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mercoledì 2 luglio 2025

LA STANZA ACCANTO

(The room next door di Pedro Almodóvar, 2024)

La stanza accanto è al momento l’ultimo lungometraggio della lunga carriera del regista spagnolo Pedro Almodóvar che a oggi conta ben ventiquattro titoli in filmografia. È chiara la differenza di approccio alla settima arte che passa tra la vivacità trasgressiva degli esordi e quest’opera decisamente più ragionata, pensata, messa in scena con ordine geometrico, in alcuni passaggi definibile anche come “fredda” se non fosse per i temi trattati, spinosi e tutti da regolamentare, e per la presenza carismatica di due attrici di peso a offrire, in particolar modo per quel che riguarda la Swinton, un’interpretazione di quelle capaci di portare valore aggiunto a un’opera. Per il suo primo film girato in inglese un Almodóvar newyorkese sceglie di adattare il romanzo Attraverso la vita della statunitense Sigrid Nunez, una fonte letteraria che si percepisce in maniera distinta in diversi momenti di questo La stanza accanto nel quale aleggia un sentore di “carta stampata” che dà l’impressione che il film sia fatto tanto d’inchiostro quanto di immagini in movimento, una vicinanza a un’idea di cultura propria del regista e reiterata nelle citazioni dal Gente di Dublino di Joyce e che si amplia con la presenza del cinema (Viaggio in Italia di Rossellini, Buster Keaton sul finale), dell’arte, con il dipinto di Edward Hopper Gente al sole e la biografia sulla pittrice Dora Carrington che il personaggio interpretato dalla Moore ha intenzione di scrivere. Almodóvar sembra guardare anche a un cinema diverso dal suo con una storia nella storia, presentata per brevi passaggi, come quella del padre di Martha, reduce traumatizzato dal Vietnam e poi morto da eroe per salvare i suoi fantasmi inesistenti. Sono molteplici gli elementi a ruotare attorno a questa storia che ci parla di morte.

Durante la presentazione del suo ultimo libro alla libreria Rizzoli di New York (luogo molto cinematografico), la scrittrice Ingrid Parker (Julianne Moore) incontra una vecchia conoscenza che le comunica che la loro amica comune Martha Hunt (Tilda Swinton) sta combattendo da qualche tempo con un cancro alla cervice che sembra non lasciarle molte possibilità di guarigione. Ingrid si reca così in ospedale per passare un po’ di tempo con Martha e riallacciare un rapporto perso ormai da diverso tempo. Nella sua vita Martha è stata lontana per anni, giornalista e inviata di guerra è sopravvissuta a molte situazioni pericolose e si trova a dover affrontare ora la più pericolosa di tutte, una minaccia che arriva dai capricci del proprio corpo. Dopo un graduale riavvicinamento, sessioni di confidenze tra le due donne, ricordi di uomini “condivisi” come il Damian Cunningham (John Turturro) che Ingrid ancora vede ogni tanto, e riflessioni sul cattivo modello di madre che Martha probabilmente è stata, ecco arrivare la ferale richiesta. Appurato che probabilmente non uscirà viva dall’esperienza, che le cure sperimentali alle quali si sta sottoponendo non stanno funzionando, Martha chiede a Ingrid di accompagnarla nel suo ultimo viaggio, un soggiorno tranquillo in una casa moderna immersa nel verde, non lontana dalla civiltà, dove la donna ha deciso di togliersi la vita (illegalmente) ingerendo una pillola acquistata sul dark web. Martha chiede all’amica di stare con lei per qualche giorno, un mese al massimo, di stare nella stanza accanto alla sua, Martha ha il desiderio di non morire completamente sola; Ingrid, donna timorosa della morte, non è entusiasta dell’idea, come potrebbe?, però è forse l’unica persona al mondo che potrebbe esaudire l’ultimo desiderio della sua vecchia amica.

Come già detto Almodóvar confeziona un film molto formale, misurato, pensato, finanche algido nonostante la presenza di colori pastello, anche accesi (in contrasto con la locandina monocroma), che non restituiscono mai però la sensazione di calore, anche perché le situazioni descritte forse non lo consentono. Perché, volente o nolente, trattasi comunque di un film funereo nei temi, anche se non nell’approccio vitale in più di un passaggio, la citazione da Joyce in fondo parla chiaro: “E l’anima gli si velava a poco a poco mentre ascoltava la neve che calava lieve su tutto l’universo, che calava lieve, come a segnare la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti”. Almodóvar, grazie al rapporto tra le due donne, alla forza d’animo di Martha, una donna che ne ha viste tante e che proprio per questo non vorrebbe morire, cesella i momenti che precedono l’inevitabile passaggio con grande dignità e grazia, con una delicatezza che a volte chiederebbe maggior struggimento ma che diventa sintomo di una comprensione del dolore e del destino che ci attende realmente sentita. Quello che si potrebbe rimproverare a La stanza accanto è la scelta di non ricercare mai una forte emotività, cosa che di per sé potrebbe non essere nemmeno sbagliata, come se lo spettatore, di fronte a temi così importanti, dovesse cercare dentro di sé il giusto approccio a questa storia personale e alla materia. Il film va poi fuori fuoco su alcuni elementi: il personaggio di Turturro (un po’ sprecato) sembra non troppo approfondito, ci si sofferma poco su riflessioni non di poco conto come l’aspetto ancora illegale dell’eutanasia e dai protagonisti forse poco affrontato e dibattuto, le stoccate al capitale, alla questione ambientale, tutte sacrosante, lasciano un po’ il tempo che trovano, sono offerte allo spettatore e poi abbandonate. Film non perfetto quindi, un po’ troppo “preciso” nel cuore della storia, comunque efficace nel rapporto tra queste due donne e tra la vita e la morte incombente, da vedere e giudicare secondo la propria sensibilità.

sabato 5 dicembre 2020

VOLVER - TORNARE

(Volver di Pedro Almodóvar, 2006)

Se con il film precedente, La mala educación, il regista spagnolo iniziava a lasciarsi alle spalle alcuni dei temi ricorrenti del suo Cinema, facendolo in maniera parziale e in qualche modo imperfetta, con Volver sembra che questo processo, questa rielaborazione dello sguardo, trovi un compimento andando a sublimare un passaggio da una narrazione più eccessiva, vitale, sanguigna a una più classica ma altrettanto viva e ancor più compiuta, all'apparenza più semplice ma affatto banale e non facile da realizzare e far funzionare al meglio. Un Cinema classico fatto di sole donne che sono luce e vita (e morte e ancora vita) mentre le poche figure maschili sono distruttive, assenti e velocemente tolte dalla scena, un racconto al femminile fatto di determinazione, amore materno, solidarietà, assistenza, contrasto e riconciliazione. Al centro una Penélope Cruz che è semplicemente una favola popolare (o popolana), un vero sogno.

Raimunda (Penélope Cruz) vive a Madrid con il compagno Paco (Antonio de la Torre) e sua figlia Paula (Yohana Cobo) avuta da un precedente matrimonio. La donna è molto legata a sua sorella Sole (Lola Dueñas) e alla vecchia zia Paula (Chus Lampreave), una signora un po' fuori di testa, unico legame con la precedente generazione, il padre e la madre di Raimunda perirono infatti anni prima in un incendio. La zia Paula vive ancora nel paese d'origine nella regione della Mancha, qui è l'amica di famiglia Agustina (Blanca Portillo) a prendersene cura, molto legata a Raimunda e a Sole come lo era alla loro madre Irene (Carmen Maura). Un giorno, di ritorno a casa, Raimunda trova sua figlia sconvolta, la ragazza ha appena ucciso il patrigno dopo che questi aveva tentato di abusare di lei, la madre senza pensarci due volte cerca il modo di far sparire il cadavere, coprire la figlia e inventare una storia a uso e consumo di parenti e amici. Intanto al paese viene a mancare la zia Paula, iniziano a rincorrersi le voci di strane apparizioni, quelle dello spirito di Irene, superstizioni probabilmente, finché Irene non appare anche a sua figlia Sole con la quale in vita ebbe un rapporto meno tumultuoso che non con Raimunda, figlia amatissima con la quale però sono rimaste alcune cose in sospeso.

In Volver Almodóvar è bravissimo a raccontare in maniera credibile fatti che difficilmente rientrerebbero nell'ordinario delle vite di persone comuni, rendendole invece parte del quotidiano con una naturalezza che non riuscirei a definire se non "popolare". La protagonista, Raimunda, è una donna dall'esistenza semplice ma carica di una vitalità dirompente, portata sullo schermo dalla bellezza genuina di una Penélope Cruz qui meravigliosa, tra lei e le altre coprotagoniste una solidarietà femminile che dà vita a una vicenda piena di colore, di eventi inusuali, affrontati con l'amore dell'amicizia. La trama poi, via via che ci si avvicina al finale, si arricchisce di sfumature e significati e i rapporti tra alcune figure, i non detti, troveranno finalmente una pacificazione di tutti i sentimenti in quello che sembra essere un abbraccio collettivo dal quale gli uomini sono esclusi. Il regista costruisce un film molto classico, senza orpelli né inutili esibizioni, si cura dei personaggi, delle sue attrici, riempie lo schermo di bellezza, colori e legami forti cercando una via lineare e compiuta e, a differenza di ciò che accadeva nel film precedente, finalmente trovandola.

domenica 24 aprile 2016

LA MALA EDUCACIÓN

(di Pedro Almodovar, 2004)

Tanti i temi e gli spunti potenzialmente interessanti messi in scena da Almodovar ne La mala educación, alcuni ricorrenti e finanche abusati nella cinematografia del regista, altri ancora tutti da esplorare. Temi che sono tutt'oggi elementi di estrema attualità, capaci ancora di dividere opinione pubblica e coscienze, taluni sono brutture che costellano regolarmente le colonne più odiose dei fatti di cronaca di ogni latitudine. Si parla di pedofilia ecclesiastica, infanzie rubate, turbate e, come spesso accade nel cinema del regista spagnolo, di relazioni omosessuali. Tra tutti questi elementi di potenziale interesse, ciò che nel film cattura davvero l'attenzione, a mio avviso non è nulla di tutto ciò bensì banalmente la costruzione dell'intreccio tra le vicende dei vari personaggi, indipendentemente da pedofilia, omosessualità e via discorrendo, quasi come si si stesse assistendo a un comune thriller o a un qualsiasi film dove aspetti solo di vedere cosa stia lì lì per accadere.

Il lato positivo della questione è che tutto ciò rende il film abbastanza avvincente e ben riuscito, piacevole da guardare indipendentemente dalle tematiche proposte. Il rovescio della medaglia può essere il sentore di un'opera vagamente e inutilmente  pretenziosa che tira in ballo realtà scomode e odiose (pedofilia), altre ampiamente dibattute, accettate e che producono scandalo solo nella mente di retrogradi bacchettoni (omosessualità), senza realmente approfondire o creare una storia potente intorno ad esse. Per spiegare meglio cosa più ho trovato riuscito nel film dovrei spoilerare un po' troppa trama, cosa che qui non ho intenzione di fare, diciamo solo che il meglio l'ho trovato nella costruzione del personaggio interpretato da Gael Garcia Bernal.


È come se Almodovar si aggirasse imprigionato in una struttura ormai difficile da abbandonare oltre i muri della quale si intravedono nuove vie luminose da percorrere, vicine ma allo stesso tempo un po' difficili da raggiungere. Questa è l'impressione. Come dicevo La mala educación mi sembra un bel film che magari può non avere la potenza di un Tutto su mia madre (che mi colpì molto tanti e tanti anni fa) ma che rimane sicuramente un film da guardare.

Ignacio (Gael Garcia Bernal), dopo molti anni di lontananza, torna a trovare il suo vecchio amico Enrique (Fele Martinez) con il quale aveva condiviso gli anni dell'infanzia passati al collegio cattolico. Oggi Enrique è un regista in ascesa, Ignacio un giovane attore in cerca della sua prima occasione e autore del racconto La visita nel quale descrive parte della sua vita al collegio, l'attrazione omosessuale provata in tenera età per lo stesso Enrique e le attenzioni ricevute dal sacerdote Padre Manolo (Daniel Giménez Cacho). Il materiale è buono per un film che andrebbe a scoperchiare vicende vecchie e dolorose riesumando le conseguenze di infanzie spezzate, dolori e amori sopiti e indicibili reati.

Nonostante la banalità dell'attacco all'istituzione cattolica la trama riserva diverse sorprese aiutate dall'alchimia tra interpreti indubbiamente bravi. Buona la fotografia e la scelta dei colori che richiamano ottimamente il periodo dei 70, devo ammettere che pur non nutrendo particolare interesse per il cinema di Almodovar alla fine La mala educación non mi è dispiaciuto per niente.


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