Visualizzazione post con etichetta Isao Takahata. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Isao Takahata. Mostra tutti i post

venerdì 21 luglio 2023

LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE

(Kaguya-hime no monogatari di Isao Takahata, 2013)

Quando pensiamo all'animazione dello Studio Ghibli il nome che alla maggior parte del pubblico balza subito alla mente è senza dubbio alcuno quello dell'inarrivabile maestro Hayao Miyazaki, autore del maggior numero di opere dello Studio, tra queste sicuramente ci sono alcune tra le più amate e riconoscibili di Ghibli, il suo Totoro ha raggiunto una popolarità tale da essere diventato un essere fantastico riconoscibile in tutto il mondo e il simbolo grafico che contraddistingue le opere dello Studio Ghibli ancora oggi. Non dobbiamo però dimenticare che i fondatori dello Studio furono quattro, due produttori e due animatori, insieme a Miyazaki c'è sempre stato l'imprescindibile Isao Takahata che ci ha purtroppo lasciati ormai da qualche anno (2018). Se i lungometraggi diretti da Miyazaki non hanno davvero bisogno di nessuna presentazione, anche i lavori di Takahata hanno regalato ai fan parecchie gioie e alcuni titoli memorabili: suoi lo struggente Una tomba per le lucciole, uno dei racconti più dolorosi e commoventi messi in piedi dalla produzione Ghibli, un vero capolavoro, il racconto intimo e delicato di Pioggia di ricordi, altro esito riuscitissimo, il particolare Pom Poko, forse meno accattivante ma di certo originale con le sue figure dei tanuki, strani animaletti che popolano le colline sopra Tokyo, e ancora la commedia familiare de I miei vicini Yamada fino ad arrivare infine a quest'ultima meraviglia, La storia della principessa splendente, lungometraggio dalla realizzazione travagliata e ultimo lavoro lasciatoci da Takahata. Ovviamente il lavoro di Takahata non si limita alle opere realizzate per lo Studio Ghibli, si può trovare il suo zampino in diverse serie che ci hanno allietati fin da bambini, cosine come Heidi, Marco (che per molti era Dagli Appennini alle Ande), Le avventure di Lupin III e il bellissimo Anna dai capelli rossi. Per questo La storia della principessa splendente Takahata adatta un fiaba giapponese del X secolo ispirandosi anche ad alcuni elementi della vecchia Heidi, riportandoli alla realtà e alla sensibilità giapponese (per i lettori nati su un altro mondo ricordiamo che Heidi era ambientato tra Svizzera e Germania).

Un anziano tagliatore di bambù assiste nella foresta a un evento miracoloso: dall'interno di un fusto di bambù nasce una bambina splendente, avvolta in un'aura di luce bianca, una piccola gemma; sarà proprio "gemma di bambù" il nome che le daranno i ragazzini della zona. Così questa tenera bimba crescerà grazie alle cure amorevoli del tagliatore di bambù e di sua moglie; la sua crescita è prodigiosa, un fenomeno ultraterreno, in poco tempo quella che è una neonata diventa una giovane ragazzina che legherà con i coetanei del villaggio montano in cui vive, soprattutto con il giovane Sutemaru. Principessa, così la chiama amorevolmente il suo papà, diventa sempre più la ragione di vita dei suoi genitori; un giorno, dentro un'altra canna di bambù, il papà di Principessa trova dell'oro e delle stoffe pregiate. L'anziano interpreta questo come un altro segno del cielo, una volontà superiore che sembra volere per Principessa un destino da nobile dama e non da semplice, ma felice, contadina. Così il papà decide di portare la famiglia a vivere in un grande palazzo della capitale, qui Principessa diventa una sorta di leggenda per la sua grazia e bellezza, ma in città la principessa splendente è sola, conduce una vita ritirata e triste, sacrificata nell'intento di non dare una delusione al suo papà che, seppur un poco accecato dal prestigio ottenuto, continua a voler bene in modo sincero alla sua figlia miracolosa. Saranno molti i nobili uomini a voler sposare "gemma di bambù", ma lei non vuole un legame che poggi su basi così inconsistenti...

La storia della principessa splendente esce nel 2013, sono passati quattordici anni dalla precedente regia di Isao Takahata, I miei vicini Yamada che con questo film ha un legame di continuità almeno per quel che riguarda la sperimentazione grafica. Se i toni generali dei due lungometraggi sono parecchio differenti (I miei vicini Yamada virava su sentieri più divertiti) La storia della principessa splendente sviluppa quel segno scarno, su fondo in prevalenza bianco, che si discosta molto dagli esiti più noti e riusciti dello Studio Ghibli ma che riesce a dimostrare tutta la padronanza del tratto che diventa poesia pura, senza intenzione di usare frasi fatte o roboanti, questo è ciò che hanno realizzato Takahata e i suoi collaboratori con questo testamento virtuoso di magistrale delicatezza e amore per la tradizione. Quello che lo spettatore si trova di fronte agli occhi richiama infatti moltissimo la tradizione del disegno giapponese, come ha potuto constatare chi ha potuto vedere la recente e bellissima mostra Utamaro, Hokusai, Hiroshige presso la Promotrice delle Belle Arti di Torino, ennesima dimostrazione che la via del digitale non è l'unica percorribile, anzi. Sul piano dei contenuti siamo di fronte a una fiaba, spesso triste, dove i temi e gli spunti si contano innumerevoli: c'è lo sradicamento, l'abbandono della propria terra con tutte le conseguenze di malinconico dolore che ne conseguono, compresa la perdita degli affetti cari, c'è l'ambizione dei genitori e la loro volontà, perseguita magari anche con buone intenzioni, di pilotare la vita dei propri figli impedendone di fatto la felicità, c'è la riflessione sulla vacuità della ricchezza materiale e un sacco di altre cose. Nei ritmi il film di Takahata si discosta un poco dalla struttura dell'animazione moderna alla quale siamo più abituati, si superano abbondantemente le due ore di durata per un film che richiede di essere abbracciato con amore, di dedicargli un'attenzione e una sensibilità estranee alla media, si verrà ripagati. Un'ottima visione in attesa che esca l'ultimo di Miyazaki; Takahata già ci manca, preghiamo per il futuro dello Studio.

sabato 12 settembre 2020

I MIEI VICINI YAMADA

 (Hōhokekyo tonari no Yamada-kun di Isao Takahata, 1999)

Uscito in Italia direttamente in dvd senza passare nelle sale, I miei vicini Yamada è in realtà datato 1999, il lungometraggio di Takahata è un punto di rottura grafico con quello che lo Studio Ghibli aveva prodotto fino ad allora, per questa piccola deviazione dagli stilemi consolidati del Ghibli si riprende da noi il titolo del film che è diventato il simbolo stesso dello studio: Il mio vicino Totoro. Il disegno classico visto in tanti film della premiata ditta creata da Takahata e Miyazaki è qui sostituito da un segno all'apparenza molto semplice, essenziale, che con pochi tratti delinea ambienti e personaggi riprendendo lo stile di alcuni manga, in particolare Nono-chan del quale il film è una libera trasposizione. Mutano anche i colori che abbandonano i toni naturalistici immersi in bellissimi blu e vividi verdi di cieli e prati per andare verso una tavolozza di colori, creata sapientemente in digitale, che riporta alla mente i tocchi ad acquerello, toni lievi, meno intensi e carichi rispetto alla colorazione più classica. Altra piccola rivoluzione sta nella struttura che riporta su schermo la caratteristica del manga da cui il film è tratto, Nono-chan è infatti una striscia, le classiche quattro vignette che nel film si traducono in brevi episodi che ci raccontano la famiglia Yamada, è assente una trama complessiva, tutti i micro tasselli ci mostrano gioie e dolori di una famiglia che poggia su un matrimonio ormai di lungo corso.

Gli Yamada non sono una famiglia di eroi, non sono nemmeno una famiglia modello, sono una famiglia normalissima, universale, all'interno della quale emergono più facilmente i difetti di ognuno che non le grandi virtù, I miei vicini Yamada affronta il tema del quotidiano, mostra gli episodi di cui sono fatti per davvero i matrimoni, le abitudini, le pigrizie e le insofferenze di tutti i giorni, le disattenzioni (alcune anche belle grosse come quella nella sequenza in cui papà Takashi, mamma Matsuko l'adolescente Noboru e nonna Shige dimenticano la piccola Nonoko al centro commerciale), di contro sottolinea anche i gesti improvvisi, la pazienza e l'unione salda che tiene in piedi la famiglia, concetto forse dai più etichettabile come sorpassato ma a conti fatti sempre attuale, l'idea di famiglia si sta evolvendo ma ciò che conta sono i legami, questo è il concetto che Takahata pone maggiormente sotto i riflettori.

A braccetto guai e poesia, ogni piccolo segmento è introdotto da un titolo che all'interno delle dinamiche familiari potrebbe essere visto come un micro tema, spesso viene recitato anche un breve haiku, pochi versi che sottolineano il tema affrontato. Anche la leggerezza dei disegni nasconde uno studio ben preciso e un'ottima capacità di tratto, basti guardare le poche sequenze dove il disegno diventa più realistico per afferrarne la dinamicità e la maestria, la partita di baseball in tv ad esempio o la corsa sui motorini, cambi di registro che aumentano la vivacità dell'opera che rimane sempre parecchio divertente. Non mancano nemmeno le sequenze più sognanti, la prima di presentazione con la "tirata" sul matrimonio o le sequenze sul finale. Come nella vita momenti leggiadri si alternano a passaggi più seri e potenzialmente drammatici, quello che maggiormente resta è la veridicità sulle nostre abitudini, le piccole pigrizie, le contese quotidiane che assillano uomini e donne a ogni latitudine, all'ombra dei ciliegi come sotto il cielo del bel Paese.

venerdì 21 novembre 2014

OMOHIDE PORO PORO

(di Isao Takahata, 1991)

Viene naturale, parlando dello Studio Ghibli, pensare immediatamente al lavoro del maestro Miyazaki, cofondatore ed esponente di punta dello studio nonché artefice di capolavori assoluti riconosciutigli recentemente anche con un Oscar alla carriera. Per nostra fortuna, e con nostra intendo quella degli spettatori appassionati, lo Studio Ghibli non è solo Miyazaki come ho potuto piacevolmente constatare assaporando i lavori di Isao Takahata (Una tomba per le lucciole e questo Omohide poro poro), Yoshifumi Kondo (I sospiri del mio cuore) e in misura minore quello del figlio d'arte Goro Miyazaki (I racconti di Terramare).

Per quello che ho potuto vedere i lavori degli altri registi affiliati allo studio sono molto diversi per stile e contenuti da quelli di Miyazaki, a parte il lavoro di Goro gli altri sono racconti molto più adesi alla realtà, giusto con qualche breve puntata verso il regno della fantasia, incentrati più sui sentimenti e sulle cose della vita come queste si presentano che non su tematiche ecologiste e pacifiste o sul mondo degli spiriti del folklore giapponese. Opere meno spettacolari, più dimesse, sicuramente diverse ma in ogni caso degne di appartenere a un marchio prestigioso come quello dello Studio Ghibli, sensibilità differenti ma non meno convincenti.

Omohide poro poro è il secondo lavoro che Takahata firma per lo Studio Ghibli, il titolo letteralmente significa qualcosa come ricordi goccia a goccia. Sono proprio i ricordi di Taeko il motore di questo racconto intimo, la giovane ragazza ormai quasi trentenne, in occasione di una breve vacanza in campagna, rivive attraverso i ricordi l'epoca della sua quinta elementare con continui passaggi tra il presente e il passato che la riportano a quel lontano 1966.

Proprio quelli legati alle vacanze sono tra i primi ricordi ad affiorare nella mente di Taeko, il suo desiderio di vedere la campagna, la delusione della vacanza alle terme di Atami e il rientro repentino in una deserta città estiva. Ma la Taeko adulta, quella del presente, è decisa a porre rimedio a quel mancato incontro con la campagna lasciando per quindici giorni il suo lavoro d'ufficio a Tokio per andare ad aiutare la famiglia di un parente per la raccolta del cartamo. Il viaggio sarà l'occasione per tornare alla se stessa bambina, la campagna quella per assecondare nuovi incontri e nuove riflessioni.


Sono molti gli spunti interessanti inseriti nei ricordi della protagonista bambina, alcuni parecchio insoliti per un anime solo all'apparenza rivolto ai piccoli. Si parla molto di mestruazioni ad esempio, argomento poco trattato nei cartoni animati occidentali, della reazione di ragazze e ragazzi a questo evento di passaggio, si esplora il rapporto di Taeko con il resto della famiglia, quello con i genitori e le sorelle, ci sono diversi riferimenti alla cultura popolare giapponese dell'epoca, riferimenti pressoché inafferrabili per noi occidentali, ci sono le difficoltà con la scuola e i vari aspetti della vita da ritenersi importanti per una ragazzina di quinta elementare.

In senso lato un po' un come eravamo, cosa volevamo e cosa siamo diventati. L'animazione è meno esplosiva se paragonata ad alcune opere di Miyazaki ma sempre di ottimo livello, sembra che, come diceva una vecchia canzone su Dustin Hoffman, lo Studio Ghibli non sbagli un film.


giovedì 27 febbraio 2014

UNA TOMBA PER LE LUCCIOLE

(Hotaru no haka di Isao Takahata, 1988)

Diretto dal co-fondatore dello Studio Ghibli, Una tomba per le lucciole esce lo stesso anno in cui l'altro e più celebre fondatore dello studio, Hayao Miyazaki, dirige uno dei suoi capolavori: Il mio vicino Totoro. E' una grande annata per lo Studio Ghibli, pur se inserita in un contesto e in un ambito completamente diverso, la pellicola di Isao Takahata non ha nulla da invidiare a quella del maestro Miyazaki.

Se ne Il mio vicino Totoro l'elemento fantastico, magico e sognante è predominante e determina in maniera decisa la cifra stilistica dell'intero lungometraggio, Una tomba per le lucciole vive di un crudo realismo, di dolore, morte e assenza di speranza. E' l'immane tragedia della guerra il fulcro della vicenda narrata nel film di Takahata, una tragedia radicata nella cultura del popolo giapponese come in pochi altri.

Sicuramente due film diversi con un pubblico di riferimento differente. La visione di Una tomba per le lucciole mi sembra inadatta a un pubblico di bambini, per temi trattati e per immagini proposte.

Seita e la piccola Setsuko sono fratello e sorella, vivono con la madre a Kobe, città giapponese presa d'assalto da un massiccio bombardamento da parte dell'aviazione statunitense. I drammi che i due ragazzini dovranno affrontare sono innumerevoli, dalla lontananza del padre in servizio con la marina giapponese alla terribile morte della madre a causa dei bombardamenti, dalla distruzione della loro casa allo scarso affetto di parenti privi di amore e non intenzionati ad accollarsi il loro mantenimento.

Oltre alla sofferenza della piccola e tenera Setsuko, Seita dovrà farsi carico della gestione di tutti i bisogni primari, suoi e della sorellina. Cibo, acqua, un tetto dove dormire diventano sfide quasi impossibili da vincere. E poi la morte che accompagna lo spettatore fin dalla sequenza d'apertura del film.



Un film d'animazione duro ma vero e sincero tratto dal libro in parte autobiografico dello scrittore Akiyuki Nosaka. Anche l'animazione si differenzia molto per colori e atmosfere da molta della produzione di Miyazaki, le aperture di luci, i cieli e le distese d'acqua qui lasciano il posto ai toni cupi delle macerie e della distruzione, delle bombe e del fuoco. Nonostante la continua sofferenza che pervade la pellicola è innegabile che questa sia l'ennesimo riuscitissimo e toccante lavoro di uno studio capace di sfornare meraviglie a ciclo continuo. Da vedere assolutamente.

Rimangono accese le luci delle lucciole e quella grande e immensa che riescono a far scaturire in maniera così naturale i bambini troppo spesso vittime degli orrori creati da noi adulti.

domenica 9 giugno 2013

LA GRANDE AVVENTURA DI HOLS

(Taiyo no oji - Horusu no daiboken di Isao Takahata, 1968)

Alla ricerca di vecchi lavori del maestro dell'animazione giapponese Hayao Miyazaki mi sono imbattuto ne La grande avventura di Hols, lungometraggio (82 min.) d'animazione risalente alla fine degli anni Sessanta. In realtà qui la regia è di Isao Takahata e la produzione della Toei Animation, non sono ancora i tempi dello Studio Ghibli e Miyazaki qui compare come uno degli animatori con incarico di occuparsi della scenografia.

Anche il tipo di animazione e di narrazione sono lontani dagli standard dello studio di Totoro, è un'altra epoca e questi disegni tanto ricordano i cartoni animati giapponesi della nostra infanzia. I colori sono più spenti rispetto ai blu immensi e ai verdi profumati ai quali le opere di Miyazaki ci hanno abituati. Ma come dicevamo questa non è un'opera del famoso regista, siamo in un altro decennio e di fronte a una poetica un poco diversa.

La storia presenta il classico malvagio e l'eroe (maschio questa volta) che deve contrastarlo e far valere la giustizia. In passato il villaggio del piccolo Hols venne devastato dal glaciale Grunwald a tal punto da convincere il padre del nostro eroe a fuggire lasciando la sua gente. Ormai diventato un giovanotto, Hols insieme al fido orsetto Koro, decide di tornare tra la sua gente e affrontare il perfido Grunwald forte di un aiuto insperato: la Spada del Sole fornitagli dal gigante di roccia Mog. Grazie alla sua abilità Hols conquista gli abitanti del villaggio, non sarà così però con la giovane Hilda che non tarda a mostrarsi a disagio in più di un'occasione.

Se ci si avvicina a questa pellicola cercando, come erroneamente ho fatto io, la tenerezza, quell'alone di magia e la poesia delle opere di Miyazaki non si può che rimanerne un poco delusi. Presa invece per quella che è, cioè un'opera di quarantacinque anni fà di un quasi esordiente Isao Takahata ci si possono trovare motivi di interesse. Il ritmo non è altissimo ma non mancano sequenze dinamiche, anche un minimo violente se il pubblico di riferimento è quello dei bambini. Indubbiamente alcuni personaggi, su tutti Hols e Hilda, hanno ricevuto in fase di scrittura la giusta attenzione, nonostante questo alcune incoerenze nella sceneggiatura fanno qua e là capolino, piccole cose che non inficiano l'andamento della storia. Alcuni problemi derivanti dalla poca fiducia della casa di produzione in questo progetto hanno fatto sì che almeno una sequenza venisse montata con una serie fissa di frame, cosa che indubbiamente ha penalizzato la scena in questione allo scopo di risparmiare sul minutaggio.

Per chi volesse cercare altro su questo film tenga presente che è stato distribuito anche con il titolo (quasi demente) La grande avventura del piccolo principe Valiant e con un più coerente alla narrazione Il segreto della spada del sole.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...