un ingaggio di venti dollari per un lavoro che potrebbe durare sei settimane e costare la vita a qualcuno. Chris accetta l'incarico schierandosi con i deboli contadini e inizia un'opera di reclutamento che porterà al gruppo altri cinque elementi: l'infallibile Britt (James Coburn), il sanguemisto Bernardo (Charles Bronson), l'amico Harry (Brad Dexter), l'esperto Lee (Robert Vaughn) e il giovane Chico (Horst Buchholz).
Nonostante Sturges non sia né Peckinpah né Leone e la scrittura dei personaggi presenti alcuni passaggi non totalmente credibili, il regista può però contare su un cast di prim'ordine che mette in campo la giusta miscela di caratteri e che permette di portare a casa il lavoro con un risultato davvero buono. L'eleganza e la freddezza di Brynner si mescolano alla perfezione con il piglio un po' guascone di McQueen e con l'icredula sagoma di Dexter che interpreta un amico di Chris convinto che questi abbia accettato l'incarico con un secondo fine: una miniera d'oro, un bottino, qualcosa, un leit motive che andrà avanti fino al finale in gran parte tragico. E ancora il buon Bronson, l'amico dei bambini e l'esperienza ormai logora e sfinita di Vaughn in contrapposizione all'irruenza giovane di un Buchholz in cerca del suo posto come personaggio e come attore (qui all'esordio). Per un film come questo un cast in stato di grazia con un Brynner che conoscevo poco e che ho trovato estremamente convincente.
Quando i valori significavano ancora qualcosa, presi e immersi nell'epica e nel mito della frontiera. Poi insomma, sono sette, non volete sapere alla fine chi rimane in piedi?
Calvera: In quanti siete qui nascosti?
Chris: In quanti bastano.
Calvera: Un nuovo muro.
Chris: Ce n'è più di uno, tutto intorno.
Calvera: Non mi impediranno di entrare qui.
Chris: Ma ti impediranno di uscirne.
Calvera: Lo sentite? Siamo presi in trappola... tutti e quaranta. Da questi tre, o forse sono quattro? Non possono averne assoldati di più.
Harry: Noi ci vendiamo all'ingrosso.
Calvera: Cinque. Anche cinque non ci daranno molta noia.
Chris: Non ti daranno noia... se te ne vai.
Calvera: Andarmene? Io devo svernare sulle montagne, dove trovo da mangiare per i miei uomini?
Chico: Prova a comprarlo!
Bernardo: Oppure coltiva la terra!
Calvera: Sette. No, non è il modo più pratico per procurarsi il cibo.
Chris: Il commercio del cibo a noi non interessa.
Vin: Noi vendiamo piombo.
Calvera: Anch'io. Trattiamo la stessa merce, eh?
Vin: Solo come concorrenti.
Il commercio del cibo a noi non interessa. Noi vendiamo piombo. A chi non piacciono scambi di battute come questo? Smargiassate piazzate sempre nel momento più opportuno. Nonostante I magnifici sette sia un film sicuramente imperfetto, come si può non apprezzarlo? Siamo a metà strada tra il western classico e il western più moderno, quello dei vari Leone o Peckinpah. La lotta contro l'indiano cattivo ce la siamo già abbondantemente lasciata alle spalle ma non siamo ancora entrati a piene mani dentro quella spirale di violenza, avidità e lerciume che contaminerà il genere da lì a poco. Qui ci sono ancora l'amicizia virile, il rispetto e soprattutto l'onore. Anzi l'Onore, e non potrebbe essere altrimenti avendo questo film come base una delle opere più celebri del maestro Kurosawa: I sette samurai.
Un film imperfetto, come dicevo, nelle scelte e nelle decisioni dei protagonisti, dure da accettare per chiunque. Ma forse gli uomini d'allora erano diversi da noi e soprattutto forse una loro parola valeva più di molto denaro.
Un villaggio di contadini messicani viene sistematicamente depredato dalla banda di Calvera (Eli Wallach). Stanchi dei soprusi, i contadini mandano una piccola delegazione in cerca di pistoleri a pagamento che possano difendere il villaggio. Per loro fortuna si imbattono molto presto in Chris (Yul Brinner) e Vin (Steve McQueen), coppia di pards appena formatasi in seguito alla riparazione di un torto. Tutto quello che i contadini hanno da offrire è un ingaggio di venti dollari per un lavoro che potrebbe durare sei settimane e costare la vita a qualcuno. Chris accetta l'incarico schierandosi con i deboli contadini e inizia un'opera di reclutamento che porterà al gruppo altri cinque elementi: l'infallibile Britt (James Coburn), il sanguemisto Bernardo (Charles Bronson), l'amico Harry (Brad Dexter), l'esperto Lee (Robert Vaughn) e il giovane Chico (Horst Buchholz).
Nonostante Sturges non sia né Peckinpah né Leone e la scrittura dei personaggi presenti alcuni passaggi non totalmente credibili, il regista può però contare su un cast di prim'ordine che mette in campo la giusta miscela di caratteri e che permette di portare a casa il lavoro con un risultato davvero buono. L'eleganza e la freddezza di Brynner si mescolano alla perfezione con il piglio un po' guascone di McQueen e con l'icredula sagoma di Dexter che interpreta un amico di Chris convinto che questi abbia accettato l'incarico con un secondo fine: una miniera d'oro, un bottino, qualcosa, un leit motive che andrà avanti fino al finale in gran parte tragico. E ancora il buon Bronson, l'amico dei bambini e l'esperienza ormai logora e sfinita di Vaughn in contrapposizione all'irruenza giovane di un Buchholz in cerca del suo posto come personaggio e come attore (qui all'esordio). Per un film come questo un cast in stato di grazia con un Brynner che conoscevo poco e che ho trovato estremamente convincente.
Quando i valori significavano ancora qualcosa, presi e immersi nell'epica e nel mito della frontiera. Poi insomma, sono sette, non volete sapere alla fine chi rimane in piedi?
![]() |
| Brynner, McQueen, Buchholz, Bronson, Vaughn, Dexter, Coburn |
Etichette:
cinema,
film,
John Sturges,
western
Iscriviti a:
Post (Atom)






